Musica: Gli ottant’anni di Piero Ciampi
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Gli ottant’anni di Piero Ciampi

Oggi Piero Ciampi avrebbe compiuto ottant’anni. Abbiamo voluto omaggiare uno dei più importanti cantautori italiani, raccogliendo alcuni pensieri sulla sua musica e la sua poesia.

28 Set
2014

Oggi Piero Ciampi avrebbe compiuto ottant’anni. Abbiamo voluto omaggiare uno dei più importanti cantautori italiani, raccogliendo alcuni pensieri sulla sua musica e la sua poesia.

 

Tu no

Quando si parla di cantautori, il mio primo pensiero va ai debiti emotivi accumulati con ciascuno di loro. C’è un piccolo notaio dentro di me che continua ad archiviare: tra scartoffie e melodie tiene il conto di quello che devo a Dalla, a De André, Battisti, Gaetano e così via. Debiti emotivi, ne ho un bel po’ e prima o poi qualcuno verrà a spezzarmi le gambe sotto casa, perché non pago mai.

Il Piero Ciampi al quale devo di più, è quello che si muove tra i detriti. Quello che canta dopo la catastrofe, dopo le grida, quello spietato che non lascia neppure le briciole alla speranza e che racconta di quel che accade dopo che le valigie sono state fatte, dopo che il taxi è arrivato e la porta è stata sbattuta. Dopo, quando ormai è troppo tardi. Ho parecchi debiti emotivi col Piero Ciampi che accende la telecamera e filma come il più cinico dei reporter tutto quello che rimane dopo che è stata persa la bussola e si giunge a un punto di non ritorno. Dove non c’è spazio per la dignità e allora ci si appella a qualcosa di molto simile al nulla, ai qualche volta eri felice.

Nessuno come Ciampi ha saputo mettersi a nudo e sviscerare in maniera così cruda le difficoltà di un rapporto di coppia, l’angoscia delle ultime esalazioni fino all’inesorabile fine. Se In un palazzo di giustizia privilegia un contesto più “burocratico” – non per questo meno feroce – e l’ultima strofa di Mia moglie arriva quasi in soccorso dopo tutti quei versi devastanti, in Tu no non c’è posto per le interpretazioni. Il crescendo degli archi coincide anche con il crescere delle amare consapevolezze di chi supplica dopo, quando ormai è troppo tardi. Nell’ultimo verso: tu no, amore no, qualche cosa te l’ho data, se mi guardi con quegli occhi anche se non viene mai pronunciato, sembra di sentire una volta tanto: tu sì, sei andata via per sempre.

Edoardo Vitale – Scrive su DUDE Mag e conduce Aut:Aut su Fusoradio

 

L’incontro

A metà degli anni ’70 Piero è veramente da buttare via, vive e scrive con quel misto di sorda disperazione e menefreghismo di chi ha già dato la propria resa all’esistenza. Ciampi a un certo punto ha iniziato a vivere come fosse già morto. Canta nei club alto-borghesi per alzare due lire, ma gli fa tristezza anche il solo sopravvivere. Una sera a Firenze se ne andò dal palco dopo una sola canzone, non prima di aver ironizzato col pubblico: «sono il cantante più pagato della storia, 500mila lire per mezza canzone».

Gira con i pantaloni spiegazzati, le camicie coi colletti consunti, si regge in piedi male e mal volentieri. Ovviamente beve troppo. Nel ’76 è in studio con Gianni Marchetti per registrare Dentro e fuori, che poi sarà il suo ultimo album.

In un momento di pausa, in piedi nello studio, triste e sfatto, Ciampi improvvisa:

 

Domani

la mia camicia sarà pulita,

le mie pupille bianche,

il mio passo fermo,

i calzoni stirati,

le scarpe lucide,

e la mano non deve tremare,

costi quel che costi. 

 

Marchetti inizia ad accompagnarlo col piano, gelido.

