Un piccolo tributo a David Bowie
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Un piccolo tributo a David Bowie

Per quello che vale, abbiamo pensato di rendere omaggio a David Bowie nel modo più semplice, onesto o banale che sia, raccontando alcuni momenti della nostra vita che sono stati scanditi dalla musica del Duca Bianco.

Per quello che vale, abbiamo pensato di rendere omaggio a David Bowie nel modo più semplice, onesto o banale che sia, raccontando alcuni momenti della nostra vita che sono stati scanditi dalla musica del Duca Bianco.

 

Where are we now?

Dovrei prendermi almeno due ore per giustificare questa scelta, un brano del 2013, anziché uno del ‘69 o ‘73 o ‘77 o insomma di quel David Bowie icona. Non posso dirmi uno dei più grandi fan di Bowie sul pianeta, perché i suoi dischi li ho ascoltati senza neanche accorgermene, è come se fosse stato ovvio e scontato farlo. Non era merito mio. Forse per questo non so dire qual è la mia prima volta con Ziggy Stardust o Heroes o Rebel Rebel e via discorrendo, che cazzo ne so, erano già lì. Invece il penultimo disco lo ricordo eccome, ricordo la casa, ricordo l’impianto stereo, ricordo la finestra da cui entrava la luce quella mattina (mi piaceva molto quella finestra), ricordo la sorpresa generale: un nuovo pezzo sul comodino da trovare al risveglio assieme all’annuncio del nuovo disco. Tutto inaspettato e bello, un pezzo bello (così come il disco che sarebbe arrivato) e non un delirio da grande star bollita. Mi mise felicità. E la canzone, mi mise molta tristezza e nostalgia perché io mi stavo chiedendo dove fossi e dove stessi andando proprio in quel gennaio o semplicemente come tutti ogni giorno. Credo di aver anche pianto, poco. Poi la mattinata andò avanti da sola, come sempre e per forza di cose, con le sue cose distratte, tra le telefonate e gli sms di tutti i giorni in cui ci si chiedeva «ehi hai sentito il nuovo pezzo di Bowie?», tutto scontato e ovvio e semplice, certo che l’avevamo ascoltato tutti il nuovo pezzo di Bowie. [Edoardo Vitale]

 

Station to Station

Come sarà successo a chissà quanti altri, è stata l’Iguana a presentarmi David Bowie. Quando il cd di Fun House era ormai rigato dai troppi ascolti, quando la connessione in casa andava ancora molto lenta, quando “La grande storia del rock” la si leggeva ancora su pagine di carta, lasciando che il tempo e l’immaginazione facessero il loro corso.

Seguendo una consecutio temporum chirurgica, ero passata prima attraverso i Velvet Underground e gli Stooges, avevo cominciato con Space Oddity e quando ascoltai per la prima volta Five Years sentii che in qualche modo, quel brano, in futuro mi avrebbe ricordato qualcuno (che chiaramente non avrebbe mai saputo di essere dentro quella canzone). Non sono però né le lacrime che suscita Five Years né la devozione totale che mi lega a Low ad aver trasformato la fascinazione e l’ammirazione per un artista in qualcosa di più grande e personale. Station to Station fu letteralmente la freccia scoccata dal cupido “Thin White Duke”, fu la scoperta di un altro Bowie, molto più visionario e complesso rispetto a quello celebrato come icona glam, e solo più tardi scoprii che in quell’unico brano erano racchiuse più storie di quante un qualsiasi comune mortale avrebbe potuto ficcare dentro a una canzone. A inizio 2005 uscì Guida ragionevole al frastuono più atroce e ricordo il mio ghigno godurioso nel leggere Lester Bangs che si alzava in una standing ovation all’ascolto di Station to Station (l’album). Non ne avevo intercettate poi così tante, ancora. Uno dei pochi, prima di allora, ad avermi confessato che fosse anche uno dei suoi brani e album preferiti del Duca era stato mio padre. [Chiara Colli]

 

Heroes

Innamoramento e Rivolta • Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie più remote o più care memorie; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città.

Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando all’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza.  

Anna era fanatica e settaria, bisogna riconoscerlo, ma senza cattiveria dottrinale, e aveva una seria competenza in fatto di tecnica insurrezionale. Me ne accorsi il giorno che la conobbi, quando sentimmo il sibilo delle sirene. Potevi benissimo scambiarle per il fischio dei pompieri o della croce rossa, invece Anna capì subito che era ben altro, e me lo disse; tanto vero che un momento dopo all’urlo delle sirene si mischiò il grido ritmato dei dimostranti che volevano la pace.

«Cos’è?» feci io.

«Dimostrano contro il riarmo tedesco.»

«Via» mi disse Anna, prendendomi ancora per mano. Quando le camionette furono alla nostra altezza noi entravamo in una farmacia.

«Comprati un cascè, svelto». E lei rimase dietro la vetrina a guardare il carosello.

Mi spiegò come succede uno scontro armato per strada, me lo spiegò bene, tanto vero che poi ne ho trovato conferma sui testi specializzati.

Oggi non si fa più la barricata, perché è un bersaglio troppo esposto e con le armi moderne te lo spazzano via in un momento. Basta un cannoncino da quarantasette a buttare giù ogni cosa, e quelli che ci stanno dietro farebbero la fine del sorcio. Una strada, oggi, la si difende dalle case circostanti, e si spara dalle finestre, dai tetti, dagli abbaini, dai portoni.

Certo, la barricata era più romantica, e Anna avrebbe fatto la sua figura, grande e formosa, col fisciù rosso al collo, e io appostato accanto a lei, con lo schioppo impugnato, la mira sicura, semplice soldato dell’insurrezione. La compagna Anna, avrebbe detto poi il bullettino stampato alla macchia, ha comandato impavida un ben assestato fuoco di fucileria, folgorando la sbirraglia. Per suo merito e onore la barricata della Galleria ha respinto ogni assalto.

Il nome mio no, non poteva figurare sul bullettino degli insorti, ma io sarei stato contento lo stesso, per Anna e per il nostro segreto. Infatti Anna ormai era la mia ragazza.

Succede sempre, in tempi di guerre e di rivoluzioni, che un uomo e una donna si amino subito, senza le usuali trafile del corteggiamento, della parte in casa e delle nozze col velo.

Quando marcio insieme a lei per gli spazi occupati vorrei che fossimo almeno fidanzati: ha la bandiera in una mano e nell’altra la mia, non penso neanche più alla polizia.

Possiamo batterli, solo per un giorno.

Possiamo batterli, sempre e per sempre.

(parole di Furio Jesi, Luciano Bianciardi, I Fichissimi e David Bowie)

[Alessandro Lolli]

 

Lazarus

Un artista rimane tale fino alla fine, affrontando tutta la propria vita con l’attitudine che ne aveva caratterizzato la carriera. Pochi giorni prima di andarsene, David Bowie aveva pubblicato il suo ultimo, bellissimo, disco, tirando fuori una canzone come Lazarus. Solitamente non mi faccio prendere da queste cose, ma quelle prime frasi, «Look up here, I’m in heaven. I’ve got scars that can’t be seen», mi hanno fatto inevitabilmente pensare a quello che è successo. Ad un artista capace di incarnare l’arte, e di portarla avanti fino alla fine, nonostante tutto. [Francesco Martino]

 

Speed of life

Quello che tutti vogliono dalle rockstar è che rimangano uguali a sé stessi per sempre, fino alla fine. Scolpite nella Storia senza un cambiamento né una mutazione. David Bowie non era così. Molti sono stati iniziati a David Bowie dai loro genitori, ma sono sicuro che avrebbe fatto irruzione comunque nella vita di ognuno di noi proprio perché capace di non essere mai uguale al sé stesso di prima, per quella sua capacità di imporsi nella musica decennio dopo decennio.

