Musica: Contro i nuovi tristi, per un’epica del dolore — Intervista ai Siberia
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Contro i nuovi tristi, per un’epica del dolore — Intervista ai Siberia

I Siberia sono una band di Livorno composta da Eugenio Sournia (voce, chitarra e tastiere), Matteo D’Angelo (chitarra), Cristiano Sbolci Tortoli (basso) e Luca Pascual Mele (batteria). Si definiscono “dark pop” e hanno all’attivo due album, entrambi con Maciste Dischi: In un sogno è la mia patria (2016) e Si vuole scappare (2018). Il loro […]

19 Giu
2018
Musica

I Siberia sono una band di Livorno composta da Eugenio Sournia (voce, chitarra e tastiere), Matteo D’Angelo (chitarra), Cristiano Sbolci Tortoli (basso) e Luca Pascual Mele (batteria). Si definiscono “dark pop” e hanno all’attivo due album, entrambi con Maciste Dischi: In un sogno è la mia patria (2016) e Si vuole scappare (2018). Il loro ultimo disco parla di giovani in fuga, adolescenze lunghe, amori perduti, psicofarmaci, epica del dolore, nuovo pop italiano; abbiamo chiesto di raccontarcelo a Eugenio, frontman e autore dei testi della band.

 

 

Ciao Eugenio, iniziamo con una domanda di rito: come è nato il progetto Siberia?

I Siberia nascono in un momento imprecisato della nostra tarda adolescenza. Dico nostra riferendomi in particolare a me e al nostro batterista, Luca, che eravamo compagni di scuola. Abbiamo cominciato a fare più sul serio nel 2014, quando si è aggiunto al progetto il nostro attuale chitarrista Matteo. L’idea di fondo è sempre stata una e una sola: fare pezzi originali in italiano, in un momento in cui ancora l’inglese era l’idioma che andava per la maggiore negli ascolti adolescenziali.

Quanto al nome del gruppo, nelle precedenti interviste hai detto di esserti ispirato al romanzo Educazione siberiana (e non, come tutti credevano e come era lecito aspettarsi, al disco d’esordio dei Diaframma). Quali suggestioni ti ha fornito il romanzo di Lilin?

Semplicemente direi che il nome Siberia suonava bene. Però siamo debitori a Lilin soprattutto per quanto riguarda una certa attitudine, cercare di portare un mondo duro presso il grande pubblico, come lui fa con i suoi romanzi. Inoltre lo scrittore siberiano ha la capacità di tratteggiare molto bene tradizioni, usanze, di una patria ideale che non corrisponde a confini geografici o etnici precisi; questo è stato importante nella creazione di un immaginario e anche di un titolo come In un sogno è la mia patria, il nostro primo album.

 

 

Nei tuoi testi è sempre percepibile una grande cura formale, una scrittura densa dietro la quale si intuisce un retroterra letterario. Oltre a Lilin ti ispiri a qualche scrittore in particolare?

I miei riferimenti principali a livello letterario sono sicuramente da ricercarsi nella poesia novecentesca italiana, e specialmente nel dittico Ungaretti-Montale; ho sempre voluto scrivere versi che potessero essere “classici”, non avendo elementi che li connotassero eccessivamente in un tempo e in un luogo. Questo è in parte stato ridimensionato nel secondo disco, quando mi sono reso conto di voler parlare maggiormente ai miei coetanei; ho inserito termini più quotidiani e attuali, ma la sostanza credo sia rimasta invariata. A livello musicale un autore che ho sempre trovato perfetto nel suo italiano è Luigi Tenco. Un italiano classico, ineccepibile, eterno.

Musicalmente direi che siete eredi della new wave, un filone non particolarmente battuto in Italia se si eccettuano mostri sacri come i Diaframma e i Litfiba (e magari i primi Baustelle). Quali sono i vostri riferimenti musicali?

Andrebbe chiarito una volta per tutte un certo equivoco: noi nasciamo come gruppo wave, ma l’ambizione è non essere un gruppo di genere. Ci piacerebbe davvero riuscire a trovare la nostra strada, una via più moderna di portare avanti i “valori” della new wave (cantato profondo, cupezza, energia, malinconia) senza ricorrere a suoni e stilemi già inflazionati. Già con il passaggio dal primo al secondo disco direi che c’è stato un cambiamento in questo senso; per il futuro vedo un taglio più netto di tale cordone ombelicale. Ciò nonostante non posso negare che per l’identità iniziale del gruppo band come Joy Division, Interpol, gli stessi Baustelle, siano stati assai significativi.

Effettivamente il secondo disco è abbastanza diverso dal primo. Si nota uno scarto sia sul versante dei testi che su quello musicale: quanto al primo aspetto, sei passato da un lirismo aulico, con cui tratteggiavi atmosfere sospese e atemporali, a una scrittura più immediata e materica, più radicata nella realtà concreta del contemporaneo, mentre per quanto riguarda le musiche, se il primo album era più chitarristico, nel secondo dominano i synth. Nel complesso direi che il secondo disco è più pop (qualunque cosa questo voglia dire). Come è maturata questa evoluzione?

