Musica: Oltre la club culture — Alivelab racconta la notte di Bologna
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Oltre la club culture — Alivelab racconta la notte di Bologna

«La scena a Bologna è molto frammentata, ci sono continuamente serate diverse ma tutti si conoscono e si incontrano spesso. Queste sono cose che non vediamo in altre città e alla fine crediamo che siano quanto di più fondamentale possa esistere in ambito culturale.»

L’atmosfera fumosa, le sonorità scure e battenti. Sono questi i tratti che trasformano molti dei sabati sera di Ateliersi, piccolo spazio “multiforme” nel centro di Bologna, che ha il pregio di sapersi reinventare sulle forme della propria programmazione artistica.

Solo quest’anno, la città più colonizzata da fuori sede d’Italia si è vista attraversare da circa dodici serate, oltre che da un festival estivo, che hanno raccolto a Bologna alcuni dei nomi più interessanti della scena elettronica internazionale. È Alivelab la realtà dietro questi eventi, che ormai da cinque anni promuove la cultura del clubbing, indagandone le diverse declinazioni e le contaminazioni con gli altri linguaggi contemporanei. Con intelligenza e qualità, nel corso del tempo Alivelab ha saputo tracciare un percorso originale nella scena, spaziando dalla techno, al grime, fino all’industrial e l’ambient, ospitando nomi noti ai più (Not Waving, Acronym, Last Japan), organizzando showcase di etichette italiane e non, dando spazio alle scoperte più interessanti del territorio, come PRESENTE, Razgraad e Stromboli. Un gruppo di appassionati che è riuscito nell’impresa di avvicinare una piccola città alle capitali della musica elettronica. Abbiamo intervistato Domenico e Giobbe, tra i fondatori e ideatori della realtà bolognese, per farci raccontare come tutto questo sia possibile.

 

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Habitat, Ombre Lunghe, Planetario. Tutte creature di un’unica realtà: Alivelab. Quando e come nasce? Quali sono le figure che la fanno esistere?

Le formazioni di Alivelab sono state innumerevoli e negli anni è una realtà che è stata attraversata da tantissime persone. Alcune hanno contribuito a formarne l’attitudine in maniera fondamentale. Impossibile nominarli tutti, si potrebbe passare ore a raccontare delle persone che hanno portato avanti questo progetto. Per quanto riguarda i nostri inizi, non c’è un momento particolare che ricordiamo, eravamo solo un gruppo di ragazzi che metteva dischi nei locali di Bologna e ad un certo punto abbiamo deciso di mettere da parte i nostri guadagni per costruire qualcosa che potessimo sentire nostro. Da alcuni anni Alivelab cura principalmente Habitat e Ombre Lunghe,  diversi tanto nella proposta che nella forma. Il primo è un format di serate club, nelle quali ospitiamo dj-set di artisti della scena elettronica e techno internazionale, con una line-up più improntata al ballo. Il secondo invece nasce come un festival di musica elettronica principalmente live, dove la dimensione è più quella dell’ascolto, e che durante l’anno compare in maniera intermittente accanto ad Habitat. Nel corso del tempo abbiamo cambiato alcune location, passando ad esempio dal TPO – Teatro Polivalente Occupato, ma da un paio d’anni ci siamo stabilizzati ad Ateliersi, grazie alla collaborazione con il collettivo artistico che lo gestisce. In più, con il patrocinio del Comune di Bologna, lo scorso giugno abbiamo curato tre serate di Ombre Lunghe in un posto davvero suggestivo in pieno centro e che solitamente resta chiuso al pubblico, l’Ex Ospedale dei Bastardini.

Club, clubbing sono etichette particolarmente diffuse, di cui negli ultimi anni si abusa spesso anche al di fuori della nicchia culturale da cui provengono. In realtà, però, nascondono al loro interno dei veri e propri mondi, anche molto distanti tra loro. Qual è la dimensione in cui si muove Alivelab? Cos’è che non può mancare nella vostra idea di club e cosa invece non varca l’ingresso?

