Musica: «Hai veramente il coraggio di dire la verità?» — Intervista a Gabriele Blandamura
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«Hai veramente il coraggio di dire la verità?» — Intervista a Gabriele Blandamura

Il suo “Hip Hop” è uscito a giugno per Bravo Dischi ed è stato candidato alla Targa Tenco come migliore opera prima. Ci abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

Due anni fa conducevo una volta a settimana un programma musicale alla web radio della mia università. Un lunedì arrivano davanti ai microfoni dello studio verde i Thegiornalisti in versione ridotta: Tommaso Paradiso e Gabriele Blandamura. Gabriele mi colpisce perché quando — non mi ricordo più perché — finiamo a parlare di libri e cito Tre camere a Manhattan di Simenon, lui si ricorda per filo e per segno chi sono i protagonisti, come si incontrano e cosa gli succede dopo. Poi dice anche una cosa molto pessimista sul fatto che cose come quelle — incontrare una persona sconosciuta una sera per caso, magari a un concerto, con questa persona scatta una magia e si passa tutta la notte insieme — non succedono nella vita vera.

Quando interrompiamo la chiacchierata per tutto lo stacco musicale penso a cos’avranno pensato gli ascoltatori, a noi quattro che qui dentro siamo alle soglie dei trent’anni e sembriamo già arrivati «al limite» — espressione cara al protagonista di un altro libro citato quel giorno, L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich, romanzo meraviglioso, una vera storia d’amore romana, ripubblicato in questi giorni da Bompiani, leggetelo. Questa cosa mi ha fatto simpatia. Quando glielo ricordo sono passati i due anni che accennavo e siamo a un tavolo dell’Auditorium, vicinissimi una signora che per 45 minuti rimane così ferma, attenta e silenziosa che alla fine dell’intervista sospetto non essere stata l’unica ad aver usato il Registratore vocale. Oggi Gabriele non è qui in veste di bassista dei Thegiornalisti ma col nome del suo progetto solista: Mai Stato Altrove. Hip Hop, uscito a giugno per Bravo Dischi, è il suo disco d’esordio, candidato alla Targa Tenco come migliore opera prima e prima tappa di un percorso cantautoriale che in redazione pensiamo sarà molto lungo. Noi ve lo stra-consigliamo e ci vediamo sotto palco alle prossime date dal vivo. Per ora sono due: il 24 ottobre a Le Mura per Decathlon e il 3 novembre a Cohouse in apertura a Dargen D’Amico.

 

 

Perché «Mai Stato Altrove»?

Perché sono un ragazzo tendenzialmente viziato, nel senso che i miei mi hanno permesso di studiare quello che volevo, di fare quello che volevo — vien da sé che se devi pensare a campare non puoi pensare anche a fare il musicista, se hai necessità impellenti di procurarti da mangiare ogni giorno è ovvio che è molto complicato che tu faccia il musicista! Non ho vissuto ambienti artistici da bambino, non sono figlio di artisti, non ho frequentato gli artisti, e l’idea di fare qualcosa di culturale e non propriamente produttivo mi ha sempre fatto sentire abbastanza a disagio. Però quando poi a un certo punto della vita, a 27 anni più o meno, ho deciso: «Gabriele sei così, che devi fare!», ho scelto il nome Mai Stato Altrove come per ricordarmi in continuazione che non è un peccato mortale fare musica. Mai Stato Altrove come a dire: «Gabriele stai qua, fattene una ragione!».

Che studi hai fatto?

Ho studiato Lettere, ho preso una specialistica in Editoria e Scrittura e poi sono diventato giornalista pubblicista scrivendo di AS Roma, principalmente.

E dopo?

Mi sono occupato di cinema, poi di cronaca, ho fatto anche una cosa meravigliosa e terribile: facevo le cronache in diretta delle puntate di Uomini e Donne. In un periodo in cui non era ancora molto diffusa l’idea dell’on demand, di andare subito sul sito Mediaset a guardare i video, cinque sei anni fa, le cronache testuali andavano molto. I siti di sport fanno ancora le cronache testuali delle partite. Uno oggi pensa sia da pazzi, ma bisogna pensare alla gente che lavora, che non può guardare la televisione ma ogni tanto apre e butta l’occhio; è pieno di gente che magari lavora in ufficio, che sta in fissa con Uomini e Donne e vuole sapere quello che succede. Io guardavo la puntata e facevo una cronaca testuale: «Esterna Massimo e Diana. Lui la porta in riva alla spiaggia… lei gli dice…».

Ma su che sito veniva pubblicata la tua cronaca?

Era un sito generalista, che però nella pagina Gossip e TV aveva tutti i giorni il resoconto in diretta della puntata. Non solo Uomini e Donne, ma io mi occupavo di quello. Per fortuna non facevo le fiction, non facevo Il segreto!

Com’è nata la tua passione per il cinema?
Mi ritengo fortunato, io sono cresciuto con I Bellissimi di Rete 4.

Con la Folliero.

Con la Folliero…

Al liceo, facevo i compiti, mangiavo, e alle undici mi partiva I Bellissimi di Rete 4 e vedevi film incredibili, vedevi film come Taxi Driver. C’era di tutto, da Dante’s Peak – La furia della montagna con Pierce Brosnan, un film pazzesco, ai film di Martin Scorsese. C’era di tutto, certo nei limiti, non c’erano magari cose estreme e allucinate, però penso di aver visto il primo film di Takeshi Kitano su I Bellissimi di Rete 4.

 

 

Tra le due passioni, cinema e musica, hai scelto di scrivere di cinema e fare musica. Come mai?

I film mi è sempre solo piaciuto guardarli, non ho mai avuto l’ambizione di farli. Ho iniziato molto prima a guardare film che ad ascoltare musica, il mio passatempo durante le ore del sole era giocare a pallone e ai videogiochi, non c’era sentire dischi, e appena ho scoperto la musica ovvero gli Oasis, loro avevano quella forza devastante di dire: «Prendi la chitarra e suona pure tu», perché alla fine erano canzoni che ti sembravano relativamente semplici, e ti davano l’impressione di poterle fare, e quella era la magia. Poi magari tu ti metti là, fai schifo, e loro erano gli Oasis, però… Ho sempre suonato e non ho mai voluto scrivere di musica, invece di cinema mi piace parlarne. Forse non saprei “fare” cinema neanche a volerlo; per dirti, sono la persona meno capace a fare foto che incontrerai mai. Ho aperto crisi con le mie ex fidanzate perché facevo solo foto orrende.

Tra il cinema e la musica però mi sembra ci sia spazio anche per i libri…

Non sono un intellettuale, quello che è successo durante la puntata è stato un caso! Onestamente leggo poco. Durante i concerti dei Thegiornalisti, non si sa perché, si era diffuso su di me il nomignolo «Il principe»… magari sto lì mezzo allampanato, seccardino, con le mie camicettine, e per darmi un’aria nobilitante avevo anche pensato di chiamare il progetto solista così… ma era una cosa senza senso. Come tutte le persone che non leggono tanto va a finire che leggo solo grandi classici. Immagino che le persone che leggono un libro a settimana leggano anche un sacco di narrativa, gialli, thriller, io invece queste cose le faccio col cinema. I fumetti per me hanno un po’ coperto il buco della letteratura di consumo. Cerco di leggere libri che penso siano importanti e che possano darmi qualcosa, fra cui all’epoca Simenon. Lui è uno che ti mette a sedere. Ai tempi del liceo ho provato a scrivere un racconto, e Simenon è uno che ti fa capire perché io non scriverò mai un libro e lui sì. Perché anche nel momento in cui non va troppo in profondità, ha uno stile difficile da spiegare, è scorrevole, è musicale, va! Non a caso è Simenon, uno che penso abbia scritto 400 libri nella vita.

Ci sono un libro e un film che accosteresti al tuo primo disco, Hip Hop? A chi piace Hip Hop piacerà anche leggere o vedere…

Le correzioni di Jonathan Franzen. È un libro in cui io mi sono immedesimato e ho pianto quasi per tutti i membri della famiglia. Ogni capitolo dedicato a un membro della famiglia dicevo: «Oh mio Dio, io sono proprio così!» e piangevo. Erano tutti io! Quando era il figlio pensavo: «Certo, mio padre io lo tratto proprio di merda…», quando era la ragazza pensavo: «L’amore è così ecc. ecc.».

Devi leggere anche “Purity”.

Mi ha detto il buon Pietro [n.d.r. Pietro Paroletti, in tour con Mai Stato Altrove] che anche Purity è molto bello. Però voglio aspettare perché 25 euro mi sembra una cifra fuori luogo per un libro.

Parlami di “Hip Hop”.

Hip Hop è entrato un po’ nel discorso «cantautorato raffinato», anche se ho tentato di creare qualcosa di molto immediato. A livello di testi cerca di non essere troppo didascalico. Per dire: «Io sono triste» non dice: «Oggi sono triste», che è una cosa che peraltro in realtà oggi ha molto senso nella musica, succede molto anche in musica bellissima. Musicalmente si rifaà a un mondo che non è particolarmente ascoltato nella scena indipendente, l’R&B. Gli artisti indie oggi sono molto più affezionati alla musica inglese e americana, una musica che a me non ha mai interessato molto. Io sono passato dall’amore folle per gli Oasis al periodo in cui tutti i fenomeni inglesi mi sembravano quasi un tradimento. Ho sempre preferito gli Oasis ai Franz Ferdinand e agli Arctic Monkeys, non me ne fregava niente di questa roba. Ho passato un periodo di vacche magre in cui ascoltavo cose senza passione e poi mi sono appassionato ad altro.

E se fosse un film… io spero sia Il Petroliere di Paul Thomas Anderson. Aiutami tu, dimmi qual è un film blu, visto che la copertina di Hip Hop è blu. Il Petroliere è un film rosso, con la torretta che prende fuoco…

Il primo film blu che mi viene in mente è il “Film Blu”! della Trilogia dei colori di Kieślowski. Ma in “Hip Hop” c’è decisamente più serenità…

Cos’è cambiato nella tua vita prima e dopo il tuo esordio? Recentemente sei stato candidato E dopo la candidatura alla Targa Tenco come Miglior Esordio del 2016…

La candidatura mi ha fatto piacere. Secondo me ha fatto più piacere a mia madre che a me… che comunque non è poco! Questo disco è stato veramente un ripartire dal niente. È stato un disco che non ha avuto una grossa programmazione, avevamo la data a Roma Brucia e l’abbiamo buttato dentro, poi piano piano è partita la storia del disco, sono iniziate le recensioni, abbiamo trovato un booking… Adesso se e cosa cambia lo scopriremo a cavallo del tour che inizia a fine anno.

 

 

Prima di Mai Stato Altrove hai avuto altri gruppi?

La mia prima esperienza musicale è stata con un gruppo che non è mai uscito da Roma. Un’esperienza molto bella, molto acerba, bella perché acerba… ci chiamavamo Controsenso. E peraltro tre canzoni di Hip Hop, però molto stravolte, erano state scritte per un fantomatico secondo disco dei Controsenso che però non è mai arrivato. Le canzoni erano: Sogni, City Life e Il Turista, che sono state un po’ riscritte e completamente riarrangiate. Il gruppo si è sciolto, io ero uno di quelli che più voleva fare musica nella vita e siamo rimasti io e il batterista Federico, che ora mi segue nelle date del tour.

Quali sono le canzoni di “Hip Hop” alle quali sei più affezionato?

Secondo me la più bella è Sessuale. Se la leggo, dico: «Hai scritto delle belle cose». Armonicamente la canzone è bella, sono certo che non sia la più riuscita e comunicativa del disco, ma è quella che secondo me dice le cose più importanti per le mie priorità.

In City Life prendi in giro i romani che dicono di essere innamorati di Roma. Ma tu ti trasferiresti?

No! No! City Life secondo me è un grande fallimento. Devo avere un problema con l’ironia nelle canzoni… io non amo l’ironia nelle canzoni e infatti si è visto: quando ho provato a farla non ha funzionato. Vengono da me un sacco di persone che mi fanno: «Fica la canzone sulla città, sul traffico…», e io mi ritrovo sempre a dire che non mi piace il traffico della città! Non arriva, evidentemente non arriva. Potevo scriverla meglio.

Quali sono i posti di Roma che ti piacciono di più?

Roma mi piace tutta. Io amo moltissimo il mio Nuovo Salario, il quartiere dove sono cresciuto. Un quartiere senza grandi bellezze, però ci sono affezionatissimo.

Ci sono dei luoghi di ritrovo, di riferimento?

No, nessuno! Perché non è un luogo popolato… è un quartiere per anziani che ha negozi, non ha luoghi di aggregazione. Adesso la zona Sempione ha dei pub, la zona Nomentana…

Giornata tipo?

Non esiste una giornata tipo. Sei un pazzo se esci e vai a prenderti un gelato a via dei Prati Fiscali! Sei un pazzo, non lo fai. No ecco, giornata tipo… il sabato mi è capitato un sacco di volte di andare al mercatino di via Conca D’Oro, dove c’è il tipo che mi vende i vinili da una vita, Stefano. Al liceo facevamo sega e andavamo al biliardo di via Conca D’Oro. C’era il mio compagno di banco, uno dei miei amici storici che era un fenomeno, io giocavo sempre con lui e perdevo sempre. Ma era bello: se giochi con uno più forte migliori, a biliardo soprattutto. Lui aveva un dono, poteva fare il giocatore di biliardo nella vita. E invece fa tutt’altro, laureato in Ingegneria.

 

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Quali sono i dischi più belli che hai preso al mercatino di Conca D’Oro?

Ho preso una compilation di bossa nova che volevo da un sacco di tempo della Soul Jazz di tropicalia. La Soul Jazz è un’etichetta che fa un sacco di musica bellissima, fa funky, new funky, soul e via così… aveva un catalogo di bossa nova e tropicalia molto figo. La loro prima compilation è bellissima. Poi ho preso il disco bianco (n.d.r. Livro) di Caetano Veloso, il Self-Titled di Caetano Veloso.

Come scegli che musica ascoltare in vinile?

Io sul vinile sono nazista, compro solo musica vecchia. Perché intanto non ho un mega stereo galattico, ho un vecchio lettore, delle vecchie casse e mi sono detto: «Senti, compra roba che sia stata registrata per suonare su questi impianti». Non hai modo di tirare fuori la definizione che ne so, da un disco degli Strokes. In vinile non ho tante cose, e tutte vecchie. Un altro disco che ho comprato a Conca D’Oro è Stereoequipe degli Equipe 84, pazzesco.

 

 

È super raffinato il tuo amico a Conca D’Oro.

Ha di tutto, soprattutto roba anni ’60 – ’70, a prescindere dai generi. Se gli chiedi roba nuova non ha idea di cosa sia.

Come scrivi le tue canzoni?

Io sono abbastanza lento a scrivere canzoni. Per me! Ho visto che se devo scrivere canzoni dove non metto la faccia in realtà sono abbastanza spedito. Di solito mi succede che ci penso in maniera vaga per un sacco di tempo, tipo: «Mi piacerebbe scrivere una canzone su questo», com’è successo per Sessuale. Volevo scrivere questa romanticata dell’amore che dura anche quando è finito. Mi dicevo che sarebbe stato bello farlo, ma non avevo l’idea di come farlo. Magari ci pensi un po’, poi un giorno inizio a scrivere le strofe, poi riprendo per due settimane a fare tutt’altro e poi scrivo il ritornello. Non ci rimetto mai le mani perché sono pigro. Delle volte rimpiango non averlo fatto, ma quando esce fuori una canzone mi gaso, mi sembra bella… E non per forza lavoro canzone per canzone.

Sulla pagina Facebook di Mai Stato Altrove hai raccontato un aneddoto buffo legato a uno dei tuoi fan. Hai avuto altri incontri particolari con i tuoi ascoltatori recentemente?

Stavo andando via dalla Città dell’Altra Economia, mi si avvicinano in maniera veloce e pericolosa quattro ragazzi, che ai miei occhi di snob erano quattro mezzi coatti, e mi dicevo: «Madonna santa, guarda te se adesso devo avere dei problemi!», ero molto preoccupato, però si sono avvicinati e mi hanno cantato il ritornello di Ginsberg ed è stata una cosa bellissima! Mi sono anche sentito una merda… ho pensato: «Sei veramente uno snob del cazzo!». E mi sono fomentato perché me l’hanno cantato tipo coro ultras.

Hai già pronte delle canzoni per il prossimo album?

Ho quattro canzoni, tre mi piacciono. La svolta per me in Hip Hop non è tanto legata alle canzoni ma al sound. A un certo punto, anche grazie a Fabio (n.d.r. Fabio Grande, leader de I quartieri), ho capito come volevo che il disco suonasse. Ed è una cosa che in realtà è successa tardissimo. Pubblicai prima di tutto due canzoni, e all’epoca il sound non lo avevo ancora chiarissimo in testa. La sfida poi è stata rendere coerenti quelle due canzoni già uscite con il resto del disco. Quelle canzoni sono state risuonate e remixate in molte tracce, ti parlo di cose nerd, tipo suoni della batteria… Su un eventuale disco nuovo ho idee ancora abbastanza vaghe di come voglio che suoni…

E sui temi ci saranno dei cambiamenti?

Se io dovessi raccontarti una mia piccola angoscia quotidiana, io ho sempre avuto l’angoscia di sentirmi un impostore. Da bambino andavo molto bene, anche al liceo, ma ogni volta che prendevo un bel voto mi sembrava di averlo rubato. Mi dicevo: «Non hai studiato niente!», «L’hai fatta franca anche questa volta!», e questa è una cosa con cui bene o male mi capita di fare i conti. Sia nella vita professionale sia in quella affettiva. Nelle canzoni ho provato a mettere alla prova questa cosa. Io non mi permetterei mai di fare critica sociale, non sono cose che fanno per me. Parlo delle cose di cui io mi vergogno o di cui io penso che mi potrei vergognare. Non sono canzoni personali nel senso che raccontano esperienze che ho avuto direttamente, però sono canzoni personali perché sono canzoni dove cerco sempre di mettermi alla prova su determinati argomenti. Domanda: «Hai veramente il coraggio di dire la verità su questa cosa?» e così via.

Secondo me raccontare le tue debolezze è uno dei punti di forza di “Hip Hop”.

Io trovo sia l’unica cosa interessante che ho da dire di me! Onestamente. A me piace un libro, un film, un disco, quando mi tira fuori un po’ il mostro. Quando mi suscita cose forti, quando mi fa riflettere sulle cose sulle quali mi sembra di fare schifo. Se voglio il benessere mi bevo un bel bicchiere d’acqua, mi godo la frescura e sto bene. Un film, un libro, un disco mi piace se mi smuove delle questioni profonde. Prima di venire qua ho visto con colpevole ritardo Mommy di Xavier Dolan…

Che è un film che racconta tantissime debolezze! Ti è piaciuto?

Madonna santa! Ho pianto. Mi ha distrutto. È un film che mi ha distrutto. Mi ha ammazzato.

C’è una delle scene finali — che secondo me è il momento in cui doveva finire il film — in cui la mamma ha il sogno del figlio che fa una vita normale… è devastante. Piangi come un pazzo. Lui che non è più pazzo e può fare una vita normale… Secondo me quello è il punto, quello che ti dicevo. Ti scuote. E questo non perché hai un figlio o un parente pazzo, ti scuote perché ti tira su quel mostro egoista normalissimo che abbiamo tutti dentro. Alla fine mi sembra che il film ti dica: questa donna ama tantissimo suo figlio, certo però se non fosse pazzo non sarebbe male. Secondo me quando un disco, un film, un libro ti fa interrogare sulle cose su cui forse sei un miserabile, ha centrato il punto. È quello che provo a fare con me stesso nei dischi. Provo a parlare delle cose in cui mi sento un po’ un miserabile. Detta un po’ amara, ma è così. Cantare queste cose è sempre un po’ impegnativo: da una parte sei fiero di averlo fatto, dall’altra ti sei messo in mutande e ti dici: «Potevo pure evitare…».

Non può essere anche un po’ liberatorio?

Sì e no. Perché poi la privacy è importante… Ma l’importante non è quello, è sperare di riuscire a scatenare qualcosa di forte in chi ascolta. L’ambizione è quella, se ci riesco bene, altrimenti peccato! Nei miei sogni, una bella canzone è così. Ci sono delle canzoni che hanno cambiato il modo in cui pensavo la musica, oppure testi italiani  — più raramente qualcuno in inglese — che hanno cambiato il mio modo di pensare alle cose, secondo me una canzone può provare a fare questo.

Dimmi una di queste canzoni.

La prima volta che ho ascoltato Smisurata preghiera di Fabrizio De André ho pensato: «Vabbè ragazzi, quest’uomo mi ha dato una lezione, punto». C’è poco da girarci intorno. Mi ha insegnato un punto di vista che forse io avevo in testa ma non così definito. Io non penso di poter fare questo, però secondo me puoi provare a scuotere le cose. E scuotere le cose non vuol dire solo dare piacere, vuol dire dare sia piacere che turbamento. E secondo me Hip Hop questo prova a fare. Non è un disco che vuole essere solo gradevole, forse lo può essere, ma non penso lo sia. Nelle mie canzoni ho provato a non essere mai didascalico e mai ridondante, mai ampolloso, che è una cosa che mi annoia. Non dire: «Oh mio Dio come sto male!». Devo essere sincero: il mio disco mi piace ancora, non mi ha ancora stufato. Non so se lo riscriverei così oggi, ma alla fine Hip Hop è un bel disco.

 

 

Oltre a De André, quali sono i tuoi cantautori italiani di riferimento?

Me ne piacciono tantissimi. Per dirti, mi piace tantissimo, nonostante sia assolutamente didascalico e semplice, il filone Tenco, Lauzi, tutto quel cantautorato naïf, molto diretto, che però andrebbe un attimo anche capito: erano altri tempi…

Erano testi apparentemente molto semplici ma per nulla scontati.

Esatto. Però scritti in uno stile assolutamente prosastico. Più che altro a me annoia un pochino l’idea che nella musica ci siano periodi in cui sembra che tutto vada fatto in un solo modo. Ognuno può fare se Dio vuole quello che gli pare! Per me uno può provare a scrivere — non copiando — sia come Tenco sia come De André, è indifferente: basta che tiri fuori una cosa bella. Mi piace tantissimo l’Equipe 84. Vandelli è stato un genio musicale italiano non capito, ma genio musicale italiano quasi quanto Battisti. Battisti ovviamente è Dio, è anche noioso parlarne.

