Musica: Robert Miles
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Robert Miles

  Dal numero 0 di Dude Mag   IBIZA – La prima immagine che ho arrivando in un posto come Ibiza è il mostruoso numero di cartelli esposti sopra i bar con su scritto “Estrella”. Nel tragitto dall’aeroporto all’albergo ne osservo a decine. Solo una gigantografia dalla grafica sciupata di Sven Vath riesce a distogliere la mia […]

 

Dal numero 0 di Dude Mag

 

IBIZA – La prima immagine che ho arrivando in un posto come Ibiza è il mostruoso numero di cartelli esposti sopra i bar con su scritto “Estrella”. Nel tragitto dall’aeroporto all’albergo ne osservo a decine. Solo una gigantografia dalla grafica sciupata di Sven Vath riesce a distogliere la mia attenzione. Non è estate e non ci siamo neanche vicini. E in un posto come questo fa davvero la differenza. Con sei ore di scalo, una valigia da disfare e un sontuoso mal di collo trascinatomi dall’Italia decido di andare a cercare l’unica persona che poteva realmente trascinarmi qua giù. Il rumore del taxi scuote l’umore pacifico dell’isola. 

Al bar Sidney, sulla spiaggia di Figuretas, Robert mi viene incontro e mi saluta come se ci conoscessimo da una vita, una bella cera, un bel sorriso, sto quasi per dirgli che fu Caterina a passarmi il suo primo disco. Lei lo adorava. Tergiverso, ricambio la stretta di mano e ordiniamo da bere.

Siamo riusciti a beccarci gli unici due giorni di pioggia della stagione.

Eh eh, capita dai! 

Sono passati circa 5 anni da quando una sera ti scrissi una mail. Mi ricordo che all’epoca mi dicesti che stavi trasferendo il tuo studio da Londra ad Ibiza.

Mi sono trasferito definitivamente qui 5 anni fa. Dove abito io, su al nord, c’è una tranquillità paradisiaca che non trovi da nessuna altra parte sull’isola: anche in pieno agosto non c’è niente di niente. Certo ci sono voluti due anni per far installare una linea telefonica. Però vivo in una dimensione totalmente wild. È l’ambiente ideale per avere uno studio di registrazione. L’unico inconveniente è che non è semplicissimo far venire i musicisti per registrare. Se ad esempio ti si rompe una macchina o hai un problema con uno strumento diventa tutto molto complicato.

La frequenti da sempre?

Già da giovane venivo qui ad Ibiza a divertirmi. Ho iniziato a suonarci attorno al ’93-’94, subito prima che scoppiasse il singolo Children.

 

 

Forse l’ultimo vero blockbuster mondiale totalmente strumentale, un po’ come Oxygen di Jean Michel Jarre. Dove l’hai partorita?

L’ho realizzata in uno studio vicino ad Udine che era poi il garage della mia ex ragazza di allora. Non so perché mi è venuto fuori sto brano, storia strana. Dopo un after torniamo a casa da Jesolo verso le 6 o le 7 di mattina, e decido di andare in studio. Ho buttato giù una melodia in pochi secondi e poi ho iniziato a costruirci attorno gli arrangiamenti. Un brano di una semplicità imbarazzante: cassa rullante e questa chitarra midi. La differenza la fece inserire un piano portante con un delay molto marcato. Nel momento in cui lo feci capii subito che aveva qualcosa di diverso. Lo misi su il sabato seguente al Gilda: venne giù il locale. Children non è il massimo a livello di produzione, però regge. Era nata per rimanere in un ambiente underground.

Un modo molto differente di produrre musica.

Non avevi sicuramente a disposizione tutte le opportunità di oggi. Tutte opportunità che stanno in parte impigrendo la creatività. Chi cerca di avvicinarsi amatorialmente alla musica rimane molto spesso su un livello molto superficiale. I nuovi software hanno tutti gli stessi samples. Non c’è più personalizzazione del suono, è per questo che se ascolti un disco dell’88 ed uno del ’98 percepisci due dimensioni totalmente differenti. Dal ’98 ad oggi, al contrario, puoi facilmente confonderti. A mio avviso tutta questa velocità ha in parte paradossalmente rallentato il processo creativo.

In Children c’è questa melodia che torna periodicamente. Al contrario, negli ultimi dischi che hai prodotto la parte romantica del pezzo si dissolve all’improvviso senza tornare mai sui suoi passi. Un po’ come la tua evoluzione artistica.

