Guida definitiva alla vita nell’universo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Guida definitiva alla vita nell’universo

Siamo soli nell’universo? C’è qualche altra forma di vita intelligente là fuori? La risposta più intuitiva l’hanno argomentata bene i Bluvertigo in una loro canzone di qualche anno fa: «è praticamente ovvio» che esistano, e «sembra strano che solamente noi siamo stati generati dal caso»; «questo è un po’ egoista e poco fantasioso e forse […]

Siamo soli nell’universo? C’è qualche altra forma di vita intelligente là fuori? La risposta più intuitiva l’hanno argomentata bene i Bluvertigo in una loro canzone di qualche anno fa: «è praticamente ovvio» che esistano, e «sembra strano che solamente noi siamo stati generati dal caso»; «questo è un po’ egoista e poco fantasioso e forse un po’ cattolico, poco divertente, molto presuntuoso, molto limitante».

 

 

Qualsiasi slancio possibilista di questo tipo si scontra però con un’altra semplicissima domanda, nota come paradosso di Fermi: benissimo, probabilmente ci sono forme di vita extraterrestri, forse il cosmo letteralmente pullula di vita, ma allora «dove sono tutti quanti?». Come mai non abbiamo ancora alcuna prova della loro presenza, nonostante tutti gli sforzi compiuti per trovarne una? La ricerca negli anni è andata in diverse direzioni, ed è ancora lontana dall’aver seguito fino in fondo tutte le suggestioni e gli indirizzi possibili; qualcuno sostiene poi che questa attività di ricerca possa persino esporre l’umanità a dei rischi molto seri, come vedremo dopo. Ma procediamo con ordine, e iniziamo da un’analisi dei due principali scenari possibili.

Il primo scenario che esamineremo è quello in cui l’essere umano risulta effettivamente essere l’unica forma di vita, in tutto l’universo, ad aver dato origine ad una civiltà: dal momento che stiamo parlando di uno spazio così grande da non poter nemmeno escludere che sia infinito, occorre trovare una buona spiegazione a questa possibilità. L’idea più accreditata è che esista un Grande Filtro, un collo di bottiglia capace di rendere altamente improbabile arrivare al punto in cui si trova l’umanità attualmente; meno chiaro, però, è quale sarebbe la collocazione di questo Grande Filtro.

 

NASA/ESA

 

Dal nostro punto di vista, l’ipotesi più conveniente è che il Grande Filtro si trovi al principio. Un ottimo momento per collocarlo è infatti  proprio quello della comparsa della vita: in tal caso è probabile che non solo non esistano altre civiltà, ma che non ci sia proprio alcuna altra forma di vita nel cosmo. Altrimenti, poco più in là, il filtro potrebbe riguardare il passaggio evolutivo dalla cellula procariota, la più semplice che esista, alla cellula eucariota. Questa appare un’ipotesi abbastanza solida: la Terra è stata abitata esclusivamente da cellule procariote per oltre 2 miliardi di anni, che è un bel po’ di tempo. Forse nell’universo potremmo non trovare altro.

Inoltre, il fatto che sul nostro pianeta la vita, nella sua forma più elementare, abbia potuto continuare ad esistere così a lungo appare un dato eccezionale. Un recente studio ipotizza infatti una cruciale importanza del fattore tempo: l’evoluzione deve avvenire in maniera sufficientemente rapida da consentire alle stesse forme di vita di generare un ambiente più adatto alla propria sopravvivenza, andando a condizionare, ad esempio, temperatura e gas atmosferici; questo è forse l’ostacolo più serio, e ci suggerisce che l’estinzione potrebbe essere il destino più comune per qualsiasi forma di vita, e che un pianeta abitabile deve essere abitato per continuare a rimanere tale.

 

X-ray: NASA/CXC/SAO/E.Bulbul, et al.

 

Meno convincente è l’ipotesi che il collo di bottiglia consista nel passaggio evolutivo che porta dagli organismi unicellulari a quelli pluricellulari: sulla Terra è accaduto ben 46 volte. Più discussa è invece la possibilità che il Grande Filtro si trovi molto più avanti nell’evoluzione, e precisamente che si vada ad abbattere sulla comparsa di una specie intelligente.

In tutti questi casi, la comparsa della vita nell’universo sarebbe un evento estremamente raro e il caso di una civiltà come la nostra potrebbe facilmente essere unico. L’unica alternativa è che, beh, siamo semplicemente i primi. Suona strano, ma a pensarci bene a qualsiasi festa, è inevitabile, ci sono degli invitati che arrivano prima di tutti gli altri.

Altrimenti, resta sempre la possibilità che il Grande Filtro si trovi nel nostro futuro, e questa è una prospettiva più preoccupante; la nostra civiltà non è l’unica, non è la prima, e se non c’è nessuno là fuori è perché il Grande Filtro consiste in qualche spiacevole evento a cui con ogni probabilità anche noi andremo incontro: si può trattare di catastrofi naturali delle più varie, a partire dall’impatto di un meteorite con la Terra, ma anche del potenziale autodistruttivo di cui dispone qualsiasi civiltà una volta raggiunto un grado di sviluppo tecnologico pari o superiore al nostro.

