Musica: Tutta la grazia di Skinny Pelembe
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Tutta la grazia di Skinny Pelembe

Pelembe sa bene che la sua musica è politica per natura. Lo è per via della sua storia personale, lo è nell’amalgama di generi diversi, lo è nel momento in cui un’artista immigrato decide di esprimersi in modo così convincente e libero.

31 Lug
2019
Musica

Dall’infinità di aforismi e citazioni dei più importanti personaggi storici di ogni tempo, emerge sempre che “la storia” è fondamentalmente conflitto. Un alternarsi di momenti felici e drammatici, ossimori ora letterari ma un tempo veri e propri scontri di corpi e di menti. A questa regola ferrea non sfuggiamo neanche noi che siamo vivi e vegeti: una delle dicotomie centrali del vivere durante la fine degli anni dieci del ventunesimo secolo è infatti quella di essere afflitti dalle apocalittiche emergenze climatiche che sappiamo ormai averci messo alle strette ed i tristemente noti rigurgiti fascisti in giro per il mondo. Elementi questi che convivono però con una libertà di espressione nelle pratiche artistiche forse senza precedenti, anche per la tendenza all’inclusione e alla valorizzazione del diverso che esprimono — per lo meno in buona parte dell’emisfero occidentale. 

Parlando di musica, gran parte dell’attuale situazione è la diretta espressione del lavoro resiliente di individui (musicisti, etichette, promoter, dj) che pur non partendo da un discorso esplicitamente politico hanno accettato quella componente insita al loro lavoro in modo organico, senza respingerla e senza farne una bandiera sterile, poco attraente per un pubblico che deve costantemente confrontarsi e agire in un contesto storico estremamente complesso. 

Esempio perfetto di questa capacità funambolica è Skinny Pelembe: nato Doya Beardmore in Sud Africa, il polistrumentista è cresciuto in Inghilterra e oggi è di base a Doncaster. 

Doya è sotto contratto con la Brownswood Recordings di Gilles Peterson, altro inglese d’adozione (nato in Francia), leggendario dj e speaker radiofonico che dagli anni novanta in poi con la sua etichetta, la sua web radio — Worldwide FM — e una lunga residence come speaker della BBC, ha svolto un ruolo fondamentale nel fare da collante tra diverse realtà preesistenti, diffondendo sul territorio britannico e per estensione su quello Europeo, sonorità provenienti da tutto il mondo. Suoni e culture diversissimi che oggi si riverberano nella nuova ricchissima scena black dell’Inghilterra post-brexit — dal jazz all’hip-hop passando per il soul e l’elettronica. 

Il disco di debutto di Skinny Pelembe si chiama Dreaming Is Dead Now. È lui stesso a precisare che non ha concepito il lavoro in funzione di un messaggio strettamente politico. Il mondo su cui è plasmato il disco è infatti quello onirico, primaria fonte di ispirazione per Pelembe che ammette di “ricevere” le informazioni necessarie a scrivere i suoi brani proprio mentre è addormentato. I trentasette minuti che ascoltiamo sono il risultato musicale del quaderno sul quale, una volta sveglio, ha annotato ciò che è successo in quel mondo accessibile solo quando chiudiamo gli occhi. 

Le curate e interessanti sonorità del lavoro sono incredibilmente efficaci nel richiamare quei paesaggi indefiniti e allo stesso tempo ricchi di stimoli che viviamo mentre sogniamo; viene subito in mente la parola “psichedelia” ma la cosa interessante è che quel macrogenere qui sembra solo un casuale punto di arrivo. In altre parole la netta impressione che si ha ascoltando i brani è che l’unione dei vari elementi, le chitarre delicate, i sintetizzatori vintage, i tempi dilatati, le batterie accennate mescolate a percussioni, i riverberi quasi su ogni suono e le voci ora trasognate ora viaggianti sul beat in modo più vicino al rap, fossero realmente ciò di cui aveva bisogno Pelembe per comporre il suo lavoro — non il richiamo di una passata era musicale o l’adagiarsi su modelli preesistenti. In questo modo il disco pur suonando familiare non cade nella banalità e nell’atmosfera naif che spesso rende musicalmente sterili la maggior parte dei dischi di psichedelica contemporanea.