Non so se ha senso indicare Lazarus come il suo testamento, ma Speed Of Life è certamente un brano che celebra a modo suo la vita di David Bowie, così tossica e border line per tanto tempo, ma senza una parola, senza sentire la sua voce così riconoscibile. [Dario Chimenti]

 

China Girl

Bowie l’ho scoperto, o almeno l’ho identificato in modo chiaro, quando uscì il video di China Girl. E mi ha come sverginato. Ero una bambina alle soglie dell’adolescenza e quel pezzo così brutale, il video di David Mallet in cui l’uomo mi sembrava anche una donna e la donna sembrava un uomo, entrambi imperfetti, diabolici e incredibilmente affascinanti, hanno plasmato la mia primordiale idea di amore e sessualità. Non sono mai riuscita a credere che recitassero: quando Bowie la bacia, la guarda, le sorride, finge di spararle in testa, è ancora tutto vero per me. E ancora oggi vorrei essere la ragazza cinese che ti fa sentire Marlon Brando. [Rossana Savino]

 

Life on Mars

Tempo fa, grazie a un articolo pubblicato sul sito del Guardian, mi sono imbattuto in un video. Il video risale al lontano 1984, epoca Thatcher, e venne girato all’interno di un club nella minuscola, misconosciuta Batley, non lontano da Leeds. Venne finanziato, pare, dagli stessi proprietari, una coppia molto british che compare in apertura, e poi venduto ai frequentatori del club. Si tratta di una specie di strano documentario promozionale, che offre un racconto struggentemente credibile dell’atmosfera del tempo, in cui si toccano con grande intimità le membra della sottocultura dark, goth, new wave, new romantic, in un contesto che sembra quello di giovani della classe media e proletaria. L’ultimo disco della serata è Life on mars. A questo punto succede qualcosa. Un’epifania marziana. Ciascuno balla, secondo la coreografia dark, e disegna liturgicamente nell’aria delle figure. Somiglia davvero alla celebrazione romantica di un culto extraterrestre ed extrathatcheriano, di una figura trascendente che regna sul mondo e l’Inghilterra. Vedere per credere. [Ivan Carozzi]

 

As The World Falls Down

Scoprii tutto questo quando avevo sei anni, un’età in cui assorbi cose del mondo a velocità folle, in cui le cose più piccole hanno l’effetto delle cose più grandi.
Da allora aspetto ogni notte che quella bolla di sapone entri dalla mia finestra, per potermi finalmente confondere tra i tanti invitati in maschera e ballare con Jennifer Connelly, anche solo per il tempo di una canzone, senza vergognarmi del mio delirante eyeshadow con parrucca.

Di pazienza ne ho tanta, continuiamo fiduciosi ad aspettare. [Germano Boldorini]

 

I’m deranged

È la canzone sulla fine dell’ignoranza, della mia ignoranza. Succede che non hai passato la notte del primo sabato del nuovo millennio, o il terzo, uno qualsiasi, non importa – era notte fonda e non riuscivi a dormire, ecco l’importante. Scendi le scale, guardi la televisione per qualche minuto e poi l’accendi. Senti gracchiare «so cruise me, baby» e alzi lo sguardo. Tutti dormono nella via, ci fosse una luce. Una strada che balla, una voce che sembra filtrata, così lucida, che si spoglia e ti stringe la mascella per poi obbligarti a rintanarvi da qualche parte (credetemi, è così). La musica indistinguibile, tutti suoni che non conosci, di cui ignori la provenienza, l’esistenza, le verità. Poi inizia il film. Gli occhi non si muovono. Ti innamori di qualcun altro, un altro David. Poi ritorna la voce filtrata. E c’è un attimo, giusto all’inizio – lo ricordo bene, ma non chiedetemi se è realmente esistito, verificherò – anzi una serie di attimi in cui c’è solo la sua voce, la musica sparisce per poi ritornare, e lì crolli addormentato. Non era la mia prima volta con Bowie, certo. Era però la prima volta di noi due soli, di notte, quando ancora non sapevo nulla, o meglio quando ho avuto la certezza che non avrei mai saputo nulla. E c’era quella bellissima paura di ogni prima volta. Di notte, certo. Come ti stringe lui, chi, chi altro. [Federico Pevere]

 

Ashes to ashes

Quando vivevo dai miei avevo l’abitudine di correre da mio fratello a fargli ascoltare canzoni appena scoperte.

Non ricordo di preciso quand’è che ascoltammo Ashes to ashes per la prima volta. Ricordo però che ci fece ridere molto il fatto che Major Tom fosse definito “a junkie”. Insomma, un astronauta strafatto è meraviglioso quando hai sedici anni. C’era un verso che suonava particolarmente divertente alle nostre orecchie: «my mother said, to get things done, you’d better not mess with Major Tom», forse perché suona come una filastrocca, forse perché c’è una madre che raccomanda al figlio di non fare una cosa e avevamo l’impressione che lui non le avrebbe dato retta e noi eravamo nel bel mezzo dell’età delle raccomandazioni e cercavamo una legittimazione per disattenderle. Pensammo che David Bowie ci stesse dando in qualche modo ragione.

Il fatto è che anni dopo, non molti in realtà, sia io che mio fratello percepimmo anche il lato tragico di Ashes to Ashes. Intanto perché avevamo scoperto che Major Tom si era perso in Space Oddity (la nostra esplorazione della discografia di Bowie fu un viaggio a ritroso) e la cosa ci aveva fatto soffrire parecchio. E sentirlo tornare qui, per di più con un messaggio in cui dice che è felice e spera che anche noi lo siamo, è di per sé una cosa commovente; quando Major Tom aggiunge che ci ha amato tutti, io e mio fratello sentimmo una fitta al cuore, perché diventò evidente che non sarebbe più tornato.
Diventando quasi adulti, poi, abbiamo percepito anche quanto fosse personale questa canzone per Bowie: c’è lui che tenta di disintossicarsi, c’è lui che fa i conti con il suo Major Tom da cui dovrebbe stare lontano. Quando Bowie canta «I never done good things, I never done bad things, I never did anything out of the blue» a me viene la pelle d’oca. Non so se pure mio fratello reagisce così, magari stasera lo chiamo e glielo chiedo. Credo che c’entri la voce di Bowie, quel suo sembrare allo stesso tempo sconfitta e trionfante, maestosa e sofferente.

Quello che è rimasto quasi invariato da quando eravamo adolescenti sono i versi della raccomandazione della madre di stare alla larga da Major Tom. Ci fanno ridere ancora. Anche se adesso, sul finale, quella filastrocca assume una sfumatura inquietante, da incubo. Stasera dovrò chiedere a mio fratello se anche a lui fa un po’ paura. [Sebastiano Iannizzotto]

 

Low

Il primo amore non si scorda mai, e pensare se questo arriva in quel periodo di estrema fertilità intellettuale e di pensiero che sono le scuole superiori. Era il periodo in cui scoprivo l’elettronica tedesca degli anni ’70, muovendomi senza continuità tra Klaus Schulze, Tangerine Dream e tutta la compagnia teutonica. Durante quel periodo iniziai ad ascoltare con più serietà Bowie e non potei che rimanere folgorato dalla trilogia berlinese. E se rispetto al gemello Heroes, Low non aveva un pezzo immortale come la title-track, la seconda facciata di quel vinile, che recava in copertina l’algida figura di Bowie tratta da L’uomo che cadde sulla terra, era quanto di più bello sentissi in quel periodo. Ripetendo infatti il procedimento di Heroes, la seconda facciata, incubo della RCA completamente disinteressata a ciò che esulava da un qualche spunto pop, era occupata da quattro tracce strumentali, prive di percussioni e dal tono ambientale. E per chi non crede all’importanza che Berlino rivestì per Bowie, si ricreda leggendo ciò che disse riferendosi proprio alla seconda facciata: «il Lato 2 era più una osservazione in termini musicali, la mia reazione nel vedere il blocco dell’Est e come Berlino Ovest riesca a sopravvivere al suo interno, era qualcosa che non potevo esprimere a parole». Tra le quattro tracce ce n’è una che scende negli inferi della terra, un tentativo di descrivere la desolazione e l’incredulità provata durante un viaggio in treno nella desolata Polonia, Warszawa appunto. Brian Eno è accreditato come coautore, e si sente, ma quello che importa è la nascita del pezzo dalle visioni di Bowie: e così affiorano dall’oscurità tetre ed oscure tessiture ambientali, melodie al confine con l’estasi spirituale e la voce di Bowie, quella voce che, seppure incomprensibile, si fa anch’essa mezzo del tentativo di tradurre le immagini in suoni. La melodia che perde la sua importanza a favore di un suono più sfaccettato, la composizione che si fa astratta e l’edonismo che cede il posto alla ricerca. Impossibile dimenticarla, così come sarà non pensarlo più. [Matteo Moca]

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