Musica: Tra Bolgotanga e Berlino
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Tra Bolgotanga e Berlino

L’incontro fra il musicista ghanese Guy One e il produttore tedesco Max Weisseldt dà vita a #1, mettendo da parte il concetto di world music per far spazio a quello di local music.

12 Mar
2018
Musica

L’incontro fra il musicista ghanese Guy One e il produttore tedesco Max Weisseldt dà vita a #1, mettendo da parte il concetto di world music per far spazio a quello di local music.

 

Magari ci piace pensarlo, ma nessuno di noi cresce lontano da stimoli artistici che vanno oltre il nostro luogo di origine, che siano i vecchi dischi anni ’80 dei nostri genitori che ascoltavamo da bambini o le scoperte adolescenziali in compagnia degli amici di artisti e realtà musicali distanti migliaia di chilometri da casa nostra. Proviamo a tornare con la mente al nostro primo ricordo musicale: in quanti possono dichiarare si tratti di musica prodotta da un artista italiano, e, nel caso fosse proprio così, possono affermare che non stesse scimmiottando un fenomeno americano, inglese, francese?

Non possiamo, anche perché pensare al concetto di musica italiana oggi fa venire l’emicrania, e riflettere a base regionale, o comunque per aree geografiche ancora più circoscritte, è quasi un’utopia. Non che sul suolo del nostro paese non ci siano esempi di recupero di una tradizione persa nel tempo, della ricerca di una dimensione in qualche modo pura, verace e impermeabile alle influenze esterne, almeno quelle contemporanee; il capolavoro di De André Crêuza de mä è forse l’esempio migliore in questo senso. Un disco semplicemente perfetto, una commistione di tradizione (a partire dalla lingua) e di mondo musicale contemporaneo (per l’epoca): mandolini e strumenti tradizionali del Mediterraneo che si mescolano a batterie moderne e strumenti elettrici nel dipingere il ritratto di una città meravigliosa e complessa come Genova, unendo in modo miracoloso passato e presente, indicando allo stesso tempo la via verso il futuro. Nei discorsi su questo disco di De André però c’è una parola chiave che è onnipresente: recupero. Faber ha studiato per anni il genovese antico, le sue storie, la sua musica. Ha svolto un percorso a ritroso, alla scoperta di qualcosa che ormai era diventato storia, quasi archeologia, compiendo un vero e proprio sforzo intellettuale.

 

 

Il primo disco internazionale di Guy One, #1, uscito il 25 gennaio scorso, è interessante prima di tutto per come si relaziona a quanto detto sopra. La formazione, come individuo e soprattutto come musicista, di questo uomo cresciuto in un villaggio rurale nel nord del Ghana, inizia e si esaurisce nella sua terra di origine e solo recentemente si sta aprendo al mondo esterno, proprio grazie a questo lavoro. Il processo, insomma, è esattamente opposto rispetto a quello descritto sopra, scevro di recuperi, sforzi concettuali o intellettuali; anzi i valori aggiunti sono proprio la naturalezza e l’apparente assenza di sforzo: una musica che è una cosa sola con la sua terra d’origine, inderogabilmente legata a essa, totalmente estranea al mondo musicale contemporaneo, o meglio a quello anglo-europeo di tutte le epoche, che esce dalla sua dimensione prettamente locale e si apre al resto del mondo. È il concetto dietro al moniker di local music, coniato da Philophon Records per la distribuzione di questo affascinante insieme di suoni e suggestioni che sanno allo stesso tempo di antico e moderno.