Prima di diventare troppo paranoici, passiamo ad esaminare il secondo scenario: c’è qualcuno là fuori! Il fatto che non ne abbiamo ancora alcuna evidenza si può spiegare in almeno cinque modi diversi; e saranno di conseguenza diverse anche le strategie da adottare per riuscire ad arrivare ad un contatto.

La prima possibilità è che siamo ancora un po’ vittime dell’immaginario di Star Trek o della corsa allo spazio degli anni ‘60. Già oggi la fantascienza propone una visione del cosmo diversa, meno utopistica e molto più problematica: una volta abbandonato il nostro pianeta ci troviamo nel vuoto, in un ambiente estremamente ostile e inadatto alla vita, negli ultimi anni ben reso sul grande schermo da film come Sunshine di Danny Boyle e Gravity di Alfonso Cuarón. È davvero desiderabile iniziare ad esplorare l’universo?

 

 

Forse gli extraterrestri hanno risolto tutti i loro problema energetici, hanno sconfitto la mortalità connettendo le loro menti a qualche forma di cyberspazio molto evoluto, e vivono in una sorta di eternità paradisiaca senza porsi minimamente la questione di raggiungere gli angoli più remoti e periferici del cosmo, com’è la spirale della Via Lattea in cui ci troviamo, per venire a fare la nostra conoscenza. Anche noi, con il Sole che non si spegnerà prima di 5 miliardi di anni, avendo magari un po’ più cura del nostro pianeta, non è che avremmo questa urgenza di viaggiare in galassie lontane e colonizzare altri pianeti.

In questo caso la strategia migliore sarebbe quella su cui si sta puntando maggiormente negli ultimi anni, quella della ricerca di esopianeti abitabili. Di recente la NASA ha indetto una conferenza stampa per annunciare la scoperta di un sistema di sette pianeti, probabilmente rocciosi, in orbita intorno alla stella Trappist-1, tre dei quali si trovano alla giusta distanza da essa per avere acqua allo stato liquido, considerata un requisito fondamentale per la vita. Questo indirizzo di ricerca ha già portato alla scoperta di numerosi esopianeti negli ultimi anni, e presto le osservazioni verranno rese più facili con la costruzione in Cile di un European Extremely Large Telescope, dal diametro di 39 metri, che sarà pronto a partire dal 2024, e ancor prima con il lancio, dalla Guyana Francese, del James Webb Space Telescope, che ci terrà tutti col fiato sospeso nell’ottobre del 2018.

 

 

La seconda possibilità è che siamo degli incoscienti. Il motivo principale per cui il programma SETI non ha ancora ricevuto nessun tipo di trasmissione dallo spazio è che nessuno è così stupido da inviare messaggi e placche in giro per il cosmo, rendendo nota la propria esistenza e il proprio pianeta di residenza. Nell’universo non ci sono solo gli alieni gentili di Arrival, che si mettono in contatto con noi per donarci nuove conoscenze; ci sono anche quelli che arrivano e per prima cosa fanno esplodere la Casa Bianca con i raggi laser. Cosa diavolo stiamo facendo? C’è un motivo se l’universo è così silenzioso.

Quello del SETI è l’indirizzo di ricerca più datato: continuiamo a registrare segnali dallo spazio senza trovare nulla di decisivo, al contrario di quanto accade in Contact, il romanzo di Carl Sagan da cui è stato tratto il film diretto da Robert Zemeckis. Invece, parecchi fraintendimenti: sono state scoperte più volte sorgenti radio di segnali sorprendentemente regolari, ma nessuna di queste si è mai rivelata essere una civiltà extraterrestre.

 

X-ray: NASA/CXC/University of Amsterdam/N.Rea et al; Optical: DSS

 

La terza possibilità è che viviamo in una riserva naturale; gli alieni forse hanno già scoperto la vita sul nostro pianeta, magari alla loro visita hanno assistito i dinosauri o altre forme di vita che non hanno avuto modo di raccontarcelo. Può darsi che da allora gli extraterrestri ci osservino, discretamente e senza farsi notare, osservando rigidamente dei protocolli di non interferenza. Insomma, sarebbero loro ad aver deciso di non farsi trovare, e potremmo non saperlo mai, o venirne a conoscenza in futuro.

La nota teoria secondo la quale la nostra realtà sarebbe una simulazione, Elon Musk è uno di quelli che ci crede fermamente, può essere considerata una variante di questa possibilità. La premessa è molto semplice: se un universo può essere simulato, e tutto ci spinge a dire che sia così, dato che un giorno anche noi saremo probabilmente in grado di farlo, allora esiste una sola realtà vera e un numero potenzialmente enorme di realtà che sono invece simulazioni; in tal caso, il calcolo delle probabilità non lascia scampo. La nostra potrebbe essere molto facilmente una realtà simulata, e quando abbiamo scoperto le particelle subatomiche, beh, abbiamo fatto lo stesso passo che farebbero gli abitanti del gioco The Sims accorgendosi che il loro mondo è composto da pixel.

