Visita guidata a Jim O’Rourke
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Visita guidata a Jim O’Rourke

Il 19 maggio esce il nuovo disco di Jim O’Rourke per la Drag City, la casa discografica tra gli altri dei Pavement e di Ty Segall.

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Il 19 maggio esce il nuovo disco di Jim O’Rourke per la Drag City, la casa discografica tra gli altri dei Pavement e di Ty Segall. Si chiamerà Simple Songs ed è il primo lavoro solista per l’etichetta di Chicago da parte del compositore da più di 6 anni, e pare sarà il primo lavoro cantato da parte di O’Rourke dopo Insignificance del 2001.

In questo articolo mi piacerebbe rispondere alle domande che uno si potrebbe fare aprendo questa pagina o anche solo leggendo il titolo se è totalmente un profano, come ad esempio:

 

Chi è Jim O’Rourke?

Jim O’Rourke ha 46 anni, viene da Chicago e ha studiato composizione all’Università DePaul. È alto 1 metro e 60. Ha da sempre fatto parte della scena musicale underground americana, ha creato e suonato in un bel po’ di gruppi misconosciuti a cavallo fra il pop e la musica d’avanguardia contemporanea. Tra i progetti più notevoli e duraturi ci sono i Gastr del Sol, una sorta di mix tra il post rock e la musique concrète, e il momento più cult con il disco del 1994 da tirare fuori per impressionare gli amici When In Vanitas… del supergruppo Brise-Glace, tra rumore bianco, improvvisazione chitarristica e sonorizzazione di oggetti non musicali – un po’ Duchamp se vogliamo, però aggiustato da Steve Albini. Seguire il tracciato dei progetti, collaborazioni, gettiti di O’Rourke è abbastanza complicato, o comunque è facile perdersi e non formare un ritratto univoco del personaggio.

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Ecco O’Rourke con un coniglietto


Ho ovviamente tratto queste informazioni personali da siti, Wikipedie e interviste varie su internet tutta; non conosco il signor O’Rourke di persona. Pare, tra l’altro, che non sia così un peccato: girando per alcuni forum universitari di Chicago si dice che nei suoi anni americani O’Rourke fosse affetto da quella strana forma di genio che alle volte si dice “sentirsi stocazzo”. Altri dicono che invece fosse gentile e alla mano, certo. Sicuramente un tipo eccentrico. Dopo un po’ è scappato in Giappone a fare le sue musichine sperimentali e stranette, comporre colonne sonore di film di tre ore che vedremo con grandi difficoltà e cose così. Ad inizio marzo di quest’anno è uscito un suo disco elettronico curioso e difficilmente ascoltabile in collaborazione con Oren Ambarchi, polistrumentista che suonò in Monoliths and Dimensions dei Sun O))). Se si contano tutte le collaborazioni O’Rourke ha dalla sua più o meno un centinaio di dischi all’attivo.

 

Dove ho già sentito Jim O’Rourke?

Ma quindi a parte la roba sua cosa ha fatto? Se avete seguito o ascoltato un certo tipo di musica scoprirete ora che avete sentito il tocco di Jim O’Rourke in qualche luogo o modo.

O’Rourke era il quinto dei Sonic Youth tra il 1999 e il 2005. Suonava il basso, la chitarra, i synth, aiutava nel missaggio e in sala registrazione, un gran tuttofare. Sempre in secondo piano magari, certo, ma la testa è quella che è: lavorare con Moore, Gordon e Ranaldo richiede un certo livello di genio ed eccentricità. È entrato nell’organico ufficiale del gruppo in quel discone che fu Murray Street, accreditato come chitarrista, bassista, ingegnere del suono, omino del mixer e delle registrazioni. Ha registrato come chitarrista e bassista anche Sonic Nurse e poi si è perso per la sua strada verso il sol levante.

Jim O’Rourke è il chitarrista che non riconoscete


In maniera più subdola ma altrettanto piacevole si può sentire il suo tocco dalla sala registrazione: ha mixato Yankee Hotel Foxtrot, uno dei dischi che suona meglio degli ultimi 20 anni, e prodotto e mixato A Ghost Is Born sempre di Tweedy e compagnia, altra gioia per le orecchie.

Ah, poi, aspetta, avete sentito la colonna sonora di Grizzly Man di Herzog? Indovinate chi suonava piano e chitarra.

 

Ma quindi cosa posso ascoltare di Jim O’Rourke?

Visto che è complicato seguire tutti i suoi progetti è meglio parlare del suo lavoro da solista. Anche qui occorre limitare il campo, in alcuni casi perché alcuni dischi sono introvabili persino ora nell’era di internet, in altri perché il ritorno di Jim O’Rourke alla casa madre Drag City impone una limitazione nella ricerca, almeno citando i dischi già usciti per l’etichetta di Chicago. In ogni caso, questa è un’introduzione a Jim O’Rourke, una sorta di O’Rourke 101 per aprire un passaggio da cui, vi assicuro, è difficile uscire.

 


Happy Days (1997)

https://www.youtube.com/watch?v=ktqjiv0FHsk


Mi contraddico al volo: Happy Days non è uscito per la Drag City ma per la Revenant Records di John Fahey, ed è importante perché condivide base musicale e anno con il primo sulla Drag City, Bad Timing. Suonato con una ghironda (roba da fiere medievali), Happy Days (unica traccia di 47 minuti) parte acustica e leggera ma si perde nel drone più assoluto in toni monolitici che ricordano il lavoro del compositore minimalistico Phill Niblock (con cui 4 anni più tardi collaborerà, proprio con una ghironda, nel pezzo drone di 20 minuti Hurdy Hurry). Mettete su delle buone casse ad un volume ALTO e perdetevi (e poi ritrovatevi, si ritorna alla ghironda nel finale) nelle vibrazioni microtonali di O’Rourke.

 


Bad Timing (1997)

È l’unico disco di questa serie che non si trova per intero su youtube. Le tracce successive sono questa, questa e “94 The Long Way”, andatevela a cercare

Si dice che Bad Timing sia l’omaggio di O’Rourke ad un certo tipo di primitivismo musicale americano, quello di John Fahey appunto. Il disco è composto da quattro lunghe tracce (più o meno tutte sui 10 minuti) che accostano il già citato drone niblockiano, mitigato nella ripetizione di cellule musicali, a parti di chitarra acustica pizzicata con le dita e momenti orchestrali improvvisi che si fondono perfettamente; termina con una cavalcata dolce verso un climax che ci rimane in gola tanto è splendidamente strozzato. Bad Timing inizia la trilogia (quasi tetralogia) di dischi di O’Rourke accomunati, oltre che dall’illustrazione cartoonistica sulla copertina, dal titolo ispirato ai lavori cinematografici del regista inglese Nicolas Roeg. Qui l’omaggio è a Bad Timing: A Sensual Obsession; seguiranno quelli a Eureka e a Insignificance.

 


Eureka (1999)

Eureka è il primo disco in cui si sente cantare O’Rourke. Ha una voce leggera, delicata, e per farci capire meglio passa tutta la prima traccia a cantare sempre la stessa cosa: «Women of the world take over, ‘cause if you don’t the world will come to an end, and it won’t take long» nella ricca rivisitazione del pezzo del ’83 del poeta scozzese Ivor Cutler. Il disco è uno splendido lavoro compositivo di pop da camera, che si sposta gentile per quasi tre quarti d’ora cambiando faccia da un momento all’altro, snobbando la forma canzone comune per poi passare per una cover fantastica di Something Big di Burt Bacharach (del quale O’Rourke è un fan dichiarato), seguita dalla lunga e melanconica title track fino al finale, brevissimo, di Happy Holidays.

 


Halfway to a Threeway (1999)

https://www.youtube.com/watch?v=hj37L4qnI4w

Questo EP sta a metà tra il secondo e terzo LP della trilogia per la Drag City di O’Rourke; l’avreste mai detto? L’aggiunta a questo elenco non è solo dovuta al titolo ammiccante o all’etichetta, sempre Drag City; di fatto questo EP è un gioiellino, un punto di passaggio dalla forma Eureka a quella Insignificance senza rompere con niente e nessuno (un esempio fra gli altri: riappare la forma canzone, ma con lunghi outro o stacchi strumentali inconsueti), raffinato nella maniera di O’Rourke e leggermente disturbante specie nella traccia omonima Halfway to a Threeway. Poi contiene quella chicca assoluta che è The Workplace.

 


Insignificance (2001)

Insignificance è il momento più smaccatamente pop del lavoro di O’Rourke per la Drag City. La forma canzone torna e la “normalizzazione” dopo l’esordio eccentrico di Bad Timing sembra conclusa, con un’evoluzione che è passata attraverso Eureka e Halfway to a Threeway. Dentro ci suonano anche Tweedy e Kotche degli Wilco. Non è il disco più esaltante che sentirete (anche se Pitchfork l’ha messo 166° tra i dischi più importanti degli anni 2000, mica male) ma è comunque un disco pop ottimo, con O’Rourke che va a ripescare negli anni ’70 dei livelli sonori idealmente rock (su un forum nel 2002 tale Sean Carruthers scrisse «chunky rock rifforama» a proposito di Insignificance, che mi sembra abbastanza onesto) ma che ogni tanto si perde volutamente e fa l’occhiolino alle avanguardie, come nella finale Life Goes Off che si spegne in loops mefistofelici accompagnati da un rumore bianco da capogiro.

 


The Visitor (2009)

The Visitor è l’ultimo disco di O’Rourke uscito per la Drag City; è un lavoro solo strumentale, un’unica traccia chiamata sempre The Visitor. Anche qui il nome è tratto da una pellicola di Roeg, ma è il titolo di una produzione fittizia che appare in The Man Who Fell to Earth – quello con David Bowie, sì. Il disco, registrato a Tokyo, è di una piacevolezza tonale deliziosa, una suite rilassante di 38 minuti che si rifiuta di avere un climax con un’arroganza che è oro per le orecchie. Più di 200 parti strumentali differenti sono state registrate e poi messe assieme con maestria, accostando classica, contemporanea e jazz, credeteci o meno, senza strafare. O’Rourke e la Drag City non hanno rilasciato versioni digitali del disco, e aprendo la confezione fisica c’è una chiara richiesta del compositore: «Please listen on speakers, loud», per far sì che The Visitor riempia la stanza (anche qui una reminiscenza di Niblock) con i suoi suoni profondi e perfettamente bilanciati.

La copertina del disco è una foto di una sfera specchiata (quelle da discoteca, per intenderci) infranta, come sgonfia, su una sedia; una sfera specchiata stilizzata stava sopra il primo disco di O’Rourke per la Drag City, Insignificance, e i colori della copertina di The Visitor ricordano quelli dell’imminente Simple Songs: verde e rosso su sfondo nero. Cosa significhi tutto questo lo scopriremo il 19 di maggio.

Mattia Pianezzi
Studente di Editoria e Scrittura alla Sapienza, vivacchia a Roma. Scrive per Crampi Sportivi, Atlas Magazine e Flanerí.
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