Musica: Ricostruire le macerie: l’Italia, gli anni novanta, i rave, la techno nell’ultimo libro di Vanni Santoni
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Ricostruire le macerie: l’Italia, gli anni novanta, i rave, la techno nell’ultimo libro di Vanni Santoni

In un momento storico in cui all’abuso di definizioni non corrisponde – quasi mai – l’inquadramento chiaro e schematico di un dato genere musicale, l’elettronica gioca un ruolo di primo piano. A partire dagli anni ’80 si parla di techno come macrocontenitore di musica suonata con le macchine e senza l’ausilio di strumenti tradizionali: quello […]

1 Lug
2015
Musica

copertinamurodicasse

In un momento storico in cui all’abuso di definizioni non corrisponde – quasi mai – l’inquadramento chiaro e schematico di un dato genere musicale, l’elettronica gioca un ruolo di primo piano. A partire dagli anni ’80 si parla di techno come macrocontenitore di musica suonata con le macchine e senza l’ausilio di strumenti tradizionali: quello che stiamo capendo sempre meno è come questa si declini, a sua volta, in vari modi. Ora sembra giunto il momento di fare chiarezza: lo chiedono a gran voce tanto gli storici della disciplina quanto gli addetti ai lavori. Se quella del rave party è una controcultura in cui alcune di queste varianti trovano piena realizzazione, ben altra cosa, rispetto alla techno, è la (free) tekno: di fatto un sottogenere; nella sostanza, talvolta, persino un opposto ideologico. Tekno e non techno è, per l’appunto, quella dei rave. Quella che il pubblico generalista associa a cani, droga e furgoni. Quella che i tecnici di settore definiscono a 180 bpm o giù di lì. Quella dell’illegalità. Quella che, fraintesa all’estremo, è diventata calderone di status symbol fatti di monili, slang e marche di vestiti. In questo contesto viene alla luce Muro di Casse, esperimento letterario che ci porta dagli albori del movimento fino ai giorni nostri.  

***

La teknazza non è più una signorina. Per celebrarne le nozze d’argento, Vanni Santoni si è deciso a raccontarla nell’unico modo possibile: spiegandola, cioè, a chi non ne sa nulla e ricordandone i fasti a chi c’era. Prima di essere romanzo e saggio al tempo stesso, Muro di casse è essenzialmente questo. Auguri, teknazza, ormai sei diventata grande.

murodicasse

Per non regalare nulla al buon Vanni (uno capace di farti ardere indifferentemente per Bologna, Pisa o Urbino e che zitto zitto t’incoraggia a ripercorrere – in pellegrinaggio – le tappe del baggismo da Vicenza fino a Brescia), Muro di Casse si prefigura nell’immaginario di chi scrive secondo i seguenti pregiudizi: 1) se i preventivi likes che ha ricevuto dai teknusi si tradurranno in vendite, l’autore avrà fatto un numero da antologia (per quanto «controllare su aNobii» non resti che un appunto su post-it); 2) se la nicchia degli Irvine Welsh è per pochi, questo potrebbe sembrare – agli occhi dei malvagi – un tentativo bello e buono di uscirne come il Welsh italiano. Sarebbe la struttura stessa, con la sua tripartizione, a far presagire un Ecstasy in versione italica.

Ma a partire dalla prefazione (Perché, pp. VII-VIII), programmatica come ogni dichiarazione d’intenti, prende corpo l’idea che i pregiudizi finiranno presto sgretolati. Un espediente classico, la meta-operazione del libro su un tizio che vuole scrivere un libro, dà luogo quasi in automatico a una meta-recensione: la recensione al pressappochismo di un giudizio che si può maturare prima di leggere il libro. E puntualmente, dal Perché, Vanni zittisce tutti e l’obiettivo è presto chiarito: fare luce su un mondo (un fenomeno culturale, si dirà) illustrato in termini sempre inaccurati dall’informazione istituzionale è, specie oggi che il fenomeno sembra in via di esaurimento, strettamente necessario. La scelta di documentare romanzando viene da sé, e, davvero, non sembra si potesse fare meglio o diversamente.

Il ricorso a un triplice punto di vista, equamente suddiviso tra Iacopo (I sensi), Cleo (L’intelletto) e Viridiana (Lo spirito), si rivela una scelta felice per l’intreccio. Se la divisione “per competenze” appare piuttosto netta, la sensazione è che ognuno dei tre personaggi incarni, a suo modo, un personale connubio di sensi, intelletto e spirito. Non è un caso che Iacopo (per cui Gli interessi in comune e Se fossi fuoco, arderei Firenze sembrano costituire una sorta di prequel), Cleopatra e Viridiana si conoscano e arrivino ad incrociarsi, né è un caso che sembrino completarsi a vicenda. Finisce per non mancare nulla ed esserci tutto, in Muro di casse. O, perlomeno, tutto il possibile.

