Musica: L’inconsapevole sintesi dei Coma_Cose
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L’inconsapevole sintesi dei Coma_Cose

La prima volta che ho ascoltato i Coma_Cose era ottobre, fuori c’era il diluvio universale, e l’interminabile attesa di un’altra estate mi soffocava. In preda alla malinconia, ho indossato le cuffiette e ho iniziato ad ascoltare random musica indie su YouTube, così, per puro autolesionismo. Tra un Calcutta e un Frah Quintale, tra gli artisti […]

La prima volta che ho ascoltato i Coma_Cose era ottobre, fuori c’era il diluvio universale, e l’interminabile attesa di un’altra estate mi soffocava. In preda alla malinconia, ho indossato le cuffiette e ho iniziato ad ascoltare random musica indie su YouTube, così, per puro autolesionismo. Tra un Calcutta e un Frah Quintale, tra gli artisti correlati ho letto «Coma_Cose – Deserto», e il solo pensiero della sabbia e dei 40° all’ombra mi spinse ad aprire il video. Non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo nemmeno chi e quanti fossero gli artisti. Poi parte: «Bruciamo i reggiseni e le gonne / organizziamo un rave alle Colonne» ed ero già fan. Quando poi ho avuto l’opportunità di intervistarli, mi sono posto un obiettivo: cercare di raccontare i mille volti dei Coma_Cose, tanto ambigui quanto geniali, per comprendere a pieno il loro mood e la loro collocazione nella musica italiana.

 

 

Ciao ragazzi, vorrei innanzittutto ringraziarvi per quest’intervista. Mi dichiaro sin da subito vostro assiduo ascoltatore, ma al contempo mi domando se anche il resto dei lettori di Dude Mag lo sia; nel dubbio vi chiedo di presentarvi nel modo più naturale ed informale possibile.

Ciao a tutti, siamo Fausto e Francesca, due ragazzi di Milano che fanno musica.

Cannibalismo è la prima pubblicazione ufficiale risalente a circa un anno fa, ma da quanto tempo realmente fate musica?

Da sempre, la musica si è evoluta con noi nel corso degli anni ed ora siamo approdati al progetto Coma_Cose.

Analizzando la vostra musica, dalle produzioni ai testi, si notano numerose contaminazioni: dal cantautorato all’hip hop, da suoni acid al neonato “indie-rap”. Il vostro è un potpourri voluto per creare un suono unico oppure siete semplicemente figli di ciò che avete ascoltato nel corso degli anni?

Come hai detto tu mettiamo nelle canzoni tutto ciò che ci piace, dalle cose più legate agli anni novanta fino a sonorità più contemporanee. Ci stupisce sempre quando ci dicono che siamo “originali” perché non è un risultato dato dalla ricerca ma da un’inconsapevole sintesi.

Ciò che salta all’occhio da subito nei brani è l’estro con cui giocate con le parole, stravolgendole e dando vita a significati nuovi; merito del freestyle o c’è dietro un lavoro più accurato?

Il freestyle lasciamolo ai “regaz” nei parchetti e nei parcheggi fuori dalle jam [ridono], per quello servono delle skills che non abbiamo. Ci piace pensare che la nostra scrittura proceda su più livelli, un primo più accessibile, ma più si scava più si trovano altri messaggi criptati.

Da qualche anno a questa parte, grazie ad artisti quali i Thegiornalisti, Calcutta, Gazzelle, è nato questo nuovo movimento definito “post cantautorale” in cui forse erroneamente vi inseriamo; secondo voi nasce per creare una valida alternativa alle fiabesche “canzoni da Festival” oppure per la necessità di raccontare il quotidiano anche nelle sue apparenti banalità?

Noi non lo definiremmo “post” ma “cantautorale” e basta. Finalmente si sta tornando ad ascoltare chi canta ciò che scrive, non abbiamo mai trovato interessanti gli interpreti, né quindi tutti i vari talent.

I vostri testi descrivono solitamente momenti e situazioni concrete, schiette, reali in cui il protagonista non è un supereroe ma un semplice operaio. Pensate che questo modo di far musica abbia colmato quel distacco presente tra ciò che crea l’artista e quello che effettivamente recepisce il pubblico?

Bisogna dire quello che si è e quello che si vive, ma il ruolo dell’artista è la capacità di sintesi, più essa è “concretamente poetica” e più una canzone può arrivare alla gente.

 

 

 

Spesso, come ben sapete, la musica si lega al cinema tramite citazioni o riferimenti nei testi. L’altro giorno, facendo zapping in tv, mi è comparso un film dal titolo Interno Berlinese ed il collegamento al vostro EP Inverno Ticinese è stato tanto immediato quanto sorprendente; ma effettivamente c’è un nesso tra loro oppure ho solo fantasticato un po’ troppo? Vi capita di trarre ispirazione dai film che guardate?

Questo film che ci citi non lo conosciamo ma ora siamo curiosi e ripareremo [ridono]. La parte visiva dei Coma_Cose è curata al 100% da noi e come nella musica ci piace nascondere nei nostri video varie citazioni.

Se qualcuno ascoltasse per la prima volta i Coma_Cose sono convinto che noterebbe subito il binomio magico che siete riusciti a creare; le vostre voci si intrecciano e compensano a vicenda, dando vita a delle melodie che solo insieme potete creare. Secondo voi, e qui vi voglio schietti e sinceri, musicalmente esisterebbe l’uno senza l’altro?

NO.

 

 

Proiettandoci un attimo nell’imminente futuro, cosa c’è da aspettarsi dai nuovi progetti? Con l’ultimo singolo Post Concerto avete leggermente deviato dai classici suoni che vi contraddistinguono, mantenendo però quei marchi di fabbrica che sono i giochi di parole e lo storytelling nudo e crudo. Nei prossimi lavori avete intenzione di ribaltare le aspettative con qualcosa di totalmente nuovo o manterrete l’ormai collaudato concept? Ma soprattutto, ci sarà spazio per un disco ufficiale o continuerete con la “politica dei singoli”?

Fra poco uscirà Nudo Integrale (da oggi potete ascoltarlo qui n.d.r.) e anche questa volta cambieremo le carte in tavola, questa cosa di cambiare sempre restando totalmente riconoscibili è un grande stimolo, ci sono artisti che pur piacendoci quando cominciano a ripetersi sempre smettiamo di ascoltare.

Come ultima domanda vorrei non farvi una domanda, bensì vi chiederei di convincere un ipotetico ascoltatore ad approcciarsi alla vostra musica. Cosa dovrebbe aspettarsi? Come dovrebbe interpretare i vostri testi?

Siamo i più fighi di tutti! È abbastanza?

Riccardo Rochira
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