Musica: La parabola di una storia d’amore (e la fine della giovinezza) — Intervista con Chiara Monaldi
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La parabola di una storia d’amore (e la fine della giovinezza) — Intervista con Chiara Monaldi

Il nuovo di Chiara Monaldi, Futuri Qualcosa, mette in chiaro da subito quello che sarà il leitmotiv dell’album, una voce chiara e pulita che, assieme al pianoforte, dipinge situazioni di vita quotidiana in cui chiunque di noi può ritrovarsi. Un’estetica della quotidianità che ritroviamo tra i grandi autori della nostra generazione, come Calcutta, e che […]

12 Feb
2019
Musica

Il nuovo di Chiara Monaldi, Futuri Qualcosa, mette in chiaro da subito quello che sarà il leitmotiv dell’album, una voce chiara e pulita che, assieme al pianoforte, dipinge situazioni di vita quotidiana in cui chiunque di noi può ritrovarsi. Un’estetica della quotidianità che ritroviamo tra i grandi autori della nostra generazione, come Calcutta, e che trova lo “speciale” anche nelle azioni più banali.

 

 

Se ad un primo ascolto il pensiero va ai grandi “classici” dell’indie italiano, e agli stillemi del genere, mi viene in mente ad esempio Ora pura che ha un po’ del Calcutta di Mainstream o di certe canzoni di Cremonini, o anche Ogni giorno come agosto che potrebbe benissimo essere una canzone di Levante del periodo INRI. Scavando più a fondo noto (e apprezzo) tutto il lavoro di ricerca musicale che c’è dietro, come l’eponima Futuri qualcosa che ha echi di Minuetto, e in tutto l’album alberga il fantasma di Mia Martini. La produzione dell’intero disco è molto ben fatta, ogni strumento si integra perfettamente l’uno con l’altro, senza lasciare che intralci la voce della Monaldi. La quotidianità è il motore dell’intero disco e di tutti i suoi testi, con momenti anche molto cupi come in Lacrime e Ramen.

Per Dude Mag ho incontrato Chiara in occasione dell’uscita del suo disco, e ne è uscita fuori una bella chiacchierata sul disco e sulla musica in generale, ma sopratutto, su di lei.

 

 

Partiamo con una domanda standard, per scaldarci. Perché hai scelto proprio questa copertina per il disco?

Allora, io sono di Garbatella e mi sono da poco trasferita al Pigneto/Tor Pignattara, però ho ancora un rapporto con il mio quartiere molto affettivo. Nel senso che Garbatella è un posto molto particolare di Roma, in cui ci sono strutture abitative molto peculiari che sono i lotti, all’interno dei quali ci sono dei cortili, dentro i quali c’è libero accesso. Quindi fin da quando ero ragazzina io entravo/uscivo da questi lotti con gli altri bambini e c’era un modo di sperimentare lo stare insieme molto diverso da quello che esiste ora, questi appartamenti sempre più piccoli, sempre più soli. Quando abbiamo fatto la copertina del disco sono andata in giro con un fotografo, mio amico carissimo, Giorgio Di Noto (che Dude Mag ha premiato con il premio BELLAGENTE nel 2015 n.d.r.) , che mi diceva di cercare in giro un luogo che mi rappresentasse. Siamo andati di mattino presto, sostanzialmente all’alba, per prendere la “luce” migliore, accompagnata da occhiaie e un kilo di fondotinta che poi si è rivelato inutile, dato che la foto è di spalle (ride). Abbiamo iniziato a camminare, con questa luce che penetrava nei lotti. Mi stavo proprio stiracchiando e lui mi ha fatto quella foto, e riguardando le foto mi sembrava quella più spontanea rispetto a tante altre foto in cui ero in posa, invece quella proprio per il fatto che mi stavo stiracchiando di mattina in mezzo ai palazzi mi sembrava guardasse più ad un futuro.

Tra l’altro quei lotti sono bellissimi, ho sempre sognato di andarci a vivere.

È un quartiere che ha un’identità molto forte, e io mi porto sempre dentro qualcosa di quel posto. Tipo il fatto che quando esci di casa e ti metti a passeggiare ti trovi nei giardini che non sono né ville né giardini privati.

