Quadraro in Jazz: Il viaggio nel tempo del Fender Rhodes
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Il viaggio nel tempo del Fender Rhodes

Quadraro in jazz torna con un’ospite d’eccezione, virtuoso del Fender Rhodes. Qui vi prepariamo per bene alle magie dell’iconico pianoforte elettrico.

24 Ott
2019
Quadraro in Jazz

Quadraro in jazz torna domenica 27 ottobre per il suo ventiduesimo appuntamento. lo fa con un’ospite d’eccezione, il pianista belga Jozef Dumoulin, virtuoso del Fender Rhodes. Di seguito, qualche coordinata storico-musicale per approfondire lo strumento ed arrivare preparati a questo imperdibile appuntamento.

 

«Mi piange il cuore a vederli già ladri così piccoli».

L’idea di prendere un Ray Charles ormai stanco e farne il proprietario cieco di un negozio di strumenti è solo una delle geniali trovate di quel capolavoro che è The Blues Brothers. Sicuramente è uno dei momenti più riusciti e commoventi del film. La tastiera che il gruppo vuole comprare a parer loro è vecchia e «non ha più grinta». Inutile dire che saranno proprio le mani magiche di Ray Charles a dimostrare il contrario: una risposta che va oltre gli argini della sceneggiatura e si rivolge direttamente al mondo musicale dell’epoca, che nel 1980 aveva dimenticato e messo da parte tutta una generazione di incredibili musicisti — lo stesso Charles, ma anche Aretha Franklin, James Brown, Cab Calloway, John Lee-Hooker, tutti presenti nel film. 

L’iconico intro del pezzo suonato da Ray Charles nel film non sarebbe rimasto per decenni nella testa di chiunque lo abbia ascoltato se non fosse stato suonato esattamente su quella tastiera lì, quella “spompata”: un piano Fender Rhodes. 

Il Fender Rhodes è forse il più iconico pianoforte elettrico mai realizzato. Apparso negli anni’40 grazie all’insegnante di musica ed inventore Harold Rhodes, è stato protagonista indiscusso di jazz, funk e rock a partire dagli anni ’60. Data non casuale, perchè proprio nel 1959 la Fender (sì, quella delle chitarre, dei bassi e degli amplificatori) compra l’azienda di Harold Rhodes, cominciando una produzione in serie che riscuote grande successo.

Il funzionamento è simile a quello di una chitarra elettrica: i martelletti invece di colpire delle corde come in un normale pianoforte acustico, percuotono dei piccoli cilindri metallici di diverse misure che risuonano essendo collegati ad una più grande barra metallica; il suono è quindi ripreso dai pick-up, dispositivi che trasformano la vibrazione in impulso elettrico da trasmettere ad un amplificatore. La maggior parte dei modelli prodotti dalla Fender si distinguevano inoltre per avere in dotazione un caratteristico effetto “tremolo”. Tutte queste caratteristiche produssero un suono inimitabile ed immediatamente riconoscibile. 

Secondo l’enciclopedia Treccani la musica è «l’arte che consiste nell’ideare e nel produrre successioni strutturate di suoni semplici o complessi, che possono variare per altezza (cioè per la frequenza delle vibrazioni del corpo sonoro), per intensità (cioè per l’ampiezza delle vibrazioni) e per timbro (che dipende dal materiale del corpo sonoro)». Il Fender Rhodes si distingue da un normale pianoforte in tutti e tre questi campi ma è proprio nell’altezza e nel timbro che ha forgiato la sua fortuna. George Duke, pianista jazz collaboratore anche di Frank Zappa e pioniere nell’uso dei sintetizzatori, ha descritto bene la sensazione provata la prima volta che suonò un Fender Rhodes: un misto tra lo stupore per il volume di suono prodotto (ovviamente incomparabile a quello di un pianoforte acustico) e il fascino per la possibilità di modellare il timbro dello strumento tramite i controlli a manopola installati. Un timbro iconico e ricco, morbido, caldo, dal fascino e feeling analogico ma capace di impennate di rabbia e forza improvvise. Un suono che ha attraversato decenni di storia musicale — passando per quasi tutti i generi musicali nominabili. 

