Quando esce un disco nuovo, può capitare di doverlo ascoltare due o tre volte prima di cogliere la sua bellezza, prima di comprenderne il valore. Al primo ascolto si è titubanti, straniti, scettici. Poi ascolto dopo ascolto, la prospettiva cambia. Ci sono dischi così.
E poi ci sono i dischi che ti fulminano sin dall’inizio. Quelli che no, non ti serve ascoltarli due volte per capire che sono dei piccoli gioielli.
Ecco. DIE, il nuovo album di IOSONOUNCANE (nome d’arte di Jacopo Incani, musicista di origine sarda) appartiene alla seconda categoria.
In uscita il 30 Marzo per “la famosa etichetta Trovarobato”, il disco arriva a cinque anni di distanza dall’esordio intitolato La Macarena su Roma, con il quale si notano alcune linee di continuità ma anche evoluzioni e crescite che alzano di parecchio l’asticella, sia dal punto di vista sonoro che contenutistico ed è perfettamente in grado di coinvolgere i neofiti senza scontentare affatto i fan della prima ora.
Senza usare inutili giri di parole, DIE è un disco di grande spessore.
Si tratta di un concept incredibilmente ambizioso (a ragione), il racconto di due personaggi, un uomo e una donna, che da due prospettive differenti – il primo circondato dal mare, la seconda in attesa sulla spiaggia – raccontano la loro esperienza, la distanza, l’attesa e le rispettive paure. È anche una sorta di racconto esistenziale su temi come l’Uomo, la Morte, il Tempo e la Natura, ma la cosa più bella è che è aperto alle interpretazioni, non si irrigidisce per forza in traduzioni unilaterali.
Ci ritroviamo nelle cuffie un unico brano diviso in sei atti, dalla struttura circolare più che lineare: il pezzo di apertura, Tanca, e quello di chiusura, Mandria, sono vicini sia a livello di sonorità (sono i due più oscuri dell’album, i più sintetici) che a livello semantico (“tanca”, in sardo, è un terreno recintato in cui pascolano le greggi). Anche gli altri pezzi proseguono con coerenza, indicando la dimensione concreta di questo racconto per immagini alternando velocità e lentezza, aprendo lo spettro sonoro e rendendolo più luminoso, a tratti spensieratamente bucolico e a tratti tragico.
La prima traccia (che è anche il primo singolo estratto) è un sabba elettronico il cui ritmo, volutamente ossessivo, ci spinge subito «contro gli scogli», ci immerge nella tempesta sottolineando già la distanza fisica tra i due protagonisti («rive lontane dagli occhi»), introducendo il dramma ed anticipando il possibile epilogo («l’uomo che cadrà»).
Stormi arriva a perdifiato insieme al «mattino con la luce del sole», illuminando letteralmente il disco e ricordando, con più spensieratezza, il Battiato di Summer On A Solitary Beach; e se Buio rallenta fino diventare l’istante di una fotografia del porto e della terra al calar del sole, con Carne si accelera di nuovo, toccando l’apice del disco: una canzone che fa un po’ pensare ad una tragedia greca, per il lirismo bello e terribile, commovente, l’aura di sacralità tipica del mythos, con le voci campionate che non fanno soltanto da sfondo, ma interloquiscono col canto principale proprio come un coro greco. Il testo alterna immagini di forza a momenti di dolcezza inaspettata «Batte scirocco sulle prore, batte alle porte, prende il mare […] svegliami domani amore mio, con l’arrivo del sole».
Fatta di sali-scendi, proprio come il panorama sardo, è Paesaggio: metà elegia funebre, metà corsa sotto il sole a picco, ci trascina fino all’ultimo pezzo, che chiude il cerchio con assoluta coerenza.
Musicalmente l’album è ricchissimo, una costruzione sonora stratificata, sintomatica di un perfezionismo compositivo estremo, una tessitura equilibrata di elettronico e analogico, di campionamenti, voci, suoni, fiati e rimandi alla musica tradizionale sarda.
Ricco ma mai ridondante, tutto è calibrato con esattezza calviniana, quella che ti emoziona e ti lascia a bocca aperta perché qui non manca nulla e non c’è nulla di troppo.
Si sente la Sardegna, in questo disco, eccome se si sente. A partire dal titolo (“die” in sardo significa “giorno”), il paesaggio della terra natale è radicato nel lessico oltreché nel suono: nei testi “sole” ricorre frequente, ma anche sale, mare, rive, scirocco in una ragnatela di assonanze e allitterazioni acute che contrappongono la natura all’uomo (mani, fianchi). Ma la Sardegna non è soltanto mare e sole, è anche fuoco, pietra, buoi, campi, frantoi. È anche terra. L’immagine fornita dalla scrittura è completa e chiara, articolata ma all’apparenza semplice. E, per questo, efficacissima.
Se proprio bisogna dirlo, l’unica critica che si può fare a Jacopo Incani è che il suo disco finisce troppo presto, mentre tu sei lì che vorresti avere ancora da ascoltare e ti ritrovi a dire a voce alta, senza accorgertene «merda, di già?». Ma, capiamoci, non c’è nulla di inconcluso, di lasciato a metà. È solo che quando arrivi alla fine ci rimani un po’ male.
Come per tutte le cose davvero belle, quando finiscono.
Foto di Silvia Cesari