La dimensione in cui ci muoviamo è sicuramente lontana dal concetto di generi e non ci siamo mai fermati su qualcosa di specifico. Da noi sono passati artisti che possiamo definire house, grime, techno, dubstep e anche un paio di artisti che di ritmico avevano ben poco. Questo riflette i nostri gusti e in generale il nostro interesse è di interpretare quello che succede nella scena del clubbing e proporre una nostra visione. Non sempre questa lungimiranza paga e a volte ci sforziamo di mantenere un equilibrio con quelli che potrebbero essere gli interessi del pubblico.

 

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Facendo un giro in uno dei moltissimi festival di techno ed elettronica sparsi in tutta l’Europa, può sorgere il dubbio che in Italia il pubblico del dancefloor sia decisamente diverso da quello estero, così come l’offerta che viene proposta. C’è qualcosa di vero o sono solo pregiudizi?

A parte l’oggettiva incapacità a formare una fila, solo pregiudizi. È il contenuto piuttosto che la localizzazione geografica a selezionare il pubblico di una serata.

Alivelab è fortemente radicata a Bologna. Com’è vivere e curare una programmazione artistica in una città che continuamente piange la fine del suo stesso mito? Secondo voi Bologna può ancora porsi come laboratorio di esperienze culturali, soprattutto nei confronti di altri centri?

Siamo cresciuti con i racconti su tutti gli spazi degli anni ’90 e su cosa hanno generato. Al di là dell’indubbio valore culturale (e non solo) di queste esperienze, noi non le abbiamo mai vissute e non torneranno per come sono state. A Bologna oggi esistono tantissime etichette e artisti che in questo momento hanno qualcosa da dire. La scena del clubbing / dei concerti è molto frammentata, ci sono continuamente serate diverse ma tutti si conoscono e si incontrano spesso. Queste sono cose che non vediamo in altre città e alla fine crediamo che siano quanto di più fondamentale possa esistere in ambito culturale.

Al di là di tutti i fattori ambientali, ciò che fa la differenza tra una serata di qualità e una qualsiasi è la selezione degli artisti. C’è un filo rosso che segna le vostre scelte?

Non precisamente. Di solito il processo è molto semplice, abbiamo molti ascolti in comune e altrettanti sono molto distanti tra loro. A volte ci passiamo dei link in chat senza nemmeno imbastire un discorso. Quando un artista ci convince lo avvertiamo forte e chiaro.

 

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Ad esempio, sabato 19 novembre arrivano, ad Ateliersi, Florian Kupfer e Nick Klein. Cosa vi piace di questi due dj?

Giobbe — Con un amico ho passato parte dell’estate a Berlino e durante un weekend abbiamo sentito suonare Florian Kupfer due giorni di fila in due locali che non sono fra i miei preferiti. Però la sua musica ci ha conquistato, eclettico ma diretto – ci sono stati alcuni momenti magici in pista. Venerdì siamo arrivati fino in fondo al suo set mattutino e il giorno dopo, nonostante fossimo distrutti, ci siamo trascinati a sentirlo attirati dal ricordo della sera prima. Ne è valsa la pena.

Domenico – In questo caso è molto importante la coerenza e anche questo l’abbiamo imparato sbagliando. Nick Klein è fresco di uscita per L.I.E.S. records e anche Florian Kupfer è uno dei fuoriclasse della label di Ron Morelli. Klein viene da studi performativi sulla musica elettronica, Kupfer è più legato alla tradizionale scena clubbing contemporanea. La combinazione non dovrebbe  scontentare nessuno.

 

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Nella scena techno, così come in molti altri campi, c’è una proliferazione enorme di produzioni e artisti, ma spesso mancano gli strumenti per orientarsi in questo mare di nomi e suoni. Quali sono i vostri punti di riferimento? Come vi tenete informati e come scoprite gli artisti?