Che poi quelle sono case popolari essenzialmente, ce ne stanno di simili anche ad Ostia su quello stile là… a proposito, piccolo gancio, pensi ci sia una vera e propria scena musicale legata a Roma Sud? Perché generalmente tutte le persone che sento (o che mi è capitato di intervistare) che fanno musica indipendente o sono di fuori Roma o sono di Roma Nord o di qua (il Pigneto ndr). Pensi ci sia una qualche scena reale? Con la Strada poi (un centro sociale della Garbatella ndr) che è sempre una fucina di gruppi nuovi…

Guarda, ti devo dire la verità, Roma Sud ha avuto un altro tipo di influenze per quanto mi riguarda da un punto di vista musicale, se consideriamo la scena “indipendente” non mi vengono in mente molti riferimenti. Però in realtà, ad esempio Garbatella/S.Paolo sono stati quartieri molto attivi in una scena più underground rap/politica. Anzi ci sono i miei amici di Roma Sud che un po’ mi prendono per il culo per la musica che faccio; dopo anni ed anni di centri sociali, diciamo che lì sento ancora una forte appartenenza… ad esempio c’è il centro sociale Acrobax che ha una grande sala prove molto importante, non so se la conoscete…

Diciamo che ti piace questo fatto che le identità musicali della città siano divise in questo modo. Ad esempio ho sempre associato lo ska a Roma Sud…

Sì sì esatto (ride), i quartieri hanno anche delle storie musicali.

Se uno pensa pure ai big, i Thegiornalisti che fanno pop sono di Roma Nord e “ci sta” che lo siano, Calcutta non è nemmeno di Roma ma tecnicamente è del Pigneto, e invece a Roma Sud ti trovi ad esempio gli Innacantina che fanno funk…

Sì, è vero, non ci avevo mai ragionato.

Andrebbe quasi fatta una mappa di Roma in base alla musica.

Non sarebbe male… anzi mi ricordo che dei ragazzi che mi avevano intervistato avevano ideato una cosa del genere, chiamata Sound Meeter. Sono andati ad intervistare artisti in ogni quartiere e poi li hanno messi sulla mappa, però non penso abbiano mai detto “succede ‘sta cosa”.

Dev’essere quasi una cosa culturale, un po’ come a Napoli dove predominano ska e funk e rap, come pure a Roma Sud, sembra quasi una caratteristica culturale. Passiamo ad una cosa un po’ più pesante, quella domanda da cui non si può sfuggire (ride). I Futuri Qualcosa cosa rappresentano all’interno dell’universo mentale di Chiara Monaldi?

Allora, diciamo che questo disco parla di una parabola di una storia d’amore, cioè dall’incontro spensierato alle complessità e al separarsi. Mano mano che lavoravo alle canzoni che avevo scritto mi sono resa conto che in qualche modo stavo parlando di questa storia d’amore che ho realmente vissuto, ma stavo anche molto parlando della fine della giovinezza, in un certo senso, cioè la fine di un momento in cui c’è ancora tutto aperto; e di quando entrano in campo determinate cose come il lavoro e la distanza, tutti temi che sono trasversali alle persone della mia età; la storia su cui ho scritto questo disco è una storia a distanza e pensavo che questo disco parlasse di me e di questo. Andando avanti mi sono resa conto che i Futuri Qualcosa sono tutti scenari futuri incerti. Nello specifico era una relazione che non si proiettava nel futuro, una relazione che era piena di cose ma non aveva la forza per dire «proviamo a costruire qualcosa», che poi mi sono resa conto essere una cosa che contraddistingue tanti aspetti della vita. Prima parlavo delle case, no? Case molto piccole per anni, con coinquilini, lavori di sei mesi in sei mesi… tutta quella dimensione in cui futuro è un punto di domanda: senza fare un pippone sul precariato, ma pure nell’amore l’ho vissuto.

Beh è un tema…

Pesantone lo so. (ride)

No, vabbè (ride), è un tema importante comune a un bel po’ degli artisti di questa generazione, mi viene in mente Zerocalcare, una sorta di «qui non si può costruire niente».

Sì è che effettivamente… mi sono resa conto che… (pausa)

Mo’ te l’ho fatta pijà a male… (ride)

No ma figurati (ride), anzi, ormai ne è passato di tempo. La cosa positiva è che tempo di scrivere il disco, produrlo, farlo uscire e quell’amore è passato, quindi sono tranquilla ma se ne avessimo parlato un anno fa (ride)… Mi rendo conto che la dimensione d’incertezza si riverbera anche nel modo in cui siamo nei rapporti, volevo parlare di questo, di un amore che quando comincia è già ipotecato.

