
Ulisse: voce, principale compositore, esecutore di varie tracce di vari strumenti dell’album Se esiste una terra, ultimato sotto il nome Estuario. È con noi per raccontarci l’esperienza del suo primo album da solista, e, con l’occasione, tutto il resto.
Presenta (te, il progetto e) il vostro album
Mi chiamo Ulisse, parlo tanto. Sono uno che attacca i pipponi. Tuttavia, essendo questa un’abitudine socialmente discriminata, risolvo in parte scrivendo canzoni (che è invece un’abitudine socialmente molto ben vista). Le mie canzoni sono essenzialmente una sorta di pillole di pipponi confezionate ad arte – facciamo del nostro meglio – per essere ascoltate e assimilate nei contenuti, eludendo le difese psicologiche dell’ascoltatore. Sorvolando – ovvero non sorvolando – sul fatto che «pillole di pipponi» mi appaia improvvisamente come un’eccellente definizione di poesia, ci tengo a rimarcare che non fuggo mai davanti ai pipponi degli altri, e tanto basta a mondare la mia coscienza.
Vengo dal Valdarno, Toscana. Vivo a Roma da dieci anni, da quando mi sono trasferito per l’università. Mi interessa ogni cosa. Detesto l’espressione «massimi sistemi» che trovo dequalificante nei confronti dei massimi sistemi. Non mi trovo pienamente a mio agio sui palchi e, per quello che vale, ritengo di essere nel giusto.
Estuario è il progetto in cui trovano posto le canzoni di cui sono l’autore, ed è composto da tutte le persone e i musicisti che prendono parte alla loro realizzazione. Se esiste una terra è il primo lavoro discografico di Estuario. Come ogni opera prima ha molto di istintivo e poco di calcolato, una bestiaccia docile ma non del tutto addomesticata. È un bambino vecchio. Parla dei massimi sistemi.
Sei diventato cantautore a un certo punto o è il naturale manifestarsi del tuo animo nobile?
Ho capito il motivo per cui si diventa autori di qualcosa prendendo la scossa con una lavastoviglie.
Se si indossano scarpe di gomma la corrente non può scaricare a terra e non si prende la scossa. Avvertiamo l’elettricità soltanto se ci attraversa, entrando da una parte ed uscendo da un’altra. Allo stesso modo le cose della vita si percepiscono con intensità centuplicata se, oltre ad entrare attraverso l’esperienza, si lasciano uscire attraverso un atto creativo. Questa, per me, è la radice di ogni impulso artistico. Poi, naturalmente, a condizionare quello che si svilupperà da questa radice entrano in gioco una molteplicità di fattori, alcuni legati ai mille volti del narcisismo, altri al desiderio di contribuire al bene della collettività attraverso gli strumenti che si hanno a disposizione.

Tutte le facce della band
Ti rendi conto di che responsabilità ha un cantautore?
Ha una responsabilità enorme, esattamente come uno spazzino, un meccanico, un cameriere, un imprenditore o chiunque altro. La responsabilità di fare il proprio lavoro con impegno e onestà. E se qualcuno, giustamente, sta storcendo il naso perché sembra la battuta finale di un film di natale, lo invito a dare sempre una seconda chance alle cose che suonano banali, perché a volte sono semplicemente vere – altro film di natale, lo so. Il punto è che ci vuole talento per fare qualsiasi cosa. Essere Tiziano Ferro non è più difficile che mandare avanti un ristorante, solo che alla società servono molti più ristoranti che Tiziani Ferri. Ecco perché c’è un solo Tiziano Ferro e ci sono 200.000 ristoranti. Con tutto il rispetto per Tiziano Ferro, la sua bella canzone, e tutte le versioni in cui ce l’ha propinata.
Quali sono i tuoi riferimenti artistici e culturali? Sono compatibili con quelli di tutto il resto del gruppo?
Uuuuh. I miei riferimenti culturali sono [pippone esagerato], e questo è tutto. I miei riferimenti artistici sono molti e anche piuttosto confusi. Volendo essere sintetici (e purtroppo approssimativi) posso dire che il dominio che mi interessa di più è quello in cui si incontrano il linguaggio e la musica. Il primo è il più grande strumento esistente di cui l’essere umano dispone. Tutto quello che abbiamo, nel bene e nel male, non lo dobbiamo al fuoco, all’agricoltura, alla politica, al pollice opponibile o al metodo sperimentale. Lo dobbiamo al linguaggio. La seconda è un mistero.
Dal punto di vista delle parole in musica, l’Italia vanta una tradizione spettacolare (molto sottovalutata) che rappresenta probabilmente l’unico caso di eccellenza a livello globale per il nostro paese dai tempi d’oro dell’opera. Ecco perché mi rattrista sentire radio e mercati musicali italiani intasati dai pupazzetti fenomenali vomitati dai talent show, impeccabili nel canto e nei balletti, soffocando il vero talent(o) di questo paese che è quello di scrivere, non di fare le rockstar.
Come gruppo sembriamo l’inizio di una barzelletta: ci sono un erudito, un fricchettone, un uomo misterioso, uno che assomiglia a Brad Pitt e uno che attacca i pipponi in una sala prove…
Abbiamo tutti storie diverse ma abitiamo tutti lo stesso mondo e la stessa città. Non facciamo la stessa strada ma andiamo nella stessa direzione, e questo è l’importante.
Progetti futuri
Fare sempre meglio. Imparare molto. Insegnare qualcosa.