Quadraro in Jazz: Il miglior trombettista del mondo
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Il miglior trombettista del mondo

Il 19 Febbraio 1972 a Lee Morgan va tutto storto.

29 Mar
2019
Quadraro in Jazz

Di Giulio Pecci

 

Il 19 Febbraio 1972 a Lee Morgan va tutto storto.

Il trombettista trentatreenne deve suonare con il gruppo di cui è leader allo “Slugs”, uno dei jazz club newyorkesi più in voga del periodo. Quella sera una tormenta di neve investe la grande mela, quelle tempeste che ormai sono diventate un topos riconoscibile anche da chi non ha mai visitato la città. Mentre vanno a recuperare la tromba nel suo appartamento del Bronx, a causa delle condizioni meteorologiche la macchina guidata dalla sua amante si schianta. La neve è alta, il vento soffia impetuoso e i due sono appena sopravvissuti indenni ad un brutto incidente.

Lee Morgan non può comunque fare quello che farebbero tutti, prendersi una serata di pausa; nonostante sia quasi impossibile camminare e anche se è ancora scosso per lo schianto. Qualche anno prima aveva perso la fiducia degli amici e dei colleghi per colpa dell’eroina, che lo rese totalmente inaffidabile. Si sente ancora in colpa, è il leader del gruppo, non può dare buca.

 

 

Quella stessa sera per qualche motivo, probabilmente alla ricerca di calore e riparo, sua “moglie” (i due non si sono mai veramente sposati ma si presentano come moglie e marito) Helen decide di andare a sentirlo suonare. Tra i due le cose sono complicatissime da mesi, da quando Lee si frequenta con questa nuova ragazza — per questo lei non è mai andata allo “Slugs” nonostante Morgan ci suoni da una settimana. Quando la donna arriva, Morgan e la sua amante sono lì da poco e la situazione diventa subito tesa. Ci sono pesanti scambi di battute, confronti quasi fisici, fino a quando Morgan non getta Helen fuori dal locale. La donna si trova in mezzo alla neve alta senza cappotto e le cade la borsetta da cui fuoriesce una pistola, quella stessa pistola che proprio Lee sembrerebbe averle comprato per farla sentire più sicura. Helen rientra nel locale, supera i tanti amici della coppia disseminati per il posto, arriva davanti a Lee con la mano dentro la borsetta; i due per un momento si fronteggiano in piedi uno davanti all’altro: esplode un colpo di pistola. Lee Morgan dopo qualche secondo si accascia. Si sarebbe potuto salvare, ma l’ambulanza impiega più di mezzora per arrivare, sempre a causa di quella maledetta tempesta di neve.

È grossomodo così che viene raccontata la sera in cui Lee Morgan viene ucciso da sua moglie Helen Moore nel documentario di Kasper Collin, I called him Morgan, disponibile su Netflix.

 

 

Lee Morgan è stato uno dei jazzisti più brillanti della sua generazione, uno dei massimi interpreti dell’hard-bop; nonostante la brevissima vita riuscì a lasciare il segno in alcuni dei dischi fondamentali degli anni cinquanta e sessanta, soprattutto per la Blue Note, sua casa discografica per cui registrò molti album come solista.

A quindici anni era già considerato un prodigio e aveva cominciato ad esibirsi, a diciotto entrò a far parte della big-band di Dizzy Gillespie, di cui non solo era il membro più giovane ma anche quello più talentuoso: solo lui e Gillespie indossavano completi diversi rispetto alla divisa della band. Il gruppo durò solo un anno per motivi economici, ma lo lanciò nell’olimpo dei jazzisti del periodo.

 

 

Il particolare dei vestiti non è poi così un particolare: a Lee piaceva vestire bene sempre, distinguersi. È difficile scovare una sua foto (e nel documentario di Netflix ce ne sono a decine) in cui non impressioni anche oggi il suo senso estetico, la cura nella scelta degli indumenti, o della pettinatura. A dire il vero era una caratteristica comune a quasi tutti i jazzisti di quegli anni. Vestirsi eleganti, essere sempre puliti e profumati, con i capelli ordinati e le scarpe splendenti, era un modo per farsi prendere sul serio in un mondo economicamente dominato dai bianchi. Nulla si poteva lasciare al caso, non c’era margine d’errore, suonare bene a volte non era abbastanza bisognava sempre essere “on point”, come si dice in America. Per Lee era diverso, non si trattava solo di questo ma anche del fatto che lui sapeva benissimo di essere bravo. Lo sapeva e non faceva nulla per nasconderlo, anzi, cercava sempre di attirare l’attenzione su di sé, era una specie di eterno bambino.

Il suo straordinario talento e la sua intraprendenza ne fanno una star della New York di quegli anni. Arriva così la chiamata di John Coltrane, che lo vuole sull’unico album registrato proprio per la Blue Note, Blue Train del 1958.

 

 

In Locomotion il suo è il terzo assolo, dopo Coltrane e il trombonista Curtis Fuller. Siamo a circa metà del brano e la scelta di piazzarlo in quella posizione non puó essere del tutto casuale. Il suo attacco è di un’energia incredibile, in qualche modo possiamo percepirvi tutta la sua giovanissima età: nello stacco iniziale in cui è in solo, è come se cercasse di infilare quante più note gli sia umanamente possibile, un manifesto di una voglia di fare e di una freschezza quasi ansiosa di suonare. Capiamo subito che non c’è solo questo impulso “grezzo” e bellissimo come motore della sua tromba. Quando qualche secondo dopo si lancia in un arpeggio ascendente e discendente che ci fa saltare sulla sedia, infilato tra un fraseggio e l’altro con una naturalezza disarmante: è chiaro che siamo anche di fronte a un pensiero musicale forse ancora acerbo, ma di una potenzialità devastante.