Uno dei primi album jazz ad esplorare le possibilità dello strumento è del leggendario Bill Evans: From Left To Right viene pubblicato nel 1970 e vede il nostro snocciolare una serie di dolcissime (a volte melense) ballad alternandosi tra il suo fidato pianoforte Stenway e un Fender Rhodes, ancora oggetto misterioso per la maggior parte dei suoi colleghi.

Nello stesso anno il trombettista Freddie Hubard pubblica uno dei suoi dischi più apprezzati Red Clay: al pianoforte troviamo un giovane Herbie Hancock. Nell’omonima traccia di apertura del disco possiamo ascoltarlo esprimersi in tutta la sua classe proprio su di un riconoscibilissimo Fender Rhodes, tra ritmiche piene di groove e un assolo strepitoso, che sfrutta forse meglio del fuoriclasse Bille Evans le potenzialità espressive dello strumento. Hancock inizia a dimostrare la peculiare risposta dinamica del pianoforte elettrico, alternando momenti concitati ad altri più delicati, esplorando il range sonoro dello strumento creando momenti realmente eccitanti.

Ma visto che stiamo parlando di un’innovazione tecnologica non ci si può non soffermare sull’innovatore jazz per antonomasia: Miles Davis. 

Miles infatti utilizza il Fender Rhodes già nel 1968, nel brano Stuff, opener di Miles In The Sky. Guarda caso anche qui a suonare è proprio il ventottenne Herbie Hancock che si pone quindi da subito come il modello da seguire e con cui confrontarsi riguardo l’utilizzo del Rhodes in ambito jazzistico. L’uso del pianoforte elettrico inventato da Harold Rhodes si fa più massiccio nei due seguenti dischi del quintetto di Davis, Filles de Kilimanjaro e In a Silent Way, entrambi del 1969, album di svolta per Miles stesso e per tutto il jazz: inizia il suo cosiddetto “periodo elettrico” ed Herbie Hancock viene sostituito, in studio e dal vivo, da altri giganti nell’uso dello strumento: Chick Corea, Joe Zawinul e Keith Jarrett. Una svolta che trova il battesimo di fuoco nel leggendario Live al Festival di Newport del Luglio del ’69. Qui, come Bob Dylan nel 1965 prima di lui, Davis si presentò sul palco con una formazione completamente elettrica, sconvolgendo pubblico ed addetti ai lavori con un live potente, sperimentale e rumoroso — incomprensibile ai più. La consacrazione per questo nuovo corso della carriera di Miles Davis e per la storia della musica jazz, arriva qualche mese dopo. Nel 1970 viene rilasciato uno dei più grandi capolavori del suo repertorio: Bitches Brew

Quello che è il disco più futuristico ed elettrico della storia del jazz fino a quel momento — per lo meno a livello sonoro — è dichiaratamente ispirato all’Africa; paese vittima tutt’oggi di un’immagine stereotipata che lo fossilizza all’interno una visione esclusivamente analogica e arretrata. Il genio di Davis si espresse anche nel ribaltare questa concezione, consapevolmente o meno. Il Fender Rhodes diventa quindi più di un semplice strumento usato nella registrazione: si fa simbolo di un rovesciamento di significati e dell’apertura di una nuova era musicale. Una nuova era all’insegna dell’elettricità.

Rotti gli argini, a partire dai primi anni settanta ormai tutti hanno in repertorio brani in cui si ascolta il pianoforte elettrico prodotto dalla Fender. Herbie Hancock, uscito dal quintetto di Davis, opera un’ulteriore innovazione, facendo esplicitamente sposare jazz e funk e compiendo un ulteriore passo in avanti verso quell’evoluzione del genere che sarà denominata “fusion” a partire dalla fine dei settanta e durante gli anni ottanta — anche grazie all’innovativo uso di sintetizzatori, altra novità di quegli anni. Hancock porta il Rhodes al suo picco più alto, inaugurando uno dei filoni più popolari del jazz contemporaneo grazie a una serie di dischi seminali; uno su tutti Head Hunters (1973), lavoro che contiene uno dei brani più famosi della storia del jazz: Watermelon Man.