In questi versi, veloci e immediati, si capisce quanto Ciampi lavorasse visivamente sulla propria poesia: l’emarginazione e la sofferenza si concretizzano in immagini piccole e quotidiane, in gesti di una normalità impossibile per chi vive l’esclusione. L’indomani Ciampi rivedrà la figlia che non vede quasi mai  «e la mano non deve tremare, costi quel che costi».

Ciampi canta il dolore della ricerca di chi, pur essendo ultimo, non vuole perdere la dignità di una pupilla bianca e di una mano ferma di fronte alla figlia. Del dolore di chi sa che deve proteggere le cose belle della vita dal proprio dolore: 

 

Forse comincerò a prenderti la mano,

poi non saprò come continuare,

farò di tutto perché tu non capisca

l’indifferenza che in questo mondo ci perseguita.

Ma per tenerlo nascosto, questo dolore, servono sforzi enormi:

Stanotte allenerò le mie labbra

a sorridere

e dovrò quindi pensare

a lavarmi fino alla morte i denti. 

 

Tanto che a un certo punto subentra la rassegnazione, insieme a una specie di grigio senso d’abbandono. Abbandono alla propria solitudine, al proprio dolore, alla propria rabbia.

Rivedere la figlia, concedersi il piacere dell’incontro, non è che un ultimo disperato atto di egoismo per chi, in fondo, è già morto.

 

Vorrei piacerti come un tempo

ma la mia pelle è stanca

e non posso nascondere il mio volto.

Dovresti essere forte e dirmi,

lasciandomi alla mia vita di sempre,

che ormai per te sono un estraneo

e che ha ragione la gente

quando dice che merito la solitudine.

Ma guarda tu che cosa ti dico;

sarebbe molto meglio per te

che te ne andassi

prima di incontrarmi.

 

Nella poesia di Piero Ciampi però, l’amore è ineluttabile almeno quando il dolore. Come non si può smettere di soffrire non si può smettere d’amare. Ed è una grande consolazione:

Emanuele Atturo – Scrive su DUDE Mag e Crampi Sportivi

 

Sobborghi

Non sono così sicura che oggi Piero Ciampi avrebbe compiuto 80 anni bevendo vino rosso, come una certa retorica della citazione e del ricordo, vorrebbero farci credere. Credo, piuttosto, che per qualcuno gli 80 anni non esistano, che a qualcuno sia più dura la vita e più lieve e veloce l’addio e che nella Storia, a rari volti e rari corpi e rari visi, sia riservata una vicenda breve, violenta, pura, che per sé non immagina una lunga durata.

Non esiste insomma un Piero anziano, e neppure un Piero giovane, esiste quel che di Piero possiamo ancora incontrare, leggere, ascoltare, immaginare. Non esistono compleanni e non esistono anniversari.

C’è una zona di Milano che si stringe in una piazza tonda che porta il nome di una regione del nord Italia, una piazza che ospita due palazzi quasi gemelli, bianchi, stellari, meridiano di Greenwich di un accumulo di vie residenziali, case borghesi, un teatro imbruttito dalle ristrutturazioni, piccoli parchi nascosti e una casa di riposo per soli musicisti che sembra uscire da una speciale forma di fiaba russa.

Corso Vercelli è una via chiave di questa zona, negli anni del Boom i milanesi erano soliti percorrere le sue due strisce di negozi, di vetrine nascoste dagli occhi dei turisti del Duomo, salire con la scala mobile poi al cinema Gloria dove ancora oggi possiamo finire se abitiamo da quelle parti e non ci interessano le grandi multisale del centro e della periferia. Si comprano ancora “bellissime cose” in corso Vercelli, e il sabato sera, verso le 19, a quest’ora, se il cielo è sereno, la via diventa blu e sembra avvolgere magicamente questa zona della Milano di oggi, nella carta velina che avvolgeva le camicie delle botteghe che in quella via sono cambiate o che infine non ci sono più.