Quindi per te è una cosa catartica scrivere, diciamo.

Sì, quando ho finito il disco ho sentito che era andata.

Faccio un’altra domanda un po’ classica… quali sono le tue influenze musicali principali? Io in te ho sentito molto Mia Martini.

Oddio grazie!

Risentendo Futuri Qualcosa ho sentito un po’ di Minuetto, quindi l’associazione mi è venuta di conseguenza.

Senti, Mia Martini: idolo, è il mio idolo. Per quanto la sua musica sia pesantissima, ci sono dei dischi che avresti voglia di ascoltare in loop. In generale le mie influenze musicali sono legate a grandi voci e grandi cantanti. Ho ascoltato un po’ di tutto ma ho una passione per le storie di alcune voci tra cui Mia Martini, Amy Winehouse, Nina Simone, Billie Holliday… Pensa che un anno fa, io ad un certo punto mi ero fissata che doveva fare un documentario su Mia Martini (ride), perché ho pensto che questa storia nessuno la racconta, ed è una storia incredibile. Di mezzo c’è l’amore che provava per Ivano Fossati, il fatto che la sorella fosse la Berté, la sua morte assurda… Poi ho saputo che stavano facendo una serie.

Ma della RAI?

Forse della RAI.

Il che mi preoccupa.

Eh (ride), sai tipo gli sceneggiati.

Sai, De André non è uscito malissimo, potevano farlo peggio, alla fine.

Sai, mi ha sorpreso perché vedi da qualche parte c’è una riscoperta. Mia Martini ha avuto una vita molto sofferta. Il punto è che sono molto legata alle interpreti, questo sì, mi appassionano le loro storie perché comunque effettivamente, per quanto possa appartenere ad una dimensione di musica indie, come la vogliamo chiamare, chiaramente vengo da un mondo proprio del canto e della canzone, sono cresciuta con la canzone italiana, tipo Gino Paoli. Poi chiaramente mi sento di tutto, dovessi sentirmi Mia Martini tutto il giorno mi sparerei.

Gli ultimi tre dischi che ti sei sentita?

Non troppo tempo fa ho avuto un amore molto “grosso” per Moses Sumney e il disco Romanticism, il disco è uscito nel 2017 ma l’ho scoperto un po’ dopo. Mi è piaciuto perché ha questa voce maschile ma molto acuta. Ultimamente mi sto sentendo un sacco di cantanti, come Georgia Smith che fa una specie di soul…

Mi stai facendo sentire ignorante.

(ride) Sono cose che mi hanno mandato miei amici più orientati verso la scena più soul/r’n’b. Pensando ad artisti italiani, mi sono sentita recentemente il disco di Sinigallia che mi è piaciuto molto. Certo è un cantautorato più vecchia scuola, fatto con amore.

Per qualche motivo lo confondo spesso con Sarcina delle Vibrazioni, credo per colpa di Sanremo, che generalmente tendo a vedermi a spezzoni, ed ogni anno ci sono entrambi e ormai li confondo.

Chissà Sarcina che fine ha fatto… Pensa, scoop, una delle mie prime esperienze musicali è stata con Sarcina, perché ho cantato (zan zan) in un film quando avevo 19 anni e praticamente con la mia band rock siamo andati a fare ‘sto provino, era un film sulla scuola, queste cose qua. Cosa terribile: non prendono la mia band e prendono me, ed io lì «No, come faccio a lasciarli i ragazzi» e alla fine abbiamo fatto ‘sto film, io da sola, e la colonna sonora era di Francesco Sarcina, quindi sono andata in studio con lui a registrare le canzoni.

Bello.

Bello ma non puoi capire quanto me la stessi facendo sotto. (ride) Insomma, ero piccola, il film si chiamava La scuola è finita, andò al festival di Roma ma non ebbe tanto successo a livello di pubblico, anche perché era uno di questi film sulla scuola un po’ pesanti, «non c’è speranza» ‘ste cose qua.

Madonna, tanto pe’ cambià. (ridono) Cambiando versante, che importanza dai alla struttura ritmica di una canzone? Ad esempio la batteria del disco mi era piaciuta molto.

