La Morphine Records e l’Elefante Rosso
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La Morphine Records e l’Elefante Rosso

Un’etichetta discografica che ha rappresentato un disperato tentativo di instaurare un colloquio colto con il territorio.

Il Veneto ha sempre avuto buone storie da raccontare. Nel bel mezzo della dilagante apatia culturale che, come melma in uno stagno, ha sepolto ogni barlume vitale tra la fine degli anni Novanta e i primi del duemila, relegando ogni avvenimento al risultato di spietati calcoli spese/ricavi, troviamo una luce diafana che a lungo ha lottato per emergere e ricevere il dovuto splendore. Un’etichetta discografica che ha rappresentato un disperato tentativo di instaurare un colloquio colto con il territorio, espandendo i propri orizzonti ad un club e ad idee fresche e vitali che oggi ci consentono di poterci vantare di una storia a suo tempo mal recepita. A muovere le pedine di questa rivoluzione sotterranea un dj e produttore giunto in Italia dal vicino Libano, Rabih Beaini, che di quel periodo ricorda:  

«Erano gli anni in cui, suonando in giro per il Veneto, in locali anche abbastanza grandi, la vibra generale era tremendamente commerciale, non ci si riusciva ad esprimere in un modo più radicale. Un intervento underground era considerato troppo ingenuo, personale, e non consono al mercato locale della musica.»

  Potete capire il disagio sociale di un uomo ispirato dal jazzcosmico e dalla furia rivoluzionaria di Detroit:  

«Sapevo che doveva succedere qualcosa di forte, di tagliente e pungente, serviva un rimedio, una cura per quella malattia chiamata non-conoscenza.»

  Prese forma la Morphine Records, con l’intento di fuggire dalle politiche di promoters, label-managers e negozi di dischi per chiudersi in un mondo sotterraneo che potesse fornire riparo da influenze esterne e favorire il germogliare di nuove idee e collaborazioni. Due nomi: Rabih Beaini “Ra.H, Morphosis” e Stefano Boato “Ksoul” (uscito poco dopo dal progetto), una serie infinita di connessioni, dal jazz spirituale e visionario di un mentore eterno come Sun Ra al mood lento e mentale del nuovo suono proveniente dalla Motor City ed accostabile a figure di culto come Theo Parrish ed Omar S. ?Il suono della Morphine Records tornò a far parlare l’Italia a voce alta attraverso una serie di produzioni vive ed eccitanti, capaci di riattivare la mente. Una serie di dischi incredibili siglati in primis da Rabih che, attraverso il suo pseudonimo Morphosis, riuscì a mettere a punto un ideale deep techno molto elettronico ed ipnotico immortalato in due sequenze mozzafiato come Dark Myths Of Phoenicia, Part 1 & Part 2, nello straordinario debutto con Hunting Ep, ma, soprattutto, nel monolitico album What Have We Learned, che ne ha consacrato il successo aprendogli le porte del mondo. Parallelamente, altre due grandi incarnazioni: Ra.H, il suo progetto house, che ci ha regalato squarci celestiali continuamente contaminati dalla psichedelia e da una visione aperta verso ogni contaminazione (Matteo Ruzzon, aka Madteo: «Tommaso Cappellato e Julian Jöckel mi parlavano con insistenza sempre maggiore di un tipo di Venezia che aveva delle tracce incredibili; quando finalmente ascoltai Fall Of Justice capii tutto.») e la Upperground Orchestra, ensemble jazz attraversato dagli oscuri synth dell’uomo. Altra figura chiave dell’ascesa della Morphine è proprio Matteo Ruzzon, talento cristallino fuggito dall’Italia per rifugiarsi nell’anonimato newyorkese dove, a contatto con la strada, è riuscito ad assorbire un background comunicativo tra i più pregiati in circolazione. Scovato proprio da Rabih su Myspace, Madteo compose un album di debutto intitolato Memoria che resta uno degli esperimenti deep più illuminati di sempre. A corollario di tutto ciò, la sfortunata sorte dell’Elefante Rosso, club fortemente voluto da Rabih, che lo ricorda così:  

«L’Elefante Rosso nacque tra mille difficoltà, si trascinò in esse, morì in un disastro finanziario neanche lontanamente prevedibile, ma fu decisamente l’esperienza più forte che abbia mai avuto, la strada più difficile ed intensa che ebbi il coraggio di intraprendere.»

  Il club aprì i battenti il 21 Aprile del 2009 e cercò di scuotere il nord-est per sei incredibili mesi, durante i quali si alternarono sul palco i migliori esponenti della techno, del’house e del jazz.  

«Il club mi fece capire che la musica non ha veramente limiti. Ho visto delle persone cambiare: le loro facce, le loro espressioni, il modo in cui comprano i dischi o ascoltano i concerti. Ho visto persone venire per ballare ed uscire ripetendo il riff dell’ultimo pezzo suonato da un sassofonista che non avevano mai sentito prima. Ho visto produttori di musica elettronica cimentarsi insieme a musicisti jazz in sessions incredibili; ho visto genitori ascoltare i loro figli suonare per la prima volta su un palco di fronte ad un pubblico; ho visto una sala vuota di fronte a dei magnati della musica ai quali non importava nulla. Il posto aveva una magia tutta sua, volevano tutti esserci su quel palco.»  

Si illuminò, ribollì, sputò fuoco, pianse e raschiò il fondo per poi riemergere, glorioso e finalmente compreso. Altrove.

Ivo D Antoni
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