Altro fondamentale elemento che lo differenzia da quel “pericoloso” calderone (in cui molti, soprattutto al di fuori dell’Inghilterra, hanno provato ad infilarlo) è quello ritmico: la sensazione che si ha complessivamente è quasi più vicina ad un disco di funk o jazz, con spiccati elementi dub e afrobeat — un’influenza, quest’ultima, condivisa con la maggioranza delle nuove leve della musica britannica. L’accattivante filo rosso del groove attraversa quasi tutti i brani, donando una percezione nuova a tutto ciò che gli si muove intorno, anche grazie alla particolare voce di Doya, a metà tra il crooner e l’MC. Dreaming Is Dead Now è un album riflessivo, da cui lasciarsi trasportare; come scrive molto bene OndaRock:

«[…] non è un album dal carattere travolgente e immediato. È un disco che entra in punta di piedi e s’impossessa della residua fantasia, resuscitando gli ultimi scampoli del mondo dei sogni».

Anche solo una decina di anni fa un disco con queste peculiari caratteristiche musicali, impenitente nel prendere ispirazioni e suoni da mondi musicali e geografici così distanti tra loro, non avrebbe trovato la stessa accoglienza, di pubblico o critica internazionali. Non esistono più barriere o confini geografici per la musica, è qualcosa ormai inconsciamente accettato da tutti, il che stride ancor di più con il contesto sociale in cui è stato concepito e pubblicato. Skinny Pelembe è stato “costretto” a precisare che il suo non è un disco politico proprio perchè sa bene che ciò lo rinchiuderebbe in una scatola all’interno della quale un’artista, soprattutto all’inizio della propria carriera, non ha lo spazio di manovra creativo che desidera. Il messaggio è chiaro: posso scrivere un pezzo come No Blacks, No Dogs, No Irish, crudo e di denuncia, ma posso (e soprattutto voglio) anche scrivere un inquietante ninna nanna dedicata a mia nipote, Laxmi Flying. Non c’è bisogno di specificare l’ovvio, o di mettergli un’etichetta: Pelembe sa bene che la sua musica è politica per natura, non c’è bisogno di calcare la mano su quell’aspetto. Lo è per via della sua storia personale, lo è nell’amalgama di generi diversi, lo è nel momento in cui un’artista immigrato decide di esprimersi in modo così convincente e libero all’interno di un paese allo sbando, il suo paese, che però qualche tempo fa ha consciamente deciso (in buona parte) di respingere la ricchezza portata da persone come lui.

Il modo in cui il non ancora trentenne di Doncaster sta gestendo il suo debutto possiede una sorta di “grazia” efficace. Non è da solo: in Inghilterra artisti di tutti i generi, da Slowthai, Loyle Carner e Stormzy nel rap/grime fino ad arrivare ai giovanissimi componenti dell’ondata di nu-jazz, tutti sembrano avere trovato un equilibrio particolare nel confrontarsi con il mondo che li circonda. La maggior parte invece di surclassare in volume le masse, ha deciso di sussurrare, di far parlare la propria arte, che spesso come si è visto contiene tutti i messaggi necessari per essere compresa. Ciò non vuol dire che quando c’è da alzare la voce ciò non venga fatto (anche in modo molto efficace) ma che questi artisti, per lo più figli di immigrati da ex colonie di prima o seconda generazione, parlano “da dentro”. Si confrontano da pari, giustamente, con una società che in questo momento storico gli è ostile; i risultati in popolarità e influenza (dentro i confini britannici e non) gli stanno dando ragione. I contemporanei artisti britannici si differenziano da quelli statunitensi, non polarizzano il discorso, non pronunciano “statement” su Twitter facendo un gran clamore, agiscono dall’interno verso l’esterno e viceversa: ricordano a tutti che impermeabilizzarsi significa soltanto perdere diversità, bellezza, profondità — nell’arte come nei rapporti umani.  

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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