È banale, ma ci teniamo aggiornati tramite negozi / distribuzioni non troppo di nicchia come Hardwax, Delsin, Rush Hour, Clone, Phonica, Rubadub. Ascoltiamo le preview in maniera abbastanza regolare. Il resto lo fanno gli amici, certe volte ci stupiamo di come ci capiti di comperare – involontariamente – più di qualche disco uguale. In certi momenti invece siamo su due pianeti differenti. Per dire, qualche giorno fa eravamo fuori con gli altri e uno di noi era stupito che uno non conoscesse i Darkthrone, qualcun altro invece non conosceva The Streets.

Avere a che fare con gli artisti implica che di tanto in tanto arrivino agli organizzatori richieste strane. Lavorando di notte, immagino che quelle che arrivano a voi siano ancora più improbabili. Chi è l’artista più simpa e quello che invece più vi ha fatto penare?

Domenico — Personalmente ho dovuto gestire una situazione abbastanza spinosa con Mono Junk, una persona che vive la musica in una maniera estremamente intensa e anche uno dei pionieri della techno europea. Viene da tutto il mondo dei rave dei decenni passati, delle love parade e, giustamente, è un’artista molto esigente. Ci sono molto spesso pesanti differenze culturali, anche nel modo di approcciarsi e di comprendere le quotidiane problematiche della vita. A causa di una partita di calcio importante in città siamo arrivati in ritardo in aeroporto. Era incazzato nero e ci abbiamo messo mezza giornata per strappargli un sorriso.

Giobbe — Un bel ricordo è legato ad Andrea di Ilian Tape. Dopo una serata disastrosa, mentre aspettavamo depressi il suo treno in stazione, ha regalato a me e Domenico alcuni dischi, fra cui uno suo con Stenny – sotto uno sconosciuto peseudonimo. Non lo conoscevo, ma è incredibile e lo suono sempre. Oggi di quel weekend ricordo solo quel disco e non l’enorme buco che abbiamo fatto.

Quella del club è una dimensione sempre a metà tra l’arte e l’intrattenimento. Nel panorama artistico contemporaneo sono molte le esperienze che vanno verso la creazione di ambienti e di estetiche immersive. Ultimamente diversi lavori, ad esempio nel teatro e nella danza, si rifanno più o meno direttamente all’idea di clubbing (vedi Higher di Michele Rizzo, Bolero Effect di Cristina Rizzo,  Hu(r)mano di Marco da Silva Ferreira), così come curare una serata ha spesso i tratti della performance (l’attenzione al lighting design, all’allestimento, ai visual, ecc.). Pensate che il club si ibriderà sempre più con questi altri linguaggi artistici o conserverà una propria identità di scena sottoculturale?

Sinceramente non abbiamo un’idea precisa in merito, il clubbing è uscito dai club da parecchio tempo e questa decontestualizzazione lo ha portato a contaminarsi con altri linguaggi. Questo si può vedere nelle performance di tanti artisti, come in molti dischi che richiamano la cultura del clubbing, ma non si rivolgono direttamente a quella scena. Visto che il clubbing non è esattamente il nostro background, crediamo che per quanto riguarda Habitat sia più interessante per noi fare un opera di riduzione, per andare a fondo in questa esperienza. Contemporaneamente con Ombre Lunghe si è voluto creare un progetto in cui poter impostare un discorso diverso, in cui il focus principale è sull’ascolto e il ballo rappresenta soltanto un momento conclusivo di alcune giornate del festival.

E se uno si fosse stufato di Berlino, dov’è che è il caso di andare a farsi un giro per trovare cose interessanti?

La scena europea sembra spostarsi più a Est. Alcuni artisti sostengono che Tibilisi non abbia nulla da invidiare a Berlino, e noi siamo tornati da poco da Cracovia, per l’Unsound. Dalla Russia stanno arrivando molti dischi interessanti come quelli di Buttechno, che si uniscono a quelli di artisti già affermati come Vakula o Gesloten Cirkle.

 

Tutte le foto della gente che balla in questa pagina sono di Martina Anelli

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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