Troppo sensibile
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
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Troppo sensibile

?
La luce rossa del semaforo mi sta scavando la faccia.
Le scaglie delle guance si depositano a flussi ordinati sui tappetini del taxi.
Formicolano piano sui vetri le gocce di pioggia con rumore dirompente e gusto di zucchero; infradiciano la consistenza del taxi, fatto di carta: lo sento ammassarsi sui binari del tram dell’incrocio quando strilla il verde.
La pelle che la luce rossa mi ha staccato dalla faccia ora mi si sta attaccando alle scarpe marroni scamosciate, diventando una cosa sola: ora sono beige, non si intonano più ai pantaloni.

Quando sono uscito, alle sette e mezza, non pioveva, ma la foschia mi bagnava i vestiti e i capelli. La pelle delle mani, mentre camminavo per la metro, diventava sempre più umida e verde.
Il salnitro si stava radunando sul fondo delle tasche, insieme alle unghie cadute. Camminando udivo il rumore metallico delle mie ginocchia, a quell’ora sono sempre bulloni. Alcuni bambini si giravano sentendo il clangore. Mi hanno stritolato per bene con lo sguardo, incrinandomi una costola. Ho cercato di finire il percorso quanto prima possibile.
Arrivato davanti ai tornelli della metro ho messo la mano in tasca, ma le dita non afferravano nulla. La pelle delle mani era diventata verdognola e viscida, senza consistenza, quasi senza ossa come un’alga. Avrei dovuto tenere le mani in tasca per tenerle calde. Così molli erano inservibili.
Sono rimasto un po’ così, con le mani al caldo, sperando che non rimanessero alghe. Ma intanto il tempo passava e il colloquio era alle nove e non avevo tempo da perdere. Però non potevo arrivare là con le mani d’alga. Ho iniziato a saltellare per scaldarmi prima.
I vigilanti mi osservavano, tracciando con gli occhi delle linee grigie tratteggiate tutte intorno a me; cercavo di non calpestarle muovendomi, ma loro continuavano a restringerle sempre più attorno ai miei piedi, perciò alla fine mi sono deciso a tirare fuori le mani e a oltrepassare i tornelli.
L’odore della metro è di carbone e umidità.
Lo vedo distintamente quando respiro nella galleria.
È un fumo di piccole spine di monossido di carbonio; sono, a ben guardarle, frecce, come di mercurio.
La nube si muove da una galleria all’altra, forse guidata dai binari, arriva e va verso le budella nere della rete ferrotramviaria, assume con le luci della banchina riflessi petroleosi, entra nelle bocche e nei nasi, ne esce con una tonalità lilla.
Le mani stanno tornando alla normalità. Cominciavo a temere di doverle tenere nelle tasche per tutta la durata del colloquio: sarebbe stata la fine. I vacui imbecilli che fanno i colloqui badano molto a queste cazzate, e io ho molto bisogno di questo lavoro. Sono stato raccomandato e non posso far fare brutta figura alla persona che mi ha raccomandato.
 
Il vagone del tram ha luci di salgemma.
Mi chiedo se riuscirò a sedermi. Ma non ci tengo nemmeno troppo: il sonno, il freddo e la
concavità dei sedili mi inglobano e mi premono sugli omeri. Esco sempre dalla metro con due lividi sugli omeri. La mia ragazza mi chiedeva sempre come me li facevo quei lividi e io non sapevo mai come rispondere. Lei aveva una pelle molto chiara, che potevo guardare direttamente solo se non esposta al sole, altrimenti mi accecava per alcuni secondi.
Il suo ricordo era in un passato molto diverso, tanto diverso da sembrarmi lontanissimo, lontano al punto da passare quasi per un ricordo suo e non mio.
Non c’è da sedersi. Resto in piedi. Qualcuno, alla nuova fermata, mi urta.
 
È una signora grassa, con un lungo soprabito leopardato; i capelli neri piastrati e lucidi percolano sul soprabito con goccioloni, un paio mi cadono a un centimetro dalle scarpe, fortunatamente evitandole; si appiglia poco lontano da me, senza chiedermi scusa per la spallata che mi ha fatto urtare la tempia al sudicio tubo rosso.
Speravo che non si vedesse troppo il cranio ammaccato, altrimenti avrei dovuto tenere il cappello in testa durante il colloquio. Chissà che cosa avrebbero pensato gli esaminatori… “Ecco, ha il cappello!”.
 