Parlando di fusion, nel 1976 uno dei gruppi più riconoscibili del genere, i Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter, dà alla luce Black Market. Un disco bellissimo e destinato ad un grande successo, anche grazie alla partecipazione di un misconosciuto quanto strabiliante Jaco Pastorius; nell’album il suono del Piano Rhodes di Zawinul è uno dei temi più ricorrenti, utile anche a fare da collante tra i tanti talentuosi musicisti e la miriade di suoni e stimoli diversi che il gruppo sprigiona. Sono altri due musicisti di Miles Davis — collaboratori nei dischi della svolta elettrica — a plasmare il suono della fusion e del jazz di quegli anni. Il chitarrista John McLaughlin ed il batterista Billy Cobham a partire dal 1971 guidano la Mahavishnu Orchestra, formazione fondamentale per l’evolversi del suono dell’epoca e in cui il Fender Rhodes è il timbro più riconoscibile ed importante al fianco dell’estrosa chitarra elettrica di McLaughin. 

Nel frattempo il suono del Fender Rhodes si è infiltrato anche nel pop, soprattutto grazie al genio di Stevie Wonder e all’immortale hit Isn’t She Lovely. La fortuna dello strumento continua senza scossoni attraversando tutti i generi (ma in particolare nella musica black); è con l’arrivo degli anni novanta e la nascita di nu-soul e nu-jazz che il Rhodes torna centrale come mai.

Con le chitarre elettriche ormai quasi dimenticate, dopo la predominanza degli anni sessanta e settanta e il plasticoso eccesso degli ottanta, il ruolo centrale in un brano spetta di nuovo al pianoforte. Sarebbe stato difficile però tornare al “classico” pianoforte acustico dopo le rumorose e distorte chitarre elettriche. Gli anni novanta sono il periodo in cui negli Stati Uniti e progressivamente nel mondo, l’hip-hop diventa la musica più popolare e innovativa, imponendo il suo suono e la sua attitudine a tutti gli altri generi. Già dal decennio precedente i produttori hip-hop avevano dimostrato di apprezzare il suono del Fender Rhodes, campionando fino allo sfinimento brani in cui il suo caratteristico timbro la faceva da padrone — la stessa Watermelon Man di Hancock è in questo senso tutt’oggi uno dei pezzi più sfruttati della storia. Il producer Slot-A ha definito il suono del Fender Rhodes come «perfettamente a metà tra l’elettronico e l’analogico»: una caratteristica che rispondeva quindi alla perfezione alle necessità degli artisti moderni. Non è un caso quindi che artisti come Erykah Badu, D’Angelo, The Roots, Mos Def, Jill Scott e tanti altri ancora lo usino come l’elemento distintivo della loro musica. Una regola non scritta impostasi ad un tale livello che, archiviati gli anni novanta, oggi dire nu-soul e nu-jazz vuol dire continuare a pensare subito a quel suono specifico. Effettivamente è difficile pensare ad un gruppo od artista contemporaneo che faccia eccezione a questa regola. Tra i primi nomi a venire in mente, tra jazz e soul contemporanei: BadBadNotGood, Robert Glasper, Hiatus Kaiyote, Yussef Kamaal, Joe Armon-Jones, Georgia Anne Muldrow, Kamasi Washington, Jamila Woods, Terrace Martin, Jozef Dumoulin e Bred Mehldau.

Uno strumento affascinante, diventato un cult a partire dagli anni sessanta e che come pochi altri è riuscito ad entrare nell’immaginario sonoro di qualunque genere — rimanendoci tutt’oggi in modo estremamente attuale. Una eccezionale longevità dovuta anche al suo prestarsi a sperimentazioni e manipolazioni sonore che lo rendono una continua ricerca per i musicisti più curiosi.

Quadraro in jazz
Quadraro in jazz
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude