London Voices: I Sons Of Kemet hanno suonato a Roma
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I Sons Of Kemet hanno suonato a Roma

Quest’estate romana è veramente caldissima. Per il meteo implacabile, ma soprattutto per una inconsueta ondata di calore e fermento, quella dei tantissimi concerti che stanno avendo luogo nella capitale. A farla da padrona è il jazz, in tutte le sue più disparate e diversissime sfumature: noi ovviamente non potremmo esserne più felici. Si inserisce in […]

3 Ago
2018
London Voices

Quest’estate romana è veramente caldissima. Per il meteo implacabile, ma soprattutto per una inconsueta ondata di calore e fermento, quella dei tantissimi concerti che stanno avendo luogo nella capitale. A farla da padrona è il jazz, in tutte le sue più disparate e diversissime sfumature: noi ovviamente non potremmo esserne più felici.

Si inserisce in questo contesto il live dei Sons Of Kemet di mister Shabaka Hutchings, probabilmente il musicista più importante di tutta questa meravigliosa scena inglese e londinese che vi stiamo raccontando da qualche tempo nella rubrica London Voices. Il live della band del trentaquattrenne sassofonista cresciuto fra Londra, Birmigham e Barbados, si inserisce nel calendario del Roma Jazz Festival, ed è ospitato da Parterre — Farnesina Social Garden, nuova realtà all’aperto del quartiere Flaminio, proprio dietro lo stadio Olimpico.

Shabaka Hutchings non è un nome diventato improvvisamente cool come possono essere quelli di Yussef Dayes, Kamaal Williams o Alpha Mist; forse non è neanche altrettanto conosciuto al di fuori dei confini della capitale inglese o della cerchia di appassionati di jazz e affini, ma la sua importanza reale la si può riscontrare negli attestati di stima più importanti, quelli dei suoi stessi colleghi: tutti lo indicano come il centro della scena, come la chiave di volta di un movimento.

 

 

Effettivamente Hutchings muove i suoi primi importanti passi in uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni, quei Melt Yourself Down capitanati dal sassofonista Pete Wareham che con il sound del debutto omonimo del 2013, a metà fra il jazz più selvaggio, il punk e le evidenti influenze africane e caraibiche, si affermarono come una novità incredibilmente eccitante.

Per Shabaka, i Sons Of Kemet sono il primo gruppo da leader e arrivano sempre nel 2013 con l’acclamato debutto Burn, seguito nel 2015 da Lest We Forget What We Came Here To Do e proprio quest’anno dal concettuale e potentissimo Your Queen Is A Reptile, uscito per la Impulse.

 

 

Il sound dei SOK è forgiato direttamente dall’infanzia e dall’adolescenza di Hutchings, trascorse nell’isola Barbados fino ai sedici anni, fra il carnevale e la musica e i ritmi del posto. È lo stesso Shabaka sul suo sito ufficiale ad affermare come: «Tutti escono per la strada [durante il carnevale] ed è una grande festa e in un certo senso è la sensazione principale che stiamo cercando di ricreare con i Sons of Kemet. Come individuo proveniente dalla diaspora caraibica che immagina quel sentimento, come ricordo quel sentimento provato da giovane, voglio che tutti nella stanza siano così connessi alla sensazione esaltante di godersi semplicemente la celebrazione della musica. Questo è quello che sto cercando di ottenere con le performance, la situazione in cui ogni singola persona in quella stanza può sentire questa energia che ci riunisce tutti. E una volta che siamo insieme, per me è così che avviene la trascendenza».

 

 

Non ci potrebbero essere parole migliori per descrivere il concerto andato in scena sul palco romano. La formazione è praticamente la stessa dell’ultimo, fortunato, lavoro discografico: Hutchings al sassofono, Theon Cross alla tuba, Tom Skinner ed Edward Hick alle due batterie. Niente fronzoli sul palco, poco prima delle dieci i quattro salgono e attaccano “semplicemente” a suonare, scuotendo subito gli animi e cominciando a far saltare sulle sedie tutti i presenti, dalla prima all’ultima fila.

Giocando a riassumere l’esibizione in una sola parola, la prima a venire in mente è sicuramente sudore: in primis quello che ricopre il corpo asciutto e muscoloso di Hutchings, salito sul palco vestito solo di pantaloni colorati e un cappello che presto verrà lanciato via, e che a ogni brano aumenta in proporzione con l’intensità sempre maggiore del concerto; sudore che viene sbuffato fuori dalla bocca ad ogni respiro e pausa fra un fraseggio e l’altro, come fuoco proveniente da dentro e che non può più essere contenuto. C’è anche il sudore del pubblico, che nonostante l’insensata e sciagurata decisione di disporre le sedie davanti al palco, non riesce a rimanere mai fermo e si lascia trasportare dai quattro meravigliosi musicisti.

 

 

Senza ombra di dubbio mi sono trovato davanti ad uno dei concerti più muscolari ed energici della mia vita: le due batterie formano un tappeto ritmico costante ed ipnotizzante al quale è letteralmente impossibile resistere, in un intricato gioco di scambi e botta e risposta senza fine che si fonde perfettamente con le linee di basso tracciate dalla tuba: Theon Cross è semplicemente un animale, instancabile, con un range sonoro che va dai bassi più infernali ad acuti improvvisi che fanno saltare tutti sulla sedia. Credo sia stata la prima volta nella mia vita in cui ho visto un pubblico spellarsi le mani per applaudire un solo di tuba durato parecchi minuti, applausi tutti assolutamente meritati.

Sopra a tutti e allo stesso tempo perfettamente integrato con il tutto, il sax, che non suona, parla. Gli strappi di cui è capace Hutchings lasciano letteralmente a bocca aperta, l’approccio ritmico ai soli crea l’impressione di stare ascoltando un discorso in stile Kendrick Lamar più che un Rollins o un Dolphy, un discorso di cui non vogliamo perdere neanche una parola, perché ci vengono comunicate cose importanti, che ci fanno stare bene e ce ne fanno desiderare sempre di più.

 

 

 

Caraibi, Africa, America, Jamaica, Asia: tutte queste culture si trovano sintetizzate nel sound dei Sons Of Kemet in modo sorprendentemente efficace e naturale, come se non potesse essere altrimenti.

Il concerto è durato circa un’ora e mezza tirata, intensissima, senza pause e con un bel bis. I Sons Of Kemet su disco impressionano, dal vivo bisognerebbe coniare un nuovo termine per descrivere l’effetto che provocano.

A questo punto speriamo di rivedere presto qui a Roma noi loro o uno degli altri progetti del grandissimo Shabaka Hutchings (Shabaka and the Ancestors, The Comet is Coming n.d.a.) perché se l’impressione di trovarsi di fronte a un fuoriclasse moderno è ben percepibile già dalle incisioni, dal vivo quest’impressione si tramuta in certezza assoluta ed incredulità.

Quindi grazie Shabaka, grazie Sons Of Kemet e, speriamo, a presto.

 

 

Testo e foto di Giulio Pecci

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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