Sono arrivato in orario dove dovevo arrivare. La persona che mi ha ricevuto è anche quella con cui ho parlato, che mi ha fatto le domande. Sembrava non sapere nulla della raccomandazione.
Ho cominciato a sudare e, a sorpresa, ho notato che il sudore si portava giù con sé nel colletto della camicia i capelli. Intere ciocche hanno preso la via dello scarico. Ma non potevo far nulla: ormai il colloquio era all’inizio e non potevo uscire dalla stanza per andare in cerca di rimedi. Eroinchiodato per le cosce da grossi spilli alla sedia.
Ho sopportato per tutto il tempo del colloquio i capelli pungermi la schiena nella camicia, mentre per l’esaminatore tutto sembrava scorrere normalmente.
 
Tornato in strada mi sentivo così esausto che per andare a casa ho fermato un taxi.
La mano che ho alzato ha riflettuto il suo biancore di carta. Ma ero troppo stanco per preoccuparmene. Quando sono stressato, le mani mi diventano lucide al punto da potermici specchiare. L’aria cupa di smog era filtrata perfino nell’abitacolo. È tutta di perline scure, un po’ diversa da quella della metro.
Odio il taxi: ogni volta che le macchine si affiancano sento le parti molli di braccia e gambe sprimacciarsi, fino a stringersi come in una morsa. Ma avevo preferito il dolore alla fatica di orientarmi nel traffico pedonale alla volta della metro.

Vorrei essere a letto, a casa mia, tranquillo, e invece sono ancora in taxi, diretto al medico, nello smog, pieno di dolori, con le guance escoriate dal semaforo e le scarpe non intonate al pantalone.
 
?
Prima di allora non avevo mai dimenticato un braccio su un taxi.
Sono gli effetti dello stress, non è facile rimanere senza lavoro alla mia età, e più sto a casa più mi annoio e mi deprimo, e mangio, e ingrasso, e mi deprimo. Questa cosa del braccio, la cui mano, per altro, stringeva il manico della mia ventiquattrore, ora non so come finirà. Forse dovrei cercare di ricordarmi il nome del tassista. Oppure chiamare il centralino della sua cooperativa. Ma cosa dico alla centralinista? “Buongiorno, ho dimenticato il mio braccio sul vostro taxi”?

Per fortuna il tassista è tornato indietro per la restituzione. Io ero già in imbarazzo (cosa si può pensare di uno che arriva a dimenticarsi il proprio braccio se non che, come minimo, è un idiota?), ma lui è stato di esemplare delicatezza: mi ha porto solo la ventiquattrore, come se non ci fosse il braccio attaccato e con un sorriso cortese ha detto “La sua borsa!”. Gli ho sorriso anche io, stirando alle orecchie le labbra, ma ho smesso subito, appena ho sentito la cucitura delle labbra stridere. Se mi fosse partito un punto mi sarei ritrovato a parlare come Bossi per un bel po’.
Ma non posso pensare che sia sempre così: ogni volta che impatto con la realtà il mio corpo si screzia. È come un manichino da crash-test.
Anche quando ho dato la mano all’esaminatore ho sentito le ossa dentro creparsi un poco, tipo crackers.

Il medico mi dà il barattolino di plastica e mi dice di andarlo a riempire. Accedo alla stanza da bagno. È microscopica.
Ho respirato molta aria sudicia da quando mi sono alzato. La mia urina ruscella annerita, turbata da una specie di tumore semitrasparente di pietruzze microscopiche. Ora, tutta nel barattolino, ha una nuance strana, come una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. E luce fu.
Sono tornato dal medico e speravo che fosse lui a prendere il discorso: “Lo sa che è la prima urina fluorescente che vedo?”. Invece niente, non ha dato la minima occhiata, ha solo detto “Lo poggi sul tavolo”.
 
?
Mi immergo nelle lenzuola.
Mi stupisco sempre della facilità con cui corpo e letto vadano uno nelle braccia dell’altro, specialmente quando la paragono alla difficoltà con cui accade il contrario, quando la mattina devo svestirmi dal letto e faccio tanta fatica.
Non rifaccio mai il letto; così, a fine giornata, posso semplicemente immergermi di nuovo dentro di lui, con le coperte che conservano memoria del mio corpo. I letti rifatti e di bucato fresco, per quanto gradevoli, non reggono il confronto. Ci passa la stessa differenza che passa fra un abbraccio e una stretta di mano.
Mi immergo nelle lenzuola, e pian piano, sento che tutte le ferite, abrasioni, ammaccature, fratture, si rimarginano. Tutte le umiliazioni, delusioni, offese, scortesie, fallimenti si asciugano lasciando una crosticina patinata che poco a poco si polverizza.

