London Voices: Intervista con gli Ezra Collective
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Intervista con gli Ezra Collective

Torniamo a parlare di quest’ondata di Jazz londinese che ci sta facendo perdere la testa. Questa volta i protagonisti di London Voices, sono gli Ezra Collective, progetto fra i più originali e in vista di tutta la scena inglese. Due album a loro nome, Chapter 7 del 2016 e Juan Pablo The Philospher del 2017, […]

24 Set
2018
London Voices

Torniamo a parlare di quest’ondata di Jazz londinese che ci sta facendo perdere la testa. Questa volta i protagonisti di London Voices, sono gli Ezra Collective, progetto fra i più originali e in vista di tutta la scena inglese. Due album a loro nome, Chapter 7 del 2016 e Juan Pablo The Philospher del 2017, una serie di singoli rilasciati quest’anno, diversi tour europei e non all’attivo, una solida fan base e reputazione a cavallo fra diversi mondi: dal Jazz all’Hip-Hop, passando per l’Afro-Beat e il Soul.

 

 

Sono infatti proprio questi i generi principali cui i cinque componenti fanno riferimento per creare la loro formula originale, un risultato perfettamente equilibrato e stimolante come pochi. Va da sé quindi che in occasione della data romana al Monk non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di andare a goderceli dal vivo e di scambiare due chiacchiere con Femi Koleoso, batterista e leader della formazione, già conosciuto per essere membro stabile nelle band delle meravigliose Jorja Smith e Nubya Garcia.

Mi incontro con Femi poco prima dell’inizio del concerto e ci mettiamo seduti all’aperto, cominciando a chiacchierare: le vibrazioni che trasmette sono esclusivamente positive, è quasi come se in ogni parola fosse percepibile la gioia e la gratitudine per il poter vivere di musica. Incontrare persone con questa attitudine è assolutamente rigenerante per chi ci viene a contatto, e questo spirito raggiante sarà confermato anche durante l’intervista. Dopo i primi educatissimi convenevoli, («io sto benissimo amico, tu invece come stai?») entriamo nel vivo.

 

 

È passato diverso tempo da quando ho iniziato a seguire la cosiddetta nuova scena Jazz londinese e avendo visto dal vivo diversi dei suoi interpreti posso dire che in un certo senso abbiate riportato la parte “divertente” nel Jazz, un certo tipo di energia soprattutto durante i concerti, pensi che sia vero?

Sì, ho sempre visto la musica che facciamo come musica da ballare, da godere. Sono contento che questa sia la percezione che si ha all’esterno, tutta la scena la pensa nello stesso modo in cui la penso io.

So che come Ezra Collective vi siete conosciuti in un centro di sviluppo jazz chiamato Tomorrow’s Warriors. Ci sono molti progetti del genere a Londra? Pensi che siano stati una parte importante di questo rinascimento della black music della città?

Non direi che ce ne sono una tonnellata di progetti come Tomorrow Warriors, ma parecchi, sì. Credo siano progetti vitali, avere un’istituzione, un’organizzazione che lavora esaltandosi nella convinzione che tutti sono uguali, che ognuno possa essere libero di partecipare, sia che tu sia ricco o povero, bianco o nero, maschio o femmina: se chiunque ha la possibilità di accedere a progetti del genere, ciò porterà automaticamente alla luce, durante il processo creativo, tutta la tua anima, la tua creatività. Per questo avere Tomorrow Warriors a Londra è una benedizione e sicuramente penso che avere più luoghi del genere, dedicati allo sviluppo musicale e umano, corrisponde ad una crescita musicale dell’area in cui sono presenti.

 

 

Londra: cosa significa per voi, a livello musicale ma anche umano?

È la migliore città del mondo! Ciò che amo di più della città è il suo multiculturalismo. Posso essere a Londra, camminare 400 metri e incontrare trenta persone da trenta paesi diversi. Quando vai a scuola a Londra ti capita di sederti accanto a un ragazzo turco, o un inglese, un jamaicano, un nigeriano, uno spagnolo, un giapponese, tutte queste persone sono nella tua stessa classe e si crea questo mix di culture che penso sia una cosa estremamente positiva. È un processo che io ho sempre cercato di supportare e di mettere in mostra sotto una luce positiva, perché è qualcosa di meraviglioso con il quale ho personalmente avuto la fortuna di crescere, ho amici d’infanzia dei Caraibi, il mio migliore amico è Turco, la mia famiglia è Nigeriana, andavo a scuola con il mio amico Martin, un ragazzo inglese bianco — è un modo di vivere pieno di sentimento, di anima. Questa è sicuramente la mia cosa preferita di Londra.

