Musica: Quant’è difficile sopravvivere a James Senese
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Quant’è difficile sopravvivere a James Senese

Si dice che incontrare i propri idoli si riveli spesso una delusione. Non penso che ciò possa esser vero: se incontri il tuo idolo e lui è uno stronzo, quella non è delusione — è solo un’esperienza diversa rispetto a quella che ti aspettavi.

19 Apr
2019
Musica

Si dice che incontrare i propri idoli si riveli spesso una delusione. Non penso che ciò possa esser vero: se incontri il tuo idolo e lui è uno stronzo, quella non è delusione — è solo un’esperienza diversa rispetto a quella che ti aspettavi.

Circa due anni fa, mi sono trovato in camerino davanti a James Senese, dopo un suo concerto ad un importante festival torinese. Credo avessi appena compiuto vent’anni e per me Senese era, e rimane, uno dei pochi musicisti italiani che hanno avuto un impatto profondo sui miei gusti e sulla mia maturazione in quanto cultore di black music. Era già abbastanza surreale averlo davanti a me, ancora sudato dalla splendida performance che aveva appena regalato, doverlo intervistare era realmente assurdo.

Tanto per iniziare Senese non fece nulla per mettermi a mio agio, anzi, la sensazione che ebbi fin da subito fu quella di un incontro di boxe, in cui riesci a capire immediatamente se il tuo avversario è più esperto di te e quanto sarà quindi difficile sopravvivere fino alla fine della ripresa.

La stretta di mano che ci scambiammo, calda e ferma, non fu accompagnata da nessun sorriso — Senese non avrebbe mai sorriso per tutta la breve durata dell’intervista.

La mia prima domanda fu come un gancio che schivò agilmente, a cui seguì una sua risposta breve e apatica, che ho vissuto come un montante al mento: difficilmente un montante è un colpo da KO, non ti manda a terra, ma ti getta in confusione e agitazione — e fa molto male.

La cosa strana era che ero arrivato preparato. Quello che si stava svolgendo e di cui ero protagonista, era esattamente ciò che mi aspettavo. Eppure mi ero convinto, forse per dominare l’ansia, che le storie sul Senese burbero e insofferente fossero tutte parte del personaggio, di una letteratura romantica circa quel genio musicale che mi ritrovavo lì a pochi centimetri. Avevo escluso che sarebbe potuto accadere nella realtà…

 

 

Non ricordo neanche il contenuto della prima domanda. Alla seconda provai a stuzzicarlo sulla musica contemporanea, chiedendogli se c’era qualche artista o scena che lo ispirava, che lo appassionava. Era una domanda non casuale, visto l’enorme ondata di new jazz proveniente da America ed Inghilterra che in questi anni ha riportato in auge il genere e che era proprio la materia del festival di cui era ospite; la sua risposta fu molto indicativa: «non c’è qualcuno che mi ispira al momento. Al di fuori [dell’Italia] sono i grandi che rimangono. Noi siamo amanti di Davis e Coltrane, e non si passa avanti questa è la scuola più forte che c’è, scuola di sentimenti e di tutto. Poi tutti gli altri bravi musicisti però non hanno quella forza, quella cultura che hanno loro».

Aveva liquidato la mia domanda citando i due nomi più banali del mondo, che anche chi non ha mai ascoltato una nota di jazz in vita sua può associare al genere. E dire che sarebbe bastato citare alcuni degli artisti che condividevano con lui il cartellone di quel festival per rendere la risposta più interessante.

In quel momento mi resi conto che stavo parlando con un vecchio. Non lo affermo in senso dispregiativo, ma come constatazione neutra che feci in quel momento, senza giudizio. Stavo parlando con un vecchio reduce degli anni ’70 che aveva fatto la storia della musica italiana e mondiale, ma che, per lo meno quella sera, non riusciva a vedere il quadro più grande.

 

 

