Rossana Campo, intervista
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Rossana Campo, intervista

Narratrice affermata, ma anche outsider del sistema editoriale, è estranea a qualunque forma di presenzialismo d’accademia. Ci siamo date appuntamento a piazza Vittorio.

Se in principio erano le mutande, cosa è venuto dopo? A partire dal suo esordio nel 1992, con l’antologia Narratori delle Riserve a cura di Gianni Celati, e col romanzo In principio erano le mutande, Rossana Campo è arrivata a firmare con Il posto delle donne (Ponte alle Grazie, 2013) il suo dodicesimo romanzo, scritto in un anno di continuo movimento tra Parigi e Roma. Narratrice affermata, ma anche outsider del sistema editoriale, è estranea a qualunque forma di presenzialismo d’accademia.

Ci siamo date appuntamento a piazza Vittorio. Il cielo si sta annuvolando, percorriamo sotto qualche goccia di pioggia il perimetro della piazza, che lei definisce il suo quartier generale. Prendiamo posto a un bar cinese circondate da cinesi in giacca e cravatta. Questo è quanto sono riuscita a cavare fuori dal registratore in un pomeriggio trascorso a chiacchierare di punk, letteratura, femminismo, politica e —ovviamente — mutande.

 

La tua cifra sembra essere quella della leggerezza, l’immediatezza catturata sulla pagina. Puoi definirla una sorta di poetica?

Probabilmente sì. Da una parte c’è un fattore di orecchio, che mi appartiene come attitudine ad ascoltare volentieri le chiacchiere delle persone, specie delle donne. Ma partendo da questo sai bene che se trascrivi e basta una cosa che ascolti non ottieni niente, è necessario un grande lavoro (letterario) per dare l’idea che veramente è come se non fossi nella letteratura, ma stessi piombando nel bel mezzo di un discorso. Mai sentita così bene, il mio terzo romanzo, era stato criticato perché mi si accusava di aver semplicemente sbobinato discorsi ascoltati; la critica più giovane invece ha compreso il lavoro che c’è dietro. L’apparenza non risulta letteraria perché non è patinata. Il passato remoto lo trovo molto finto, un artificio ingombrante, per lo più derivato dalle traduzioni della letteratura straniera, il “traduttese” come lo chiama Gianni Celati. Come lettrice sono grata agli scrittori, soprattutto gli angloamericani, che mi hanno catapultato nelle loro storie. Hemingway, Ivy Compton Burnett, Bukowski e Henry Miller per dirne alcuni, sono stati grandi maestri di dialoghi.

Ti riferivi a loro già all’epoca del tuo esordio negli anni Novanta?

Ho esordito nel 1992, ma a diciannove anni avevo capito che la scrittura sarebbe stata la mia strada: prima del mio esordio avevo già una decina di anni di scrittura alle spalle, praticata quasi quotidianamente; proprio per questo motivo mi fa strano leggere alcuni giovani aspiranti scrittori che mi chiedono aiuto per pubblicare quell’unico racconto che hanno appena concluso. Io ho scritto tantissime cose prima di arrivare al primo romanzo pubblicato. Se intuisco che qualcuno vuole fare lo scrittore solo perché pensa che sia figo gli dico in genere di ripassare tra una decina di anni.

E se non si fa lo scrittore perché fa figo, secondo te qual è il motivo principale che ti ha spinto a scegliere questa strada?

Sarà forse un’idea romantica, ma non credo che queste cose si scelgano, piuttosto si viene scelti. Io fin da bambina ho vissuto nel mondo parallelo delle storie, una dimensione talmente importante che non c’è stato un vero momento in cui posso dire di avere scelto: è sempre stato così. La prima cosa che ho scritto era una mini raccolta di cinque racconti. Avevo quattordici anni e ciascun racconto aveva come titolo un nome femminile, ed erano nomi assurdi: Annapaola, Euridice… Ogni racconto era la storia di una di queste donne, tra le quali ricordo una professoressa di italiano in pensione e una giovane tossicomane; messi tutti insieme vennero a formare la mia prima raccolta, battuti a macchina e rilegati insieme in modo del tutto artigianale sono diventati il mio primo libro. Come il ragno che fa la tela, ero arrivata a questo punto guidata dall’istinto, l’istinto dello scrittore. Questo ti dice se sei uno scrittore o meno. Poi puoi essere un grandissimo scrittore alla Tolstoj o un piccolo narratore di provincia, ma è il lavoro continuo che c’è dietro che ti permette di appartenere alla categoria.

Sei stata definita “scrittrice punk” da Elena Stancanelli, che di recente ha scritto del tuo ultimo romanzo su D-Repubblica.

Anche se quell’articolo era molto buono e mi ha fatto piacere, diciamo che le definizioni non piacciono a nessuno. A ogni modo, quello che amavo molto del punk da ragazza era l’idea, finta, per la quale anche se non sai suonare nessuno strumento, puoi salire sul palco e fare la tua musica. Io non credo che si possa scrivere un romanzo senza una minima cognizione di ciò che c’è stato prima di te. Fare entrare nella scena letteraria italiana così formale, accademica e anche parecchio classista, dato che la maggior parte degli scrittori sono sempre stati borghesi, nuovi soggetti appartenenti a strati sociali marginali, come ha fatto per esempio Silvia Ballestra e come continuo a fare io, potrebbe forse corrispondere a quello che il movimento punk ha fatto nella musica.