L’altra cosa che amo della capitale è che essendo una città così grande, troverai sempre qualcuno che ama ciò che ami. Se sei interessato a qualcosa, anche se è un po’ pazza, che può essere il Jazz ma ad esempio anche il Rock sperimentale, ci saranno sempre tantissime persone che condivideranno i tuoi interessi.

 

 

Chapter 7 nel 2016, Juan Pablo The Philosopher nel 2017 e un ultimo singolo uscito giusto qualche giorno fa: come fate a mantenere questo ritmo nelle uscite, considerando anche che, musicalmente, è ogni volta un passo in avanti?

Sai io guardo il rilasciare nuova musica come l’istantanea, la documentazione del momento che stiamo vivendo. Non sono fissato con il realizzare un progetto “perfetto”, sono più per il documentare ciò che sta succedendo ora, in questo momento: che sia cool o no, questi siamo noi, in questo preciso momento. In quest’anno ormai quasi passato, il 2018, abbiamo rilasciato tre pezzi, Pure Shade a Gennaio (n.d.r. singolo contenuto nella fantastica compilation sul nuovo Jazz inglese della Brownswood Recordings We Out Here), Mace Windu a Maggio e Reason In Disguise (feat. Jorja Smith) adesso a Settembre.

Stiamo solo cercando di continuare a registrare e scattare instantanee di quest’anno, continueremo a fare musica e a registrarla fin quando ci farà essere felici e sentire che stiamo procedendo in avanti.

 

 

Credo che nella vostra musica i due temi principali siano una grandissima attenzione alla sezione ritmica e la ricerca di melodie forti, quasi pop in un certo senso. È qualcosa che vi è sempre venuto naturale o avete lavorato molto in questa direzione?

Sì è vero, assolutamente. Credo che il processo con cui scriviamo una canzone non sia mai cambiato fin dall’inizio. Ad esempio a me può venire in mente una melodia o un beat, e poi tutti gli altri ci aggiungono qualcosa, questo tipo di processo è rimasto sempre lo stesso; dal momento che abbiamo iniziare a suonare insieme fin da piccoli, da adolescenti, anche il semplice crescere insieme ci ha permesso di costruire questa nostra personale connessione a livello musicale, evolvendoci insieme come band. Sicuramente c’è una grandissima enfasi sulla sezione ritmica, è la parte migliore! [ride].

 

 

Mettiamo caso che dovessi aiutare qualcuno che non ha mai sentito gli Ezra Collective ad entrare nel vostro mondo. C’è, così su due piedi, qualche disco, libro o film che pensi possa essere utile?

È una gran bella domanda, mi vengono poste domande tutti i giorni ma ancora nessuno mi aveva chiesto di citare libri o film.

Il più grande film di tutti tempi è School of Rock: quello per me è in un certo senso la rappresentazione di ciò che ricerco attraverso la musica. Sai la scena in cui [Jack Black] vede i bambini esercitarsi suonando musica classica e ne rimane impressionato, e poi parte una canzone degli AC/DC come colonna sonora, e lui corre a prendere le chitarre elettriche e in quel momento decide che devono assolutamente formare una rock band. Da quel momento in poi nel film c’è solo pura gioia e felicità, tutti si divertono e si godono il processo di formazione della band, non c’è mai un momento in cui qualcuno dice «oh, hai toppato quella parte», ma ci sono solo incoraggiamenti e complimenti l’uno con l’altro. [ndr andiamo avanti per cinque minuti buoni a citare le scene più cult del film]

È un film importante per tutti negli Ezra Collective, praticamente tutti possiamo recitarti a memoria le battute, lo abbiamo guardato insieme e ognuno per conto suo un sacco di volte.

Sai che c’è, invece a livello di libri devo dirti la Bibbia, d’altronde è da lì che abbiamo preso il nostro nome [ndr. Ezra fu il sacerdote che condusse il ritorno del secondo contingente di Ebrei dall’esilio babilonese nel 459 a.C., e a cui vengono attribuiti i vari Libri di Esdra e i libri delle Cronache della Bibbia.] ci siamo ispirati molto alla storia dei vari profeti come propulsione per la band, per guardare e andare sempre in avanti.

