Scusa, Sampha
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Scusa, Sampha

Process è stato eletto all’unanimità come uno degli album migliori del 2017. Solo dopo mesi però sono riuscito a capire la grandezza della quarta traccia, (No One Knows Me) Like The Piano. Ci sono brani scritti così magistralmente, con una profondità così delicata e poco pretenziosa che a volte si capiscono con grande ritardo.     […]

Process è stato eletto all’unanimità come uno degli album migliori del 2017. Solo dopo mesi però sono riuscito a capire la grandezza della quarta traccia, (No One Knows Me) Like The Piano.

Ci sono brani scritti così magistralmente, con una profondità così delicata e poco pretenziosa che a volte si capiscono con grande ritardo.

 

 

Process, l’album di debutto di Sampha, è stato fra i miei preferiti del 2017, eppure c’è stato un pezzo che non riuscivo a decifrare fino in fondo, (No One Knows Me) Like The Piano. Non riuscivo a capirlo nell’economia sonora ed emotiva del disco, una ballata emozionante ma troppo “canonica”, poco moderna, in mezzo a beat e suoni così sofisticati; con un titolo così semplice e diretto che non lascia nulla all’immaginazione, non capivo proprio come gli fosse venuto in mente di inserirla nella tracklist finale. Mi è capitato anzi spesso di saltare la traccia, quasi imbarazzato e scocciato da questa pausa così cruda ed intima. Ci ho messo mesi e mesi a comprendere che avevo paura di ascoltare veramente, paura reale non per scherzo. Perché questo pezzo riesce in qualcosa che prescinde dalle leggi del tempo, dei generi, del mercato e di tutto quanto: riesce a emozionare. Mi spingo ancora più in là e dico che forse è il brano più emozionante ed intimo del 2017.

Il giro di piano, nudo e crudo, è già una dichiarazione d’intenti a sé, ci illude con i primi due accordi maggiori ma poi c’è improvvisamente un minore, e poi subito un altro maggiore. La sensazione è straniante, di una felicità “sporcata” che nasconde uno spesso velo di tristezza, di riflessione, esattamente ciò che evocano in modo inequivocabile la voce e le liriche che si aggiungono poco dopo. Oppure al contrario di una malinconia con una punta di speranza e di dolcezza, la si può vedere in entrambi i modi. In ogni caso la prima frase che Sampha canta, con un timbro ed un’intensità che solo a pensarci fanno venire un groppo in gola, in realtà ce l’aspettiamo perché è il titolo: No One Knows Me Like The Piano. Il problema è l’aggiunta subito dopo, che verrà ripetuta sempre ed enfatizzata ad ogni ripetizione «…In My Mother’s Home».

Queste quattro parole in più ci catapultano in una dimensione completamente diversa da quella evocata dal titolo, svolgendo un po’ il ruolo dell’accordo minore: sparigliano il banco introducendo una nota che apre all’ambiguità, alla riflessione e soprattutto alla nostalgia, ad un mondo che sembra perso, intimo e personalissimo. Non è un brano lungo, con un testo denso e intricato, anzi è molto semplice, ma sappiamo bene quanto la vera semplicità sia un affare complesso. Le parole sono poche e si ripetono, ma le immagini evocate sono così nude, così semplici e — di nuovo — personali da sfociare quasi nella pornografia, ci sembra quasi sbagliato essere partecipi di momenti e ricordi del genere, non siamo sicuri sia giusto ascoltarli:

 

«You would show me I had something some people call a soul
And you dropped out the sky, oh you arrived when I was three years old
No one knows me like the piano in my mother’s home»

 

«Mi hai mostrato che avevo qualcosa, qualcosa che alcune persone chiamano un’anima»: la forza di questo primo verso sta nel non capire minimamente a chi sia rivolto: alla madre? Un famigliare, una ragazza, un amico? «Sei caduto dal cielo, sei arrivato quando avevo tre anni», è del suo primo pianoforte che Sampha continua a parlare, il che non ci dovrebbe sorprendere visto il titolo della canzone, eppure insistere in modo così appassionato sull’attaccamento per un oggetto inanimato in qualche modo ci sorprende. Almeno per ora, è proprio dello strumento musicale che si sta parlando. E in qualche modo già solo questo ci fa commuovere; perché uno strumento musicale non è un semplice oggetto o un pezzo d’arredamento, è un mezzo grazie al quale esprimersi, sfogarsi, attraverso il quale trovare empatia e scoprire il proprio talento, è uno specchio niente affatto deformante che ci restituisce esattamente, chiara ed inequivocabile, l’immagine di chi siamo veramente, allo stesso tempo lasciandoci intuire chi potremmo diventare nella nostra versione migliore.

 

 

È forse proprio questo ciò a cui si riferisce Sampha: nessuno mi conosce meglio del mio primo pianoforte, perché è con lui che io mi sono conosciuto veramente. Chi ha iniziato a suonare uno strumento in anni formativi, che sia l’infanzia o l’adolescenza o anche più in là, non può non ritrovarsi in un pensiero del genere.

 

«You know I left, I flew the nest
And you know I won’t be long
And in my chest you know me best
And you know I’ll be back home»

 

Adesso però cominciamo a percepire ciò di cui prima eravamo certi e che all’inizio Sampha ci ha tenuto quasi nascosto, come solo i grandi musicisti e parolieri sanno fare: qui non si parla “solo” di un pianoforte. Nel 2014 sua madre se n’è andata a causa di un cancro con cui conviveva da alcuni anni . Nell’ultimo periodo, il più difficile, Sampha è tornato a vivere con lei per assisterla, nella casa nel Sud di Londra dov’è cresciuto e dove ha ritrovato il suo vecchio e primo pianoforte, tutto ciò mentre era in un periodo di grande crescita per la sua carriera, ovvero subito dopo aver lavorato ai nuovi progetti di Drake e Solange ed essere rimasto per lungo tempo lontano da casa.

Confessa, con una punta di dispiacere e rimorso, rivolto alla madre «Sai che sono andato via, ho lasciato il nido / E tu sai che non starò via a lungo / E mi conosci dentro come nessuno / E sapevi che sarei tornato a casa». L’isolamento ed il ritorno, in un contesto così tragico, nella casa della sua infanzia, lo hanno spinto verso la parte di quest’ultima che più era rimasta in una bolla temporale di felicità, il suo pianoforte.  

Se in questa strofa era ancora possibile percepire un minimo di ambiguità creata e voluta dallo stesso Sampha verso la figura della madre/pianoforte, nell’ultima, in un climax incredibilmente commovente, ogni dubbio è fugato.

 

«An angel by her side, all of the times I knew we couldn’t cope
They said that it’s her time, no tears in sight, I kept the feelings close
And you took hold of me and never, never, never let me go
‘Cause no one knows me like the piano in my mother’s home
In my mother’s home»

 

Il pianoforte qui assurge definitivamente  al ruolo che ci aspettavamo fin dall’inizio, quello di spalla su cui piangere, di elemento che riesce a consolare l’inconsolabile. «Hanno detto che è arrivata la sua ora, niente lacrime, ho tenuto stretti i sentimenti / E tu mi hai tenuto stretto e non mi hai mai, mai, lasciato andare». Sampha sapeva da tempo che la madre non ce l’avrebbe fatta, così quando l’ora è arrivata non piange, tiene strette a sé tutte le emozioni che immaginiamo siano tante, belle e contrastanti come solo quelle che l’amore di e per una madre regala. Come lui tiene stretti a sé i suoi sentimenti, il pianoforte a sua volta tiene stretto lui, permettendogli di non lasciarli sparire nel nulla e di esprimerli, perché «nessuno mi conosce meglio del piano a casa di mia madre».

In un arco temporale così breve, e con così pochi versi, Sampha riesce a descrivere perfettamente un momento così tragico, senza aggiungere il superfluo o lasciar fuori niente di importante. Con sole tre strofe dà vita ad un’ambiguità tra le due figure principali rendendo il brano ancora più convincente e profondo, introducendo una perfetta circolarità: si parte dalla scoperta di sè da bambino grazie al pianoforte e si chiude con la crescita ed il superamento di una tragedia grazie allo stesso.

Non so perché mi ci siano voluti mesi per capire tutte queste cose. Forse non sono, non siamo, più abituati ad ascoltare in questo modo, a prenderci tre minuti e trentotto secondi per emozionarci profondamente, come non siamo più abituati a prendere un caffè senza controllare continuamente il telefonino, come non siamo abituati a concentrarci su una sola attività per un tempo medio-lungo, senza lasciarci distrarre da tutto il resto, continuamente. Potrebbe anche sembrare un discorso inflazionato e naif, difatti ho sempre evitato di farne di questo tipo. Questo brano però mi ha fatto in parte cambiare idea, mi ha ricordato di quanto è importante fermarsi ogni tanto e lasciar andare, mentalmente e materialmente, tutto ciò che abbiamo in mano per esercitare la caratteristica principale degli esseri umani: provare sentimenti, esercitare la nostra empatia e la nostra intelligenza.  

Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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