Musica: The granny awards
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The granny awards

Il primo gennaio di quest’anno alle 22.30 circa, davanti a quasi quattromila spettatori nel Congress Theatre di Chicago, l’ottantaquattrenne Chuck Berry stramazza sulla tastiera elettrica…

28 Mag
2011

Il primo gennaio di quest’anno alle 22.30 circa, davanti a quasi quattromila spettatori nel Congress Theatre di Chicago, l’ottantaquattrenne Chuck Berry stramazza sulla tastiera elettrica durante l’esecuzione di Everyday I Have the Blues. La faccia gli resta appiccicata ai tasti per diversi minuti, prima che i soccorsi arrivino sul palco e lo accompagnino nel backstage. Poco più tardi, il papà del Rock n’Roll torna e prova ancora, senza successo, a continuare lo show. Il Rock è morto sarà venuto in mente a qualcuno.

La Musica non si ferma mai deve aver pensato invece qualcun altro, pochi mesi prima, nel settembre del 2010, durante uno dei concerti di Lionel Ferbos, classe millenovecentoundici, il più vecchio musicista jazz ancora attivo a New Orleans.

Non si ferma ma si prende qualche pausa, e quando ricomincia, spesso lo fa per business più che per ispirazione, con musicisti cha si portano qualche anno in più sulle spalle. Se è vero che esistono artisti come Chuck Berry e Lionel Ferbos e anche Rolling Stones, David Bowie, Lou Reed o Paul Weller, che non hanno mai smesso (dal vivo, in studio o entrambi) ci sono anche quelli che l’hanno fatto, per poi riapparire improvvisamente anni dopo, scatenando orde di fan deliranti.

Verso la metà degli anni novanta si comincia a parlare del fenomeno delle Reunion, inaugurando una stagione che vedrà il ritorno sui palchi di Sex Pistols, Black Sabbath, The Who, The Police, INXS, Pixies, Van Halen, Stone Temple Pilots, Eagles, Smashing Pumpkins, The Cult, Dead Kennedys, Deep Purple, Led Zeppelin e perfino i Doors (sì, quei Doors).

Per quanto legato a ragioni commerciali, si tratta di un fenomeno che ha permesso a molti di rivivere alcuni dei periodi più prolifici della musica e, a pensarci bene, non ha poi molta importanza che fossero cinquantenni grassi o rugosi a strillare sul palco slogan del tipo “Vivi in fretta, muori giovane”.

Nell’ultimo decennio però si è sviluppata anche una tendenza diversa, quella di anziani signori che immettevano sul mercato del materiale nuovo, non necessariamente in linea con la loro produzione precedente, anzi, spesso interessante e attuale come quella proposta dalle generazioni più vicine (attenzione: questo discorso è valido per la musica che ci piace chiamare pop, in tutte le sue accezioni).

Questo è il punto di partenza della nostra riflessione, che dopo un paio di birre, si è felicemente trasformata in un riconoscimento: i Granny Awards, a cui saranno presto ispirati un documentario, un striscia a fumetti e una linea di sottobicchieri in serie limitata.

Il primo premio lo merita senz’altro l’inglese Vashti Bunyan che è ritornata, a sessant’anni (a trenta dal suo debutto – Just Another Diamond Day, 1970) con un nuovo album, Lookaftering pubblicato nel 2005 dalla Fat Cat Records, la casa discografica che lanciò i Sigur Ros. La Bunyan è considerata la madrina del freak folk e dei suoi derivati, tra cui alcune delle proposte più interessanti dello scorso decennio, come Animal Collective, Devendra Banhart e Joanna Newsom.

Al secondo posto troviamo Gil Scott Heron che nel 2010, dopo anni di assenza dalle scene a causa di problemi legali, principalmente legati alla droga, torna con un disco, I’m New Here, che ha lasciato letteralmente tutti a bocca aperta. Blues, Jazz, Spoken Word ma anche tanta, tanta elettronica. Un disco spiazzante, tra Scott Walker e Aphex Twin, tanto da indurre Jamie Smith degli XX a remixarlo per intero e far uscire il lavoro, pochi mesi dopo, con il titolo We’re New Here.

La medaglia di bronzo va a Roky Erickson, che negli anni sessanta era il frontman dei 13th Floor Elevator, formazione pionieristica dello Psych-Rock. Dopo anni deliranti, una diagnosi di schizofrenia, una successiva reclusione nell’ospedale psichiatrico di Houston con cicli di elettroshock, Roky torna lentamente a far parlare di sé e nel 2010, grazie anche alla collaborazione con gli Okkervil River, esce con un nuovo disco, True Love Cast Out All Evil, un elegia country-rock da far venire i brividi.

Il premio alla carriera non può che andare a Johnny Cash: per quanto le sue American Recordings, che vanno dal 1994 al 2010, con gli ultimi due album postumi, siano per lo più reinterpretazioni di brani tradizionali e cover di artisti contemporanei (memorabile la sua versione di Hurt dei Nine Inch Nails, immortalata in un bellissimo video diretto da Mark Romanek), la lucidità e la potenza della voce di Cash sono senza pari; sarebbe stato interessante vederlo assieme ai Coldplay, che avevano pensato di incidere con lui la canzone Til Kingdom Come del loro album X&Y.

Sfortunatamente Johnny morì pochi mesi prima delle registrazioni.

In attesa del riconoscimento che meritano i Granny Awards ci accontentiamo di qualche menzione d’onore, pescando, per la maggior parte, tra le schiere dei cinquantenni. Miglior titolo: Grinderman – Grinderman 2
Miglior Titolo Deprimente Swans – My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky
Miglior Formazione di Ricambio New York Dolls – One Day It Will Please Us to Remember Even This
Miglior Feedback Sonoro Wire – Send
Miglior Stato di Conservazione Devo – Something For Everybody
Miglior Lifting Kate Bush – Aerial
Miglior Scherzo di Cattivo Gusto The Stooges – The Weirdness
Miglior Cambio di Nome e Successivo Ripensamento Cat Stevens – An Other Cup

Foto di Luigi Di Capua

Marco Pisoni
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