Alessio Bondì è il vincitore della prima edizione del Roma Folk Contest. Con incredibile felicità lo intervistiamo in vista del suo ritorno sul palco del Roma Folk Fest.
Presentati.
Sono Alessio Bondì e mi esibisco chitarra e voce. Scrivo canzoni in dialetto siciliano che non si allacciano alla tradizione musicale regionale e nemmeno a quella cantautorale italiana. Molti mi dicono che canto in siciliano ma sembra inglese per cui, per scherzo, ho definito la mia musica Folk Siculìsh. Una di queste mie canzoni, In funn’o mare, ha da poco vinto il Premio De Andrè per la migliore interpretazione.
Qual è il ruolo del cantautore nella società attuale?
Anticamente la musica era un rito che metteva in contatto l’uomo con le energie nascoste della terra. Chi scrive canzoni dovrebbe esplorare quelle viscere vitali e tornare con una perla. Se parliamo di ruoli ogni artista ne ha uno particolare: Tizio ti fa riflettere, Caio ti fa ballare, Sempronio ti fa ridere e quell’altro ti fa piangere. L’ideale sarebbe farti piangere mentre ridi per una riflessione che fai grazie alla musica sulla quale stai ballando. Tutto in una sera.

Quale musica ispira la vostra musica?
Mi piacciono le musiche che mantengono qualcosa di animalesco e misterioso, poetico ed essenziale. Mi interessa quello che sta alla base del nervosismo di Paco De Lucia, dell’energia di Rosa Balistreri, dell’urlo di Charles Bradley – l’urgenza di fare musica. Ma in realtà ascolto di tutto e chissà cosa influisce di più quando scrivo una canzone. Una cosa che mi ha stupito ultimamente è la musica di Julia Holter. Sono devoto a Rufus Wainwright e mi piace quasi tutto quello che combina Nicolas Jaar.
C’è qualcosa che ti infastidisce nella scena musicale attuale?
Nulla che mi infastidisca. Ma mi tengo al riparo da certi atteggiamenti che non amo e provo a non riproporli io stesso. Mi dispiace l’approssimazione e la giustificazione e la conseguente sottolineatura dell’errore. Tento sempre di capire gli errori degli altri sul palco per capire se e in che misura li faccio anch’io.
Quale concerto nella storia della musica avreste voluto aprire?
Ma non lo so, il Roma Folk Fest l’ho già fatto, rimane poco. Ora vedo se riesco a fare un paio di pezzi al Circo Massimo, prima degli Stones.
Raccontaci l’avvenimento più strano che ti è capitato come musicista.
Una volta, alla fine di un concerto, i gestori del locale mi hanno pagato di più di quanto avevamo concordato. Volutamente. Erano contenti di farlo. Surreale. Cercavo le telecamere.
Trovate ispirazione letteraria per i tuoi testi?
La lettura molto spesso mi stimola più della musica che ascolto. Tutto quello che leggo mi crea un’impressione che non saprei definire: è come quando guardi una luce forte e poi ti rimane il nero negli occhi. Quando è una poesia ad ispirarmi e inizio a suonare e cantare sono meno portato a riproporre uno stile o qualcosa di già esistente. Quella sensazione che mi rimane è musica senza note.
In quale scena di un film vorresti fare un tuo piccolo concerto abusivo?
Vorrei suonare In funn’o mare nella versione dark de La Sirenetta.
Progetti futuri?
A Giugno sarò ospite di un festival internazionale contro la droga chiamato Poemus, in Georgia. Continuare a scrivere, comporre, suonare è comunque il progetto principale. Il disco prima o dopo lo farò, ‘un ti scantare (non temere). Per ora sono troppo affezionato all’idea di essere l’unico che può riprodurre la mia musica, come quelle vecchiette che l’Unesco protegge perché sanno fare un mestiere ormai scomparso. Io mi candido sin da subito per diventare la vecchietta sciamana con un dente solo depositaria dell’antica ricetta Folk Siculìsh.
Qual è la vostra città di origine? E in quale lavorate/suonate oggi?
Sono nato a Palermo e da quattro anni vivo a Roma. Suono principalmente in queste due città ma ho iniziato da qualche tempo a fare concerti nel resto d’Italia
Perché ti senti folk?
Perché sono troppo stigghiolaro (chi vende le stigghiola, street food palermitano) per sentirmi jazz e troppo lento per sentirmi rock.