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Rarestorie
15 Dicembre 2013

Solo una torta

Che cos’è il piacere,
se non un dolore straordinariamente dolce?
[Heinrich Heine]
 
 
– Ma tu l’hai assaggiata la torta?
Ricordo che questa fu una delle poche cose che mi chiese durante quella fredda colazione invernale. Eravamo in uno dei bar del centro, in una delle traverse di corso Magellano. Erano appena le sei di mattina eppure c’era già tanta gente, lavoratori in procinto di iniziare una nuova giornata con i suoi ritmi frenetici, i suoi ritmi assurdi.
Io fui distratto solo dal motivo ripetitivo e metallico che veniva fuori da una macchina elettronica, di quelle che dispensa palline colorate. Bevvi il mio cappuccino cercando di farmi inondare, quanto più possibile, dal fumo che usciva dalla tazza. Mi è sempre piaciuto quell’odore misto a vapore che esce dalle tazze dei bar. Mi trasmettono sicurezza, ritengo siano un valido scudo alle insidie quotidiane.
Lei, pur non avendo neanche un’ora di sonno, mostrava già un tono agile ed energico ed io le ero lì, accanto, solo per farle un po’ di compagnia, perché mi era sembrato triste non accompagnarla. Aveva il treno tra meno di un’ora, treno che l’avrebbe riportata in un’altra città uguale, con un’altra corso Magellano e tanti altri bar sulle traverse, laddove incontrare altrettanti lavoratori nevrotici, preparati ad affrontare giornate con gli stessi ritmi frenetici ed assurdi.
Giunti in stazione alzò lo sguardo sul tabellone magnetico delle partenze e, rapida, scorse gli orari dei treni fino a riconoscere il suo di cui, sottovoce, pronunciò più volte i dettagli, come a fissarli meglio nella mente. Si avviò al binario con passo deciso e svelto ed io le corsi dietro imitando maldestramente la stessa sicurezza. Dopo un po’, tra rumori assordanti di locomotori, chiasso della gente, fischi pneumatici e stridi di freni, si fece spazio, dai diffusori, un’eco sterile: treno in arrivo al binario 3, prego allontanarsi dalla linea gialla. Il tempo per un veloce abbraccio e qualche espressione di circostanza e la vedevo già salire sul vagone metallico mentre trascinava con sé il piccolo bagaglio che aveva portato. Poi la vidi sprimacciare in modo sbrigativo il sedile su cui avrebbe prese posto e, nell’incrociare il mio sguardo, mi sorrise di un sorriso triste, mi soffiò un bacio attraverso il finestrino e da lì a poco la vidi scomparire lentamente insieme a tutte le altre carrozze.
Non fu sicuramente il saluto strappalacrime di un tempo ma, strano, non fu neanche tanto approssimativo come mi sarei aspettato. Avrei dovuto dirle che mi mancava, che non volevo se ne andasse, avrei dovuto convincerla a rimanere un altro po’ e invece non feci nulla per trattenerla: tacqui e accettai un feroce addio che mi lasciò, nei minuti a seguire, in un forte stato di disorientamento.
Era venuta tre giorni prima per la festa di Saverio, Savio per gli amici. Il lettore ha il diritto di sapere che la festa di Savio non è una festa come tante altre. La festa di Savio è la festa, un evento vero e proprio, da anni l’appuntamento più importante nel panorama mondano della realtà provinciale in cui vivo. Perché Savio si concederebbe a qualsiasi eccesso pur di rendere memorabile il giorno del suo anniversario e, da buon mantenuto, ha sempre comodamente attinto dal solido patrimonio degli accondiscendenti e benestanti genitori per celebrare la sua esistenza.
Quest’anno poi l’evento si caricava di ulteriore importanza perché ricorreva il suo trentesimo anno di vita. E lei non se l’era sentita di non venire. Lui era suo amico o meglio era mio amico, anzi meglio ancora, Savio era l’amico stronzo che, quando le cose tra me e Martina non andavano, aveva preferito dar conforto a lei, speranzoso di ricevere qualche carezza in cambio. E forse le avrebbe pure ricevute se non fosse che da lì a pochi mesi, lei ebbe un’offerta di lavoro altrove e, in men che non si dica, dispensò lacrime e saluti e andò via, accompagnata dalla vile esultanza del sottoscritto.
Ed ora si era letteralmente inventata tre giorni nel suo calendario affollatissimo. Era riuscita a sistemare ed incastrare tutto in modo da ritagliarsi un fine settimana libero da impegni ed avere la possibilità di raggiungerci per i festeggiamenti.
