Musica: Se il popolo vuole l’indie datele Maria Antonietta
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Se il popolo vuole l’indie datele Maria Antonietta

Le ragazze nelle canzoni italiane non fanno nulla. Sembrano rimbalzare inerti da una situazione all’altra, destinate a sospirare languide sperando di annegare nel loro spritz che sembra non finire mai. Willie Peyote, uno dei più apprezzati esponenti di questa new wave della musica italiana cui ognuno sembra aver dato il nome che più gli aggrada, […]

10 Ago
2018
Musica

Le ragazze nelle canzoni italiane non fanno nulla. Sembrano rimbalzare inerti da una situazione all’altra, destinate a sospirare languide sperando di annegare nel loro spritz che sembra non finire mai. Willie Peyote, uno dei più apprezzati esponenti di questa new wave della musica italiana cui ognuno sembra aver dato il nome che più gli aggrada, ha riassunto in un ritornello il rapporto che spesso lega il cantante italiano alla sua primaria fonte di ispirazione: «Ma non mi serviva chissà quale musa, basta una che dica qualcosa / E non dev’essere neanche interessante c’è il senso della vita in cima a quelle due gambe». Niente di nuovo si dirà: non sappiamo se davvero esistessero la Beatrice di Dante o la Laura di Petrarca. D’altronde in un mondo in cui ci si innamora di tre scatti trovati su una bacheca Instagram e l’overload di informazioni ci impedisce di approfondire qualunque cosa è inevitabile che l’ideale di musa vada a collimare con la figura di una influencer o aspirante tale. La ragazza di cui si parla nelle canzoni risulta spesso di fatto essere quello che Hithcock definì un MacGuffin: un espediente per poi raccontare altro. La ragazza protagonista dell’ultimo video dei Thegiornalisti (che poi è la bella e brava Matilda De Angelis) rappresenta la spensieratezza della giornata estiva più che la ragazza in sé per sé. La bellezza eterea e a tratti sfacciata delle protagoniste dei primi video di Gazzelle funziona se messa a paragone con la figura fuori fuoco del cantante stesso. La ragazza “che ci sta” è uno dei cliché del rap e ora anche della trap: tuttavia queste canzoni non raccontano mai nulla delle ragazze in quanto tali e lo stesso racconto dei loro rapporti in quanto tali restano a livello superficiale. La ragazza esiste in quanto simbolo di uno status raggiunto, di una emancipazione finalmente completata.

In un interessante articolo per The Vision, Alice Oliveri asserisce che alla maggior parte delle ragazze piaccia far parte di quell’universo semantico creato dal pop italiano tutto improntato su un’ironia romantica, guascona e a tratti leziosa. Tuttavia se tale desiderio di essere parte di un universo tanto semplicistico fosse condiviso dalla totalità delle ascoltatrici di musica nostrana non si assisterebbe al successo di dischi come Deluderti di Maria Antonietta. Un disco che aborra senza mezzi termini l’idea di rappresentare qualcosa in maniera sommaria e semplicistica al punto da affermare in apertura di disco: «Non assomiglio ad una linea di contorno / Quella la disegnano gli stronzi come te». Il disco di Letizia Cesarini funziona per chi si è sempre sentito alternativo anche agli alternativi e ne fotografa bene sia il disagio sia l’orgoglio che scaturisce da tale condizione in versi come: «Ma come vedi non sono esperta di questa civiltà me ne resto in disparte e questa è la parte che preferisco».

 

 

Nel pezzo sopra citato, Vergine, si potrebbe arbitrariamente notare la distruzione della vergine tentatrice, figura alla base della rappresentazione della donna nella musica italiana. È forse questa la cattedrale che Maria Antonietta vuole detonare insieme alla vergine stessa? (Forse no ma resta una lettura possibile e funzionale al proseguimento di questo articolo.)

Il disco di Maria Antonietta d’altronde funziona proprio perché non si limita a distruggere uno stereotipo, magari proponendone un altro di sesso opposto. Nelle tracce l’autrice marchigiana sembra più che altro rivolgersi a sé stessa, tuttalpiù alla sua “cara ombra” per citare una delle canzoni. Un po’ come le protagoniste de Il taccuino d’oro di Doris Lessing, Maria Antonietta vuole “solo” essere libera di parlare di sé, senza preoccuparsi di dover rappresentare un qualche modello precostruito di donna. Questa scelta dà forma a un lavoro che non è semplicemente una lettura degli stilemi “indie/itpop” virati al femminile ma a un disco godibile in cui l’ascoltatore, se provvisto di sufficiente e necessario senso di inadeguatezza, saprà rivedersi. Si mantiene sempre una certa “rabbia ragionata” quasi a voler conservare le distanze dall’impeto adolescenziale e scanzonato tipico dei colleghi maschili.

Nella poetica di alcuni colleghi maschi quello che si indossa viene pensato come qualcosa di cui sbarazzarsi, da togliere: dal «maglione tuo che poi era mio» di Tommaso Paradiso fino alla maglietta dei Doors in un pezzo dei Canova passando per le calze rotte cui pensa con nostalgia Cremonini in Marmellata25, ormai a furor di popolo eletto come il vero pezzo Itpop prima dell’Itpop. In Maria Antonietta gli occhiali da sole invece non vanno tolti, anzi: Servono a proteggersi da un mondo troppo veloce, troppo istintivo in cui si collocano certi cantanti.

 

 

Quando chiesero a Federico Buffa perché uno che raccontava da solo per un’ora avvenimenti di anche cinquanta anni prima avesse tanto successo di pubblico lui disse più o meno che glielo avevano giustificato così: «Ogni tanto si può avere bisogno di abbassare il pace, il ritmo del racconto». Ecco in un mondo, anche e non solo musicalmente frenetico, abbiamo bisogno di un disco come quello di Maria Antonietta che abbassa il ritmo e ci dà il tempo necessario a fare amicizia con i nostri demoni, senza interessarci del loro sesso.

Manuel Santangelo
Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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