 

 

Com’è nato Il posto delle donne?

In una delle prime scene in cui incontriamo Emma, l’eroina della storia, lei indossa questo giubbotto di pelle appena comprato in un negozio dell’usato e si è fatta fare un taglio di capelli radicale. È stato un momento che ho vissuto davvero a Parigi, stavo attraversando un periodo di separazione da tante cose e con uno di quei gesti un po’ simbolici e mezzo inconsci che ogni tanto noi donne facciamo, mi ero fatta tagliare i capelli molto corti e mi ero comprata questo giubbotto di cuoio usato come per proteggermi dal mondo. Da lì è partito, in una specie di sdoppiamento, il personaggio di Emma, ho cominciato a sentire questa donna che era stata abbandonata da qualcuno, che era sola, senza più nessun appiglio al mondo e vagava per certi quartieri di Parigi. La domanda che ogni scrittore odia sentirsi rivolgere, «Quanto di autobiografico è presente nella tua storia?», nel mio caso trova questa risposta: l’autobiografico sta nel momento dell’ispirazione, nell’immagine che ti spinge a scrivere e immaginare qualcosa partendo da quello che resta sempre il mio sentire. I miei personaggi non possono essere troppo diversi da me, non vuol dire però che le storie che racconto siano la cronaca della mia vita. Quello che scrivo è ciò che sento, è il mio modo di sentire le cose, le relazioni, il mondo. Credo poi che un certo estremismo emotivo faccia bene a uno scrittore: approfondire le emozioni, esercitare l’empatia, affondare nelle sensazioni. Se ti fermi a metà dalla pagina si sente subito. Se non sei in grado di andare fino in fondo con quello che stai raccontando, non funziona. Come diceva Burroughs, lo scrittore è quello che entra nell’arena e combatte col toro, non resta tra gli spettatori ad agitare le bandierine.

Lo percepisci subito quando una certa scena diventerà un romanzo?

Quasi sempre, sì. La folgorazione più grande mi è capitata forse per Sono pazza di te (Feltrinelli, 2001). C’era questa mia amica iraniana, che ha poi ispirato il personaggio di Goly, che mi chiese di dare una festa a casa mia a Parigi, invitando alcuni suoi ex compagni dell’ospedale psichiatrico nel quale era stata ricoverata per un po’ di tempo. Accettai perché la pazzia all’epoca era per me il culmine dell’esperienza umana. Gli invitati erano sette o otto, la cena comincia molto tranquilla, poi durante la cena cominciamo a bere e le cose prendono subito un’altra piega, soprattutto dopo che uno di loro era uscito dal bagno truccato da donna con in testa una parrucca blu elettrico. Propongo a tutti di uscire e continuare in qualche locale la nostra serata, era la notte di Halloween. In strada siamo incappati in un gruppo di donne truccate da streghe con grandi cappelloni, faceva già molto freddo eppure avevano tutte il seno nudo. A quel punto uno del nostro gruppetto di matti fa questa osservazione: «E poi vengono a dirci che i matti siamo noi!». Lì ho sentito che stava partendo un nuovo romanzo, e non dovevo fare altro che scriverlo. Proprio come mi è successo con la storia di Emma.

A cosa riconduci questa tua passione per i freaks?

Probabilmente a varie cose, una su tutte il fatto che io stessa da bambina, figlia di meridionali emigrati in Liguria, mi sentivo un po’ una marziana rispetto a tutto il resto. La mia passione per la letteratura deriva anche dal fatto che nei libri trovavo le storie di persone diverse da quelle che conoscevo nella vita di tutti i giorni. C’erano storie di un’umanità che sentivo strana, bizzarra come me e la mia famiglia. Lì fra le pagine mi sentivo a casa. Nella vita di tutti i giorni invece le persone mi apparivano “normali” e dunque non molto interessanti. Secondo me, uno scrittore deve andarsene in giro per le strade e frequentare tutti i tipi di umanità. Non mi interessa la scrittura solo per gli addetti ai lavori; penso a quello che diceva Eduardo Sanguineti, del quale sono stata allieva all’università di Genova: «Non è tanto importante pensare per chi si scrive, ma contro chi si scrive». Credo di poter condividere in parte questa massima. Il linguaggio che scegli di usare ha una potenza ideologica e questo lo percepisce chiunque, non solo chi si occupa di letteratura.

E la Rossana lettrice?

Adesso è un periodo in cui mi sto concentrando parecchio soprattutto sulla saggistica che approfondisce tematiche di genere. Mi piace molto il lavoro di Luisa Muraro sull’etica della differenza sessuale e sull’importanza simbolica del legame madre-figlia. Mi interessa molto il riconoscimento dell’autorevolezza delle donne, nel loro modo di sentire e di creare valore partendo dalle relazioni. Le donne parlano molto della propria intimità, cosa che gli uomini non fanno. In un certo senso le donne sono le migliori maestre della forma racconto, a loro appartiene la grammatica del sentire. Se mi chiedi cosa può fare la letteratura a livello politico e sociale io dico che può fare tanto: ogni volta che leggi fai un viaggio di consapevolezza della tua vita e del mondo.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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