Sì, sono molto corte le parti romantiche, tanti si incazzano per questo, mi dicono: cavolo ci sono tante idee da paura, perché non le sviluppi? Perché è un momento. Gli attimi sono una parte essenziale nella musica; non è facile crearli, alcuni sono più immediati, altri vanno ascoltati più volte prima di poter recepire il messaggio.

Diventi sicuramente più attivo come ascoltatore.

Si, ti mette nelle condizioni di aprire le orecchie (e la mente).

Dopo il grande successo di Children ti sei trasferito a Londra dove hai aperto il tuo studio ed hai iniziato a fare le tue cose.

Dopo Children mi sono rotto le scatole perché l’attitudine dell’etichetta era: «Abbiamo la formula, vai». Sarebbe stato tipo fare i biscotti. Ancora e ancora.

Di lì hai preso l’aereo ?

Ho racimolato i miei strumenti, sono emigrato nella City, senza saper parlare nemmeno una parola in inglese; ho preso un appartamento, ci ho messo il mio studio dentro e di li piano piano sono partiti tutti i miei nuovi progetti. Ho impiegato due anni per imparare la lingua decentemente: stavo sui set fotografici e rilasciavo interviste senza saper parlare una parola: immagina te la situazione. Diventi una “cosa” che tutti vogliono “modellare” a proprio piacimento: dallo stilista che ti danno quando appari in televisione, al A&R dell’etichetta che continua a dirti che adora la tua musica ma alla fine dei conti l’unica cosa che veramente gli frega è il bonus che riceverà a fine mese per avere firmato un altra hit.

Rimani uno dei pochissimi ad aver preso una strada differente.

Quando io decisi di cambiare rotta molti degli altri DJ emergenti presero quel treno ed iniziarono a fare 1000 dischi uguali a Children. Prendi i vari Paul Van Dyk, Tiesto e tutto quel filone lì: suonano sempre le stesse cose. I loro video sono penosi. Sono partiti, come me, dal nulla, ed invece di cercare di proporre alla gente della musica di qualità si accontentano di fare da juke-box. Dall’altro lato c’è anche da dire che molte persone vogliono ascoltare ancora le stesse cose, che è ancora più triste. Nel nostro paese purtroppo non avrei avuto via d’uscita per fare ciò che volevo. Se avessi continuato a fare copie di Children avrei avuto sicuramente terreno fertile ma avevo già le idee chiare di dove volevo andare.

Come mai il nome è rimasto lo stesso?

Il nome rappresenta l’artista che è partito da lì, è progredito ed ha avuto un’evoluzione. Perché cambiare il nome? Io non rinnego il mio passato. Sarebbe molto più facile cambiare il nome, non c’è dubbio, partirei da zero ed entrerei subito nella cerchia della musica credibile. Però penso sia giusto così, sono nato con il nome Robert Miles ed ho deciso di continuare il mio cammino con questo nome. Almeno per quanto riguarda questa vita.

In Thirteen avverto un ritorno alla spontaneità che in parte si riavvicina a Children.

Sì, c’è molta spontaneità, assolutamente. Infatti ci siamo divertiti tantissimo a farlo, è per questo che suona così “fresco”.

 

 

Si sente dentro un mash-up inaspettato di cose molto differenti tra loro: da Joe Sartiani ai Pink Floyd a Squarepusher.

Con tutti i musicisti che ci hanno suonato. Ognuno bene o male mette la sua, è molto interessante coinvolgere musicisti che vengono da mondi differenti e vedere cosa succede, senza alterare troppo la dinamica degli strumenti. A differenza dei dischi precedenti ho fatto molto meno editing, soprattutto sui drums.

Con Miles_Gurtu avete lavorato allo stesso modo?

Miles_Gurtu era un po’ più pronto di Thirteen. Quando invitai Trilok a suonare avevo bene o male tutto quanto pronto, mi mancavano solo le percussioni e le batterie. Trilok poi ha portato una ventata di energia pazzesca al progetto, gli ha veramente dato un anima alla parte ritimica. Thirteen è molto più da viaggio mentre Miles_Gurtu ha delle strutture e degli elementi molto più jazz e improvvisati. Con il jazz è più difficile far viaggiare la gente. Alla fine ero molto soddisfatto del risultato, mi ha dato la forza di affrontare il cammino intrapreso per arrivare a Thirteen.

 

 

L’unica parentesi che personalmente non trovo degna del tuo nome è 23 am. Non l’ho mai digerito appieno.

23 am è il frutto di varie persone. La casa discografica e il management dopo l’enorme successo di Dreamland aveva praticamente spinto per fare un nuovo album simile a DreamlandÈ per quello che sono uscito fuori con la silhouette in copertina. Lo dissi alle persone con cui lavoravo all’epoca: «Io col prodotto finale non centro nulla».