 

 

Una cosa che mi ha fatto pensare dopo aver fatto attenzione a tutti i tuoi testi è che non ho trovato una frase–tormentone.

In realtà è una cosa che non ho né cercato né sfuggito. È capitato così. Avere un tormentone mi sembra un punto di forza e non è nobilitante non averlo, a prescindere. Una canzone può essere bella con un tormentone e brutta senza. Conosco un sacco di canzoni belle con dei gran tormentoni…

Dimmele e ti dirò se sono veri tormentoni.

No, non te le dirò.

Vanno bene anche vecchie, non contemporanee…

Acqua e sale di Mina e Celentano è una canzone molto bella con un tormentone. Io durante i concerti suono sempre L’emozione non ha voce di Adriano Celentano, scritta peraltro da Mogol, che è un pezzo stupendo. E direi che il ritornello ha un bel gancio! Però è anche una poesia. Dillo a Pietro (n.d.r. ancora Paroletti) che mi insulta perché suono L’emozione non ha voce.

Cosa vorrebbe suonare Pietro?

Che ne so, lui è giovane… (n.d.N. – nota di Natalia – vorrei sottolineare che Gabriele ha 30 anni mica 60)

In “Hip Hop” non ci sono tormentoni ma piccole ripetizioni disseminate bene che non pesano mai sull’ascolto, anzi, amalgamano il racconto, uniscono le canzoni in un’unica storia: lo stare nascosti, in disparte, silenziosi, il non essere qui…

Questo è perché sono un po’ pigro! In realtà il meccanismo delle ripetizioni mi piace molto. Mi piace ripetere la stessa frase in una canzone. È un disco che è nato in un periodo — sembra rubrica di Cioè, provo a dirlo senza sembrare patetico — che è nato in un momento di insicurezza anche sul gesto di continuare a scrivere canzoni o meno, e secondo me la scrittura ne risente. C’è la paura di prendere posizione sulle cose, perché detesto prendere posizione sulle cose… ho tanti difetti ma penso di essere una delle persone più rispettose che conosco. A me turba mortalmente l’idea di poter far male a qualcuno, di poter offendere qualcuno… è una cosa per la quale soffro anche in maniera esagerata. Con me è veramente difficile litigare! Mi fa stare male l’idea. Ero il classico bambino che non voleva fare scherzi alle persone perché aveva paura che ci rimanessero male. E quando li facevo mi pentivo subito! La scrittura risente di questo, perché io sono un po’ così. Ogni volta che voglio esprimere un concetto, c’è anche una parte di me che ha paura di farlo, c’è questo tira e molla un po’ patetico…

Mi sono segnata una delle mie frasi preferite di “Hip Hop”. È nella tua canzone preferita del disco, Sessuale: «Il peggio è passato e il passato è una porta socchiusa»…

Questa canzone parla solo d’amore… All’epoca quando ho scritto quella canzone ero fidanzatissimo e innamoratissimo da un po’, però mi è venuto da pensare al primo momento in cui mi ero avvicinato, e quando ti avvicini a una persona, se non hai 16 anni, nel passato ne hai un’altra. E ne hai un’altra che comunque fa rumore. Lo fa! Per questo dico della porta socchiusa, e poi del provare a stare sereno, a lasciarti quella persona alle spalle. Però non si chiude mai. È così! Le cose serie della tua vita difficilmente si chiudono. Ci sono delle cose cardinali che nel bene e nel male te le porti appresso, anche se poi vai da un’altra parte, però ci sono sempre. De Gregori lo dice con una frase molto più bella della mia, alla fine di una canzone recente, stupenda, Cardiologia, lui alla fine dice: «E gli amori ormai passati e ancora vivi della mente, perché dell’amore non si butta niente…». Chapeau! Il concetto è un po’ lo stesso, espresso però in maniera più volgare, purtroppo… maestro.

 

Foto in copertina di Nicoletta Branco.

Natalia La Terza
Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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