Definita da R. Kelly «un alieno dotato di corpo tutto suo, con mente e anima» Trapped in the Closet contiene tutti gli elementi drama per diventare l’archetipo dell’Hip-hopera da qui all’eternità, riuscendo anche a trattare temi come omosessualità e AIDS con stupefacente cattivo gusto.
Alle scuole elementari uno dei miei incubi ad occhi aperti era quello di essere rinchiuso dentro l’armadio dei materiali scolastici, posto all’angolo dietro la cattedra.
L’incubo peggiore di R. Kelly invece, sembra essere quello di venir sorpreso dal fidanzato della tipa di turno con la quale ha appena passato la notte e di nascondersi dentro l’armadio. Abbiamo avuto lo stesso incubo per un po’ di tempo, ma io poi ho smesso di andare a scuola mentre R. Kelly continua imperterrito a saltare dal letto di una donna sposata all’altro, tra i palazzi di vetro di Chicago.
Il primo capitolo dell’opera di R. Kelly
In fondo è questo il tema principale di Trapped in the Closet – letteralmente Chiuso nell’Armadio – un’opera rap iniziata dieci anni fa e durata fino al 2012, articolata in trentatré capitoli. Il concetto di opera trasportato nella musica Pop sembrava morto trent’anni fa, quando i concept album trattavano un mucchio di argomenti ed erano di gran moda. L’approccio sinfonico alla musica Rock fece furore per tutti anni ’70, tanto che per anni l’obiettivo del Progressive sarebbe stato quello di «suonare la musica classica con gli strumenti tipici di un complesso Rock», arricchita al massimo dalle note di un sintetizzatore.
Gli echi della musica classica in Trapped in the Closet non ci sono per niente. L’unico ricordo delle opere rock del passato è l’uso del tema, una parte melodica ricorrente che ciclicamente ritorna tra le altre canzoni e che contraddistingue questo tipo di produzioni.
R. Kelly e i suoi bling bling
R. Kelly, aka il Re dell’ R&B, usa l’espediente del tema in tutt’altra maniera: canta in maniera ossessiva e ripetuta sulla stessa musica per ogni singolo capitolo i dialoghi di tutti i personaggi del suo dramma d’ amore che nasce quella sciagurata mattina in cui Kelly viene scoperto da Rufus nella camera dal letto di sua moglie Cathy.
Praticamente R. Kelly, che si è anche ritagliato il ruolo del pompatissimo protagonista Sylvester, ha composto un tema di tre minuti circa, ci ha ricamato una storia sopra, ci ha messo in mezzo qualche dialogo, ha ripetuto il tutto per trentatré volte ed ecco fatta l’opera Hip-hop.

La locandina dei primi dodici capitoli della saga
Nella trama, che poi evolve in un intreccio complicatissimo e abbastanza insensato che vede sfruttamento della prostituzione, AIDS e omosessualità trattate con la delicatezza di una pellicola Blaxploitation, vi sono momenti da antologia del trash, come quando il protagonista rompe la quarta parete e si rivolge direttamente allo spettatore, o quando un pigmeo si caca addosso. O come quando Pimp Lucius, interpretato dallo stesso R. Kelly, parla con Dio nel capitolo 25. Per la cronaca, Pimp Lucius ha nella sua scuderia, anche una prostituta non vedente.

Pimp Lucius che parla con Dio
Come potete intuire dalle locandine, e cliccando il nome di Kelly su google, il buon gusto non è tra le priorità del rapper. Poco male, in fondo è un problema molto comune nell’Hip-hop vecchia scuola.
Quello che possiamo fare a distanza di dieci anni invece è vedere come il sound condito da suoni plasticosi e versi pieni di rimorso per gli errori commessi senza perdere la dignità di uomo, ma soprattutto la virilità di rapper, appartengano ad un epoca dell’Hip-hop che sta volgendo al termine.
Pur avendo ben 7 anni a disposizione, il Re del Pop-Soul – R. Kelly è chiamato anche così – ha deciso di rimanere fedele a se stesso anche nello stile pacchiano ed eccessivo, mentre quando sono stati prodotti gli ultimissimi capitoli già si poteva intravedere un nuovo corso nell’Hip-hop americano, con un’iconografia che si mostrava sempre più distante dall’immaginario machista del ghetto per farsi permeare da elementi più urban, sia nello stile che a livello musicale.

R. Kelly che in un momento di autocelebrazione prova con una maglietta con la sua foto
Trapped in the Closet sembra essere uno psicodramma personale lungo sette anni sotto forma di videoclip. Non è un’opera rock in senso stretto, che di solito nasce su disco e solo eventualmente viene rappresentata, non è un vero musical, le cui musiche vengono composte assieme alle battute della scena.
Trapped in the Closet invece prende tutti questi elementi e inventa un genere tutto suo, un’opera rap che nasce per diventare un (lunghissimo) videoclip per il web.
Qui sotto potete ammirare i 33 capitoli. Buona visione.
