Musica: «Ma come ballavano alle feste duecento anni fa?» — Intervista con Marco Castello
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«Ma come ballavano alle feste duecento anni fa?» — Intervista con Marco Castello

Abbiamo parlato con l’autore di “Contenta tu”.

18 Feb
2021

Chiamo Marco Castello il giorno dopo l’annuncio della morte di Chick Corea. Un punto di riferimento della musica jazz, col tempo diventato anche una sorta di figura mediatica, di ambasciatore al di fuori della nicchia di riferimento del genere. Ne parliamo, brevemente, dal momento che Marco, classe ’93 e originario di Siracusa, ha studiato tromba jazz alla Civica di Milano. Voglio partire da quegli anni di formazione jazzistica lontani dalla Sicilia per capire meglio come sia arrivato al suo recentissimo album di debutto, Contenta tu (che di Sicilia è intriso dall’inizio alla fine), quale sia stata l’evoluzione musicale che ha contribuito a formare il disco. Dieci brani di pop raffinato, in cui Marco è l’autore, il cantante, il batterista, il chitarrista, il trombettista – di sicuro mi sto scordando qualcosa. Un po’ cantautore che non si prende sul serio, un po’ musicista serio che si diverte a suonare quello che gli pare: accenni folk, sensibilità jazz e blues, funk, ritmi quasi disco, intessuti assieme ad una scrittura delle liriche fresca e impenitente.

L’album suona leggero, ma tutt’altro che superficiale. Una libertà che Marco si è costruito: «[studiando jazz a Milano] ad un certo punto mi sono reso conto che non ero dove sarei voluto essere. Avevo dei cazzi miei che mi impedivano di studiare quanto e come avrei voluto. Mi mancava quindi un po’ di continuità e in più non mi piaceva il fatto di sentirmi giudicato dall’ambiente jazz nel caso uno avesse deciso di fare un altro tipo di musica.» La sensazione di costrizione si allenta grazie ad un’annata spettacolare, risorgimento di una sorta di “sensibilità jazz” che si espande (per lo meno all’estero) in ogni tipo di musica.

«Recentemente riflettevo con compagni di università sulla quantità di roba incredibile che ci si è rovesciata addosso nel 2015. Un numero di ascolti enorme, più di tutti quelli fatti negli anni successivi messi insieme. In quel periodo lì abbiamo scoperto gli Hiatus Kayote, [ndr. la sua “Porsi” nell’intro sembra citare direttamente un brano del gruppo australiano, “Nakamarra”] Kendrick Lamar, Mac De Marco, andavamo in fissa con Robert Glasper, Thundercat, Kamasi Washington, Bilal. Quell’anno lì è stato di svolta un po’ per tutti.»

Da una parte una liberazione, dall’altra la presa di coscienza di una situazione che da noi è ancora drammatica.

«Ci faceva incazzare vedere il jazz degli altri posti (Australia, Inghilterra per non parlare dell’America), che ammiccava sempre in qualche maniera al pop. Che poi di fatto originariamente il jazz altro non è che una musica popolare. Ci dava fastidio invece che per l’Italia jazz “commerciale” vuol dire ancora fare “Modugno in jazz”, cacate di questo genere. D’altronde qui in Italia ci viviamo un po’ tutta la questione culturale (e anche altri aspetti dell’educazione e della vita) come “squadre” per cui si deve parteggiare: a parte la tua le altre sono da annientare, da sconfiggere. Mitizziamo tutto, mi sembra un limite enorme.»

Marco non è il primo con cui rifletto su quanto quell’esplosione creativa della musica di metà anni dieci sia stata fondamentale nell’abbattere confini tra mondi che non si parlavano, più per pregiudizi che per altro. Su quanto abbia messo in moto dei procedimenti che a volte si sono rivelati virtuosi, altre volte sono degenerati in fretta in forme d’espressione senza valore, quasi grottesche.