Differenza abissale, anche come produzione se paragonato a dischi come Organik.

Si, è palese. Si sente che non sono io. È per questo che poi mi sono ribellato alle major. Ho fatto un disco di successo, ma non per questo devo rimanere ancorato a quella storia lì, a creare prodotti in serie per il mercato. L’ho fatto una volta, basta. Non mi sentivo a mio agio con lo stardom: la pop star lasciamola fare a chi si diverte ad esserla.

I tuoi dischi hanno sempre suonato in un modo molto personale, anarchico.

Non ho un vero e proprio background, ho studiato alcuni anni pianoforte classico, mi è sempre interessata di più la parte tecnica, tecnologica e il fatto di poter usare delle macchine per fare musica. Frequentavo questo mio amico di Udine che aveva uno studio di registrazione e questo mixer incredibile. Un po’ alla volta ci siamo messi a studiare su questi manuali in inglese. Tutti e due, essendo delle capre totali con le lingue, giù col dizionario. Internet non esisteva. Ci siamo detti: abbiamo queste macchine, vediamo di tirarne fuori qualcosa. Spesi tutti i miei risparmi e chiesi un prestito alla banca per compare un campionatore, una tastiera, un generatore di suoni e d’effetti e un semplice mixer. Dreamland è il primo disco che ho fatto da solo.

Di lì a diventare una realtà discografica, cosa è stato a smuover le acque?

Ci sono voluti due anni. Nel ’94 la versione originale è uscita sull’ep Soundtracks che dovrebbe essere sotto il nome Roberto Milani (anche Roberto Milani è uno pseudonimo di Roberto Concina n.d.r). Poi è passato alla radio su Italia Network per la prima volta in Italia, mentre una copia finì nelle mani di un DJ che suonò a Miami alla festa di compleanno del proprietario dell’etichetta dipendente anglosassone Platipus. Ascoltò il disco e mi fece firmare un contratto appena tornato a Londra.

C’è stata una parentesi piuttosto positiva nella musica elettronica made in italy negli anni ’90. Parentesi che hai aperto con Children fino a renderla un marchio da esportazione. Mi vengono in mente Planet Funk.

Cavolo! Alex Neri, un ragazzo in gamba. Le prime cose che fece come Kamasutra erano molto più sperimentali e mi piacevano un sacco.

Poi il vuoto.

Sai come si muovono le cose nel nostro paese, anche adesso, è difficile trovare una casa discografica che prende un’artista e dica «ok, ci mettiamo un po’ di soldi, lo appoggiamo discograficamente e gli curiamo la promozione». Non si cerca l’artista nella musica: si cerca la hit. Ce ne sono di talenti. Sono moltissimi gli italiani all’estero che fanno musica: è in Italia che non suonano perché non hanno sbocco. Quando leggi nei credits dei dischi, anche cose più importanti e internazionali, c’è sempre qualche italiano di mezzo. Come nel disco dei Coldplay, no? Davide Rossi ha realizzato tutte le parti orchestrali registrando uno ad uno tutte le parti, violini, viole etc., un autentico genio, eccezionaleSu Thirteen stesso il batterista è italiano, Davide Giovannini, un ragazzo che abita a Londra. È molto dritto, ho lavorato pochissimo in editing sui suoi take. In Miles_Gurtu al contrario ho toccato molto di più le parti ritmiche per appunto creare questo mash up jazz/elettronico.

Sì, si sente molto, è quello il bello. Le parti ritmiche in Miles_Gurtu sono da cardiopalma, a tratti sfiorano linee drum & bass.

Difatti il problema è che le cose registrate con Trilok divennero impossibili da portare live: abbiamo provato in diverse occasioni, abbiamo fatto dei concerti in Belgio ma a fine serata era praticamente morto. È stato comunque un mostro a suonare la ritmica di drum and bass live in quella maniera.

Anche Nitin Sawhney compare spesso nei tuoi lavori.

Nitin è un musicista da paura, suona tutti gli strumenti, tutte le cose che ha suonato per me le ha fatte in un take dall’inizio alla fine. Si presenta in studio senza neanche conoscere cosa dovrà andare a suonare, improvvisa e basta, è un genio.

Nei credits di Miles_Gurtu si legge che ci sono delle parti di ambiente che hai registrato in giro per l’India.

Sì, sono andato in giro con questo microfono professionale che mi ero comprato all’epoca e percorrevo chilometri e chilometri con un lettore minidisc a registrare tutto il giorno, lo tenevo in tasca accesso per ore e ore.

