ROMA MUSIC CLUB* diventa un live: Statale 66 suonerà giovedì 17 luglio al Gone di Roma. Ingresso gratuito, altre info qui.
Presentateci il vostro progetto.
Siamo un gruppo rock’n’roll. La differenza dai gruppi storici anni ’50 e ’60 è la possibilità di conciliare la disponibilità di mezzi e l’indipendenza artistica. Un esempio: un gruppo underground-garage non poteva all’epoca produrre un primo album di 15 canzoni e un secondo disco di 20 brani strumentali.
Abbiamo la possibilità di sovraincidere milioni di tracce ad alta qualità (o almeno decente…) e utilizzare qualsiasi strumento, dal banjo al sitar, dallo scacciapensieri alla marimba. Basta andare in un mercatino per trovare uno strumento etnico a 100 euro. Possiamo produrre un album come Back to mono, il best of di Phil Spector, senza spese.
Ciò porta all’idea del progetto su cui stiamo lavorando da un anno a questa parte, ovvero il nostro “triplo cd” o “quadruplo album” (se decidiamo di stamparlo su vinile)! È un concept. Credo lo chiameremo Beat Opera Low Cost e sarà un viaggio nei generi e specialmente nelle sensazioni dei vari rami del rock che adoriamo, un percorso emotivo legato al tipo di musica.
Per capirci: quando ti senti incazzato, energico e cool metti su Exile on Main Street degli Stones o un bel blues di Howlin’ Wolf. Quando sei malinconico senti Pet Sounds dei Beach Boys. Quando sei euforico Tell me why dei Beatles. Oppure al contrario è il disco che influenza lo stato d’animo dell’ascoltatore. Così il nostro prossimo progetto spero sarà capace di far “viaggiare” attraverso queste sensazioni. Sarà diviso in suites, una californiana-giovanile-spensierata, una brit rock-aggressiva, una swing sui ricordi etc. Immagino un viaggiatore che si fa Roma – Milano in macchina alle 2 di notte e una radio spericolata che passa tutto il disco… insomma ha senso fare un singolo, ma un disco di dieci canzoni ammucchiate insieme non è poi così stimolante.
Qual è il ruolo del cantautore e del musicista nella società attuale?
All’artista possono essere affidati mille ruoli: il contestatore, il pacifista, l’anticonformista. Oppure può non averne affatto ed essere considerato semplicemente un artigiano.
L’artista deve raggiungere la bellezza attraverso la ricerca, la passione, la cultura. La bellezza ingentilisce l’animo: è difficile sentire Here There And Everywhere e scendere in strada a fare il picchiatore. Oddio… tutto può essere… ma diciamo che la cultura e l’arte aiutano a distrarsi da tante cazzate.
Altra cosa essenziale è l’intrattenimento: le persone vogliono divertirsi. Ciò non significa fare canzoni spensierate o ridicole a tutti i costi, ma offrire uno spettacolo. Certo, occorre essere molto molto bravi a divertire parlando dei propri problemi.
Quale musica ispira la vostra musica?
Brian Wilson dei Beach Boys è il nostro guru. E la musica rock’n’roll, il doo wop sono grande fonte di ispirazione. Da Chuck Berry, Jerry Lee Lewis a Buddy Holly. Dai Beatles ai Kinks. Dal Blues del Mississippi alla musica da film italiana. Con Morricone ci siamo cresciuti! La musica italiana che ci piace è quella classica (come ad esempio P. Da Palestrina) e più che altro quella anni ’60 beat e quella anni ’70 da film: gli Oliver Onions (i fratelli De Angelis) per le colonne sonore dei film o le sigle dei cartoni. L’ultimo cantautore che ci garba parecchio è Edoardo Bennato.
Comunque il rock, in particolare quello anni ’50 e ’60 è tutto il resto. La scelta del periodo storico non è una presa di posizione (vedi Midnight in Paris di Woody Allen). In primis, è evidente che le tecniche di produzione, la ricerca in campo armonico e in quello orchestrale fossero tutte nella massima creatività ed innovazione.
Forse più importante però è la positività di fondo di quella musica. L’energia. Il Rock’n’Roll in particolare è una musica che ti cambia la giornata. Una citazione: «suono Buddy Holly ogni notte prima di salire sul palco, mi aiuta a conservarmi onesto». Non siamo grandi fan del Boss ma è sempre molto acuto.
Cosa più vi infastidisce della scena musicale attuale?
La scena musicale attuale ha perso molto di questa energia. Ci sono troppe poche Good Vibrations. Abbiamo visto il concerto degli Stones a Roma a giugno: sono dei tipi che si sanno divertire e soprattutto ci tengono a divertire. Jagger faceva battere le mani, faceva intrattenimento in italiano tra un pezzo e l’altro. Non sta lì a dire «io sono io e voi non siete un cazzo».
Non ci garba neanche questa usanza di trovare un sound e ripeterlo per tutto il disco. Poi per altri due dischi. Poi per tutta la discografia. Ascoltate Aftermath degli Stones: ogni pezzo ha un suono, un arrangiamento particolare. La marimba, il dulcimer…
I gruppi rock ora spesso suonano con due chitarre elettriche distorte e qualche violino. Per non parlare della produzione: «la batteria si microfona così! Il 57 sul rullante e sull’ampli di chitarra!».
Quale concerto nella storia della musica avreste voluto aprire?
mmmh… ci sarebbe piaciuto vedere i Beatles. Quindi diciamo all’Adriano nel ’65.
Raccontateci l’avvenimento più strano che vi è capitato come gruppo.
Ci sembra tutto molto assurdo. Quando suoniamo incontriamo parecchia gente particolare. Ricordiamo un manager che durante il sound check in piazza con un ritardo mostruoso ci urlava tra il pubblico già accomodato: «Presto! Tanto questi qui non capiscono un cavolo!». Molto buffo. Le persone gli rispondevano e se ne andavano. Ne abbiamo viste di tutti i colori: suoniamo in giro da dieci anni un giorno si e uno no.
Trovate ispirazione letteraria nei vostri testi?
Beh, certo. Tutto quel che hai letto, visto o vissuto si mette spontaneamente in quel che produci. La creatività per noi è molto intima è parte spesso da una sensazione.
In quale scena di un film vorreste fare un vostro piccolo concerto abusivo?
In A Qualcuno Piace Caldo di B. Wilder o in 8 1/2 di Fellini.
E poi, ovviamente: progetti futuri?
A parte il triplo cd di cui abbiamo parlato c’è il programma televisivo STRACULT. Andrà in onda da mercoledì 16 luglio su Rai 2 ed in ogni puntata interpretiamo una canzone tratta da un film italiano di serie B anni ’70. Sei canzoni per sei puntate. Abbiamo ripescato delle belle chicche: credo faremo uscire un Ep con queste canzoni, un nostro pezzo strumentale Surf e un brano inedito.
* «Il London Music Club, fondato da Kalish, invitava talvolta compositori a partecipare a concerti di loro opere, seguiti da una cena di gala […] “I membri del club, s’è detto, si distinguevano per lo più per la ricchezza, l’età avanzata, la corpulenza e la respirazione rumorosa”» (Marian C. McKenna, Myra Hess, 1976)