Da corso Vercelli inizia il racconto che Ciampi fa di questo amore triste di sola carne adulta, che non sa più sognare, ma s’adegua invece alle stanze buie, stufa di rincorrersi tra i palazzi, come si fa quando l’amore è fresco, vivace, magari adolescente sebbene tu non lo sia più. E Piero compra ”bellissime cose” con la sua donna in corso Vercelli, poi ritorna con lei a San Siro, nella profonda periferia amorosa che pure Vecchioni, in quegli stessi anni, ci raccontava, e con lei vuole fare solo l’amore. E noi immaginiamo le dita di quest’uomo che rincorrono le calze in collant della sua amata, e di lei, possiamo vedere, sfiorano il collo, le dita, le labbra, il ventre. Immaginiamo una scena d’amore che vive e si mostra per spegnersi poi, un attimo dopo, nella disillusione di lei, che invita lui a costringere le passioni, per liberarle poi nella stanza chiusa, nella casa senza stelle, con il letto sfatto dalla mattina. 

Piero Ciampi ci racconta così della passione che si trasforma, in un gesto, in monotonia, nell’erotismo che si spegne nelle stanze, lo stesso che un istante prima, nel tempo impietoso che solo è dell’amore, si accendeva camminando vicini in una via di negozi, attraversando i cortili, percorrendo una strada comune. 

E così, i corpi dell’amore, diventano corpo per il solo corpo là dove finiscono, con la via, il sogno e la fantasia.

 

E poi, perchè dici di amarmi? Per andare avanti? Dove?

Là? No.

 

Giulia Cavaliere – Scrive di musica e libri sul Mucchio Selvaggio, Doppiozero, Rockit 

 

Ha tutte le carte in regola

«In Francia chiamano il poeta scorticato, le poète ecorché, quello che ti mette la carne viva sul tavolo». È con questa suggestione di Ugo Marcheselli – fondatore del Circolo Culturale Piero Ciampi di Senigallia – che vorrei iniziare a parlare della canzone-manifesto dell’uomo Piero Ciampi.

In questo brano più lungo della media delle sue canzoni, in questa sorta di tango molto irregolare – per il quale Claudio Lolli si immaginava «che anche i musicisti fossero demotivati a suonarlo, che non vedessero l’ora di andare a casa» – Ciampi sembra dirci: «eccomi, io sono questo e queste sono le mie viscere». Sono uno che «vive male la sua vita / ma lo fa con grande amore».

E nel dirlo, srotola un grandissimo tassello del poeta-uomo e della sua opera: un’enorme necessità amorosa estremamente difficile da gestire, una richiesta d’amore che riesce ad ottenere, però, solo l’effetto contrario: una grande solitudine. Dall’universale di «preferisce stare solo / anche se gli costa caro» si rimbalza al particolare della storia intima del cantautore, che «ha amato tanto due donne / erano belle, bionde, alte, snelle / ma per lui non esistono più».

Non c’è spazio qui – e non c’è spazio nella vita di Ciampi – per le distinzioni tra uomo pubblico e uomo privato, tra l’artista e il vagabondo, tra il poeta e l’alcolista. Proprio perché tutto, in lui, era assolutamente unitario e organico quelle due donne le ha perse: «è perché è solo un artista / che l’hanno preso per un egoista».

Ha tutte le carte in regola è, a rileggerla ora, un bellissimo epitaffio che trae la sua forza dal perfetto gioco di equilibri che si crea tra la sincerità cruda, l’ironia dissacrante e distanziante e la tenerezza genuina ed infantile dei suoi testi. Una vertiginosa alternanza di stati d’animo a cui l’ascoltatore non può sottrarsi. «Questo è un miserere / senza lacrime. / Questo è il miserere / di chi non ha più illusioni».

Laura Marongiu – Conduce Palomar su Radio Città del Capo

 

Adius

Ho scoperto Piero Ciampi con Adius, e pensandoci bene tutto quello che devo a Piero Ciampi glielo devo per Adius. La prima volta che l’ho ascoltata sono prima scattato sulla sedia, poi mi sono dato uno schiaffo sulla fronte non appena ho realizzato che era ovvio e che c’era un’unica cosa da fare e quante volte, quante volte non l’avevo fatta e invece sarebbe bastato. Adius mi ha insegnato qualcosa – e non è poco perché in genere le canzoni non ti insegnano mai niente. «State attenti se non siete forti», la presentava così Piero Ciampi in un live che per fortuna ci è pervenuto. In effetti, come dicevo, Adius mi ha insegnato qualcosa, e cioè mi ha insegnato ad essere forte – non che io sia sempre forte, ma perlomeno so un po’ meglio come si dovrebbe essere se si fosse forti.

È forse vero che il coraggio del vaffanculo è un uovo di Colombo, ma Piero Ciampi (poeta, come scritto, si racconta, sulla sua carta di identità) lo ha messo in poesia. Adius mi piace perché è una canzone d’amore che sta dalla parte mia. Una delle poche, se non l’unica, comunque probabilmente la più bella, sicuramente quella che più conforta. D’altra parte non si tratta soltanto (anche se sarebbe già abbastanza) di raccogliere tutte le forze in nome della dignità: c’è proprio implicitamente un inno al vaffanculo che è trasponibile in qualunque contesto struggente della vita. Il suo vaffanculo è la sua battaglia contro l’indifferenza. Del resto in Piero Ciampi è ricorrente ciascuna delle due parti coinvolte in Adius: l’amore che straborda, da una parte, l’indifferenza contro cui si abbatte, dall’altra – niente che sintetizzi meglio il senso della musica nel mondo. Scoprirsi, esporsi, mettersi in gioco e trovare il rifiuto: segue logicamente, matematicamente, splendidamente un vaffanculo grosso come una casa.

Giordano Nardecchia – Si occupa di musica su DUDE Mag

  

L’amore è tutto qui

«L’amore è tutto qui, e pensa se ce ne fosse addirittura altro ancora di cui preoccuparsi!» sembra dire Ciampi. L’amore cantato dal poeta di Livorno in questo brano del 1971 è tanto evanescente e minimo quanto forte e devastante; forse quello più vero proprio perché  semplicissimo e al contempo profondamente contraddittorio. «Tutte le cose che non hai, accanto a me le troverai, nel mondo dell’illusione» è una delle frasi che mi commuovono di più di tutta la musica italiana; è una frase che sintetizza tutta la dolcezza disperata di un amore che è sia preda che predatore, tanto fonte di nutrimento essenziale quanto forza che divora dall’interno chi la accoglie, insaziabilmente.

L’amore è un ossimoro, è difficile (se non impossibile) da decifrare come la vita eppure: è tutto qui.

Tommaso Di Giulio – Cantautore e musicista

 

Ma che buffa che sei

«Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti:  è il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962.», scrissero di Piero Ciampi sulla Domenica del Corriere.

Non fu l’ultima volta che la Domenica del Corriere mostrò di essere in un mondo tutto suo (purtroppo).

Fuori da quella redazione, Piero Ciampi viene conosciuto e riconosciuto solo negli anni ’70, la decade in cui dà il suo massimo, e da cui non esce vivo.

La sua fama cresce ancora dopo la morte, come avviene spesso.

A tutti piace adorare gli artisti quando ormai sono irreperibili, quando sai che non potranno mai deluderti.

Fin dall’inizio ha avuto Tutte le carte in regola per essere un’artista: La voce estroversa, ll Vino, l’egoismo.

Mentre in Italia non viene ancora apprezzato, disperato come non smetterà mai di essere, parte per Parigi.

«Sono troppo francese per gli italiani», aveva detto.

Dopo pochi mesi si accorge di essere, allo stesso tempo, troppo italiano per i francesi. A Parigi aveva scritto un po’ delle sue canzoni piene di «no» ripetuti, e aveva acquisito il soprannome “Litaliano”, di cui non si libererà più. 

Nel 1971 scrive un testo che Laura Boldrini e Lorella Zanardo non avrebbero mai capito, Ma che buffa che sei.