Io non la vedevo da più di un anno ed ero, perciò, estremamente teso. Da giorni vivevo un febbrile stato di nervosismo, mi sentivo oppresso da oscuri diritti e doveri. E mentre mi caricavo di insensati timori il tanto atteso momento era arrivato. Credevo che non avrei saputo affrontare la situazione, che avrei assistito alla disfatta delle buone maniere e, invece, le cose tutto sommato erano scivolate abbastanza fluide.
Come c’era da aspettarsi la festa era il ritrovo del genere di persona che frequentava Savio, gente proterva e formale, emula di modelli frivoli e inconsistenti e sognatrice di un mondo fatto prevalentemente di apparenze, soldi e divertimento. Io andavo con i soliti bigi compagni di sventure: Massimo, Stefano e l’irrinunciabile Ivan, una scorta solidissima con cui potevo affrontare le burrasche più tempestose. Noi, in qualità non di conoscenti, ma di degni rappresentanti delle sue vere amicizie, urtavamo un po’ con questo tipo di ambiente. Eravamo una nota storta, una fronda distaccata, una stretta minoranza che non si lasciava intaccare e a cui era tutto lecito.
Il protocollo diplomatico era notevole e prevedeva un primo momento di incontro, cui noi della vecchia guardia ci astenemmo, allo Stuart per un preliminare aperitivo di riscaldamento. Dopo si raggiungeva il Gone, una pantagruelica architettura sulla statale, venti kilometri fuori città, disegnata e progettata per spiazzare la sobrietà e ostentare un lusso smodato, pacchiano, assolutamente volgare.
Ed è direttamente qui che facemmo il nostro glorioso ingresso. La serata era quanto di più impegnativo si potesse immaginare e, se un tempo queste cerimonie artefatte mi scomodavano un bel po’, adesso mi scivolavano indifferenti, non provocandomi più alcuna reazione.
Sin dall’inizio accompagnammo la serata con discrete quantità d’alcool. Liberi da scazzi e senza alcuna remora, i miei compagni si lasciarono andare, da subito, all’istinto incontrollato e settarono il comportamento in modalità rimorchio facile e senza scrupolo. E, in quest’ambito, la faceva da padrone il buon Ivan, un autentico predatore spudorato che, quanto ad adescamenti e seduzioni vantava un repertorio più che invidiabile.
Non fummo in grado di decifrare se per beffa o per puro spirito sportivo ebbe il coraggio di sorridere più di una volta anche ad un’improponibile ex di una nostra conoscenza, lasciandoci supporre volesse dare una chance anche a lei che, lo sapevano anche i muri, non batteva chiodo ormai da tempi immemorabili.
Ma ci convincemmo della sua più completa degenerazione quando, in un momento in cui ci ritrovammo tutt’insieme, ci confidò che ritrovava una certa Mariangela molto più carina di quanto ricordasse, definendola un corpicino aggraziato e accattivante, una vera e propria bestemmia che si candidò, a buon diritto, come l’uscita memorabile della serata.
Io, d’altra parte, bevevo perché il bicchiere era l’unico a darmi sicurezze. Per quanto offuscato però riuscii a percepire nell’aria qualcosa di destabilizzante. L’avevo già vista un paio di volte e, inutile dire, in me creava un evidente stato di disagio. Vestiva un miniabito rosso rubino in jersey a vita alta, con spalline sottili e un corpino rivestito da pietre e una doppia frangia decorativa. E ai piedi indossava dei sandali a listini incrociati che gli regalavano furbescamente qualche centimetro di forma e slancio.
Avevo trovato il coraggio di avvicinarla solo dopo diversi momenti di marcatura lontana, appena accennata, roba da professionisti di spionaggio. Avevo esordito con un saluto sincero ma formale e lei aveva ricambiato in modo meno sostenuto. Dietro l’imbarazzo ebbi l’impressione che le facesse davvero piacere rivedermi e me lo confermò dopo pochissime battute insistendo sul fatto di trovarmi in ottima forma e facendo qualche osservazione ironica sulla mia stretta cravattina rossa. Ne commentò il colore acceso ed entrambi convenimmo che associarla al resto dell’abbigliamento era stata una scelta audace.
Poi, mascherato da una finta disinvoltura, presi a farle delle domande vaghe sulla sua nuova vita, la nuova città, il nuovo lavoro. E lei, meno brava nel simulare la difficoltà, si destreggiava goffamente tra un “sì beh, non va così male” e “nulla di nuovo, le solite cose”. E, intanto beveva in respiri brevi un qualcosa che doveva essere un manhattan e intrecciava le dita ad un ciuffo di capelli che, dal moderno caschetto nocciola chiaro, le scendeva giù fino all’altezza del mento. L’intera situazione era pregna di esitazione e timidezza poco oliata.
Dopo lenti istanti di sole occhiate aggiunse che di lì a poche ore avrebbe dovuto già prendere il treno per il ritorno, che era stanca di questa vita fatta solo di weekend. Parlammo un altro po’ e, quando cominciai ad intravedere il traguardo della conversazione e sentire troppi sguardi intorno a noi, la spinsi verso la terrazza per cercare un po’ di riservatezza. Lei non si oppose minimamente e, con rapide curve, attraversammo l’intera sala con un’aria complice che lasciava intendere che un giorno, tra noi, c’era stato qualcosa che andava ben oltre la semplice confidenza.
Fuori la serata era pungente e umida. Una luna grande e ruvida si staccava, capricciosa, su un cielo che anneriva una campagna monotona e uniforme interrotta, solo a tratti, da qualche vivace siepe selvatica. E in lontananza le luci della città, tanti piccoli puntini luminosi, sovrapposti l’un l’altro, che insieme tracciavano una piccola nebbia colorata.
Ormai separati dall’isteria della festa e sottratti alla vista di occhi indiscreti passeggiammo un po’ lungo l’ampia terrazza. Raggiungemmo infine il balcone, ci poggiammo sul parapetto in pietra chiarissima e, a tratti, ci distraemmo nell’indovinare quali arbusti adornassero il giardino, così ben illuminato da divertenti faretti da incasso. Adesso non sapevamo quali reali intenzioni ci spingessero avanti, i nostri cocktail erano quasi finiti e il nostro diventava un bere lungo, lento, bere stillicidio. Le parole ci avevano lasciati soli e l’esitazione, la timidezza poco oliata di prima, si erano trasformati in qualcosa di strano, indecifrato, che non saprei dire.
Lei prese a giocare incerta con la cannuccia del suo probabile manhattan ed io sapevo che stavamo percorrendo una linea di confine che, per non ricadere in errori già commessi, era meglio non superare.
La guardai con uno sguardo sfuggente e anche lei sapeva che stavamo percorrendo una linea di confine che, per non ricadere in errori già commessi, era meglio non superare.
Così trascorremmo un’eterna pausa di silenzio a dirci quanto era stupido il nostro modo di vivere e quanto possono essere eccessive le nostre aspettative, pausa che si interruppe solo quando mi offrii di accompagnarla alla stazione.
E così, ora che l’avevo lasciata, ora che il treno era partito la mia quotidianità mi investì di un freddo agghiacciante che mi raggelò le gambe. La stazione non è certamente il luogo più idoneo per farsi prendere dalla nostalgia per cui dovevo scappar via da lì e decisi di tornare subito a casa. Provavo un confuso senso di abbandono che cercai di soffocare facendomi distrarre dalle letture degli articoli di quei quotidiani gratuiti che recuperai alla metro.
Ma le notizie sulle quali mi imbattei appesantirono questo mio malessere. Più scorrevo gli  articoli e più mi rendevo conto che c’era un velo, uno schermo che mi impediva di cogliere la reale drammaticità degli episodi.
Quando tornai a casa ebbi solo il tempo di farmi una doccia per uscire nuovamente e, affrontare, anch’io una nuova giornata lavorativa. Ero stanco e irrequieto perché, anche quella volta, l’orologio aveva vinto la partita ed, ormai, come accadeva da tempo, dettava prepotentemente i ritmi della mia esistenza, senza che io potessi far nulla per contrastarlo. Era come un allenamento in una pista olimpionica: io che corro ed ansimante grondo caldo sudore e l’orologio come il preparatore a bordo pista che scandisce il tempo e mi spinge con l’asciugamano.
Scesi giù lungo la tromba delle alte scale di casa, feci alcuni angoli di strada e mi ritrovai, in piena concitazione, nei corridoi della metro a respirare quel cattivo odore di grasso meccanico e fare slalom tra la gente per bruciare qualche secondo.
Poco dopo ero in perfetto orario davanti al mio ufficio, il santuario che, da ormai cinque anni, consacravo ogni giorno come un devoto. La macchina del caffè era guasta e così preventivai un mal di testa nelle ore successive.  Arreso da questa prospettiva mi presi tutto il tempo e la calma per aprire la posta elettronica e dare uno sguardo all’agenda per cogliere le cazzate più importanti da sbrigare. Mi resi conto della straordinaria automazione con cui procedetti in queste attività e, al tempo stesso, provai lo stesso senso di disorientamento di poche ore prima. Era come se fossi stanco. Ormai il gioco cui assistevo da tempo non mi entusiasmava più, tutto mi sembrava troppo artificiale per poter andare avanti. Ero uno stupido attore in uno stupido spettacolo che tra l’altro, non mi divertiva più.
Totalmente demotivato ed impermeabile alle pressioni esterne fui in grado, se pur con affanno, di contenere gli impegni della giornata e riuscire a volatilizzarmi intorno alle sei. Nell’orologio marcatempo, il beep di lettura del badge risuonò come il gong del ring. Un altro match era finito e potevo finalmente ritirarmi negli spogliatoi ma, mentre il boxeur lo fa esausto e spossato io rinascevo dopo il combattimento.