«Trovo che l’essenza della creatività risieda nelle cose nuove e per far sì che le cose siano sempre nuove, è opportuno avere cambiamenti costanti nell’ambiente e nelle persone che ci circondano. È questo l’aspetto entusiasmante dell’essere un musicista jazz.»

Non ci fu solo quest’esperienza con Coltrane. A partire dal 1958 Morgan era entrato a far parte dei Jazz Messengers di Art Blakey, nella formazione forse più iconica e popolare del progetto lungo più di trent’anni del batterista. Il primo album omonimo, registrato sempre per la Blue Note, è una pietra miliare del jazz di ogni epoca, e contiene uno dei brani più famosi del genere, che ha trasceso in popolarità la sua cerchia di appartenenza: Moanin, reso ancor più celebre dalla versione schiacciasassi di Charles Mingus. Tra il 1958 e il 1961 Lee gira il mondo con i messaggeri del Jazz, registrando anche diversi album e scrivendo le sue prime composizioni originali. In questi anni Lee si è sposato con una modella di nome Kiko Yamamoto.

Sembra sia stato proprio Art Blakey ad introdurlo all’eroina. Durante i primi anni sessanta Lee riesce comunque a mantenersi sobrio nei momenti giusti, ovvero quando deve registrare album o fare concerti importanti. È proprio in questi anni, nel 1963, che vede la luce The Sidewinder album della sua formazione da leader che avrà un successo commerciale incredibile, diventando addirittura il disco con più vendite nella storia della Blue Note — qualcuno dice addirittura che salvò la casa discografica, che in quegli anni non se la cavava benissimo. Lee Morgan sembra ormai quasi intoccabile: è giovanissimo, pieno di talento e sta anche avendo il riscontro commerciale che alcuni musicisti riescono solo a sognare. Eppure come nella più classica delle mitologie musicali, bastano pochi anni per perdere tutto, perfino la sua tromba.

 

 

Nel 1967 la dipendenza è diventata ormai fuori controllo ed è proprio allora che Helen e Lee si incontrano. Lui è irriconoscibile, dorme per strada, ha i denti marci, gira senza cappotto e senza tromba, impegnati entrambi per comprare la droga. Lei è una donna molto più vecchia, viene dal sud dove a soli quattordici anni ha dato la luce a due figli, e dove si è sposata almeno due volte. C’è chi dice che a New York sia rispettata e si guadagni da vivere lavorando con la mafia come corriere; di sicuro casa sua è un punto di incontro per musicisti e poco di buono, attirati tutti dalla sua leggendaria abilità culinaria e la sua ospitalità non discriminatoria.

Helen per qualche motivo prende Lee sotto la sua ala, comincia a controllare tutti gli aspetti della sua vita, dalla carriera fino alle frequentazioni, dagli ingaggi alla gestione economica; lo fa disintossicare dall’eroina, anche se probabilmente Morgan non smise mai completamente, aggiungendo la cocaina alle dipendenze per sopportare la mancanza dell’eroina. Grazie a lei riconquista la fiducia degli amici e dei colleghi, riprende la sua carriera con uno spirito nuovo, più riflessivo: inizia ad insegnare ai ragazzi, si impegna politicamente e socialmente nella difesa dei musicisti neri spinto dall’amico Kirk Roland. Comincia a parlare in modo diverso nelle interviste, citando Malcom X, Angela Davis e Nina Simone.

«Non mi piace la parola “jazz”. Credo che sia una brutta parola. Non l’abbiamo inventata noi, ci hanno solo detto cosa significava, proprio come quando ci dicevano che eravamo negri… è la stessa cosa. Se mi chiede come chiamerei la nostra musica probabilmente la chiamerei “musica classica nera”.»

È proprio quando sembra essersi rimesso in piedi definitivamente che comincia ad allontanarsi da Helen in modo violento. Lei non lo accetta, gli si era ormai attaccato con un rapporto molto più vicino a quello della madre che dell’amante, un senso di protezione e possessione che diventerà mano a mano soffocante e malato. Sono lontani i giorni idilliaci del disco dal vivo Live At The Lighthouse, in cui Helen era all’apice del suo ruolo da manager/amante/figura materna, in cui i due andavano d’accordo ed erano letteralmente inseparabili, al punto che l’ingaggio fu preso quasi più per fare una vacanza al mare che per altro — nonostante ciò il disco è uno dei picchi della carriera di Morgan.

 

 

La sera in cui rischia di morire in un incidente stradale Lee arriva al locale sconvolto.

Parlando con la sua band racconta ciò che gli è successo, ricordando che il suo mentore, il leggendario trombettista Clifford Brown, è morto a soli ventisei anni proprio nello stesso modo.

Fa girare la testa pensare allo stato d’animo in cui può aver suonato quel primo set, da cosa fossero composte le note che emise la sua tromba. È ancor più complesso immaginare i suoi pensieri nel momento in cui il rumore dello sparo raggiunse le sue orecchie, probabilmente ancor prima che percepisse il corpo estraneo del proiettile che prendeva posto nel petto vicino al cuore — penetrato mentre si trovava faccia a faccia con la donna che solo qualche anno prima lo aveva salvato dalla dipendenza e gli aveva restituito la sua eccezionale carriera.

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