Musica: Pitchfork nel 2015, un principio di bilancio
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Pitchfork nel 2015, un principio di bilancio

Note a margine del “Pitchfork” Music Festival di Parigi.

Note a margine del “Pitchfork” Music Festival di Parigi.

 

La notizia più fresca riguardante la “bibbia dell’indie-rock” (cit.) è il suo recente acquisto da parte di una major dell’editoria come Condé Nast, casa editrice che pubblica alcune delle riviste più note dell’editoria americana e mondiale quale Vogue, Vanity Fair, The New Yorker, Glamour, Architectural Digest e molte altre. Una major appunto, una grandissima casa editrice a cui mancava un fortino all’interno del panorama musicale, che ha scelto non a caso proprio la testata online fondata da Ryan Schreiber. Sul perché di questo “non a caso” si tornerà, cercando di spiegare come sia proprio la natura di Pitchfork perfettamente adatta ad un investimento di questo tipo anche, e soprattutto, alla luce del ruolo che riveste Pitchfork nel mondo del web oggi, alle porte dei suoi 20 anni (che compirà nel febbraio 2016).

 

Il festival

Pitchfork-Festival-Music-Paris-Grande-Halle-de-la-Villette-2015

Al di là della potenza mediatica che la contraddistingue, Pitchfork ha anche il merito di organizzare tre festival ogni anno, due negli Stati Uniti ed uno in Europa, a Parigi. L’ultima, scoppiettante, edizione parigina si è conclusa circa una settimana fa ed è stato, come era già annunciato e come lo è stato per tutte le altre edizioni, un successo strepitoso. L’impressione è stata che all’interno del festival, nel bellissimo e accogliente interno in acciaio e vetro della Grande Halle de la Villette, si respirassero due arie fortemente contrastanti: da una parte una sbraitante massa di modaioli devoti alla grande religione pagana del sito americano più cool e “indie” di sempre (leggere al riguardo le dure parole di Billy Corgan su Pitchfork «Those “Pitchfork” people are very much about social codes, very much about whether or not you’re wearing the right T-shirt. […] You can’t break the social order if you’re preaching to the choir. And the choir already all has cool haircuts!»), dall’altra quella che appare come una minoranza che vive il festival come un’importante opportunità per vedere susseguirsi sul palco band affermate e le novità più interessanti (secondo Pitchfork) emerse nell’ultimo anno. Che Pitchfork abbia tra le lettere del suo nome un fortissimo appeal modaiolo tra gli ascoltatori più o meno indipendenti non è certo una scoperta, ma è certo interessante andare a vedere su cosa si basa questa freshness e quali sono i suoi frutti.

 

La storia

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Perché il sito viene definito “la Bibbia dell’indie-rock”? In tutti questi anni Pitchfork ha avuto il merito di creare una vera e propria comunità di gruppi o autori che rispondano a determinate caratteristiche che, se è vero che cambiano continuamente, è altrettanto vero che cambiano così come cambiano i gruppi, gli autori e la musica. È proprio il caso di utilizzare il verbo “creare” perchè se si pensa che Pitchfork nasce nel 1996 (!!!) quando Internet era un oggetto tutto da scoprire, qualche importante merito bisogna darglielo, è evidente. Partito nei primordi del www come un sito ad aggiornamento mensile, si è presto trasformato nella rivista online come la si conosce oggi. Durante lo scorso decennio era davvero un punto di riferimento, perché sembrava di respirare il corso della musica indipendente americana che in Italia iniziava timidamente ad apparire  Con le BNR (“Best New Reissue”, le ristampe per dirla in italiano, che però ancora non si chiamavano così) ci si costruiva il proprio harem di dischi fondamentali. Quindi si sapeva cosa era importante avere ascoltato e cosa era interessante ascoltare nella contemporaneità musicale. È importante – e nostalgico – a questo punto ricordare anche un’altra istituzione di quegli anni: i Blogspot. La ricerca della musica che appariva su Pitchfork si faceva sui Blogspot, in cui audaci signori mettevano pioggia di link di Mediafire (ah, Mediafire) da cui attingere velocemente a piene mani.

 

La cerchia di “Pitchfork”

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Torniamo un momento alla cerchia Pitchfork, a quei gruppi che si prendevano un bel BNM (“Best new music”) sul groppone, ma anche a quelli che incontravano un vergognoso 0.0 di valutazione. Innanzitutto è indubbia la genialità della valutazione con i numeri decimali. Una sciocchezza certo, ma a pensarla ora, come tante grandi innovazioni. La possibilità di flessibilità estrema di ogni numero era ciò che consentiva, e consente tutt’oggi, di imprimere forti sfumature ad ogni recensione. Un 7.1 assume tutto un altro valore rispetto ad un 7.8.