 

 

La geografia musicale del continente africano è senza ombra di dubbio una delle più ricche del mondo. Ogni stato, ogni etnia, ogni tribù — Guy One appartiene a quella Frafra — hanno uno stile diverso, diversi strumenti tradizionali (principalmente percussioni e a corda), diversi argomenti nei testi e diverse tecniche vocali. Ci sono però delle caratteristiche comuni che percorrono l’intero paese e che sono note quasi a tutti: la centralità assoluta del ritmo, inteso come strumento di trascendenza, di derivazione tribale, e di unione con entità superiori; l’uso quindi della poliritmia, che contribuisce alla percezione di un mantra, di qualcosa di sacro e allo stesso tempo a cui è impossibile resistere, che porta in modo quasi forzato il corpo a muoversi e a scuotersi (il rapporto con la danza è difatti simbiotico). Insieme al ritmo l’altro strumento principe è la voce umana in tutte le sue declinazioni, dagli urli strazianti ai sussurri dolci e incantatori, dai timbri spessi e caldi come il mogano a quelli metallici e abrasivi come una lastra di alluminio trascinata sull’asfalto. In #1 entrambi gli elementi sono presenti in modo esemplare, arricchiti dalla presenza del Kologo, un originale banjo a due corde di cui Guy One è un virtuoso.

Iniziando ad ascoltare il disco, la traccia d’apertura non ci sorprende: Po’ore ye La Be De Geta Gurego è un mix di suoni ambientali (fra cui la voce della madre) e di strumenti e ritmi che rientrano in qualche modo in ciò che ci aspettiamo dalla musica di un artista africano. Il titolo del brano, tradotto letteralmente, ha un significato quasi programmatico e fortemente emblematico: «Se non hai la spina dorsale non puoi camminare». In pratica quello che Guy One ci sta dicendo in questo primo pezzo è: queste sono le mie origini, questo è il mio mondo, i miei suoni; senza di questi non avrei fatto niente e non sarei niente, sono il punto di partenza e la colonna portante di tutto ciò che state per ascoltare. La seconda traccia, infatti, ci catapulta in un’atmosfera diversa, confermando in qualche modo la necessità di un’affermazione del genere, e si passa da un mondo rurale a un concerto dal vivo — Bangere Tomme? è, difatti, registrata al festival di Roskilde davanti a migliaia di persone. Ma oltre al mutamento dell’ambiente intorno a noi, quello che salta di più alle orecchie è un evidente cambiamento negli arrangiamenti, nel suono. Ascoltiamo una sezione fiati molto occidentale, un coro, una batteria (più quadrata rispetto all’apparente follia delle percussioni africane, che comunque non scompaiono), insomma, degli elementi a noi più vicini. Il tutto mantenendo ovviamente la cosiddetta spina dorsale. È qui che si percepisce nella sua importanza e raffinatezza il lavoro di Max Weissenfeldt, produttore, musicista e presidente della Philophon Records, apprezzato anche a livello internazionale, con fan di tutto riguardo, come Dan Auerbach dei The Black Keys. Un incontro incredibilmente riuscito fra Berlino e il Ghana, due realtà che non condividono praticamente nulla se non la passione per la musica dei due principali attori, passione diversa ma allo stesso tempo simile e complementare. Il disco è lungo, ma scorre in modo assolutamente piacevole, facendoci precipitare in una dimensione a noi lontana e ipnotizzandoci dolcemente grazie all’uso ammaliante e seducente della ciclicità dei ritmi e delle melodie, altra caratteristica fondamentale condivisa da quasi tutta la musica africana.

 

 

È eccezionale che un artista cresciuto facendo il contadino, senza andare a scuola, senza avere contatti con nulla al di fuori della propria gente, delle proprie tradizioni millenarie e dalla propria terra, sia adesso il protagonista di un lavoro distribuito in tutto il mondo. Ma soprattutto che questo disco stia così bene nel mondo (questo certamente anche grazie al lavoro di produzione), nonostante sia nato, cresciuto e viva tuttora in un mondo così chiuso e incontaminato. Quindi sì, il termine local music deve assolutamente sostituire in questo caso quello di world music, perché si rischierebbe di non rendere giustizia al piccolo miracolo musicale e umano che #1 è a tutti gli effetti.

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude