Riccardo Sinigallia è un cantautore autentico, che tiene fede alla definizione precisa del termine. Qual è secondo te il ruolo intellettuale del cantautore nella società?
Quello del cantautore non lo vedo come un ruolo intellettualmente chiuso. L’importante è un costruire percorso di onestà, potendo così arrivare anche ad assolvere un compito politico. Non è necessariamente un compito, non ho mai voluto barricarmi in un movimento politico o culturale, preferendo essere sempre indipendente. Il cantautore è quello che scrive, in relazione a quello che vive e che lo circonda: è questo che dà possibilità dal punto di vista sentimentale, politico, sociale, intellettuale. Dare troppo peso al ruolo intellettuale preclude una serie di altre possibilità.
Domanda che rivolgeremo anche a Filippo Gatti: raccontaci la tua versione delle vostre collaborazioni.
Ho conosciuto Filippo nel 2001, dopo aver seguito gli Elettrojoyce. Negli Elettrojoyce avevo trovato qualcosa che andasse fuori dalle tendenze e dalle richieste del mercato – anche di quello alternativo. Fra di noi si è creato un rapporto autentico, ancora adesso dopo circa 12 anni, continuiamo a “tenerci per mano”. È un rapporto che, ancora, mi dà: queste amicizie sono una risorsa perché siamo molto soli. Navighiamo a vista circondati dalle corazzate sia da una parte che dall’altra. E ci facciamo forza.
Domanda difficile: il tuo percorso artistico sembra essere piuttosto variopinto. Quante volte hai cambiato idea e cosa invece hai voluto sempre conservare?
È un continuo mettersi in discussione, questa è quasi una deontologia. Ogni volta che si incontra qualcosa di interessante è quasi necessario abbandonarla. Come dice Filippo Gatti: «le emozioni non sono mai dove le cerchi». Non ho mai trovato niente di più pertinente di questa massima. Io scrivo canzoni da quando ho 12 anni, e sempre nello stesso modo, ecco qualcosa che è rimasta negli anni. Sono attratto da qualunque oggetto che emetta un suono, e la tecnologia è cresciuta insieme con me. Così parallelamente alla ricerca sugli strumenti tradizionali come la chitarra e il pianoforte, ho scoperto anche le prime tastiere, il MIDI, l’HardDisk Recording. Mi ha sempre affascinato la possibilità di entrare nel suono in maniera diversa rispetto al semplice accompagnamento. Quello che più mi interessa è il rapporto fra le parole, il suono e l’interprete, che insieme e solo insieme creano il significato. La vedo come una triade necessaria.
Ma cosa ci trovi mai nel Roma Folk Fest?
Ci saranno molti artisti che conosco, sono contento di essere stato invitato e sono molto curioso di scoprire cosa accadrà mettendo insieme molti artisti che non troveremmo nelle solite kermesse televisive.
Domanda di cortesia: quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Al momento ho l’esigenza di chiudere il mio terzo disco. Vorrei (finalmente) dedicarmi solo a questo. Contemporaneamente seguo il rapper Coez, e lavoro nel progetto The Producers (insieme con Vittorio Cosma, Max Casazzi e Gianni Maroccolo), un progetto che collega musica e astrofisica – il primo album si chiama Planetario, in più stiamo cercando di lavorare per la colonna sonora di un film di Renato De Maria.
Domanda che faccio io a tutti: cosa più di tutto ti indispone nell’attuale scena musicale (italiana e non)?
Il pregiudizio di questo ventennio, il ragionamento fondato sui grandi numeri. La dittatura del mercato e la cultura della protezione ci hanno devastato, e ora stiamo pagando. Ormai ho iniziato a misurare gli artisti in base al non-successo – quando vedo una sala piena arrivo ad insospettirmi. Dovremmo essere più disponibili a scoprire quello che non vorremmo ascoltare – come diceva Carmelo Bene: la volontà nell’arte è sempre nefasta. Ho la capacità di avere una opinione personale rispetto a quello che sto ascoltando? O deve dirmelo la critica? O i like di facebook e di youtube?
Domanda che non piace a nessuno: consigli che daresti a un giovane musicista – mandarli all’non vale.
Dal punto di vista del ritorno c’è da scoraggiarsi. Io tante volte ho pensato di smettere nonostante i ritorni discreti ma comunque sproporzionati rispetto a quello che ho dato. Se però c’è un’esigenza, una passione forte e irrinunciabile vale la pena di cavalcarla fin quando si è mossi da questa forza. E allora non importano i ritorni. La preoccupazione per il ritorno è destinata a diventare una delusione. Cambiare i giochi in corso d’opera per arrivare a dei compromessi può non essere una buona idea. D’altra parte sfruttare le occasioni è giusto, purché siano compatibili con quello che si scrive e quello che si è. Il consiglio, se è un consiglio, è quello di avere coraggio: il cantautore è un animale che deve difendersi da solo nella traversata verso il luogo in cui vuole giungere.
Tu ci sei arrivato?
No, sono ancora perso, per mia scelta.
Foto raccolte su riccardosinigallia.it
