Nell’era digitale, quella da smartphone, risvolto ai pantaloni, camicia a quadri, social network e profilo instagram, l’ego smisurato di un indie music follower meglio conosciuto come hipster o alternativo o quello che Seth Cohen era per O.C, andrebbe tranquillizzato. Per farlo, decido di andare a sentire il concerto di Fedez, perché sono curioso di capire, se un giorno magari, rivaluteremo l’artista, dato che da qualche tempo pare che la cosa più trendy sia proprio quella di de-contestualizzare un fenomeno generalista per renderlo più simpatico alla minoranza ortodossa.
In tutto questo, l’ego smisurato invece che tranquillizzarsi si masturba terribilmente. Nel parcheggio dell’Estragon ci sono così tante automobili che mi vengono in mente i mitologici indipendent day dove suonavano gruppi come Modest Mouse, Arctic Monkeys, The Wombats, Kasabian. C’è tanta, tantissima gente. Ci sono le transenne, non esiste l’entrata diretta alla porta. Fortunatamente sono tutti dentro, ma pare che sin dalla mattina alcune persone fossero in fila per assicurarsi un posto davanti e/o toccare il loro beniamino.

L’album e il tour di Fedez sono intitolati PopHoolista
Fuori nessuno sta fumando, davanti all’amico che fa piadine con salsiccia intravedo un paio di persone sui 50 anni, e insieme a loro un gruppo di ragazzini di età compresa 8-12 anni. Qualcuno che lavora all’Estragon mi fa sapere che all’interno del locale ci saranno persone veramente molto piccole, anche nate nel 2006. E io lì, in fondo mi sento una merda, perché diventa naturale sentirsi una merda. Ma per due semplici motivi:
1. Tu nel 2006 stavi già in fissa con le ragazzine, vestivi di merda e avevi l’apparecchio alla bocca però festeggiavi i mondiali della Nazionale Italiana di Calcio.
2. Loro hanno 9 anni, ma vestono già meglio di te. Vanno ad ascoltare musica dal vivo accompagnati dai genitori e in dotazione possiedono uno smartphone bellissimo mentre tu hai un cellulare cinese da 39€ che fa le foto sgranate.

Fotine
Entro nel momento in cui le luci si stanno spegnendo, come al cinema.
Sono da pochissimo passate le ore 21.00 e sul palco dell’Estragon ci sono tre schermi non troppo grandi. Parte lo spettacolo con un video all’interno della camera dei deputati di Alessandro Di Battista, vengono raccolti tipo 20 secondi dove dice qualcosa contro qualcuno e io francamente ho il difetto che ogni volta che sento questo soggetto parlare setto il cervello in modalità stand by. Poi si cambia e appare Maurizio Gasparri che in una recente intervista discrimina il modo di vestire di Fedez, seguono Giovanni Floris che non riesce a pronunciare correttamente Fe-dez e continua a ripetere Fe-dez; il co-conduttore di TV Talk che dà del qualunquista a Fedez (porello, si prende una bordata di fischi quanto Gasparri), Salvini, qualche giornalista che non riesco a focalizzare e infine arriva Dario Fo, che esalta le qualità morali, artistiche e politiche dell’artista.
Finisce così, entrano i musicisti, sistemano i loro strumenti.
C’è una batterista, una bassista, un chitarrista, un dj, una persona situata alle tastiere&effetti, un tipo molto yo che piace alle ragazzine che fa le doppie, e infine l’ex concorrente di x-factor di quest’anno, tale Vivian, che di cognome fa Grillo ma come più volte è stato ripetuto durante l’esibizione «non è parente tranquilli».
Arriva Fedez, entrata moderata. Inizia a parlare di populismo, spiega le radici etimologiche, filosofiche, politiche e sociali del termine. Ovviamente si vanta di esser populista, tira un paio di bordate a Salvini e Gasparri e poi parte con la prima canzone, esattamente 14 minuti dopo che lo spettacolo fosse iniziato. Tra una canzone e l’altra seguono le spiegazioni di termini come qualunquismo, lotta sociale, comunicazione. Ci sono diverse bordate contro tutti, da Alfonso Signorini a Barbara D’Urso, da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi e «le sue escort».

Foto acchiappata dalla pagina facebook ufficiale di Fedez
Io sono indietro, praticamente attaccato al muro del merchandising, davanti a me circa 2.000 persone. Puoi fare qualche movimento ma da metà sala in poi non hai la minima chance di ottenere posti migliori. Il pubblico di Fedez è molto più eterogeneo di quello che mi aspettassi. I genitori accompagnano i figli, ma in certi casi sembrava pure che i figli accompagnassero i genitori. Tutti sanno i brani e condividono le riflessioni nelle varie pause, applaudono convintamente come se questa fosse una piazza e la musica in fondo non c’entrasse nulla.
In tutto questo però non manca il pubblico dai 20-35 anni, quello consapevole al 100% di essere qui, di voler ascoltare il concerto e, dopo, di comprare la maglietta.
Fra di loro le più svariate culture, riassumibili così:
• Il tatuato della Riviera con le Nike grandi ai piedi.
• Il barbuto hipster Emiliano con la camicia a quadri che di solito finge di ascoltare musica alternativa.
• Le coppie nostalgiche di Max Pezzali (io questa categoria ogni volta che la incrocio solitamente cambio strada).
• Le ragazze con i tacchi e la gonna lunga che nel fine settimana vanno a mangiare nei ristoranti poi tavolo discoteca con le bottiglie.
• E infine i NERD! proprio loro, quelli una volta vivevano in funzione delle Magic.
Persone di sesso maschile e di sesso femminile si equivalgono. Fedez, soprattutto grazie alla presenza durante x-factor, è riuscito a spalmare perfettamente il suo pubblico. Non rientra nel cliché del sex symbol nevrotico tipo Justin Bieber, e per questo nemmeno crea distacco con un pubblico maschile probabilmente invidioso.
Fedez, piace a tutti per la sua persona, per il modo in cui comunica i sentimenti (pur avendo i tatuaggi) e per lo spazio che politicamente riempie. Non intercetta i bisogni di un target, fa molto di più. Durante le sue esibizioni e nei suoi interventi pubblici, educa un pubblico vario senza tono saccente da venditore di sogni: usa un tono semplice, pasta e fagioli, del tipo «io sono voi, voi non siete me, però io sono come voi». Comunicativamente crea empatia, alle volte ti verrebbe quasi da abbracciarlo. Ed è questo il nodo fondamentale: Fedez non ti trascina da lui, sei tu che hai voglia di trascinare lui.
Da qui ai prossimi 10 anni la discesa in campo magari contro il governo Renzi III – dove Gianluigi Buffon farà il ministro dello sport – non sembra così impossibile. Fedez fa musica e con essa veicola ben altri messaggi. Della cultura hip hop nella sua arte c’è ben poco e lui stesso lo ammette, dicendo che «i rapper sono come delle puttane al contrario, vengono dalla strada ma si vergognano di farsi pagare, mentre le puttane son felici di farsi pagare ma si vergognano della strada». Questa frase un fondo di verità tangibile la possiede e riesce a farci riflettere con semplicità. È perfetta per un pubblico generalista ed eterogeneo.
Durante lo spettacolo si veste in mille modi diversi, dall’alto partono mille coriandoli, palloncini, fumo e poi verso la fine si mette dentro una palla enorme di gomma e si butta tra la gente e lì la metafora prende un valore reale, tutti lo trascinano per fare il giro del locale.
Decido di andare nel backstage durante il concerto, per capire come funzionasse dietro. Tra un brano e l’altro – durante 40 secondi di buio totale e video sul signoraggio bancario o sulla posizione degli artisti in Italia, con Francesco De Gregori che dice cose realmente sensate – quattro persone cambiano l’artista come se fosse un improvviso pit-stop da Formula Uno. Lo staff in pochi secondi sa dove piazzare tutto, cosa deve succedere e come deve vestirsi l’artista.
La cosa incredibile è che questo staff è comandato e coordinato da Fedez stesso. L’entourage di circa 40 persone è stato scelto da lui, e tutti riescono a fare una squadra realmente sana. Non siamo di fronte a quel genere di artista che vuole soddisfare i suoi vizi in camerino. Professionisti dunque, con musicisti che sanno suonare piuttosto bene e una produzione – per quanto “macchina di denaro” – terrena, non spocchiosa, liquida e disponibile. Dai fonici agli addetti al merchandising con magliette da 18-20€, prezzi umani che non lasciano tanto spazio agli abusivi. Il segreto di Fedez è questo. Riuscire a capire i suoi limiti e organizzare una struttura piuttosto leggera da lui comandata. Ora, quanti artisti della musica indipendente possiedono staff così?
Alle ore 23.05 il concerto finisce, tempo di avvicinarmi all’interminabile fila del banchetto e Fedez è già salito in macchina, gli strumenti sono già stati tolti dal palco e il camion è quasi pieno. Da lì a pochi minuti il locale sarebbe stato chiuso, le persone dirette verso casa e io non avrei potuto comprare neanche un panino con la salsiccia perché le luci si stavano spegnendo davvero.
Il parcheggio ora è completamente vuoto, salgo in macchina ma prima mi chiedo se nella vita, soprattutto quella musicale, io non ho capito niente.
Probabilmente non rivaluteremo mai il Fedez artista, nonostante utilizzi un linguaggio ben studiato e possa definirsi l’under 30 più influente in Italia, capace non solo di marketing musicale ma politica, vera e propria politica. Discutibile nella forma e nei contenuti, ma con l’approccio reale di chi, forse, ha capito davvero tutto.
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