La volontà primaria era quella di convogliare i contenuti in una maniera più immediatamente fruibile. Per questo abbiamo lavorato in particolare sulla forma, sia essa intesa come arrangiamento (e quindi tastiere al posto di chitarre, canzoni più brevi e più “aperte”), sia come liriche. Punto fondamentale credo sia stata la crescita a livello personale; nel passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta, si smette di voler parlare solo di sé stessi e a sé stessi, e si comincia a considerare il proprio ruolo nella società. Era fondamentale che questo disco avesse il più possibile la stessa lingua delle persone a cui si rivolge.

Si vuole scappare è il racconto di una generazione che ha paura di crescere e vuole appunto scappare: da un lato scappare dal coinvolgimento emotivo e dalle relazioni stabili («davanti all’amore si vuole scappare»), dall’altro scappare dalle responsabilità della vita adulta post-universitaria («finita l’università la nausea dell’età ricresce come l’edera»). Siamo una generazione di eterni adolescenti?

Sì, senza tanti mezzi termini. Credo che questo derivi da una serie di fattori. In primis dall’onda lunga del ’68, che ci vuole sempre pronti a inseguire sogni e illusioni, e ha distrutto in parte la vita per come è stata immaginata per secoli, fondando l’emozione come valore dominante. In secundis credo anche dalla situazione economica e dal mondo del lavoro, che ci vuole pronti a una flessibilità e ad una precarietà che ci incoraggiano a restare ancorati per molto tempo a stili di vita tardo-adolescenziali, non potendo permetterci quelli tipici degli adulti. È un dato di fatto e mi ci riconosco anche io in pieno: non voglio fare la morale agli altri.

Un vostro singolo del nuovo album è intitolato al «nuovo pop italiano». Qual è il tuo giudizio sulla scena itpop (o indie-pop)?

Ha avuto l’enorme merito di riportare in auge la lingua italiana presso l’ascoltatore casual. Ciò nonostante credo che siamo in presenza di una bolla e temo che se la qualità media non si eleva siano fenomeni destinati a durare pochi anni, un po’ come fu la grande onda del punk ’77. I nove decimi di quei gruppi vissero una popolarità molto estemporanea.

Sì, una cosa che noto spesso nel pop italiano di nuova generazione è una certa sciatteria, spesso proprio esibita ed elevata a cifra stilistica. Penso ad esempio a fenomeni come Calcutta, Gazzelle, Galeffi, Frah Quintale… Cosa pensi invece della scena trap?

Sono piuttosto d’accordo con chi dice che per certi versi la trap sembra aver sconfitto il rock perché ha saputo cogliere e interpretare quella voglia di trasgressione che un tempo era appannaggio della musica ribelle per eccellenza. Mi fanno sorridere coloro che vogliono bandire Young Signorino e compagnia bella: il 90% dei testi delle rock band e dell’hip hop classico parlano di droga, donne, e altri elementi “immorali”. Quello che emerge dalla trap è che però ormai quest’aspetto non è più in alcun modo collegato a un sentimento di rinnovamento, ricostruzione, rivoluzione prospettata per la società in generale. Si parla di edonismo puro e semplice, senza ambizioni di elevarlo a sistema costruendo un mondo più giusto. Se questo da una parte è sincero, dall’altra testimonia come ci sia effettivamente stata una sorta di fuga dal mondo reale, dai suoi problemi, dalle sue lotte.

Ancora su Nuovo pop italiano: un’immagine che ho trovato particolarmente evocativa è quella della vecchia con il rosario in mano. Ti definiresti credente?

Assolutamente sì. Sono cattolico tradizionalista. Questo spesso però ha condotto molti dei miei correligionari a chiudersi, a isolarsi dal mondo, io non ci riesco. Non riesco a capire se sia la volontà di cambiare le cose, oppure solo la vanità di non riuscire a rinunciare a piacere ai propri contemporanei. Credo un po’ entrambe; questo mi porta spesso a essere incoerente. Una cosa buona della religione cattolica è che comunque ti fa capire quanto si sia fallibili. Ho un ego smisurato ma questa cosa mi aiuta almeno un po’ a tenerlo sotto controllo.

C’è un pezzo del nuovo disco, praticamente un manifesto programmatico, in cui invochi un’«epica del dolore». Michel Houellebecq, in un suo pamphlet intitolato Restare vivi, sostiene che un aspirante poeta debba custodire e coltivare il proprio dolore, perché è da lì che germoglia l’arte autentica. Cesare Pavese, al contrario, in una nota del Mestiere di vivere constatava amaramente che «la grande, tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente». Tu come ti poni rispetto al dolore? Credi possa essere produttivo per un artista o aspirante tale, e più in generale nel percorso di crescita di un essere umano?