Ho scoperto di essere io solo a sentire il mondo in questo modo quando una volta, verso gli undici anni, entrai a scuola e mi sembrò che l’atrio si dilatasse. Domandai a un altro bambino se anche a lui fosse sembrato così. Lui, con aria candida e quasi un po’ spaventato dal mio spavento, mi disse di no e si allontanò. Da allora mi capitò di chiederlo sempre più spesso.
 
“Non c’è bisogno, so occuparmene da sola di mio figlio” era la frase con cui mamma stroncava papà, che avrebbe voluto farmi visitare da qualcuno per capire che mi succedeva.
Lei capiva, o sembrava capire, come aiutarmi. In molte occasioni non ho avuto che lei. La sua voce tranquilla, le sue parole affettuose.
Quando m’innamoravo e poi finiva, quando perdevo una partita della vita, quando c’erano rose che mi sbocciavano fra le dita o i peli potevano diventare aculei con cui ferirmi, molti sarebbero impazziti, ma fortunatamente non mi ha mai lasciato solo nei momenti di assurdità.
Anche quando sarebbe stato ragionevole il contrario, come quando morì papà e io ero a letto, impossibilitato a muovermi dalla sensazione di perdere gli arti a causa di una fortissima onda centrifuga che avvertivo ogni volta che cercavo di alzarmi. Lei mi stava vicino e ripeteva “Amore, non è colpa tua: sei solo troppo sensibile”.

A poco a poco le lenzuola insufflano radici di cotone nella mia pelle, giù giù fino ai tendini, e diventano propaggini del mio movimento.
Ritorno in quei giorni con mamma, che mi teneva abbracciato nella coperta, e a quella sensazione d’oceano, dove ero parte di un tutto pacificato, dove i dolori non portavano mai una pena.
Non vorrei più aprire gli occhi.
 Mamma, anche se ormai l’odore tuo comincia ad abbandonare gli armadi, c’è ancora l’orma delle tue carezze impressa sui miei muscoli. E tanto basta.
Ma domani ho un altro colloquio. Mancano sedici ore. E sono ancora troppo sensibile.

?

La luce rossa del semaforo mi sta scavando la faccia.

Le scaglie delle guance si depositano a flussi ordinati sui tappetini del taxi.

Formicolano piano sui vetri le gocce di pioggia con rumore dirompente e gusto di zucchero; infradiciano la consistenza del taxi, fatto di carta: lo sento ammassarsi sui binari del tram dell’incrocio quando strilla il verde.

La pelle che la luce rossa mi ha staccato dalla faccia ora mi si sta attaccando alle scarpe marroni scamosciate, diventando una cosa sola: ora sono beige, non si intonano più ai pantaloni.

Quando sono uscito, alle sette e mezza, non pioveva, ma la foschia mi bagnava i vestiti e i capelli. La pelle delle mani, mentre camminavo per la metro, diventava sempre più umida e verde.

Il salnitro si stava radunando sul fondo delle tasche, insieme alle unghie cadute. Camminando udivo il rumore metallico delle mie ginocchia, a quell’ora sono sempre bulloni. Alcuni bambini si giravano sentendo il clangore. Mi hanno stritolato per bene con lo sguardo, incrinandomi una costola. Ho cercato di finire il percorso quanto prima possibile.

Arrivato davanti ai tornelli della metro ho messo la mano in tasca, ma le dita non afferravano nulla. La pelle delle mani era diventata verdognola e viscida, senza consistenza, quasi senza ossa come un’alga. Avrei dovuto tenere le mani in tasca per tenerle calde. Così molli erano inservibili.

Sono rimasto un po’ così, con le mani al caldo, sperando che non rimanessero alghe. Ma intanto il tempo passava e il colloquio era alle nove e non avevo tempo da perdere. Però non potevo arrivare là con le mani d’alga. Ho iniziato a saltellare per scaldarmi prima.

I vigilanti mi osservavano, tracciando con gli occhi delle linee grigie tratteggiate tutte intorno a me; cercavo di non calpestarle muovendomi, ma loro continuavano a restringerle sempre più attorno ai miei piedi, perciò alla fine mi sono deciso a tirare fuori le mani e a oltrepassare i tornelli.

L’odore della metro è di carbone e umidità.

Lo vedo distintamente quando respiro nella galleria.

È un fumo di piccole spine di monossido di carbonio; sono, a ben guardarle, frecce, come di mercurio.

La nube si muove da una galleria all’altra, forse guidata dai binari, arriva e va verso le budella nere della rete ferrotramviaria, assume con le luci della banchina riflessi petroleosi, entra nelle bocche e nei nasi, ne esce con una tonalità lilla.

Le mani stanno tornando alla normalità. Cominciavo a temere di doverle tenere nelle tasche per tutta la durata del colloquio: sarebbe stata la fine. I vacui imbecilli che fanno i colloqui badano molto a queste cazzate, e io ho molto bisogno di questo lavoro. Sono stato raccomandato e non posso far fare brutta figura alla persona che mi ha raccomandato.

 

Il vagone del tram ha luci di salgemma.

Mi chiedo se riuscirò a sedermi. Ma non ci tengo nemmeno troppo: il sonno, il freddo e la

concavità dei sedili mi inglobano e mi premono sugli omeri. Esco sempre dalla metro con due lividi sugli omeri. La mia ragazza mi chiedeva sempre come me li facevo quei lividi e io non sapevo mai come rispondere. Lei aveva una pelle molto chiara, che potevo guardare direttamente solo se non esposta al sole, altrimenti mi accecava per alcuni secondi.

Il suo ricordo era in un passato molto diverso, tanto diverso da sembrarmi lontanissimo, lontano al punto da passare quasi per un ricordo suo e non mio.

Non c’è da sedersi. Resto in piedi. Qualcuno, alla nuova fermata, mi urta.

 

È una signora grassa, con un lungo soprabito leopardato; i capelli neri piastrati e lucidi percolano sul soprabito con goccioloni, un paio mi cadono a un centimetro dalle scarpe, fortunatamente evitandole; si appiglia poco lontano da me, senza chiedermi scusa per la spallata che mi ha fatto urtare la tempia al sudicio tubo rosso.

Speravo che non si vedesse troppo il cranio ammaccato, altrimenti avrei dovuto tenere il cappello in testa durante il colloquio. Chissà che cosa avrebbero pensato gli esaminatori… “Ecco, ha il cappello!”.

 

Sono arrivato in orario dove dovevo arrivare. La persona che mi ha ricevuto è anche quella con cui ho parlato, che mi ha fatto le domande. Sembrava non sapere nulla della raccomandazione.

Ho cominciato a sudare e, a sorpresa, ho notato che il sudore si portava giù con sé nel colletto della camicia i capelli. Intere ciocche hanno preso la via dello scarico. Ma non potevo far nulla: ormai il colloquio era all’inizio e non potevo uscire dalla stanza per andare in cerca di rimedi. Eroinchiodato per le cosce da grossi spilli alla sedia.

Ho sopportato per tutto il tempo del colloquio i capelli pungermi la schiena nella camicia, mentre per l’esaminatore tutto sembrava scorrere normalmente.

 

Tornato in strada mi sentivo così esausto che per andare a casa ho fermato un taxi.

La mano che ho alzato ha riflettuto il suo biancore di carta. Ma ero troppo stanco per preoccuparmene. Quando sono stressato, le mani mi diventano lucide al punto da potermici specchiare. L’aria cupa di smog era filtrata perfino nell’abitacolo. È tutta di perline scure, un po’ diversa da quella della metro.

Odio il taxi: ogni volta che le macchine si affiancano sento le parti molli di braccia e gambe sprimacciarsi, fino a stringersi come in una morsa. Ma avevo preferito il dolore alla fatica di orientarmi nel traffico pedonale alla volta della metro.

Vorrei essere a letto, a casa mia, tranquillo, e invece sono ancora in taxi, diretto al medico, nello smog, pieno di dolori, con le guance escoriate dal semaforo e le scarpe non intonate al pantalone.

 

?

Prima di allora non avevo mai dimenticato un braccio su un taxi.

Sono gli effetti dello stress, non è facile rimanere senza lavoro alla mia età, e più sto a casa più mi annoio e mi deprimo, e mangio, e ingrasso, e mi deprimo. Questa cosa del braccio, la cui mano, per altro, stringeva il manico della mia ventiquattrore, ora non so come finirà. Forse dovrei cercare di ricordarmi il nome del tassista. Oppure chiamare il centralino della sua cooperativa. Ma cosa dico alla centralinista? “Buongiorno, ho dimenticato il mio braccio sul vostro taxi”?

