Più tempo trascorre, più rapidamente si ampliano i canali di distribuzione e condivisione culturale, più si coltiva una strana passione per il retrò, quando non addirittura per la necrologia. Farsi un giro per social network, siti web, giornali, riviste, aiuta a comprendere come tutto ciò che potrebbe rientrare nella categoria “cultura di pagina 3” si alimenti con una intensa attenzione alla ricorrenza, all’anniversario, all’elogio lapidario. Ma come si sa, il valore artistico dei morti è sempre maggiore rispetto a quello dei vivi.
Come collocare, nell’atmosfera retromane, il fenomeno reunion? Generalmente appare, ancora prima di una rimpatriata nostalgica, come un compromesso economicamente conveniente – si veda il recente esempio degli Stooges. Ma altre volte l’elemento del rischio è più forte: provenire da uno scenario fortunato al suo tempo, molto ricco ma anche caotico e concettualmente complesso, riproporlo trent’anni dopo.
Così i Confusional Quartet sono tornati in scena lo scorso anno, con un album accolto dalla critica con il massimo entusiasmo – la rivista Suono lo annovera fra i dieci album del 2012. La loro culla è la Bologna rossa del 1977, con il movimento culturale che gravitava attorno al Dams da cui fiorì una generazione artistica carica di nuove idee e nuove forme di socializzazione. I musicisti del ‘77 dovevano fare i conti con Il Male, Andrea Pazienza, Cannibale, più in generale quel movimento che recuperava l’avanguardia culturale accantonata da una più seriosa lotta operaia. E soprattutto, dovevano rielaborare la rivoluzione del punk-rock arrivata in Italia con qualche anno di ritardo. I Confusional Quartet si formano in questo contesto, insieme con i Gaznevada, lo Stupid Set, gli Skiantos, nonché diversi gruppi punk femministi mai più re-incontrati nella storia del rock. La Harpo’s Bazar (evolutasi solo successivamente in Italian Records) fu, purtroppo per le major, l’etichetta di riferimento.
Scegliendo una voce a caso della grande enciclopedia delle frasi fatte, si può incontrare «nel mio disordine sono ordinato». Precursori del jazzcore, eredi dell’electric-jazz americano, primi sperimentatori elettronici, interpreti singolari della new wave e del punk, artisti concettuali: dei Confusional Quartet, quelli del 77 e quelli del 2012, si può dire tutto, perché nella loro opera, a ben vedere, c’è tutto. Un tutto che non si presenta però come un affastellamento sconclusionato del collezionista pretenzioso, quanto più un assemblaggio intelligente e sintetico di un ampio bagaglio di influenze (quelle di cui sopra).
Per non farsi mancare nulla, persino i video attualmente in circolazione (Futurfunk e Sensodan) esprimono un’energia tutta concettuale che è una novità, ma in rotta con tutte le altre novità. Non si tratta di video plastificati con primi piani di facce imbufalite e abiti eccentrici: animazioni e montaggi che fanno il verso al futurismo, soprattutto senza persone – si sta parlando di una band non-personalistica.
Veniamo al punto: l’avanguardia di trent’anni fa è ancora avanguardia. I giovani sembrano essere troppo occupati a farsi votare su facebook per i contest, così lo spazio delle novità culturali, delle rotture concettuali, delle controtendenze, se lo prendono i vecchi. Questo è il caso dei vecchi saggi, testimoni autorevoli e perfettamente integrati: non si confonda la vecchiaia con l’esperienza.
Ma come se la cavano dal vivo, questi vecchi? Il Circolo degli Artisti, pochi giorni fa, era insolitamente poco popolato, e sul palco c’era un gruppo con i capelli bianchi. Non hanno detto una parola al pubblico, nessuno di loro ha fatto il “tuffo” né si è spogliato, né ha salutato la città, né ha fatto battute divertenti, né ha dato segno di emozioni particolari. Non hanno fatto neanche il bis. Il minimo (o il massimo, a seconda) della professionalità: suonavano con una precisione maniacale. Una performance tutta concettuale, senza nemmeno l’ombra dell’intrattenimento – che dell’arte, andrebbe ricordato, è solo una componente.
Non tutti eravamo pronti.