Prima dell’intervista, mentre aspettavo di entrare in camerino, un giornalista de La Stampa aveva attaccato bottone e chiacchierando mi aveva passato una canna di fumo che ora cominciavo ad accusare. Mescolato al vino ingurgitato in fretta per sopravvivere alle temperature sotto zero di Torino e a Senese lí davanti a me con una faccia mortalmente seria e con quella massa di capelli afro ancora meravigliosa (forse la prima indiziata nel creare quell’illusione di eterna giovinezza che gli avevo sempre attribuito), il thc stava contribuendo ad accentuare la strana atmosfera che si respirava nella stanza. Senese era raffreddato e tossiva scatarrando fin dal concerto, imprecando perché a suo dire nessuno interpretava la sua difficoltà e gli passava dei fazzoletti con cui soffiarsi il naso. Dietro di lui c’era infatti la band, stravaccata su un divano colorato che sembrava reduce dagli anni ’60 californiani, più che piemontesi: loro, sí,dimostravano l’età che avevano, nessun afro incredibile o provvidenziali vestiti neri attillati, solo capelli bianchi, ampie stempiature e vestiti larghi, fuori da ogni moda. Eppure sul palco erano riusciti a creare un’illusione perfetta di grande energia e “cattiveria agonistica”. Osservarli tutti ora, sfatti e rilassati, era uno spettacolo sconcertante, che mi provocava uno strano senso di pudore, come per qualcosa che non avrei mai dovuto vedere.

Forte di questa improvvisa illuminazione provai a fare quello che si fa con le persone anziane per compiacerle, farli parlare del passato e di loro stessi; provai anche a mantenere un minimo di attualità nella domanda, chiedendo se riusciva a vedere ancora oggi l’eredità artistica che aveva costruito durante i ’70: «La traccia che abbiamo segnato negli anni ’70 ed ’80 c’è! È così evidente! Il problema è sempre farla espandere quanto più possibile, anche se noi giriamo in tutta Europa.» Avevo intuito che lo avevo finalmente stimolato e infatti non ebbi il tempo di aggiungere nulla che seguitò puntualizzando e continuando a rispondere anche alla precedente domanda, che doveva essergli rimasta veramente sulle palle: «il problema è mettere fuori il tuo pensiero, la tua dimensione, e metterla fuori col cuore, come tu vedi le cose davanti a te, questo è quello che facciamo. Uno può pensare che sia matematica ma non lo è assolutamente, ogni suono è messo al punto giusto per dare la dimensione che noi cerchiamo. Gli ‘altri’ contemporanei, non ce la fanno ad andare oltre questa ‘matematica’, è molto difficile essere libero su questo. È una ricerca questa che io faccio da tutta la vita, 24 ore su 24. Se riesci ad andare oltre questa matematica, a fare il tuo, potrai proprio vivere meglio a livello mentale.»

Avevo altre domande sul taccuino ma il tono conclusivo che Senese usò per quest’ultima risposta (e il contenuto della stessa) mi convinse a lasciare perdere. Non avevo il materiale sufficiente per un’intervista classica, infatti non la feci mai uscire, ma non mi importava, volevo solo andarmene di lì. Mi limitai a stringergli nuovamente la mano, ringraziarlo e fuggire da quel camerino interrato in cui mancava l’aria.

Non riuscivo a credere di aver preso due autobus, corso a perdifiato sul ghiaccio quando al secondo era esploso il motore, aver passato da solo in un kebabbaro freddo più di quattro ore scaldandomi solo grazie a delle bottigliette di vino disgustose: tutto per non risolvere praticamente nulla.

Una volta fuori mi incontrai con i miei amici, ovviamente curiosi di sapere tutto. Non so bene cosa gli raccontai, ma fu chiaro che percepirono la mia delusione. In quel momento non riuscivo a non tormentarmi per il mancato successo, credevo di essere stato io inadeguato, di aver buttato via una grandissima occasione professionale. In realtà a ben vedere la cosa mi bruciava a un livello estremamente personale. Mi sentivo trattato male, non tanto per come si era posto nei miei confronti durante la breve chiacchierata, più che altro per il suo disinteresse (di cui sembrava quasi andare fiero) per la musica e i musicisti contemporanei. Mi ci sentivo tirato in mezzo, mi sembrava che fra le linee mi stesse dicendo che la mia generazione non valeva niente, che nessuno stava producendo niente che fosse degno di nota — che io non valessi niente.

Ad un certo punto mentre eravamo fuori dal locale, iniziò improvvisamente a nevicare. Bastarono pochi minuti perché tutto fosse coperto di bianco e io mi lasciai andare ad uno stupore infantile che i miei amici torinesi osservavano a metà tra l’imbarazzato e il divertito. Quell’evento inaspettato riuscì a distrarmi dalla rabbia e dalla delusione e mi permise di osservare la cosa da una prospettiva diversa. Il fatto che Senese si fosse comportato da vecchio burbero — pensai di colpo — mi doveva far apprezzare ancora di più la fortuna di averlo avuto davanti. Senese mi aveva regalato la perfetta “esperienza Senese” senza che me ne rendessi conto, molto più di quanto avrebbe mai potuto fare con una sfilza di risposte educate e articolate.

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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