Musica: «Non abbiamo mai smesso di pensare ai Klimt 1918»
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«Non abbiamo mai smesso di pensare ai Klimt 1918»

In occasione dell’uscita di “Sentimentale Jugend” (Prophecy), l’ultimo (doppio) album dei Klimt 1918 a sette anni di distanza dal predecessore “Just in Case We’ll Never Meet Again (Soundtrack for the Cassette Generation)”, abbiamo parlato con Marco Soellner, voce e chitarra del gruppo romano.   ***     La prima domanda è quella forse più banale […]

27 Feb
2017

In occasione dell’uscita di “Sentimentale Jugend” (Prophecy), l’ultimo (doppio) album dei Klimt 1918 a sette anni di distanza dal predecessore “Just in Case We’ll Never Meet Again (Soundtrack for the Cassette Generation)”, abbiamo parlato con Marco Soellner, voce e chitarra del gruppo romano.

 

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La prima domanda è quella forse più banale che si possa fare ad una band che torna dopo sette anni con un nuovo disco. Perché questo tempo trascorso? Ci sono stati dei momenti decisivi nel corso degli anni o è stato un processo semplicemente lungo? E, soprattutto, come è legato questo, proprio da un punto di vista della lunghezza e della mole di materiale, con il fatto che l’opera che avete realizzato sia un doppio?

Sono stati anni abbastanza difficili. Non siamo più ragazzini. Gli impegni si sommano, lo spazio da dedicare alla musica è sempre meno, stritolato da molte ansie esistenziali che hanno a che fare con il precariato e la disoccupazione. L’inquietudine foraggia la creatività, è vero, ma deprime la volontà, quindi senza che ce ne accorgessimo sono passati anni. Un mucchio di anni.

Però non abbiamo mai smesso di pensare ai Klimt 1918. Ho continuato a scrivere canzoni e a collezionarle, come si fa con le pagine di un diario. Quando abbiamo trovato lo slancio giusto per ricominciare avevamo venti brani. Non abbiamo pensato neanche un momento di operare una selezione. Le volevamo registrare tutte. Magari per far uscire due dischi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. La Prophecy ci ha riportato alla realtà quasi subito. Meglio farli uscire insieme per esigenze commerciali, ci hanno detto. E così è stato.

Mi sembra che il suono di questo nuovo doppio sia molto cinematografico: penso al pezzo che apre l’opera, Montecristo, con il suo crescendo quasi orchestrale. Ci sono delle influenze cinematografiche nella composizione del disco? E, più in generale, come siete legati al mondo del cinema?

Io sono un grande appassionato di cinema. Quando ero più giovane ho lavorato diversi anni come critico cinematografico per alcune free press romane. Una parentesi meravigliosa della mia vita:  giornate passate tra una proiezione e l’altra. Poi interviste, conferenze stampa, festival. Un’ubriacatura colossale seconda solo a quella musicale. Ancora mi occupo di cinema anche se ho smesso di scriverne. Fino a poco tempo fa conducevo una rubrica radiofonica e tutt’oggi lavoro per un grande evento estivo legato alla “settima arte”. È un’influenza quotidiana, dunque, che inevitabilmente si riverbera nel mio modo di comporre. Quando penso ad una melodia la visualizzo con un’immagine. Una sequenza cinematografica vera e propria. Sentimentale Jugend è un collage di esperienze e suggestioni filmiche.

Ultimamente apprezzo molto Nicolas Winding Refn. Penso che la musica dei Klimt 1918 non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Drive, per esempio.

 

 

Nella vostra musica si respirano numerose atmosfere, legate a generi come lo shoegaze, il metal, alcuni aspetti più dark-wave e post-rock, per fare qualche esempio; riuscite però nella titanica impresa di processare tutti questi suoni per trarne uno che identifica la vostra musica. Eccoci quindi alla seconda domanda scontata: ci sono dei punti di riferimento musicali? E come li immergi nelle vostre idee?

I riferimenti musicali sono tanti e molto diversi tra loro. Però hanno tutti un comune denominatore rappresentato dalla melodia, dalla malinconia e dalla rarefazione. Questo ci permette di “connetterci” a diverse band e, allo stesso modo, trascinare elementi stilistici divergenti nel nostro sound.

Io sono un grandissimo fan dei Talk Talk, ad esempio. Credo che la musica di Mark Hollis e Paul Webb abbia avuto una grande influenza sul mio modo di suonare e comporre. Soprattutto per quanto riguarda la capacità di unire armonia e sperimentazione. In generale trovo seminali tutte le band che sanno essere pop senza perdere di vista il gusto dell’arrangiamento. Mi vengono in mente anche i Chameleons, che considero la band new wave con il più bel suono di chitarra di sempre. Dave Fielding e Reg Smithies sono un punto di riferimento costante per noi. Poi cito Simple Minds, Cocteau Twins, Catherine Wheel, Swerve Driver, Ride, Slowdive ma anche tanta musica anni ’50 e ’60, che ha delineato con larghissimo anticipo gli stilemi futuri del dream pop e dello shoegaze: wall of sound, melodia, dilatazione. Penso ai Drifters o alle Ronettes. Canzoni semplici, malinconiche e dirette. Anche il post rock e lo slow core hanno avuto un ruolo fondamentale per noi. Per anni mi sono cibato di Explosions in The Sky, This Will Destroy You, Low, Gregor Samsa, Codeine, GY!BE. È inevitabile il rock strumentale diventasse per noi una reference importante. Infine il metal, il genere più controverso tra quelli che abbiamo “praticato” e “attraversato” durante la nostra carriera. Soprattutto nelle sue divagazioni più brutali ed acide denota moltissimi punti di contatto con il post punk ed il noise rock. Mi riferisco al black metal soprattutto. Le vecchie band anni ’90 hanno suoni incredibili che hanno tantissimi punti di contatto con band lontane anni luce come Spaceman 3 e Jesus & Mary Chain.