«Quel periodo mi ha fatto capire che c’era tanta roba commerciale valida e degna di attenzione. Quindi a un certo punto mi sono detto: “se uno ha qualcosa da comunicare perché deve far finta di volerla fare capire soltanto a pochi?” È inutile sforzarsi di risultare intellettuali a tutti i costi. Mi fa ridere perché questa al finto intellettualismo è una tendenza che vedi anche in quello che è veramente il pop commerciale italiano (nel senso “basso” del termine) in cui tutti provano ad avere testi forzatamente poetici, romantici. Alla fine la situazione a volte si capovolge, si finisce per usare un linguaggio talmente desueto che smette di rappresentare e di far immedesimare gli ascoltatori nei brani, perfino quando fai pop.»

Un perverso gioco di “bolle” diverse che si sovrappongono e intersecano senza logica alcuna se non quella di cercare di approfittare ognuna del pubblico dell’altra, finendo per svilire e svuotare di significato ogni cosa. Un po’ quello che ha scritto Francesco Pacifico in una specie di intima lettera al mondo della cultura – artisti, operatori e pubblico inclusi. Per Marco l’idea di un progetto più o meno solista si concretizza anche grazie a questa somma fra frustrazioni e stimoli positivi durante gli anni di studio, alla ricerca di un’espressione che potesse sentire veramente sua «in quel periodo mi si avvicinavano le persone per farmi sentire musica: “l’hai sentito questo, lo hai sentito quest’altro”. Io ogni volta rispondevo, “no, mi fa cacare, non lo voglio ascoltare”. Giustamente quelli se la prendevano dicendomi “beh oh se sei così bravo perché non lo fai tu”. Quindi quasi per gioco ho iniziato a scrivere delle canzoni in italiano; mi piaceva l’idea un po’ di prendere in giro, un po’ di dire le cose in maniera facile.»

Questa capacità di non prendersi sul serio permea i testi lungo tutto l’album. Ad esempio Luca, un brano nato «letteralmente perchè mio fratello mi aveva fatto girare le palle e quindi gliene ho dette di tutti i colori, talmente tanto che poi ho detto “ora ci scrivo una canzone”. Di base è questo il fatto, non mi interessa sforzarmi a trovare chissà quali “messaggi”. Qualcuno me lo ha chiesto: “tu cosa vorresti trasmettere?”. Ma che cazzo vuoi che dica! A volte il testo è solo un mezzo per cantare, altre effettivamente per dire qualcosa nello specifico.» Dietro alla modestia e alla leggerezza in realtà ascoltando e leggendo i testi scopriamo una capacità di scrittura non comune, perfetto specchio del pensiero anche extra-musicale espresso fin qui da Marco. La sua scrittura è onirica, quasi impressionistica. Sono rari i contorni netti, assidue le immagini potenti, le grandi campiture di colore al posto dei chiaroscuri intricati. In Cicciona canta «ha una vita / che ti mangiava con gli occhi», una sinestesia incredibilmente efficace. In “Villaggio” apre con un incipit evocativo: «I piedi neri sul cuscino bianco / della nostra fantasiosa idea di passeggiare / li abbiamo messi ancora prima di inquietarci e autoconvincerci che fosse / solo per curiosità». In Dopamina ci si spezza il cuore mentre empatizziamo ridendo ascoltando che «Faccio pietà / che i cani morti mi danno le pacche / di solidarietà». Tra amore, corpi, mare, feste, cibo e alcol siamo persi in un mondo per lo più dominato dai cinque sensi che però, grazie alla costante consapevolezza del suo autore, non diventa mai banale. A volte è come se riuscisse a bucare la quarta parete, come il personaggio di una sitcom dolorosamente consapevole della sua situazione scomoda. Sembra diventare narratore, protagonista e commentatore delle sue storie, come se si staccasse dalla narrazione all’improvviso, rimanendoci comunque dentro, confondendo le carte. L’effetto è appunto ironico, fresco, piacevole e anche un po’ misterioso: tipicamente siciliano insomma.

«Dal punto di vista “artistico” non tutto deve essere necessariamente comprensibile. Ci sono momenti in cui certe cose le ascolti e NON le devi capire. O altre volte in cui semplicemente non c’è niente da capire. La bellezza sta anche proprio nel non capire. Lo decido io in qualche modo quando voglio farmi capire.»

