PRELUDIO

Il mio Socio riceve in regalo due biglietti per Gigi D’Alessio al Gran Teatro. Sbarazzandomi in poco tempo di pochi concorrenti poco agguerriti, conquisto il diritto al secondo biglietto. Decido così di darne testimonianza attraverso un reportage.
Perché lo sto facendo? Questo interrogativo merita un’argomentazione complessa che rischia di non risultare nemmeno esaustiva, e già questa per quanto mi riguarda potrebbe rappresentare una delle ragioni per le quali fra poco sarò lì. Il solo fatto di dovermi preoccupare di trovare una spiegazione (se non proprio una giustificazione) indica una tendenza mediamente tangibile, nella cultura della mia generazione, a condannare, da un punto di vista alternativo, tutto ciò che si presenta direttamente come nazional-popolare. Volendo approfondire, mi sembra un disprezzo per un verso vago e per un altro contraddittorio: vago perché non è ben chiaro cosa identifichi culturalmente la scena alternativa; contraddittorio perché i nomi di spicco della scena alternativa non esitano a strizzare l’occhio al nazional-popolare quando possibile, nonostante contino su un pubblico che si autorappresenta come lontano dalla tradizione della canzone italiana. Per fare un esempio eloquente: Manuel Agnelli, Daniele Silvestri, Frankie Hi NRG, Francesco Bianconi hanno partecipato più volte a Sanremo (il nazional-popolare per antonomasia) che non Gigi D’Alessio – del resto sono prodotti e distribuiti dallo stesso circuito di major.
Mi sorprendo dunque a pormi due domande che si implicano reciprocamente: con cosa mi identifico quando mi definisco alternativo? Cosa differenzia l’alternativo dal nazional-popolare? Spero di potermi rispondere a fine concerto.
Per ora, con l’umiltà su cui un critico musicale non potrebbe mai contare (infatti io non sono un critico musicale), mi appresto a esplorare da dentro il mondo del nazional-popolare. E a raccontarlo.
Per farlo, mi servo di alcuni dati di partenza che delineano il profilo artistico-culturale di Gigi D’Alessio:
- lo ascolta la casalinga di Voghera, il prociuttaro del Bennero e chissà chi altro, ma al tempo stesso riempie l’Oliympia di Parigi e il Radio City Music Hall di New York. Insomma ha una potenza aggregativa spaventosa;
- parla d’amore e di stelle con una presunta (per non dire ipocrita) innocenza e un ridondante accento napoletano, ma al tempo stesso raggiunge facilmente le emozioni più comuni dell’esperienza umana;
- è un professionista indiscusso sia nella composizione, sia nell’arrangiamento, sia nell’esecuzione. Inoltre si circonda di musicisti formidabili;
- conta su un team di comunicazione composto di mitomani, ma lui non è un mitomane. Al contrario è composto e talvolta persino timido.
In sostanza siamo di fronte ad un fenomeno pop in tutte le declinazioni possibili del termine.
Nel frattempo, affinché le ragazze che mi piacciono non sospettino che sto andando a vedere un concerto di Gigi D’Alessio, ho già trovato un efficientissimo escamotage.

Un travestimento ben riuscito
SVOLGIMENTO
19.30 il mio Socio passa a prendermi sotto casa. Armamentario a nostra disposizione: uno smartphone ciascuno; una cartellina da presentatore con una risma di fogli per gli appunti; un sigaro elettronico; uno zainetto; dei crackers; un’automobile; il navigatore che ci condurrà nell’imbarcata alla volta di Saxa Rubra.
19.40 si parte! Il viaggio è durevole, ma la colonna sonora (ascoltiamo principalmente Nek) e gli inesauribili argomenti di conversazione (morte, incubi, psicofarmaci, prezzi dello psichiatra, etc.) lo rendono scorrevole almeno fino a Ponte Flaminio, dove ci ammutoliamo alla vista delle aquile. Sembra di stare in un cimitero e di notte fa paura. Nanni Moretti sostiene di attraversarlo due volte al giorno, ma sono sicuro che di notte non ci passa mai.
20.30 Stiamo cercando parcheggio e il Gran Teatro è davanti a noi. È un capannone del cazzo e da fuori è una vera merda.
20.40 Il colpo d’occhio migliora non appena entriamo. Superiamo il merchandising (acquistiamo una fascetta) andiamo al bagno uno alla volta e facciamo strappare i nostri biglietti. Siamo carichi di emozione.
20.45 L’attesa. Notiamo che nessuno appare stravolto, né di acidi né di canne né di alcol: è talmente a portata di vecchi e bambini che non sembra neanche un concerto. Del resto, è pieno di famiglie e di adolescenti non ancora avvezzi all’autodistruzione – hanno tempo per affacciarsi alla non-vita: in bocca al lupo ragazzi!
20.50 Iniziamo subito con i tweet, tanto per chiarire che qui stasera non si scherza. Ci concediamo una foto a tema #nostalgiaistantanea (come avrebbe detto Dargen D’Amico) e osserviamo trattative fra bibitari, fascettari e pubblico.

Nostalgia istantanea
21.14 Emozione. Le luci si spengono e partono gli urli. Risaltano soprattutto i fiocchetti luminosi sulle teste di un buon 45% degli spettatori.

Le lucette nel buio sono proprio i fiocchetti
21.15 Parte una video-biografia che racconta l’itinerario artistico di Gigi dal ’92 ad oggi, costantemente accompagnato da boati live dei fans. La semantica del documentario rinvia a una forma piuttosto inquietante di culto della personalità.
Il video sfuma mentre la band, ancora dietro un sipario semitrasparente, accenna un sottofondo fin quando non compare Gigi sul palco, già munito di chitarra. Può finalmente aprire il suo live con Prima o poi, primo brano del suo nuovo album, il cui intro è un omaggio a Baba O’Riley degli Who – la stessa idea la ebbe Enrico Ruggeri con Anna e il freddo che ha.
Segue immediatamente Quanti amori: la prima combo di oggi è proprio quella introduttiva.
La composizione del palco vede Gigi al centro davanti; ai suoi lati le due chitarre; dietro, rialzati, batteria a destra, percussioni e tastiera a sinistra, basso al centro. Sempre al cento, fra Gigi e il basso, prorompe il pianoforte a coda.
Dopo due brani Gigi si presenta e saluta con un breve susseguirsi di convenevoli che si chiude con: «il coro più bello del mondo: il mio pubblico!». Vedremo come insisterà su questo punto, mentre c’è da notare che l’accento napoletano nella parlata è sempre in luce, un po’ come il fiorentino di Matteo Renzi.
Conveniamo, io e il mio Socio, che ascolteremo più soli di chitarra oggi che non quella volta che vedemmo i G3 (Joe Satriani, Steve Vai, Robert Fripp) al Foro Italico. Rimandiamo la ricezione emotiva di questa informazione.
21.45 Al quinto brano del repertorio, il numero di stecche che ravvisiamo è 0.
21.55 Dopo il primo Medley della serata Gigi ribadisce che il vero spettacolo siamo noi. Qui cedo al primo cenno di nervosismo. Non sopporto questa retorica e mi auguro che non insista troppo.
22.00 Seconda Combo: Le cose dette mai, con le parti della Tatangelo affidate direttamente al pubblico (un degno rimpiazzo), un bell’assolo di percussioni e il basso slap. La sezione ritmica, cogliamo l’occasione per dirlo, è impeccabile. Dopo averci definito «un coro di angeli», Gigi fa seguire una versione strappalacrime di Non dirgli mai: prima la introduce annunciando: «questa canzone è vostra», poi si siede al pianoforte e non la canta. Cantiamo solo noi e lui ci applaude.
22.10 Torno in me, realizzo di trovarmi nel momento decisivo dello show e soprattutto non so che farmene di tutta questa serotonina.
22.20 Non ci facciamo mancare niente, ci prendiamo una pausa. Gigi ci ama al punto di concederci una sigaretta – lui probabilmente è andato a farsi una riga, o perlomeno una tazzulell’ e’ cafè.
Ci intratteniamo con un nostro nuovo amico che lamenta dolori al braccio e alla spalla perché ha ripreso tutto il concerto con la GoPro. Conversiamo di zone bene e zone brutte di Roma, transessuali e dischi di Gigi D’Alessio.
22.30 Tempo di rientrare, la sicurezza ci rimbecca per la nostra inclinazione all’ozio. Il concerto riprende: se qualcuno entrasse adesso crederebbe di trovarsi ai Gods of Metal. Occhi nuovi è una versione di In nome dell’amore di Paolo Meneguzzi riarrangiata dai Judas Priest.
22.40 Primo momento dedicato alle chiacchiere. Ricordavo un Gigi più rodato come presentatore, oggi mi sembra poco coinvolto nella conversazione con il pubblico. Conserva, in ogni caso, la confidenzialità stile fireside chat, soprattutto quando si siede sul pianoforte a gambe incrociate. Confessa, con qualche senso di colpa (non sappiamo quanto costruito e quanto reale, ma noi ci crediamo abbastanza), che è vero che la vita gli ha dato molto, ma girare il mondo continuamente, per esempio, gli impedisce di assistere alle recite dei suoi bambini o di trascorrere del tempo in compagnia della sua grande famiglia. Fin qui tutto bene, comprendiamo la malinconia di Gigi e ne apprezziamo l’umiltà. La vita dà la vita toglie, un concetto che sembra ricorrere stasera, persino nel momento amaro (ragazzi stasera non ci manca davvero niente!): secondo Gigi, colui che ti tradisce è sempre quello che ti è accanto. Mi giro verso il mio vicino di posto e lo guardo storto.
22.45 Si torna alla musica, e quando diciamo musica sottintendiamo che è di massima qualità. Nella discografia di Gigi D’Alessio ritroviamo il reggae, il rock, persino il metallo, il latino-americano, il jazz, il blues, la disco, il funk, il neomelodico e in generale la canzone napoletana. Tutto fratto la canzone italiana tradizionale. Bisogna riconoscere che se essere pop significa rielaborare tutto ciò che si incontra nel mondo, ricalibrarlo sulle proprie inclinazioni e regalarlo a un pubblico universale, abbiamo di fronte un rappresentante illustre della categoria. Franco Bolelli, nel suo interessante saggio Cartesio non balla. Definitiva superiorità della cultura pop (quella più avanzata), riconosce in Jovanotti l’icona perfetta per sintetizzare la definizione di pop; io ci vedrei ancora meglio Giorgio Moroder, ma il mio Socio mi fa giustamente presente che l’argomento di Bolelli calza perfettamente anche (e soprattutto) con Gigi: «Questo mondo Lorenzo [per noi: Gigi n.d.a.] lo vuole toccare, mordere, picchiare, carezzare, danzare, sperimentare, cantare, e tutte le altre cose che vivificano il mondo e se stessi e quelli attorno a te (che nel caso di Lorenzo [Gigi] sono qualche milione, che rispondono non soltanto al richiamo musicale ma soprattutto a quello della sua assoluta credibilità umana). Lasciatemi anzi dire che Lorenzo [Gigi] è un esemplare prototipo della nuova, superiore intelligenza connettiva. Lui prende da tutto, da esperienze e conoscenze assolutamente molteplici per non dire lontane. Ma soprattutto – è questo che fa la vera differenza – Lorenzo [Gigi] prende ciò che lo rafforza, prende energie e non sistemi. Ecco perché certi accostamenti che a una mente logica e lineare – abituata a pensare e catalogare per formule e appartentenze sistematiche – appaiono spesso incoerenti sono in realtà un metro sopra».
Dicevamo: si torna alla musica e nel migliore dei modi, cioè con la combo latineggiante. Como suena el corazone Mon Amour. Non appena realizza che non è il momento dei Sepultura special guests, la folla del Gran Teatro si accende: tutti in piedi, tutti con le mani su, tutti ballano, tutti cantano a squarciagola. Noi non ci tiriamo indietro.

L’eccitazione imperversa
Alla soglia delle due ore posso affermare che, nonostante temessi un calo di entusiasmo con conseguente caduta della maschera, sono, come tutti gli altri, perfettamente a mio agio. Inizio a rendermi conto che la dicotomia semplice-complesso in questo contesto non può reggere. Se il gergo di Gigi D’Alessio è semplice, la rappresentazione complessiva è al contrario estremamente elaborata, considerando l’insieme semantico composto da arrangiamenti, struttura dei brani, logica della scaletta, tenuta del palco, e in generale la strategia di comunicazione al servizio dell’azienda-GigiD’Alessio. Egli stesso chiarirà più tardi al momento dei ringraziamenti che qui davanti a noi c’è «uno a cantà, e quattrocient’ a magnà». Questa complessità è però ritradotta funzionalmente a un output comunicativo che risulta elementare. Torna di nuovo utile la riflessione di Franco Bolelli a proposito del pop paradigmatico: «il mondo non può restare ancora rinchiuso in questa soffocante logica binaria […] al mondo c’è molto, infinitamente di più della vecchia antinomia fra intelligenza triste e divertiento sciocco, fra cervello senza forza e forza senza cervello».
23.00 Forse l’unico momento che non ho apprezzato. Ricordo del resto che questa non è un’apologia di Gigi D’Alessio, per cui non esito a cogliere le criticità che immancabilmente si incontrano in un concerto pop. Gigi azzarda un monologo riguardante un argomento delicato come la violenza sulle donne. Nel farlo cade involontariamente in un discorso fallimentare per i suoi contenuti generici e vagamente sessisti. Infatti per onorare la figura femminile ricorre a categorie come il principe azzurro (macho-salvatore) e la donna-mamma (metafora della cura piuttosto parziale e comunque non esaustiva rispetto alla complessità del femminile). In altre parole si tratta di due rappresentazioni elaborate da un sistema discorsivo prodotto dal patriarcato, e dunque a sua immagine e somiglianza. Non bastano a costruire una riflessione adeguata sul ruolo della donna nella società moderna.
Tuttavia – ed è questo l’importante – Gigi conclude che le donne non devono aver paura di denunciare, e il messaggio positivo, fortunatamente, passa.
23.05 Scopro che la lingua napoletana è patrimonio dell’Unesco.
23.15 Stiamo per chiudere. Durante Non mollare mai appare, sul maxischermo, una scritta lampeggiante che recita TUTTI al momento del ritornello.
23.20 Medley di canzoni della gioventù, in napoletano.
23.30 Manca solo un ultimo pezzo. Totale stecche prese: zero. Quello che è davvero sorprendente è che Gigi non riesce a rimanere per più di 8 battute nella stessa tonalità, e nonostante ciò non sbaglia mai. Merito anche della band, che va talmente dritta che il pubblico, quando canta, non va fuori tempo e non stona. Per capirci.
23.35 Chiusura con il gioco di parole: «si è fatta una certa…» «Ora!» rispondiamo in coro. L’ultimo brano della serata è infatti la title-track del suo ultimo album, Ora.
Niente bis, tutti a casa.

Ce ne andiamo tutti (aria condizionata nel traffico che c’è meno sudato arriverò da te)
CONCLUSIONI
Chi è, in definitiva, Gigi D’Alessio? Né più né meno che una figura di riferimento per il suo settore culturale: la canzone italiana tradizionale. In positivo per chi la ama, in negativo per chi non la ama. La sua capacità di sintetizzare il pop in una versione tutta italiana gli vale l’insieme dei riconoscimenti internazionali che ha accumulato; le perplessità che solleva sono quelle stesse perplessità che genera la canzone italiana al cospetto della ricchezza delle novità del nuovo millennio.
Ho fatto bene a seguire il suo concerto? Non ho dubbi: ho fatto bene.
Non sono un suo fan e non ho ascoltato tutti i suoi dischi, d’altra parte non mi vergogno a dire che apprezzavo, anche prima di oggi, alcuni suoi lavori, e in generale era forte la curiosità di vivere in prima persona l’esperienza di un suo live, per più ragioni.
La prima: conoscere da vicino il segreto del suo successo. Scopro l’acqua calda: non c’è alcun segreto particolare, il successo è tutto nel binomio (a mio avviso infallibile) canzone italiana + essenza del pop.
La seconda: la band è straordinaria. Ho assistito a concerti dei Dream Theater, di Mike Stern con Richard Bona e Dave Weckl, ma questi ragazzi non sono da meno. Giuro.
La terza: non avrei mai trovato il coraggio di spenderci dei soldi, e se avessi trovato quel coraggio non avrei comunque trovato i soldi. Se non ci fossi andato oggi non ci sarei andato mai più.
Lo rifarei? Non so dire se questa sia una specie di cosa divertente che non farò mai più. Certamente è stato divertente, quasi sicuramente non lo farò mai più, ma se dovessi rifarlo so già che mi divertirei.
Una cosa divertente che non farò mai più se non gratis.