 

Quel pugno che ti detti

è un gesto che non mi perdono,

ma il naso ora è diverso,

l’ho fatto io,

non Dio

 

L’arrangiamento è di Marchetti, un vero e proprio sarto di atmosfere, come solo i compositori di colonne sonore possono essere.

Marchetti, prima di lavorare con Ciampi, aveva scritto le musiche per film come Muori lentamente, te la godi di più. Un film orribile, con un titolo meraviglioso e una colonna sonora impeccabile.

 

Ogni cosa che fai,

ha troppi strani motivi

Ma che cara che sei,

quando dici “son due le anime mie”

Il denaro per te,

è un giornale di ieri.

 

L’egoismo di Ciampi non è un egoismo ottuso, di chi non si cura degli altri. È l’egoismo di un uomo che sa essere attento, capisce tutto ed ama. Però fa sempre quello che desidera, e desidera solo per sé.

Dopo quella trasmissione del 1977, in cui aveva detto “la donna è una razza”, molti cercarono di togliere l’intimità dal suo testo, per dargli una connotazione universale: Antifemminista.
Nessuno riuscì mai a vendere davvero Ciampi “come un detersivo”, in pochi lo stavano capendo. La cosa gli piacque, decise di stare al gioco.

Scrisse canzoni ardite, arditissime, come Non c’è più l’America, un remix di citazioni intelligenti, e Hitler in galera: 

 

Ne ho ammazzati milioni,

ma io sarò l’amore.

Provate.

 

Morì di un cancro alla gola, dopo aver fatto di tutto per morire di Cirrosi.

Cecilia Sala – Scrive su Cogito Ergo Sum Leone, collabora con La7

 

Te lo faccio vedere chi sono io

Una regina come te in questa casa? Ma che succede?

Ma io adesso sai che cosa faccio?

Che ore sono? Le undici? Io fra – guarda – fra cinque ore

sono qua e c’hai una casa con quattordici stanze,

te lo faccio vedere chi sono io.

Senti, intanto però c’è un problema: siccome devo uscire,

mi puoi dare mille lire per il tassì in modo che arrivo

più in fretta a risolvere questo problema volgare che

abbiamo? Te lo faccio vedere chi sono io, lascia fare

a me

 

La prima volta che ho sentito questi versi ho pensato che se fossi mai stato in grado di scriverli lo avrei fatto come sfogo, più che come satira. Chiaro che quello che si racconta della vita privata di Ciampi non aiuta a immaginare uno scenario diverso.

Di tutte le canzoni feroci che si possono trovare nel cantautorato italiano e che aggirano l’amore, da Verranno a chiederti del nostro amore a Bella stronzaTe lo faccio vedere chi sono io è la più spiazzantedesolante nella sua onestà. La fotografia di un amore umiliato da una miseria cialtrona, interpretata come nella miglior tradizione della commedia dell’arte del dopoguerra.

 

Te lo faccio vedere chi sono io,

Sono un uomo asociale ma sono un uomo che ti…

Io non ti compro il sottomarino: ti compro un transatlantico.

Basta che tu non scappi, stai attenta che… se scappi

Col transatlantico ti affogo nel… nell’Oceano Pacifico.

Dai, dai, coricati, vai che ti sganghero,

Te lo faccio vedere chi sono io.

 

Ciampi non faceva nulla per non dare di sé l’immagine di un egoista cronico, crudele nel suo edonismo, ma – a differenza di altra chansonnier di casa nostra dall’egoismo analogo – era l’unico a non correre mai il rischio di diventare una macchietta, a mescolare talmente tanto vita e arte da disorientare l’ascoltatore fino a trascinarlo con tutte le scarpe nel fango della sua bettola emotiva. Una bettola in cui Ciampi era tutto: autore, capocomico, suggeritore, uomo, donna e coppia. Una bettola così deprimente nel suo arredamento, da metterti nudo davanti allo specchio delle tue stesse miserie, fino a toglierti anche il desiderio di farti una doccia dopo esserci passato.

Simone Vacatello – Collabora con Crampi Sportivi, scrive canzoni

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