Grazie! Intanto nominiamo il fantastico Francesco Aprili che è stato il batterista di Giorgio Poi — che non è il batterista dei miei live, che invece è Pierantonio Grassi — ha registrato con noi in studio e ci ha messo proprio il tocco. Nel mio disco ci sono pochi pezzi che hanno evoluzione ritmica, però proprio in quelli dovevo sottolineare alcuni momenti, come ad esempio L’attesa in cui la base ritmica è circolare, non cresce mai proprio come in uno stato di sospensione. In Futuri Qualcosa c’è una parte più intima e poi cresce grazie anche alla batteria. Devo dire che è stata usata poco ma sempre per sottolineare… come pure in Compleanni dove la batteria è protagonista ed è il pezzo più sfogato.

L’arrangiamento l’hai curato tu oppure…?

Io insieme a Fabio Grande

È proprio bello l’arrangiamento, tutta la sezione di archi è sempre inserita bene nel contesto. Come hai curato l’arrangiamento? È stato lungo e difficile oppure ti è venuto tipo illuminazione divina?

Ho avuto la fortuna di lavorare con Fabio Grande, lavora come produttore musicale ma è anche cantante e il suo gruppo si chiama “I quartieri”, mo’ dovrebbe uscire pure qualcosa, ed è un grandissimo musicista, lo stimo moltissimo. La fortuna è stata lavorare con lui, io andavo chitarra e voce ed iniziavamo a dirci «ma te che ci vedi?», è stato un lavoro in due tempi, devo dire che è stato molto divertente. Siamo stati in due a fare questo lavoro di fantasticare e poi abbiamo chiamato i musicisti quando avevamo tutto pronto.

La produzione mi piace perché è pulita, cioè la voce si sente forte e chiara e non è scontato, priva di effetti. Passiamo ad un’altra domanda, qual è la tua giornata tipo di composizione? Cioè ti svegli la mattina e bum, illuminazione oppure…

Lo sai è un po’ difficile, ma provo a risponderti. Non so mai prima se mi metterò a comporre, al massimo se ho avuto la folgorazione so quando mi rimetterò a lavorarci nei giorni successivi. Lavoro come insegnante di canto e mi sto specializzando in Psicanalisi quindi in realtà ho pochissimo tempo, nel senso che tutti i pomeriggi insegno e nel weekend penso alla specializzazione.

Quindi diciamo che il tuo non è un lavoro full time.

Diciamo che la mattina lavoro alla specializzazione e solo dopo che ho finito con il mio ultimo allievo riesco a dedicarmi alle mie cose. Mi metto proprio al pianoforte ed inizio un po’ ad improvvisare. Sono sempre combattuta quando penso «vorrei fare solo questo», da una parte ti direi che sarebbe bello svegliarmi la mattina e fare musica, dall’altro penso che fare altro mi fa arrivare un sacco di altre cose… il fatto di insegnare musica mi tira pure un po’ fuori da quel “narcisismo” che si ha quando si scrive e invece tutto il giorno ho persone che cantano; ci tengo un sacco che anche loro comincino a scrivere, che trovo sia una parte del lavoro che si può fare con il canto. Poi certo se un giorno arrivo a Sanremo non mi dispiace (ride).

Hai mai pensato di andare a cose tipo Sanremo giovani oppure XFactor?

Allora, ad XFactor ci andai nel 2013, quando ero piccola, e mi prese un attacco di panico (ride) per l’ansia dell’esibizione; è una situazione al limite. Andai al Napoli ci misero dentro un recinto sotto il sole di maggio e dovevano passare per fare lo spot, siamo stati lì dalle 10 di mattina fino alle 17. Ho fatto il provino e mi avevano pure richiamato, ma ho rinunciato. Invece Sanremo sai, quando ero piccola dicevo «vabbè Sanremo», invece ora sai che sogno.

Che poi è stato sdoganato ormai, c’è andato Lo Stato Sociale ed altri artisti “indie”.

Bello sì, mi piacerebbe. T’immagini mia madre quella sera? Ci andrei solo per lei.

Un bel gancio per la prossima domanda, ma quindi tu cosa ne pensi della scena musicale italiana?

Penso sia molto interessante quello che sta succedendo da un po’ di anni. È stato sovvertito l’equilibrio tra le realtà indipendenti e le major e mi piace molto il fatto che si sia diffusa questa cosa di scrivere in italiano. Ho un “però” su questo: forse un po’ d’anni fa non era così diretto il nesso il cantautore e il successo. Diciamo che c’era una certa libertà non solo nello scrivere ma anche nell’esplorare cose più distanti, non c’era quel pallino lì che se non hai le visualizzazioni su youtube sei uno sfigato. Questa deriva un pochettino mi preoccupa. Quando siamo entrati io e Fabio (Grande) in cabina di produzione ci siamo preoccupati di fare il pezzo migliore possibile, senza pensare a quanto fosse radiofonico.