Iacopo (pp. 11-46) è simpatico da subito, perché in fin dei conti ci sta dentro. È un tipo attento, Iacopo, quando ti porta a riflettere sulle sfumature che intercorrono tra tekno e techno (sì, quella col “ci-acca”) e ci tiene a distinguere tra club e rave in termini di musica e ideologia. È per questo che di welshiano, nella sostanza, c’è ben poco. L’unico aspetto un po’ welshiano, che fin da Iacopo emerge con chiarezza, è la «questione della lingua»: al gergo da iniziati del settore-tek si alternano lunghi momenti in stile elevato, il tutto condito da una patina toscanocentrica che è d’aiuto al lettore a caratterizzare contesto e personaggi. Se dunque «la ketch indiana appena cucinata» e «lo speed base, senti come odora» lasciano posto a «un deserto tiglioso, punteggiato di cespi marroni, attraverso il quale la strada correva in lunghe e basse cunette», può, legittimamente, capitare che qualcuno chieda con stupore «o’ che sasso di md è quello?». Del resto, Iacopo è anche questo. Nel mettere tutti in guardia (qui è idolo vero) dalla “sindrome da medaglia”, incarna una certa volontà di capire e carpire il tempo presente. No, non stiamo ancora parlando di Cleopatra, ma tant’è.

Cleo (pp. 47-82) è il passaggio dalla necessità di informarsi all’informarsi vero e proprio, ma anche dall’illusione alla disillusione, senza che risulti per questo un potenziale personaggio da bad trip. È forse, semplicemente, la più onesta del trio: della propria tesi sulla cultura-rave riesce solo ad ammettere i limiti; riconosce senza patemi che a volte l’unica vera ideologia coincide con il divertimento; si chiede, non rassegnata ma con un senso di inquieto realismo, se questo rappresenti o meno un male. Per tutto il resto, Cleo serve a ragionare: sulla portata culturale del fenomeno, sull’impossibilità di universalizzarlo e schematizzarlo pure a fronte della necessità di tracciarne diacronia e sincronia di riferimento, sul senso supremo dell’assenza di gerarchie (o dell’“esercito di rematori”) che il muro di casse riesce a generare. Autoironica anche nell’immaginarsi “recensore di feste” per aver scritto di suo pugno un decalogo del Teknival, il personaggio di Cleopatra Mancini culmina nelle appendici 2 (Frangetta Rave, pp. 119-120) e 3 (Rave me tender: il Teknival in dieci discipline, pp. 121-129). La prima è una comica esortazione, diretta a tutte le anti-Cleopatra (le Betty in-Osiris D3 che al suo posto si firmerebbero Kleo), a preservare la propria autonomia; la seconda è proprio la recensione di cui sopra, che la stessa Cleopatra non perde occasione di sminuire, con cui si prende di petto la spettacolarizzazione operata dai mezzi di comunicazione di massa.

L’arduo compito di chiudere, con una sfumatura malinconica, la riflessione che si snoda nel corso del romanzo è riservato a Viridiana (pp. 83-110). Perché non si dica che Muro di casse è un’apologia, o che è tutto positivo. Tutto è finito, per giunta. E ci aspettavamo di trovarla come l’abbiamo trovata, Viridiana. Ma i segni del tempo, gli strascichi e qualche scoria non sono nulla, a fronte delle degenerazioni possibili. Anzi, queste non derivano per forza dal grattare padelle, ma fanno tutte capo al momento in cui «la controcultura diventa subcultura» (qui, davvero, Viridiana sembra più Cleo della stessa Cleo, che le sta pure sul cazzo). Perché a quel punto è fatta. C’è di mezzo il denaro, il tempo è talmente maturo che è andato e non stupisce che si scracchi o ci si spruzzi. Ma anche qui, di nuovo, di welshiano c’è ben poco. È un fare il punto, un tirare le somme. E nemmeno a Viridiana manca consapevolezza. Che è declinata, in questo caso, secondo il know-how più tecnico (e con il registro linguistico, di conseguenza) di chi ha suonato in giro per anni: sulla scia di un incipit come «non ti spiegherò cos’ha di speciale un Korg Zero 4 o una Roland TB- 303, o le differenze tra una TR-808 e una 909» si arriva a sancire che «il punto della tekno (…) è che non c’erano più ritornelli o frasi ma una serie di suoni rapidi ritmati in successione che distruggono ogni punto di riferimento». Ciò non toglie che, andando a ruota libera, Viridiana sia colta da un dubbio non da poco: «e se fosse solo una forma molto avanzata di svago?».

Quanto all’ampiezza del pubblico cui si rivolge Muro di casse, è il risultato di un’operazione che tende all’universale. Si strizza l’occhio – ma con affetto e senza malizia – alla generazione dei più anziani facendo attenzione a non urtarli, fornisce dati (documentati e facilmente reperibili) agli interessati e ai curiosi, siano essi futuri sperimentatori, sostenitori della repressione o individui di larghe vedute. Muro di casse è, soprattutto, un invito a quella consapevolezza cui è funzionale il provocatorio Worldwide Raver’s manifesto project (prima appendice, pp. 115-117), per cui per rapportarsi a una qualunque cultura ci vuole cultura, a tutti i livelli. Banalmente: avere gli strumenti per valutare un fenomeno quando lo si sta attraversando è importante almeno quanto saperlo definire a posteriori; su questo presupposto, e di pari passo, dovrà fondarsi il senso critico del festaiolo, cui non è estraneo il tema dell’approccio alle sostanze (o «uso responsabile», o quel che è). Anche perché cosa si potrebbe obiettare all’autore a questo punto? L’hai chiamata “busta” ma avresti dovuto dire bag? Le Mitsubishi o le Underground meritavano una menzione? Timothy Leary in bibliografia è mainstream? Non scherziamo. Si è parlato di In the Wood, e questo basti.

 

Muro di casse, Laterza Solaris, Bari 2015 (viii + 135 pp.)

Alessandro Fabi
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