L’india ti ha segnato?

La prima volta che sono andato da solo, sarei dovuto rimanere tre settimane invece sono rimasto due mesi. Ho chiamato i miei e gli ho detto: io non vengo più, qui si sta troppo bene. La situazione è piuttosto selvaggia e rurale e i contrasti sociali sono incredibili, però ci si sente liberi. Non ti fai tutte quelle menate che ci facciamo noi qui in Europa. Mi son preso una moto, una Henfield, ed ho percorso il paese in lungo e largo. Ho viaggiato in India per sei anni di seguito. Andavo ogni anno, è stato amore.

Quando è partita l’idea di fare Thirteen?

Sei anni fa, è per questo che nell’album ci sono delle cose parecchio diverse tra loro. Inizialmente avevo in mente di far suonare Robert Fripp in un mio progetto.Terminato Miles_Gurtu, glielo inviai, gli piacque da morire e da lì iniziammo a collaborare. Parallelamente coinvolsi tanti altri musicisti tra cui Dave Okumu degli Invisible, Nitin Sawhney, Mike Patto e John Thorn dei Lamb, che avevano già collaborato ai miei precedenti lavori. Tutto è iniziato con un mio EP rimasto inedito. Fripp mi mandò del materiale e io attraverso filtri, tagli etc feci un sacco di editing stravolgendolo letteralmente. Glielo rimandai indietro e ne fu entusiasta.

So che non è un artista molto facile da gestire.

Guarda Fripp è una persona molto riservata, non è voluto venire in studio, ha voluto registrare tutto nel suo di studio, di conseguenza ci siamo collegati via i-Chat per registrare e scambiarci le parti. Per lui era impossibile restare con me in studio per 3 settimane per via dei suoi mille progetti, tourné etc. Così gli ho mandato i pezzi, lui li ha ascoltati e ha deciso su quali suonare. 

Perché “thirteen”?

È un numero che mi segue da sempre nella mia vita. In numerologia indica la distruzione del vecchio e la nascita di un qualcosa di totalmente nuovo. È il numero che simboleggia la trasformazione. Ho deciso di liberarmi di quello che è il mio passato musicale e di entrare in nuove sonorità, negli anni sono passato da momenti più leggeri che ho descritto con brani come Children a momenti molto più cupi e che ho descritto con sonorità molto più sperimentali come Organik e Miles_GurtuThirteen è un nuovo percorso. Chissà cosa arriva next?

Pensi di riuscire a portarlo dal vivo?

Sarebbe il massimo, obiettivamente però sarebbe impossibile. Hanno collaborato troppi musicisti e tra i loro vari progetti già avviati, risulterebbe realmente improbabile. L’unico live che ho fatto è stato Miles_Gurtu, abbiamo fatto 5 tappe, c’era tanto di quel lavoro da fare che mi è presa paura. Sono un ‘topo da studio’. Il palco non fa per me, anche se ancora mi diverto a fare varie serate come DJ.

Come vivi il doppio ruolo di dj e musicista ?

Nella mia musica, quella che compongo e produco ho sempre bisogno di mettere strumenti, di mettere delle melodie, non so, forse è troppo semplice, Mi piace tantissimo suonare come dj, però non mi basta. Nei mix che potete sentire sul mio sito c’è molto poco dell’originale dei brani: la maggior parte dei pezzi che compro lì metto su Logic e li stravolgo tagliando qui e lì.

Gli altri dischi dove li hai concepiti?

Dreamland è stato concepito nel mio bunker ad Udine. Organik sull’isola nel 1996 mentre Miles_Gurtu è stato fatto a Londra. Onestamente mi piacerebbe fare molta più musica ma purtroppo faccio talmente tante cose allo stesso tempo. Mi occupo anche di interior ed exterior design. Acquisto delle proprietà che sono fatiscenti e mi diverto a ridisegnarle totalmente e a ristrutturarle: è anche un modo per non stare tutto il giorno chiuso nel mio studio.

Torna sempre l’idea di lavorare su un ambiente inesplorato, come fai in musica: partire da un genere e vedere cosa ne esce fuori.

Si, prendere una cosa che è stata lasciata a sé e metterci su le mani per vedere cosa succede. La finca (tipo di abitazione bizantina) a cui sto lavorando adesso ha 500 anni ed è una delle case più vecchie di San Matteo. Quando l’ho trovata stava realmente crollando a pezzi.

Sempre pronto a prendere delle strade differenti.