Ma secondo me è radiofonico il tuo album.

Magari (ride).

Cioè passa la Dark Polo Gang in radio, grande rispetto per la Dark Polo Gang però… tra l’altro mi stupisce che passino in radio, piccolo inciso.

Beh so andati pure ad X Factor, hai visto? Facevano tipo la parte finale con i talenti incompresi.

Rispetto ai social com’è cambiato l’approccio di un’artista?

Guarda, vedo che determinate cose sono cambiate velocemente; durante la mia post-adolescenza è nato facebook, adesso facebook lo si usa di meno e si usa di più Instagram. I linguaggi sono cambiati, la tua esposizione passa moltissimo attraverso la tua immagine e il modo in cui la gestisci. In realtà io ho una pagina artista e una pagina personale, un profilo instagram che è tutto insieme ma usato per lo più con la musica, non mi va di condividere me che faccio colazione (ride).

 

 

Hai anche fatto un video con le Instagram stories…

Si, quindi instagram ho iniziato ad usarlo per divertimento, sempre tenendo a mente che per me è un gioco. Uso le stories quando faccio un live anche per dire «guardate, sono qua», ma non lo uso per farmi i video con le mie amiche, non mi sembra in linea con il messaggio che voglio mandare. Riguardo al video, l’abbiamo fatto quasi per gioco e ci siamo divertiti un sacco, tutto il giorno a fare stories fino alle due di notte.

Tornando al disco, «e ci sarà per me un’altra possibilità di tornare a guardare/quella lunga strada bianca verso il mare». Pensando al fatto che sei di Roma Sud ho istintivamente pensato fosse la Cristoforo Colombo (ride). Cosa rappresenta per te quella strada bianca?

Grazie per la domanda (ride). È una canzone sulla mia famiglia, parla del tempo che passa, della fatica di procedere e mantenere la speranza che possano esserci momenti di ricongiungimento. La mia famiglia è molto unita ma ha anche dei momenti di conflitto. La strada bianca è come dire «ritorniamo a quei momenti spensierati», letteralmente la lunga strada bianca è la pista ciclabile di Sabaudia che mi portava dalla casa alla spiaggia. La mia famiglia come tante negli anni zero aveva la casa al mare e poi dopo la crisi per forza di cose «ci si stringe». Sicuramente il fatto di passare da un certo benessere ad un altro ti crea un ricordo e un po’ di nostalgia, per quanto ci sia gente messa peggio di me.

Sempre nel tuo disco dici «E non so se amo più di te/La tua attesa». Il motivo dell’attesa è ricorrente nelle tue canzoni, perché?

Intanto, perché ho avuto molto spesso, per non dire quasi sempre, amori un po’ complicati nella vita. Ho vissuto spesso rapporti dentro i quali l’assenza dell’altro era una costante, ed era un’assenza non soltanto fisica. Mi ritrovo molto spesso a vivere degli amori in cui c’è una situazione di solitudine molto grossa, e dentro quella solitudine da una parte c’è la libertà, dall’altra il dover fare i conti con un’assenza a volte difficile da riempire.

Mi viene in mente che in una tua canzone ( Lacrime e Ramen ndr) parli proprio delle cose della vita di tutti i giorni ma sempre in relazione all’assenza dell’altro. Era divertente vedere come il concetto dell’assenza si rifrangesse sull’esperienza reale.

Eh sì, penso che il disco sia il riempimento di quel vuoto. Nel senso che dopo che l’ho finito di scrivere e l’ho arrangiato sono andata avanti.

Quindi il prossimo non sarà su questa cosa (ride).

Vediamo, vediamo come va la relazione attuale (ride). In ogni caso questa solitudine che ci lascia liberi di esplorare, fare, cambiare… però dopo in quei momenti quotidiani, familiari, genera un «ah beh sto a cena non so dove da sola, stasera», che per certi versi è bello, divertente, i primi tempi quando sono venuta ad abitare al Pigneto mi sembrava di stare a Parigi. Però comunque stai a cena al ristorante da sola al Pigneto.

Giorgio Di Maio
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