Musica: Odiare il nuovo disco di Iggy Pop
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Odiare il nuovo disco di Iggy Pop

Post Pop Depression è il diagramma di Venn della mediocrità.

24 Mar
2016
Musica

Venerdì 18 marzo 2016 è uscito il nuovo disco di Iggy Pop. Si chiama Post Pop Depression. Iggy Pop l’ha registrato con il produttore Josh Homme, che suona anche nel disco, e che è una figura di spicco nel mondo del rock in quanto protagonista di progetti come: Kyuss, Queens of the Stone Age, Fu Manchu, Eagles of Death Metal, Them Crooked Vultures, Desert Sessions, Foo Fighters, Mastodon, The Strokes, Primal Scream. Iggy Pop ha registrato con Dean Fertita alle chitarre, a sua volta in: Queens of the Stone Age, The Raconteurs, The Dead Weather. Alla batteria invece c’è Matt Helders, anche lui non un novellino: Mongrel, Toddla T, Arctic Monkeys, un po’ di remix, pure un progetto solista.

Venerdì 18 marzo 2016 è uscito il nuovo disco di Iggy Pop, si chiama Post Pop Depression ed è un disco brutto.

È un disco brutto perché nessuno dei quattro protagonisti di Post Pop Depression è andato oltre il suo: hanno solo visto cosa tra i loro mondi fosse in comune e se fosse stato possibile farne un disco. È come quei grafici con i cerchi, qui i cerchi sono quattro e la loro sovrapposizione è esattamente Post Pop Depression. Quei cerchi sono più grandi, più ampi, forse ci si sta più comodi dentro, ma messi uno vicino all’altro hanno evidenziato solo uno spazio minuto. Post Pop Depression è il diagramma di Venn della mediocrità.

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Quindi dentro abbiamo il songwriting desertico di Homme, le schitarrate di Fertita, l’energia di Matt Helders (Sunday è praticamente disco music fatta coi tom) e Pop, che parla di sé stesso e delle sue possibilità ora che di anni ne ha 68. Parliamo di musicisti che suonano da tempo, quindi sì, ovviamente è stato possibile fare un disco da queste sovrapposizioni. Ci sono delle buone idee, c’è appunto Sunday che con la sua chiusa orchestrale può lasciar pensare ad una seconda metà del disco diversa, prima di essere bloccata dalle atmosfere posticcie tex-mex di Vulture. Alla fine Iggy Pop torna a urlare rabbiosissimo in Paraguay, invero forse il pezzo più riuscito, ma che sembra e suona comunque fuori luogo, una parodia.

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E quest’opera però puzza di compitino. Post Pop Depression non porta avanti alcun discorso musicale, e non studia niente. Anziché esplorare l’inesplorato e cercare di trascriverlo in musica, ognuno ha esplorato le idee degli altri e ha detto «mah, dai, ci sta, possiamo suonarlo e ci si può cantare sopra», e neanche in maniera così brillante da sintetizzare davvero le personalità musicali che ci hanno lavorato; e la cosa che più fa arrabbiare è che dati i fattori del progetto, questo avrebbe potuto essere un gran disco, dunque parlo da uomo ferito. Insomma, Post Pop Depression è un compromesso, ma non un buon compromesso come la birra del discount o i Giuramenti di Strasburgo. C’è una linea sottile che divide il compromesso dalla paraculata, come la birra buona del discount o il patto di Versailles.

Il fatto è che questo disco venderà delle copie, pure parecchie, e seguirà un tour e la gente andrà a questi concerti, sia perché sono gli ultimi per Iggy Pop (per forza di cose: l’età avanza; a quanto ha detto questo potrebbe essere l’ultimo disco), sia perché oltre alle tracce del disco i futuri spettatori sperano segretamente che nel reprise Iggy tornerà sul palco e potranno sentire l’attacco di The Passenger o, per i più matti, quello di TV Eye – certo, suonato da Homme Fertita & co. non dev’essere tanto male, ma non è questo il punto.

 

Non è un caso che gli ultimi dischi davvero buoni di Pop siano quelli prodotti e suonati da Bowie (escludendo il bizzarro Blah Blah Blah, che appunto accredita il Duca solo come produttore). Le star del rock puro, o peggio ancora del punk, sono tutte giovani e belle. Il rock, come tutti i movimenti di rottura, è stato fatto da giovani e/o dai loro rappresentanti, ed è per questo che quando morirà Keith Richards (perché morirà, no?) ci sembrerà assurdo, ma non assurgerà mai al livello traumatico che, per il mondo musicale tutto, ha avuto la morte di Bowie. Perché, semplicemente, il Richards che rompeva le cose per cambiarle è sparito già da anni, mentre Bowie ha evoluto sé stesso e, soprattutto, il suo modo di esprimersi. Si dice che David Bowie sia una star del rock, ma è solo una semplificazione: Bowie era una star della musica pop, multiforme e splendidamente cangiante. Bowie sapeva cambiare pelle.

Le iguana cambiano pelle spesso; soprattutto in fase di crescita, possono cambiarla anche due volte in 15 giorni perché è come se il corpo nuovo, cresciuto, ecceda la vecchia custodia; si può riconoscere il periodo della muta da come i rettili si strusciano sugli alberi o su qualsiasi cosa ruvida per aiutare il distaccamento. Da adulte, è difficile che le iguana cambino la pelle. Iggy Pop non cambia pelle da anni, nonostante gli ultimi tentativi da crooner o francesi, e forse è il caso di non provare più a farlo per non collocarsi nella categoria del “provarci con troppa foga”, preludio del “non riuscirci” o del “riuscirci male”.

Dai, Iggy, segui la via del crooner, la via francese anzi, segui quella italiana, vieni qui da noi, lascia perdere il rock e l’autolesionismo e il punk e vieni a fare un bel tour nei teatri, hai una certa età; vieni al Sistina e fai una bella serata omaggio a Piero Ciampi e a Tenco e a Paolo Conte, con una backing band di contrabbasso e pianoforte e batteria, una classe incredibile Iggy, ci pensi, ti tieni pure su la maglietta (facciamo la camicia, bianca, con un papillon) per tutto il tempo questa volta. Ad una certa appare Mike Patton, fate Buscaglione, ne viene giù il teatro, applausi dappertutto, mani scorticate. Imitare gli altri è molto più facile, e bello, che imitare sé stessi da giovani. E per un rettile mimetizzarsi così non dev’essere poi troppo difficile. Ci vediamo lì.

 

Mattia Pianezzi
Studente di Editoria e Scrittura alla Sapienza, vivacchia a Roma. Scrive per Crampi Sportivi, Atlas Magazine e Flanerí.
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