Mi stufo di fare sempre le stesse cose, ho fondato la S:alt Records proprio per fare quello che voglio. La mia indole è molto distante dalle regole del marketing. Io rimango Robert Miles e rimango con quel nome. Nasco come dj e continuo a fare il dj perché mi diverte, ma non è detto che debba per forza fare un disco minimal o techno di un certo tipo solo per rimanere sull’onda di ciò che mi ha portato al successo.

L’etichetta è nata in Inghilterra.

In Italia non è difficile aprire un’etichetta, il problema è il terreno che trovi. È un peccato perché abbiamo un ottimo orecchio, pensa a David Sylvian: qualche anno fa è andato in classifica nel nostro paese e Sylvian non va in classifica in nessun altro paese del mondo. Italia e Irlanda vengono molto usate come paesi test per il lancio di alcuni dischi e film: esiste una minoranza rilevante molto attenta a come si muovono certe realtà. Per questi motivi abbiamo buoni critici, ma per quanto riguarda discografia e distribuzione siamo probabilmente fra i peggiori al mondo.

In passato hai partecipato anche a delle colonne sonore (Bourn Identity, City of Ghost e Deridda n.d.r.) in cui sei affiancato da Sakamoto. Hai in cantiere qualcosa di nuovo?

Diciamo che sono io che ho affiancato Sakamoto. Ho sempre amato fare le soundtrack. Adesso sto lavorando per la Time Life. Un film /documentario con immagini mozzafiato scelte fra un archivio di oltre 500.000 foto sui maggiori avvenimenti degli ultimi 100 anni. Con loro ho da poco concluso The Turn of the Century che è musica e immagini dall’inizio alla fine.

Spot televisivi?

Ho fatto qualche spot per Playstation quando ero a Los Angeles, ho lavorato anche per Jaguar, Gucci, Adidas e tanti altri. Ti danno 30, 40 secondi della scena di un videogame ed utilizzando i vari sound effect cerchi di riempire nel migliore dei modi. Un lavoro molto stimolante.

Quale è in questo momento la realtà musicale più rilevante?

Sicuramente i Radiohead. Li amo. In questo momento sono la migliore band al mondo, sono quei gruppi che hanno la fortuna di essersi trovati fin dal liceo, si conoscono da sempre e hanno creato un suono unico, come in passato i Doors, i Led Zeppelin, i Beatles, Pink FLoyd, Nirvana, assieme diventano questa cosa spaziale che non ha tempo e la loro musica suona come se fosse stata registrata ieri. Non invecchierà mai.

Ho visto che sarai distribuito da k7!, marchio berlinese: che potenzialità pensi possa avere questa nuova realtà europea ?

Berlino è il futuro. In questo momento è la città che offre di più in assoluto per chi vuole fare qualcosa di diverso, qualcosa di realmente originale. È sempre stata all’avanguardia d’altronde anche per via del suo passato così turbolento. È una cicatrice ancora viva ed è per questo che pulsa di prodotti autentici, vitali.

Quale direzione pensi debba prendere la musica elettronica?

Improvvisazione e contaminazione: utilizzare il meno possibile i preset e le cose già fatte, mettersi lì con la pazienza di chi vuole fare qualcosa di originale, ed essere pronti a divertirsi, a lasciarsi andare. Il mondo musicale dagli anni ’90 ad oggi sta andando a loop come in un sequencer: è ora di uscirne.

In che modo?

La dub step è una nuova realtà piuttosto interessante, molto dark, un mix tra drum & bass e reggae. Adesso poi è tornato e mi piace l’alternative rock; l’elettronica è tornata underground. Ora poi quasi tutti i dj usano il laptop spacciando la performance per live set, così è facile andare avanti per ore, puoi mettere a synch i dischi semplicemente con un tasto. Per fare un esempio: i Chemical Brothers vengono dal vivo con questo set pazzesco spacciandolo per live ma non vedi mai la telecamera puntare su quello che fanno con le mani, la camera punta sempre sugli effetti luce. A ‘sto punto mettete su musicisti veri che suonano degli strumenti reali. Dal vivo, con l’improvvisazione, potrebbero uscire fuori delle cose diecimila volte meglio.

Sai che secondo Wikipedia staresti in Giappone a realizzare colonne sonore per la Nintendo?

(sorride) Non ho mai curato troppo la mia immagine. Chi mi segue sa dove sono e cosa faccio.

Direi che può bastare

Ok dai, ordiniamo qualcos’altro da bere. Mi stavi parlando di una certa Caterina.

 

Federico Bisozzi
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude