Zattere di porcellana e weekend postmoderni
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Zattere di porcellana e weekend postmoderni

Forse è ancora prematuro, ma lo scriviamo lo stesso. Uno dei dischi più belli usciti nell’ultimo anno rischia di recare in calce la firma di un italiano.

Forse è ancora prematuro, ma lo scriviamo lo stesso. Uno dei dischi più belli usciti nell’ultimo annorischia di recare in calce la firma di un italiano. Anche se, va detto, (quasi) nessun italiano lo sa. Paradossi del senso, astuzie della storia. Il quarantenne Mauro Remiddi romano di nascita, cosmopolita per vocazione vanta una biografia (consultabile su Wikipedia, rigorosamente in inglese, of course) insospettabilmente ampia e gloriosa. Per percorrerla tutta, in lungo e in largo, un atlante non guasterebbe.

Partito, come tutti, dalle miti primavere del belpaese, il nostro uomo non perde troppo tempo in chiacchiere e sospiri: musica operette, assembla colonne sonore per film e poi, spinto dall’«ardore […] a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore», sbarca nel Regno Unito proprio quando le cose, dopo le tabulae rasae elettrificate degli anni Novanta, ricominciano a girare per il giusto verso, tingendosi di nuove e più ardite innocenze. Remiddi è l’uomo giusto al momento giusto. Tantissime, labirintiche, le collaborazioni che il giovane compositore miete durante gli anni della sua formazione londinese. Su tutte spicca, senza dubbio, la militanza nei Sunny Day Sets Fire, nomen omen, fiammeggiante collettivo a trazione multietnica (canadesi, italiani, cinesi, inglesi, tutti a sognare sotto le stesse lenzuola) che sprigiona una scia luminosa di EP e incide un album, tanto dolce quanto presto (colpevolmente) dimenticato (Summer Palace, datato 2008, una leccornia indie-pop birichina da recuperare con i dovuti interessi). Poi il piccolo grande salto. Nasce Porcelain Raft, progetto nuovo di zecca e completamente solista, che segna una svolta senza ritorno: psichedelia, riverberi, dream-pop, chillwave, gli Air che remixano i Flaming Lips, i Blonde Redhead che perdono la testa per gli M83 o, ancora, i Radio Dept che firmano per la Morr, più o meno tutto quel vi pare, purché somigli ad un riflesso sgretolato di bagliori languidi e distanti. Singoli, EP e video autoprodotti in successione (tutti opportunamente recuperabili, con testi annessi, sul sito ufficiale dell’artista) attirano, nel mentre, l’attenzione delle orecchie più scaltre e Remiddi, instancabile collezionista di città, si trasferisce a Brooklyn, nell’utero pulsante di una città-mondo che non dorme mai eppure ha sempre gli occhi chiusi.     All’ombra dell’Empire State Building la «zattera di porcellana» guadagna la fiducia di un’etichetta blasonata come la Secretly Canadian (Antony And The Johnsons, Jens Lekman o Richard Swift vi dicono qualcosa?) e in un paio di mesi scrive il suo Strange Weekend, album in cui si può trovare una descrizione attendibile di ciò che questo nostro tempo presente è diventato o, forse, vorrebbe soltanto diventare: una passeggiata sui tetti di una metropoli senza inizio né fine, una tenue cantilena di veli e ombre lungo il confine ancora  incerto tra sogno e prime luminose avvisaglie del mattino, là dove l’aria è rarefatta e le forme tendono a confondersi in una morbida carezza rosa. Rosa è infatti la copertina dell’album così come la tonalità che più impregna di sé le delicatezze a fil di synth di leggiadre supernove quali The Way In, Shapeless & Gone o Backwords, fino alla fioritura boreale di Unless You Speak From Your Heart, pezzo che Remiddi confessa di aver scritto per ultimo, durante le fase di editing del disco e quasi per caso, in un noioso pomeriggio di primi caldi newyorchesi, tappato in studio, in compagnia soltanto di qualche birra consolatoria. Può, dunque, una zattera di porcellana galleggiare sull’acqua senza affondare? Poco importa, in realtà: fintanto che sogna, essa continua a navigare.

Francesco Giordani
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