Tony Allen
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Tony Allen

È morto a 79 anni Tony Allen, batterista e compositore nigeriano, uno dei musicisti più influenti degli ultimi decenni.  È un giorno triste per la musica.

È morto a 79 anni Tony Allen, batterista e compositore nigeriano nato a Lagos nel 1940 — uno dei musicisti più influenti degli ultimi decenni. 

L’ascesa di Allen è iniziata con Fela Kuti: i due sono i creatori dell’afrobeat, il genere musicale nato alla fine degli anni ’60 in Nigeria, unendo elementi di jazz, funk e le musiche dell’africa occidentale. Fu una vera e propria rivoluzione, non solo musicale. 

Negli anni settanta il suo stile inconfondibile si è trasformato in quello che lui stesso ha definito “afro-funk”: la contaminazione di elettronica, dub, rap, R&B e, di nuovo, le intricate poliritmie della sua Nigeria. Un’evoluzione approfondita nella sua carriera solista e nelle innumerevoli collaborazioni avvenute negli anni. 

Allen ha suonato e creato con musicisti provenienti da ogni generazione ed angolo della terra. Tutti ugualmente conquistati da un genio di quelli che compaiono una volta a generazione. Un statura artistica elevatissima che non ha mai offuscato la sua voglia di sperimentare, andare alla ricerca dell’inesplorato e di condividere con chiunque quell’esperienza umana, unica e meravigliosa che è la musica. Tra gli altri ci sono Damon Albarn, Flea, Jeff Mills, i nostri Nu Guinea, Charlotte Gainsbourg, Brian Eno (che lo ha definito «forse il miglior batterista mai esistito») — solo per citare i più famosi. Allen ha vissuto in tutto il mondo, aveva famiglie musicali ovunque, comunità quasi utopiche, la cui lingua universale è la musica. Il suo ultimo lavoro, con il musicista sud-africano Hugh Masekela, è uscito solo qualche settimana fa: lo spendido album Rejoice

Le parole di chi ha avuto la fortuna di condividerci anche solo il camerino per qualche momento raccontano di un uomo sorridente, alla mano, gentile e divertente — umano. 

Il suo stile sulla batteria riesce realmente a catturare la complessità della vita. Restituisce un’immagine edificante, leggera ma senza nessuna semplificazione. Possiamo ascoltare rapiti e ballare, riuscendo a percepire il contrasto meraviglioso tra l’estasi pura e senza confini verso cui la sua musica prova a condurci e lo spazio terreno pieno di contraddizioni da cui ci proiettiamo alla ricerca di quel momento incontaminato — fermo nel tempo. La musica di Tony Allen riesce a farci apprezzare l’esperienza umana di base, stimolando una tensione verso una spiritualità e un’evoluzione più alta che niente ha a che vedere con la religione, ma che si risolve sempre in noi stessi e nel rapporto con gli altri. Ascoltando Tony Allen si compie il miracolo di apprezzare in modo sincero, senza falsità o semplificazioni, quell’esperienza per lo più folle e senza senso che risiede nella condizione di “essere umani”. Un miracolo artistico che fortunatamente ci viene lasciato in eredità. 

Tony Allen è un artista paradossale. In questi ultimi anni la sua carriera ha raggiunto un nuovo picco. Lascia un vuoto incolmabile da chiunque, ma allo stesso tempo è proprio lui, durante una carriera durata decenni, che si è messo a spargere i semi giusti per non rendere la sua assenza insopportabile. È difficile parlare con un batterista contemporaneo che non sia tecnicamente rimasto influenzato o affascinato dal suo stile unico. Senza di lui non esisterebbe la nuova ondata di jazz contemporaneo come lo conosciamo, dalla scena di Londra a Kamasi Washington. Senza di lui l’evoluzione di buona parte della musica elettronica sarebbe stata diversa, probabilmente più povera. In Italia i Nu Guinea non avrebbero forse mai resuscitato quel patrimonio artistico sconfinato che si trova a Napoli. 

È un giorno triste per la musica. Oggi più che mai c’è da apprezzare questa forma d’arte e tutto quello che riesce a darci. Ascoltiamone tanta, tantissima, balliamo a casa da soli o in compagnia. Sosteniamo gli artisti contemporanei soprattutto in questo momento così complesso. Mettiamo su uno qualsiasi dei dischi di Tony Allen, fermiamo un attimo il superfluo e immergiamoci: è tutto lì dentro. 

Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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