Sono stata a Istanbul alla fine della scorsa estate. Avevo deciso di andare lì a trascorrere un po’ di giorni di vacanza e avevo scelto la meta attentamente, preferendola ad altre per un motivo ben preciso: mi interessava visitare la capitale turca prima che il processo di europeizzazione fosse entrato completamente in atto. Mi aspettavo dunque una città islamica ma già in buona parte occidentalizzata in usi e costumi. I fatti mi hanno fortemente contraddetta. Sono stata sorpresa da un numero incredibilmente alto di “donne ninja” per le strade, e non solo nelle zone più popolari, ma perfino in un quartiere moderno come Beyoglu; coperte dalla testa ai piedi sotto il caldo torrido di agosto, in fila per visitare il Topkapi Palace, al ristorante, o nelle strade dello shopping. Alcune di loro avevano una sorta di grata all’altezza della bocca, che faceva veramente paura a vedersi ed era in netto contrasto con le borse Vuitton portate a braccio. Donne ninja. Beril le ha chiamate in questo modo quando le ho chiesto come mai ce ne fossero così tante. «Non sono obbligate a portare il velo, il nostro è uno stato laico, ma ultimamente il partito conservatore si sta facendo più severo. Certi atteggiamenti fondamentalisti stanno tornando a galla.»
Beril fa la violinista, vive in Germania, dove lavora in un’orchestra. Non ha neppure trent’anni. Era con il fidanzato, che invece lavora in uno dei più importanti studi di produzione musicale della Turchia. È tornato dall’America perché l’offerta era particolarmente interessante. Li ho conosciuti una sera al Peyote, uno dei locali alternativi del centro di Beyoglu. Una delle cose che non dimenticherò mai di lei è la sicurezza con cui dichiarò che non sarebbe mai tornata a Istanbul, a meno che non fosse cambiato il governo.
Ho pensato a Beril quando pochi giorni fa è arrivata la notizia degli scontri violenti tra manifestanti e polizia in piazza Taksim, a Istanbul. Avevo commentato una foto del ponte di Galata pieno di gente, un fiume di gente, che si dirigeva verso il cuore della protesta a manifestare il dissenso verso il governo Erdogan, lei allora mi ha contattato invitandomi a supportare la protesta mediante la rete.
Ho messo insieme in forma di piccola intervista quanto ci siamo dette la sera della prima giornata di scontri. Secondo Wikipedia Recep Tayylp Erdogan non è né più né meno che un politico turco. Le fotografie che circolano in rete non tradiscono affatto gli anni del suo esordio che – dopo una fortunata carriera giovanile come calciatore – si è avviato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Nel 1998 fermo un turno: in prigione senza passare dal via. Conoscete il poeta Ziy? Gökalp? È un pensatore e letterato che operò all’inizio del XX secolo. Le sue idee attingevano a principi tardo-romantici, caratterizzati per lo più da un idealismo di tipo nazionalistico. Nel 1998, appunto, Erdogan viene accusato di incitamento all’odio religioso per aver letto in pubblico alcuni versi di questo poeta:
«Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati… »
Scontata la sua pena, si rilancia in politica fondando il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di stampo religioso-conservatore e conosciuto come AKP, attualmente al governo. Un interlocutore quanto mai ambiguo sia in politica interna che estera, a giudicare dai rapporti con la Casa Bianca in seguito alla recente questione siriana.
Che cosa rappresenta Erdogan per le persone che stanno protestando in piazza Taksim?
Erdogan è l’Hitler dei giorni nostri. È un grande dittatore fascista. Ha diviso la popolazione turca e ha messo tutti gli uni contro gli altri: turchi, kurdi, armeni, ebrei… ma oggi si sono messi tutti insieme per opporsi, perfino i tifosi di squadre di calcio che generalmente non avrebbero mai appoggiato i propri avversari, in campo. Il partito di Erdogan è l’AKP. È il cosiddetto partito religioso. Loro posseggono il 50% dei voti. Ma c’erano migliaia di nomi di persone decedute sulle liste dei votanti. Il partito ha elargito denaro, frigoriferi, elettrodomestici, oggetti elettronici agli abitanti dei villaggi, comprando così i loro voti. Hanno fatto in modo che la gente povera e illetterata gli credesse e desse loro fiducia basandosi su una serie di bugie travestite da principi religiosi.
Come descriveresti l’attuale situazione in Turchia?
La situazione in Turchia è la seguente: non siamo più liberi, è proibito protestare o dissentire dalle decisioni del governo, è considerato un crimine camminare con la bandiera turca per strada e festeggiare con zelo eccessivo le ricorrenze nazionali. A parte questo dobbiamo stare molto attenti a come ci vestiamo, a come ci comportiamo nella vita di tutti i giorni. Erdogan impedisce ai mezzi di informazione di parlare di tutto questo. Se vogliamo sapere cosa sta accadendo nel mondo o anche solo nelle altre città della Turchia, abbiamo un solo canale televisivo di sinistra per attingere a informazioni non manipolate. Tutti gli altri canali sono di proprietà del governo o sotto la sua influenza. Normalmente l’esercito non avrebbe tollerato questo tipo di tensione, ma Erdogan ha posizionato ai vertici persone di sua fiducia che adesso sono ai suoi ordini e appoggiano le sue decisioni. Ha allontanato tutti i grandi comandanti che erano a favore della Repubblica Democratica della Turchia e li ha sbattuti in prigione. Insieme ovviamente a centinaia di giornalisti e migliaia di studenti che hanno osato manifestare all’Università. Perché Erdogan ha fatto anche questo: ha cambiato i rettori universitari, sostituendoli con altri che appoggiano il suo partito. Un famoso pianista compositore è stato per dieci mesi agli arresti domiciliari perché aveva scritto frasi giudicate sovversive sul suo account privato di twitter.