Anche qui, lo scenario paranoico è dietro l’angolo: se vivessimo in una simulazione e riuscissimo ad avviarne una equivalente, si verrebbe a creare una simulazione all’interno di un’altra, e chi ci sta simulando potrebbe decidere di spegnerci piuttosto che dedicarci la potenza di calcolo che sarebbe a quel punto necessaria. Nella Silicon Valley c’è chi si sta ponendo molto seriamente questioni del genere. Mentre, tra il serio e il faceto, qualcun altro si domanda se l’elezione di Trump e l’errore nella notte degli Oscar non siano segnali di una simulazione che sta andando per il verso storto.

 

ESA/Hubble & NASA

 

La quarta possibilità è che ci siano delle differenze enormi e sostanziali tra la nostra forma di vita e le altre. Non abbiamo ancora imparato a ragionare secondo i principi della relatività generale di Einstein, e diamo per scontate alcune cose che non lo sono affatto, prima fra tutte la percezione del tempo. Forse una tipica conversazione tra alieni in pausa pranzo dura quelli che per noi sono quattro secoli; anche se ci avessero inviato dei messaggi, con ogni probabilità non saremmo in grado di distinguerli dalla radiazione cosmica di fondo.

La quinta ed ultima possibilità è che siamo come le formiche. È una metafora che prendo in prestito a Tim Urban, alla cui analisi deve molto questo articolo, utile ad evidenziare sia una nostra eventuale impreparazione al riconoscimento di una presenza aliena, sia la possibile irrilevanza della nostra specie agli occhi di extraterrestri molto più avanzati tecnologicamente di noi. Immaginate una formica su un prato, mentre degli esseri umani stanno costruendo una nuova autostrada a quattro corsie: le sue capacità cognitive non le consentono una rappresentazione del mondo abbastanza precisa e sofisticata da capire cosa sta effettivamente accadendo di fronte ai suoi occhi. Cambiando punto di vista, immaginate invece l’arrivo di Francisco Pizarro in Perù: mentre sterminava gli Inca e fondava la città di Lima, ha forse provato a scambiare messaggi con delle formiche? Si è forse fermato a combatterle per spazzarle via da quella zona del mondo? Il condottiero spagnolo era semplicemente molto poco interessato alla loro presenza.

 

ESA/Hubble & NASA

 

Di fronte alla prospettiva di alieni così avanzati tecnologicamente, torna utile la scala di Kardashev, che distingue tre tipi di civiltà: quelle in grado di utilizzare tutta l’energia del proprio pianeta vengono definite civiltà di tipo 1 (l’umanità è vicina a questo traguardo e secondo il già citato Carl Sagan la si potrebbe dire una civiltà di tipo 0,7); quelle in grado di utilizzare tutta l’energia della propria stella sono civiltà di tipo 2, mentre le civiltà di tipo 3 riescono a sfruttare addirittura l’energia di un’intera galassia. Un nuovo indirizzo di ricerca potrebbe puntare proprio a identificare mega strutture costruite nello spazio da alieni in possesso di tecnologie del genere.

Trovare una stella che inizia a brillare in modo inconsueto, in questa prospettiva, potrebbe significare ad esempio scoprire una sfera di Dyson in fase di costruzione: una struttura del genere, ipotizzata da Freeman Dyson negli anni ‘60, andrebbe a rivestire e di conseguenza ad oscurare completamente una stella, allo scopo di catturarne tutta l’energia prodotta.

Questa lunga analisi finisce qui, con un ultimo dubbio: tutte le ricerche che abbiamo visto sono indirizzate a trovare un alieno che non è mai così difficile da immaginare. Sarebbe complicato fare alcuna ricerca altrimenti, è vero, ma qui mi viene in mente la famosa riflessione di Thomas Nagel, che si chiedeva cosa si provi ad essere un pipistrello, e fino a che punto un essere umano possa arrivare a comprendere una tale alterità, avendo capacità cognitive indissolubilmente legate alla specifica esperienza di essere, appunto, uomo; e dunque quando si parla della tecnologia, delle conoscenze degli extraterrestri, dei mezzi che userebbero per comunicare o delle tecniche che utilizzerebbero per soddisfare il loro fabbisogno energetico, resta l’impressione che in qualche modo si parli sempre e comunque di noi, di come potrebbe essere la nostra stessa civiltà tra cento o mille anni, o in un futuro alternativo. Probabilmente, qualora trovassimo davvero vita intelligente nello spazio, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più sorprendente.

 

Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Scrive di videogiochi su Ludica. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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