In una vostra intervista di qualche anno fa, successiva a Dopoguerra, parlavi di una ricerca personale proprio in termini musicali che in quel disco non c’era (secondo te), a differenza di una maturità di scrittura dei testi impressionante. Credo che con questo Sentimentale Jugend si sia compiuto definitivamente questo processo, più che con Just In Case We’ll Never Meet Again. Sei d’accordo?

Io sono legatissimo ad entrambi gli album che citi. Dopoguerra è un disco importante perché è quello che ci ha portato fuori rotta rispetto a Undressed Momento. Volevamo subito scrollarci di dosso l’etichetta orrenda di Gothic metal band affibbiata da qualche metallaro che non riusciva a decodificare  il nostro amore per la melodia e la musica new wave.

All’epoca delle registrazioni di Dopoguerra eravamo super in fissa con il post rock americano e volevamo suonare in quel modo. Ovviamente eravamo solo un gruppo di post-metallari che non avevano né gli strumenti, né la giusta cultura musicale per produrre qualcosa di realmente valido. Dopoguerra è il trionfo dell’ingenuità. Se riascolto quelle canzoni ora mi viene da sorridere perché si percepisce nettamente il nostro sforzo di evadere da quel mondo un po’ opprimente che ci aveva già incasellato, nonostante tutti i nostri sforzi. Ma tutt’ora, ai miei occhi, rappresenta un’occasione persa.

Just in case completa il movimento centrifugo innescato dal suo predecessore. Da quell’album abbiamo cominciato seriamente a cercare un sound che ci appartenesse, stavolta con una rinnovata consapevolezza: a delle canzoni valide è necessario abbinare un’adeguata ricerca sonora. Se ci pensi Sentimentale Jugend è figlio di quell’approccio.

 

 

Ritorno sulla scelta del doppio: ci sono delle particolari differenze (ispirazioni, influenze, concept, suono) tra il primo e il secondo disco? E come ciascun disco, Sentimentale e Jugend, è legato alle immagini di copertina?

No, nessuna influenza, nessuna ispirazione. Sentimentale e Jugend sono due compilazioni di canzoni, senza storie roboanti dietro, senza concept. Forse il fatto di aver rilasciato due album nello stesso giorno è stato fuorviante. Non saprei. È come se tutti si aspettassero qualcosa di super intellettuale da un album doppio.

Le immagini di copertina, firmate dal talentuoso Alessio Albi cristallizzano in maniera efficace le atmosfere di Sentimentale e di Jugend. Fanno entrambe parte di uno stesso set fotografico. Quando le ho viste per la prima volta è stato amore a prima vista. Quella tensione verso il perdersi era la medesima della nostra musica.  

Tu hai avuto modo di dire che Sentimentale Jugend evoca la città di Berlino Ovest negli anni ’70. Che cosa prendi da quelle atmosfere e che importanza ha questo particolare, e prolifico per tutte le arti, periodo per te? E David Bowie, anche con il suo ultimo Blackstar, c’entra qualcosa con tutto questo?

In realtà nelle infosheets ho scritto che era il nome Sentimentale Jugend, che evocava alle mie orecchie la Berlino di quel periodo. Non facevo riferimento al nostro disco, che ancora doveva essere scritto, ma ad un’infatuazione lessicale. Le parole si portano dietro le immagini, succede sempre così.

Ho appuntato il nome della band di Vera Fleschrinow e Alexander Hacke, mentre leggevo Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ho ricollegato quelle due parole ad una suggestione precisa: la Germania della fine degli anni settanta, divisa a metà come la sua vecchia capitale. Un luogo bicefalo, denso di contraddizioni, per metà decadente, per l’altra metà sommerso.

Non ho mai pensato di scrivere un disco su Berlino Ovest. Ho creduto invece che la suggestione potesse rappresentare un sentiero da seguire, un modo di raccontare. Fin da subito la sfida è stata quella di appropriarci di quell’immaginario, renderlo confacente alla sostanza narrativa di cui sono fatte le nostre canzoni.

David Bowie non c’entra nulla con Sentimentale Jugend. Però ha contribuito a creare l’aura di cui parlo vivendo ed interpretando quella città attraverso le sue canzoni.

 

 

Quando ascoltai Dopoguerra ero in seconda superiore e fu per me una sorta di rivelazione, un gioiello da custodire che mi ha accompagnato per molti anni, perché in quei suoni e in quelle atmosfere mi immergevo perfettamente. Tu hai in qualche modo presente, al momento della scrittura, chi potrebbe ascoltare i tuoi dischi?

È una bella domanda a cui però è difficile dare una risposta. Immaginare un’audience è pericoloso. Rischierei di comporre qualcosa per un pubblico e non per me stesso. Però mi piace pensare che gli ascoltatori dei Klimt 1918 ci assomiglino un po’. Magari erano metalhead come noi. Deathsters e blacksters sentimentali, infatuati della melodia, pronti a farsi attraversare dalla musica pure a rischio di non appartenere più ad un gruppo definito di ascoltatori/musicisti. Il titolo del disco si riferisce a loro. Suona graziosamente totalitario. Ti immagini questo corpo para militare addestrato ad emozionarsi e ad essere sensibile: la Sentimentale Jugend. Sarebbe bello essere stati questo nella vita di qualcuno: gruppenführer dell’introversione e della malinconia.

 

Matteo Moca
Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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