Che è ad esempio il caso di Contenta tu, amara lettera d’amore a una Siracusa personificata, alla sua bellezza mozzafiato che spesso non basta a coprire i difetti strutturali che la affliggono.  

È proprio grazie a Siracusa che per Marco si manifesta la prima grande occasione professionale: l’esperienza nel progetto La Comitiva di Erlend Øye – musicista e produttore norvegese da qualche anno di base a Siracusa, famoso soprattutto per essere membro dei Kings Of Convenience e The Whitest Boy Alive. Con lui gira il mondo e Øye si innamora della sua musica al punto da spedirlo dal socio Marcin Öz (anche lui membro dei White Boy Alive) proprietario dello studio di Berlino in cui il disco viene completamente registrato e arrangiato. Forse è anche grazie a questa distanza fisica dal mondo che sta raccontando che i testi assumono le caratteristiche sopra descritte. Sicuramente il risultato più evidente è nella matrice sonora dell’album, pulita, calda e curatissima, ricca ed essenziale allo stesso tempo.

«In quello studio ci sono una quantità di strumenti d’epoca originali incredibili. Quelli che sei abituato a vedere solo in foto. Una volta arrivati lì abbiamo voluto provare tutto; se fossimo andati da qualche altra parte non suonerebbe così, è legato proprio all’uso di quegli strumenti. Qualsiasi cosa che vedevamo dicevamo “dai mettiamocela”: ci sono grattacieli di sintetizzatori.»

Un suono che ad un primo ascolto evoca gli anni ottanta, anche se Marco mi confessa che «mi sono mancati completamente come ascolti. Li sto recuperando ora ed effettivamente a posteriori mi sto rendendo conto che diverse cose si assomigliano molto, un certo filone italo-disco e funk.»

Lo strumento più usato è un pianoforte Yamaha, uno strumento particolare con un suono a metà tra l’acustico e l’elettrico; quel feeling specifico che riescono a donare le prime macchine elettroniche ma ancora quasi analogiche è una costante del suono complessivo. Nonostante il paese dei più diversi balocchi sonori in cui Marco e gli altri musicisti si sono ritrovati, l’album suona comunque coerente, compatto.

«C’è un grande lavoro di labor lime, tra editing, mixing e mastering. I pezzi come si ascoltano oggi sono molto diversi da come erano partiti. Sono contento che sia stato un processo di sottrazione, non abbiamo aggiunto nulla, abbiamo tolto l’eccesso. Fosse stato per me mi sarei lasciato tentare dall’attitudine molto “jazzistica”, se vogliamo, di metterci troppo. Marcin invece ha un orecchio anche radiofonico. È uscito fuori un disco che alla fine è pop.»

Pop sicuramente, ma con exploit anche molto liberi, come la bella Addiu, un’improvvisazione a metà tra jazz e blues che gira intorno a un testo in dialetto siciliano, un antico canto tradizionale. Non può essere un caso.

«Forse non l’ho voluta in maniera esplicita questa coincidenza tra pezzo in dialetto tradizionale e blues, ma sotto sotto volevo che fosse così, è sicuramente un’intuizione azzeccata la tua, il mio intento era proprio quello di prendere qualcosa delle mie origini e di riportarlo ad oggi.»

Il dialetto siciliano funziona benissimo in questo contesto. La malinconia del testo è in linea con lo spirito dei testi della tradizione blues americana, il suono e la cadenza che assumono le parole sembrano diventare un ulteriore strumento all’interno del mix e fanno venire voglia di ascoltare più siciliano inserito in questa cornice sonora.

«C’è anche un altro pezzo completamente in dialetto che uscirà come bonus nell’edizione in vinile. Sono pezzi che ho conosciuto perché ho scritto la mia tesi su questi antichi brani siciliani raccolti da Antonino Uccello, un etnomusicologo della provincia di Siracusa che poi ha lavorato per la Rai. Registrò gli anziani, durante gli anni cinquanta: contadini, sarte, canti antichi della mietitura, di lavoro, sacri o della vita di tutti giorni trasmessi per via orale e che lui ha trascritto e registrato. È capitato che suonando durante alcune jam magari mi serviva una melodia da cantare e improvvisare. Questo testo in particolare mi si è ripresentato tante volte, fin quando ho deciso di registrarlo.»