Ecco, credo proprio che il messaggio chiave della religione cristiana, che può essere condiviso anche dai laici, sia che la sofferenza in qualche modo “serve”, può essere sfruttata per non essere fine a sé stessa. Il momento topico della vita di Gesù è la sua crocifissione, più che i suoi insegnamenti o i miracoli. Questo per dire quanto il dolore sia davvero ciò che può essere convertito in un accrescimento, in un premio, in un riscatto. E tale messaggio può essere applicato anche alla vita di ogni uomo. La missione dell’artista è proprio quella di prendere questa enorme riserva di dolore e creare attraverso di essa la bellezza.

 

 

L’altra faccia dell’epica del dolore è quella che io chiamerei la “glamourizzazione del disagio”, quella tendenza narcisistica piuttosto diffusa tra le nuove generazioni, nonché tra i nuovi songwriter italiani, a ostentare malinconia sui social e a citare gli psicofarmaci per lasciar intendere di avere un mondo interiore complesso. Penso ad esempio a canzoni come Lexotan dei Cani o Xananas di Myss Keta, o ancora a Tommaso Paradiso che nelle interviste dichiara di prendere il Lexotan per sedare gli attacchi di panico. È questo il fenomeno a cui ti riferisci quando dici di non sopportare i «nuovi tristi»?

Sì, anche perché senz’altro la psichiatrizzazione sta assumendo dei contorni inquietanti. Una grande massa di persone assume regolarmente psicofarmaci. Credo che questo impedisca davvero di processare in maniera spontanea e profonda le difficoltà che si hanno; al tempo stesso, questa iperdiffusione del rimedio farmacologico banalizza la condizione di coloro che ne hanno bisogno davvero. Anche per questo motivo abbiamo voluto citare il disturbo ossessivo compulsivo nel nostro primo videoclip.

Accanto all’epica del dolore c’è però anche, in alcuni vostri testi, l’anelito alla gioia, a una felicità piena e senza ombre (una canzone del primo disco, Gioia, verte proprio su questo). Come si conciliano due dimensioni così apparentemente opposte come la ricerca della gioia e l’apoteosi della sofferenza?

Credo che la vita umana sia fatta di emozioni quantomai variegate. Esistono band, anche grandissime, che sembrano incarnare un solo stato d’animo (Smiths, Joy Division, Placebo); ottimo, ma a noi non viene spontanea la stessa cosa. Ci piacerebbe essere in grado di narrare un po’ tutto lo spettro!

 

 

Qual è il tuo pezzo a cui sei più legato e perché?

Ne sceglierò due, uno per album: Mare, perché è a mio avviso il pezzo più sincero che abbia scritto e rappresenta anche nell’arrangiamento quel furore chitarristico che avevamo agli esordi. È un pezzo variegato che ha in sé problema e risoluzione catartica. Del secondo disco amo invece tanto Yamamoto: credo sia il testo dove meglio ho saputo coniugare elementi alti e bassi, e narra di una storia d’amore che, anche se finita, continua a ispirare ed elevare. Quello che a mio avviso dovrebbe sempre essere il legame fra un uomo e una donna.

 

 

Ormai anche una kermesse musicale storicamente conservatrice come Sanremo, portando in finale Lo Stato Sociale, ha iniziato ad aprirsi al nuovo pop italiano. Voi stessi, tra l’altro, anni fa siete arrivati alle selezioni finali di Sanremo Giovani. Credi che negli anni a venire il festival della canzone italiana potrà svecchiarsi ulteriormente, dando spazio anche a band emergenti al di là del solco del pop tradizionale?

Credo che sia l’unica possibilità per non perdere il treno con le nuove generazioni; un po’ come è stato fatto con il tradizionale concerto del primo maggio. Credo che nel giro di un quinquennio gli artisti provenienti dalla cosiddetta scena indie saranno la maggior parte.

Ad Agosto calcherete un palco di enorme prestigio come quello dello Sziget. Come ve la state vivendo? Siete pronti per il grande salto?

I grandi festival sono complessi dal punto di vista dei musicisti; spesso poi, suonando non certo da headliner, si hanno tempi molto stretti per soundcheck ed esibizione. Sarà probabilmente un concerto impegnativo dal punto di vista tecnico, ma significativo, soprattutto per una questione di “curriculum”. D’altra parte ogni singolo concerto del tour in terra italiana è fondamentale: siamo proprio nella fase in cui è necessario esprimersi al meglio per conquistarsi una prima fanbase a giro per la penisola, essendo il nostro primo giro vero e proprio fuori dalla Toscana.

Progetti per il futuro? Avete già iniziato a registrare un terzo disco?

Vorremmo davvero cambiare ancora e realizzare un lavoro più ambizioso dei precedenti. Per questo credo che ci concederemo del tempo per capire in che direzione andare, anche solo nella scrittura! Una volta completata tale fase, sarà il tempo di cominciare a pensare a registrare.

Francesco Scida
Francesco Scida
Vive a Roma dove si è laureato in Lettere. Oltre che con Dude Mag ha collaborato con Deer Waves, Libernazione, il deboscio, Visiogeist, Cinemonitor. Ama definirsi un prodotto culturale e un aggregatore di contenuti.
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