Il miglior regalo per i miei diciott’anni è stato poter assistere all’ultima edizione del Festivalbar, di essere lì, seduto sul divano, mentre i Negramaro ritiravano il premio per il miglior singolo e mentre Enrico Silvestrin ed Elisabetta Canalis ci davano appuntamento alla prossima edizione, quella che però non c’è mai stata. Il 2007 fu l’ultimo anno del Festivalbar, l’immenso carrozzone musicale ideato da Vittorio Salvetti nel 1964 e diventato una vera e propria icona dell’estate italiana, fatta di hit culturalmente discutibili, bellissimi presentatori lampadati e piazze italiane sempre piene di spettatori disposti a rimanere seduti per ore sull’asfalto bollente pur di vedere i loro idoli cantare la loro canzone preferita in playback.
Hai detto playback?
Si, perché il Festivalbar non aveva alcuna velleità artistica, non era una gara canora dove vinceva il più bravo, ma era una grande vetrina lunga tre mesi dove le case discografiche mettevano in mostra i propri gioielli tirati a lucido e pronti ad esibirsi, per finta. Tredici anni prima che i Muse si prendessero gioco di Simona Ventura durante Quelli che il calcio (era il 2009), Gianluca Grignani cantava Falco a Metà con il microfono in tasca mentre, secondo un articolo di Repubblica dell’epoca, «passeggiava sul palco rilanciando verso il pubblico i piccoli oggetti piovuti sulla scena per poi allontanarsi immediatamente al termine del play back della canzone». Durante il suoi tour per quelle piazze sempre affollate da ragazzini urlanti, il Festivalbar ha visto alternarsi sul suo palco gente come Britney Spears, i Backstreet Boys e i Red Hot Chili Peppers.
Passando anche per momenti meno esaltanti con i Tokio Hotel e i Finley feat. Mondo Marcio, che per l’occasione aveva sostituito il “fanculo” di Dentro una Scatola con “effe”. Tutto in nome del politically correct. Perché il Festivalbar era una grande festa nazionalpopolare dove si riunivano non solo i migliori artisti dell’anno, ma anche i volti più noti del piccolo schermo, quelli che facevano sentire a casa i telespettatore, regalandoci edizioni condotte da quartetti ’90s come Fiorello, Amadeus, Federica Panicucci e Claudio Cecchetto o dalla coppia formata da Marco Maccarini e Michelle Hunziker, coadiuvati dall’ex Grande Fratello Filippo Nardi.
Arrivato il nuovo millennio, dopo aver toccato la vetta con alcuni speciali sulla CNN International, il Festivalbar iniziò però una rapida discesa verso il fallimento; morendo sotto il peso di se stesso, schiacciato da una formula sempre più vecchia e da un pubblico troppo distante. Nel 2006, in concomitanza con i Mondiali di calcio, il programma iniziò a perdere share cominciando a diventare bersaglio della critica. Se da un lato i produttori si trincerarono dietro la scuse della concomitanza con molte partite del torneo, dall’altra erano palesi le difficoltà di un format inconciliabile con i tempi moderni. Portare sullo schermo un festival itinerante dove decine di artisti venivano pagati per una sola canzone era un sogno, un’idea che non poteva più funzionare in una generazione cinica e disillusa come quella moderna, dove per vedere l’esibizione del proprio cantante preferito non serviva più aspettare le ore seduti sul divano di casa ma bastava un click su su Youtube, su internet. Ecco, forse è stato proprio internet a dare il colpo di grazia al sogno di Salvetti: nel 2007, anno dell’ultima edizione, si provò ad utilizzare il web a proprio vantaggio introducendo il premio Digital per il brano più scaricato sul web. Gli effetti non si videro e quell’edizione fu un tristissimo funerale fatto di due sole tappe (Milano e Catania), un’anticipazione di quello che sarebbe successo l’anno successivo, quando il Festivalbar venne cancellato per mancanza di sponsor e fondi. Nonostante le diverse imitazioni nate nel corso degli anni nessuno è mai riuscito a replicare il successo dell’originale, limitandosi ogni volta a copiare la formula che aveva reso vincente il format per quarantatré anni senza capire come questo fosse irripetibile, immune alle battaglie su facebook per “riavere indietro il Festivalbar” o alle petizioni on-line.
Le premiazioni nell’Arena di Verona sono finite e con loro sono andati anche il premio “Miglior Tour” assegnato annualmente a Ligabue o la hit Summer is crazy cantata da un’Alexia con le treccine. Un pezzo che adesso, dopo l’addio del festival, potrebbe chiamarsi solamente Summer is boring.