Per fortuna il tassista è tornato indietro per la restituzione. Io ero già in imbarazzo (cosa si può pensare di uno che arriva a dimenticarsi il proprio braccio se non che, come minimo, è un idiota?), ma lui è stato di esemplare delicatezza: mi ha porto solo la ventiquattrore, come se non ci fosse il braccio attaccato e con un sorriso cortese ha detto “La sua borsa!”. Gli ho sorriso anche io, stirando alle orecchie le labbra, ma ho smesso subito, appena ho sentito la cucitura delle labbra stridere. Se mi fosse partito un punto mi sarei ritrovato a parlare come Bossi per un bel po’.

Ma non posso pensare che sia sempre così: ogni volta che impatto con la realtà il mio corpo si screzia. È come un manichino da crash-test.

Anche quando ho dato la mano all’esaminatore ho sentito le ossa dentro creparsi un poco, tipo crackers.

Il medico mi dà il barattolino di plastica e mi dice di andarlo a riempire. Accedo alla stanza da bagno. È microscopica.

Ho respirato molta aria sudicia da quando mi sono alzato. La mia urina ruscella annerita, turbata da una specie di tumore semitrasparente di pietruzze microscopiche. Ora, tutta nel barattolino, ha una nuance strana, come una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. E luce fu.

Sono tornato dal medico e speravo che fosse lui a prendere il discorso: “Lo sa che è la prima urina fluorescente che vedo?”. Invece niente, non ha dato la minima occhiata, ha solo detto “Lo poggi sul tavolo”.

 

?

Mi immergo nelle lenzuola.

Mi stupisco sempre della facilità con cui corpo e letto vadano uno nelle braccia dell’altro, specialmente quando la paragono alla difficoltà con cui accade il contrario, quando la mattina devo svestirmi dal letto e faccio tanta fatica.

Non rifaccio mai il letto; così, a fine giornata, posso semplicemente immergermi di nuovo dentro di lui, con le coperte che conservano memoria del mio corpo. I letti rifatti e di bucato fresco, per quanto gradevoli, non reggono il confronto. Ci passa la stessa differenza che passa fra un abbraccio e una stretta di mano.

Mi immergo nelle lenzuola, e pian piano, sento che tutte le ferite, abrasioni, ammaccature, fratture, si rimarginano. Tutte le umiliazioni, delusioni, offese, scortesie, fallimenti si asciugano lasciando una crosticina patinata che poco a poco si polverizza.

Ho scoperto di essere io solo a sentire il mondo in questo modo quando una volta, verso gli undici anni, entrai a scuola e mi sembrò che l’atrio si dilatasse. Domandai a un altro bambino se anche a lui fosse sembrato così. Lui, con aria candida e quasi un po’ spaventato dal mio spavento, mi disse di no e si allontanò. Da allora mi capitò di chiederlo sempre più spesso.

 

“Non c’è bisogno, so occuparmene da sola di mio figlio” era la frase con cui mamma stroncava papà, che avrebbe voluto farmi visitare da qualcuno per capire che mi succedeva.

Lei capiva, o sembrava capire, come aiutarmi. In molte occasioni non ho avuto che lei. La sua voce tranquilla, le sue parole affettuose.

Quando m’innamoravo e poi finiva, quando perdevo una partita della vita, quando c’erano rose che mi sbocciavano fra le dita o i peli potevano diventare aculei con cui ferirmi, molti sarebbero impazziti, ma fortunatamente non mi ha mai lasciato solo nei momenti di assurdità.

Anche quando sarebbe stato ragionevole il contrario, come quando morì papà e io ero a letto, impossibilitato a muovermi dalla sensazione di perdere gli arti a causa di una fortissima onda centrifuga che avvertivo ogni volta che cercavo di alzarmi. Lei mi stava vicino e ripeteva “Amore, non è colpa tua: sei solo troppo sensibile”.

A poco a poco le lenzuola insufflano radici di cotone nella mia pelle, giù giù fino ai tendini, e diventano propaggini del mio movimento.

Ritorno in quei giorni con mamma, che mi teneva abbracciato nella coperta, e a quella sensazione d’oceano, dove ero parte di un tutto pacificato, dove i dolori non portavano mai una pena.

Non vorrei più aprire gli occhi.

 Mamma, anche se ormai l’odore tuo comincia ad abbandonare gli armadi, c’è ancora l’orma delle tue carezze impressa sui miei muscoli. E tanto basta.

Ma domani ho un altro colloquio. Mancano sedici ore. E sono ancora troppo sensibile.

antonioromano
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