E poi la forte connotazione delle valutazioni. Il punto di non ritorno è 8, una volta raggiunto, il disco prepara il suo boom. Al di là delle disquisizioni numeriche, ci sono, valutando i BNM e i 10 (sì, ci sono stati anche quelli), due categorie di gruppi – ed è importante parlare di gruppi e non di album – facendo un po’ di ricerche si nota come un gruppo che viene osannato molto raramente poi riceve voti bassi ai dischi successivi. Quelli di cui Pitchfork è più orgoglioso, sono quelli che romanzescamente si potrebbero chiamare i debuttanti, cioè quei gruppi che sin dalla loro prima uscita conquistano le luci dei riflettori. Esempi di questa classe sono per esempio i Vampire Weekend: si tratta di una vera e propria consacrazione quando il 10 gennaio 2010, il secondo album dei Vampire Weekend, Contra, valutato con 8.6 su Pitchfork, raggiunge il primo posto nella classifica dei dischi venduti secondo la prestigiosa rivista americana Billboard, è la prima volta in 19 anni che un album pubblicato da un’etichetta indipendente raggiunge la vetta di questa classifica, e la mediazione di Pitchfork ha contato eccome. E poi gli Arcade Fire, che presero un sonoro 9.7 con il loro primo disco Funeral, Interpol, Strokes ecc. Si vede come si tratti di gruppi comunque validi, non tutti chiaramente, ma si capisce come Pitchfork abbia l’occhio lungo nello scovare e coccolare.

Molti gruppi hanno ammesso di dovere parte della loro celebrità alle recensioni (positive o negative) di Pitchfork: casi opposti quello dei Claps Your Hands Say Yeah che non hanno mai nascosto i benefici della recensione e quello di Travis Morrison, ex cantante dei Dismembement Plan, che si è preso un bello 0.0 che ha influito sul suo successo solista (anche se il voto minimo più bello è quello ai Jet, soprattutto per il divertente contenuto della recensione). L’altro gruppo invece è composto da star della musica planetaria che tramite Pitchfork ricevono un consenso indipendente, una sorta di permesso all’ascolto dato da Pitchfork. Un nome su tutti, che costituisce anche l’esempio di un genere sempre più importante tra le pagine del sito, è quello di Kanye West, che con il suo My Beautiful dark Twisted Fantasy, si è aggiudicato oltre che un bel 10, lo sdoganamento del rap verso la nicchia di ascoltatori indie (ma basti pensare anche al pluri-osannato Drake, mentre è diverso il discorso per Kendrick Lamar).

 

Il peso delle scelte

Fatto evidente a tutti è il peso che le scelte di Pitchfork assumono all’interno della carriera di una band. Al di là dei casi eclatanti citati prima,è interessante vedere anche i nomi del festival di quest’anno. Alcuni dei gruppi che hanno partecipato costituiscono senza ombra di dubbio il meglio che la musica alternativa (come ci si sente obsoleti a definirla così) offre oggi. È il caso per esempio di nomi come  Beach House, Battles, Run The Jewels, Four Tet. Ma l’indagine è interessante soprattutto sui nomi “minori”: si vede un tentativo estremo di proprietà, come a dire che «questi li abbiamo scoperti, adesso li facciamo suonare e vedrete che nel giro di poco spiccheranno il volo». Non si possono che spiegare così alcune scelte di gruppi, ben recensiti sul sito, ma di un livello veramente troppo inferiore rispetto ai grandi nomi. D’altra parte, il festival è loro e hanno il diritto di invitare chi vogliono, e chi ci va, ammette comunque, oltre alla goduria di vedersi una serie di concerti che coprono un anno di programmazione italiana per esempio, l’importanza che le loro scelte rivestono. Si sta al gioco insomma.

 

Si può ancora dire “indie” e non suonare ridicoli?