Si capisce dal primo ascolto  che la Sicilia non è un tratto identitario vuoto, strumentalizzato con il solo fine di arricchire la musica di una sfumatura in più o di inseguire una caratterizzazione specifica e risultare interessanti.

«L’ispirazione per tutto mi viene dal rapporto con la Sicilia. Io volevo proprio cantare di queste cose qua. Mi sono sempre addannato che un posto così bello sia vittima delle stesse cazzate da secoli. Il mare e il sole stanno lì e restano sempre cose bellissime, ma mi sembra ridicolo continuare a cullarsi su queste cose quando poi hai una mentalità individualista e approfittatrice; al punto che spesso una comunità la consideri come una cosa che sta lì a togliere, piuttosto che arricchirti la vita.»

È l’eterno e doloroso dilemma italiano: amare intensamente un luogo che spesso fa il minimo indispensabile per restituirti quell’amore, anzi, ti complica la vita sotto tanti punti di vista. Con l’ironica consapevolezza che «anche dopo aver girato moltissimi posti, alla fine torno e mi rendo conto che questa è la mia dimensione». Anche perché quello siciliano è realmente un territorio che entra dentro in modo insindacabile, spesso enigmatico anche per gli altri italiani; una regione abituata da sempre ad un intensissimo scambio culturale, depositaria di una cultura stratificata e ricchissima: profumi arabi, spagnoli, francesi, africani, austriaci – per non citare l’ovvia Magna Grecia. Storicamente mal valorizzata, esportata ancor di meno. 

«Veniamo sempre di più schiacciati, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e grossi pezzi vengono ignorati e dimenticati. Ad esempio mi chiedo: “perché, se il posto in cui sono nato e vivo ha un bagaglio culturale del genere mi devo mettere addirittura a scrivere in inglese? Mi sembra assurdo. Perché devo imitare gli americani, se a casa ho una marea di spunti e materiali da sviluppare? Bisogna saper bilanciare. È anche bello immedesimarsi in questioni che diventano globali, è bellissimo poter essere compresi anche a livello extralocale. Ma l’uniformazione del linguaggio è un pericolo reale, in questo momento siamo tutti americani, è quasi incredibile. Qualche volta mi chiedo: “minchia, ma come ballavano alle feste duecento anni fa, a Siracusa, come cantavano, come si vestivano: cosa si faceva per divertirsi?” Queste cose le abbiamo perdute, mentre in posti come il Brasile vedi come ci sia una coesistenza più armonica tra cultura locale e pop globale. Infatti poi per strada i ragazzini ballano la samba, suonano gli strumenti loro. La cultura popolare rimane viva. Napoli o la Puglia sono più brave in questo, nell’esser riusciti a prendere il loro immaginario popolare e farlo diventare parte di quello italiano – anche cantando nei rispettivi dialetti. Io stesso penso tutto ciò, ma alla fine sono “schiavo” di questo meccanismo perché se voglio fare un pezzo che mi piace inevitabilmente sono influenzato dalla marea di ascolti che ho avuto e che vengono tutti da oltre oceano. Se voglio divertirmi a suonare insomma farò partire un groove, che poi sembra sempre che vogliamo essere tutti afroamericani anche se non lo siamo. Vorrei che questo rimanesse come imprinting, ma riuscire anche a conciliarlo con contenuti che sento più miei per storia culturale e personale.» 

Con Contenta tu Marco Castello fa un bel passo in questa direzione, conciliando anime diverse unite da lontane radici comuni e dalla forza discreta di una personalità musicale, la sua, che fugge le manie di protagonismo e riesce a far parlare i brani a loro nome. Il discorso è tutto da seguire, Marco non chiude ad esempio all’idea di un progetto tutto in dialetto siciliano, «magari in futuro».

 

Foto di Glauco Canalis

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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