La Turchia è un importante punto di collegamento tra l’Europa e i paesi dell’Est.
L’impressione che abbiamo è che paradossalmente Erdogan stia facendo il gioco dell’America, con la tecnica del dividi e comanda. Ci tengo a ricordare che quest’uomo è a capo del partito religioso, ma la Turchia è una repubblica atea e democratica, non abbiamo una religione di stato, anche se la maggioranza della popolazione è islamica. Formalmente uomini e donne, nella nostra repubblica democratica, sono considerati uguali. Di fatto oggi non è più così. E questa situazione è insostenibile, soprattutto da parte di una classe di giovani emancipati e colti che si sono aperti alla cultura occidentale di modello europeo, sempre più numerosi negli ultimi vent’anni.
Qual è il significato politico della protesta a Gezi Park?
Gezi Park è l’ultima zona verde rimasta nel centro di Istanbul. È stata venduta a un’impresa estera che avrebbe dovuto costruirci un centro commerciale. Erdogan ha venduto tutto, non appartiene quasi più nulla allo Stato. Il primo giorno erano in pochi a protestare, un centinaio di persone si sono opposte all’arrivo delle macchine che avrebbero proceduto all’abbattimento degli alberi. Quando la polizia ha attaccato i manifestanti il primo giorno, Erdogan ha dichiarato alla televisione che non avrebbe fermato i lavori di demolizione del parco, perché solo uno scarso centinaio di persone avrebbero voluto mantenere l’area verde. In realtà i loro cartelli dicevano chiaramente: Basta con la dittatura. Il giorno dopo sono arrivati manifestanti da tutta la Turchia. Gli scontri sono stati violenti durante il giorno, ma la notte è stata peggiore. Una nostra amica colpita da un estintore è andata in coma e poco fa abbiamo avuto notizia della sua morte. Si chiamava Lobna Al Lamii, è ancora su facebook, vorrei ricordarla come una delle prime vittime di questa sorta di guerra. «Sono venuti in centomila, e quindi?» – ha dichiarato Erdogan poco fa – «io posso schierarne un milione» (pubblichiamo senza certezza della fonte n.d.d.). Leggo adesso: più di novanta dimostrazioni in tutto il Paese, più di novecento arresti (Beril segue gli avvenimenti in streaming dal canale www.canlitelevizyonlar.net n.d.a.).
E tu cosa pensi di fare?
Per motivi di lavoro io sono attualmente in Germania, ho perfino pensato di tornare, ma i miei genitori mi stanno scongiurando di non farlo. Quello che mi sento di fare allora è di diffondere la verità, raccontare quanto sta realmente succedendo rendendo vani tutti i tentativi di oscurare le violenze che Erdogan sta sostenendo ai danni della democrazia.
Ripensando alle serate tutte musica e cocktail trascorse con Beril e i suoi amici nell’estate dei club di Beyoglu, mi pare impossibile che qualcuno dei nostri coetanei turchi possa aver fatto parte dei sostenitori di Erdogan e delle sue manovre consevatrici. Ma ancora una volta ho sbagliato a generalizzare troppo. Mi sono ricordata di Burak, un ragazzo conosciuto pochi giorni prima di Beril, al concerto di Feist in uno dei quartieri ‘bene’ della città. Simpatico, gentile, con la tendenza a eccedere in ospitalità, come la maggior parte dei turchi che ho incontrato. Anche lui vive all’estero, in Canada, dove studia alta finanza «per diventare uno dell’1%» (ha detto proprio così). Ci ha fatto fare un giro di Istanbul sulla sua mercedes decapottabile a due posti, poi ci ha offerto il pranzo con la sua mastercard gold. «Bella la vita, a Istabul» ho detto. «In Italia non scherzate: pasta, belle donne, Berlusconi», ha risposto. E non stava ironizzando affatto. «Lui è uno fico», ha aggiunto.
Quello che è successo a Istanbul non è in alcun modo uno scontro generazionale di giovani europeizzati contro vecchi conservatori. È a tutti gli effetti il prodotto di culture sempre più insofferenti alla compresenza e alla loro incompatibilità. Quello che poteva essere uno dei punti di forza della città sul Bosforo, incontro di tante tradizioni così profondamente diverse tra loro, sta diventando il punto debole da sfruttare da parte di un governo che non chiede altro che legittimare i propri interventi sempre più autoritari.
Foto di Alessio Toro.