Questa è la domanda delle domande e va a braccetto con tutta la questione di Pitchfork, perché è anche grazie a Pitchfork che questa etichetta esiste e resiste. Anche se ormai a parlare di “indie” o “alternative” ci si sente un po’ a disagio,  il termine si usa ancora, ma ogni volta che si pronuncia pare di dire una sciocchezza, di essere obsoleti e di vivere fuori dal tempo (molto attenta e accurata l’indagine che fa Francesco Farabegoli su Prismo). Se già poteva qualche dubbio poteva venire dopo gente come Pavement, Yo La Tengo, Dinosaur Jr. ecc., con Arcade Fire, Vampire Weekend, e Interpol sembrava di essere ancora in tempo, in extremis, oggi invece, che anche gruppi come questi sono fuori dalla nicchia, come è la situazione? In un’intervista molto interessante apparsa su Fader, parla dell’argomento Ezra Koenig dei Vampire Weekend. Credo che tutta l’intervista si possa riassumere in una risposta di Koenig all’intervistatore: «you keep using this word ‘indie,’ and I have no idea what you’re talking about». Pure Cesare Basile, in un contesto ovviamente molto diverso, ha detto: «La musica indipendente? È una minchiata».

Tutte e due le definizioni hanno un valore e una verità. L’unica definizione sensata e scientifica di musica indie(pendente) è quella che divide tra dischi delle major e di case discografiche indipendenti appunto. Ma questa era valida quando le case discografiche indipendenti erano poche, oggi che sono un numero sterminato, i ¾ della musica mondiale dovrebbero essere definiti indie. Ma è possibile? Certo che no, perché le parole, come ci insegna Moretti, sono importanti e pesano. Quale la soluzione? Beh, ovviamente non esiste, o quantomeno non la so certo io. Per me è sensato parlare dei musicisti, dei progetti, dei concetti che ci sono dietro una produzione e da lì partire per una definizione (anche perché altrimenti gente come gli stessi Vampire Weekend con 86,8 M di scrobbling su Last.fm, andrebbero definiti alternativi e indipendenti). Questo non vuol dire ovviamente dover andare a cercare nelle cantine e nelle camerette tipi mai sentiti che suonano le maracas distorte, ma pone una domanda importante circa la definizione. Una domanda in sospeso da cui però riprendere la questione dell’acquisto di Condé Nast di Pitchfork.

 

L’indie in una major: il matrimonio (forse) perfetto

Alla luce di tutto questo, credo che si possa provare a fare un bilancio iniziale sia dello stato di Pitchfork oggi, sia del suo acquisto, analizzando il legame tra le due cose. Da quello che si è scritto, si è cercato di mostrare come una definizione di “indie” o “alternative” fallisca quando l’oggetto in questione è un oggetto dalla dimensione, economica e di marketing, gigantesca.

Ha ancora senso definire Pitchfork la “Bibbia dell’indie”? Probabilmente no per la sua cornice, forse sì per i suoi contenuti. D’altronde è anche lo stesso festival, al di là del numero spaventoso dei partner, viste le sue dimensioni e i suoi nomi a mostrare la potenza, ed è forse proprio questo anche uno dei suoi obiettivi, quello di mostrare come Pitchfork sia, a livello musicale mondiale, una delle realtà più influenti e pesanti. Ma questa commistione di indipendenza e potenza sta anche nel pubblico di Pitchfork, un pubblico immenso e formato da persone di età variabile. È difficile trovare qualcuno che non conosca anche solo di nome il sito. E allora forse l’acquisto di Condé Nast non deve sorprendere più di tanto. Non che fosse una cosa preannunciata, ma è sicuramente un fatto spiegabile abbastanza razionalmente e che non merita quella alzata di scudi dei fan spaventati dalla “majorizzazione” del sito americano. Anche Schreiber ha commentato l’acquisto come una cosa abbastanza naturale. In un’intervista a Chicago Tribune, ad una domanda sull’accordo in generale così ha risposto: «It’s a really great thing. It’s an amazing moment for Pitchfork and for me. It’s been nearly 20 years since I started doing this out of my bedroom. It’s a crazy development. To be part of a roster that includes so many legendary editorial voices is super-inspiring. It means that we will continue to have the creative independence that we’ve always had».

Forse con troppa semplicità, ma Condé Nast ha visto in Pitchfork il soggetto perfetto per entrare nella rete musicale, trovando un prodotto già di ottima qualità (e su questo non si discute), con un pubblico ben definito, molto vasto e differenziato, e con un seguito impressionante se si pensa ai suoi contenuti. Non c’è che rimanere in attesa per osservare i risultati dell’acquisizione: Condé Nast ha dimostrato, con acquisti passati, di poter sia intervenire sulle strutture che mantenerle intatte. La curiosità non manca.

Matteo Moca
Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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