Per quanto riguarda la musica, limitandomi a citare un solo disco devo per forza andare su Zombie di Fela Kuti. È il nostro disco preferito, lo abbiamo suonato insieme fin da ragazzini, ogni tanto lo suoniamo anche dal vivo.

 

 

Ne abbiamo parlato fino ad ora, ma onestamente, vi sentite parte di questa scena londinese?

Penso che i giornalisti e i media ne parlino più di quanto ne parliamo noi.

Per me si riduce tutto nell’essere circondato da alcuni dei musicisti più dotati del mondo, che per mia fortuna sono anche miei amici, fin da adolescenti. La vedo come una rete di persone che mi ispirano, che ammiro, Henry Wu (aka Kamaal Williams) e Moses Boyd sono miei fratelli, come anche Yussef Dayes, Shabaka (Hutchings), è un vero eroe, una vera ispirazione. Cerco sempre di farmi ispirare da tutto ciò che ci succede intorno, Londra è un gran bel posto in cui trovarsi in questo momento, tante persone che fanno grande musica: ognuno spinge l’altro oltre i propri limiti, ognuno è di stimolo all’altro per superare i propri limiti e diventare la migliore versione possibile di noi stessi, senza che questa sana competizione intacchi la nostra amicizia.

Un album nel 2016, uno nel 2017 e tre singoli nel 2018, e ora?

Io rilascerò un disco il prossimo anno. Siamo in tour da un mese ormai, e stiamo provando un po’ di cose, anche stasera suoneremo delle cose inedite. Ci stiamo godendo il processo, voglio solo continuare a viaggiare, fare musica, a tornare in Italia, a passare tanto tempo in Europa, sperando che il prossimo anno potremo passarne un po’ di più in America e Sud America: sto anche cercando di andare in Africa il prossimo anno.

 

 

Nell’ultimo singolo avete collaborato con la fantastica Jorja Smith. Avete una lista di collaborazioni che sognate magari per il prossimo album?

Non so amico, chiunque risponda alla chiamata! Chiunque io consideri cool è qualcuno con cui vorrei collaborare: per me tra l’altro una collaborazione può esprimersi in qualunque contesto, ad esempio se passo del tempo a rilassarmi con Little Simz che mi racconta delle storie del tour e imparo qualcosa da lei in quel modo, oppure quando sono stato in studio con Chance The Rapper e ho semplicemente passato un po’ di tempo con lui ed è stato molto figo, oppure Kendrick, o Kamasi Washington, Shabaka, Henry Wu; tutte queste persone, quando ci passo del tempo insieme mi ispirano, voglio collaborare con chiunque mi ispiri, sia che questo voglia dire averli ospiti sul nuovo album degli Ezra oppure che sia io a suonare sul loro disco, ma andrebbe bene anche solo godersi la reciproca ispirazione e non registrare niente.

Sicuramente mi piacerebbe collaborare con qualcuno della scena UK, ma anche della scena Jazz di Los Angeles che mi fa impazzire, insomma con chiunque capisca di poter scrivere una canzone figa: secondo me io e Kanye West potremmo scrivere una canzone da paura, ma non ho il suo numero. Se ti capita fra le mani passamelo che gli faccio uno squillo!

Faccio appena in tempo a promettergli di passare il suo numero a Kanye che purtroppo devo lasciare andare Femi a prepararsi per salire sul palco. Il concerto degli Ezra Collective è stato esattamente ciò che mi ero immaginato, forse anche qualcosa di più: circa un’ora e un quarto di Jazz ultra moderno su una ritmica afro-beat, con un interplay fantastico, in particolare fra lo stesso Femi e Jon Harmon Jones, il tastierista.

Impossibile rimanere fermi, non lasciarsi trasportare dagli eccellenti assoli di tutti, impossibile non uscire dal Monk con un sorriso enorme stampato sulla faccia, ringraziando gli Ezra Collective, Londra, il Jazz, la musica e in generale tutto ciò che ha contribuito a far sì che si potesse creare un momento tanto speciale: a far sì che la tradizione, speriamo immortale, di lasciarsi trasportare dalla musica in un luogo di pura gioia, riflessione e bellezza continui imperterrita nel tempo, a suscitare emozioni con pochissimi eguali.

 

Foto di Cristina Giustiniani

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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