L’aria densa dell’esterno mi entrava nei polmoni dandomi una forza che avevo ignorato nelle ore precedenti. Avevo deciso di fare un pezzo di strada a piedi, di intraprendere alcune vie del centro per catturare l’entusiasmo dei viandanti, il fervore di coloro che si davano allo shopping. Lo sferragliare dei tram, il tacchettio delle scarpe di alcune passeggiatrici però non mi consegnò il benessere sperato, anzi, mi resero impaziente, frettoloso di trovare una pausa.
Cercai rifugio in un bar, avrei consumato un aperitivo rinunciando alla cena. Ma quando venne la ragazza delle ordinazioni, temporeggiai. Le dissi che aspettavo qualcuno e, gentilmente, le chiesi di ripassare. Ero seduto a un tavolo vicino alla finestra. Adesso potevo vedere quella stessa confusione in modo più rallentato, adesso non c’era più l’aria gelida a colpirmi la faccia, i rumori da assordanti si erano assopiti e dolcemente miscelati alla musica della sala, diffusa da casse disposte in modo disordinato. Era uno dei tanti motivi lounge di quelli che, ormai, avevano letteralmente invaso quasi tutti i posti del genere.
Dopo tanto mi feci portare un long island. La stessa ragazza di prima fu molto premurosa perché immaginò che la persona che attendevo mi avesse dato buca. Era una biondina minuta, con un grembiule annodato in vita che le copriva un posteriore che le doveva creare complessi. Pensai che ero in una posizione avvantaggiata per decollare quando il mio stupido telefono prese a singhiozzare insistentemente con le sue applicazioni perditempo, quasi come fosse geloso della situazione. Dovetti assecondare le sue istanze e, seccato, risposi telegrafico ad una tempesta di parole e faccine. Tra le  tante richieste me ne giungeva anche una urgente di un collega. Dovevo contattarlo ma un icastico disorientamento, lo stesso che mi aveva accompagnato per tutta la giornata e che mi manteneva in sospeso tantissime altre cose, mi convinse vilmente a rimandare.
Tornai a casa con la voglia di mettere su un po’ di musica e fu una vecchia playlist che non ascoltavo da tempo a scivolarmi tra le dita del lettore e illuminarsi sullo schermo dell’impianto stereo di casa. Sprofondai sul divano e mi lasciai subito assorbire dalle morbide sonorità che occuparono repentinamente la stanza. E quando le casse presero a sillabare i think the kids are in trouble/i do not know what all the troubles are for… l’ambiente si caricò di un inudibile rimpianto e la mia mente cominciò ad inciampare nei ricordi più impensabili. E così salì a galla tutto un certo mondo avulso e immobile che adesso si lasciava sfogliare come le pagine di un vecchio album di fotografie ma che un tempo, non molto lontano, mi apparteneva.
E pian piano si fecero nitide certe situazioni, diventarono chiare le espressioni di certi volti amici, ombre ignote presero la forma di certi posti dall’aria familiare… e poi i colori di certe vie, le insegne di certi locali, un certo freddo odore di cappotti… certe risate mescolate a birra e suoni di chitarre, certe luci notturne e certe giornate lunghe…
E certe prime ore mattutine con le tenui sfumature dell’alba e l’aroma del caffè appena fatto, un certo lento calpestio su pozzanghere di foglie… certe tende grandi come tovaglie col profumo del vento, certi lampioni pallidi, certe impazienti attese… un certo odore di animali pigri, un certo incanto di gesti spontanei, una rara attenzione verso le cose stupide… e poi una certa stanchezza, di quella che ti dà energia perché sai che ne vale la pena…
E infine il contorno di certi occhi, certe gambe chiare e sottili, da ballerina di Degas, un certo disegno di labbra e un certo balsamo all’albicocca… certi movimenti leggeri, certi sorrisi insicuri, certi modi di mettere il broncio e altri di fingere l’incazzatura… e certe sorprese che ti riempiono il cuore, certi palpiti, certe parole calde, certi sussulti, certi gesti fatti di latte e caramello…
E, immerso in questo sogno sbagliato, mi ritrovai sonnambulo a prendere il telefono e digitare il suo numero, evidentemente cancellato solo dalle memorie dei miei dispositivi, quando improvvisamente mi ridestai e lo cancellai. Non passarono neanche due minuti e il mio dito, senza che il cervello se ne accorgesse, ripeté gli stessi movimenti ed io rilessi sul display la stessa combinazione di numeri. Stavolta però andai avanti e premetti il tasto per attivare la chiamata e, sul display, un simbolo a forma di ricevitore cominciò a lampeggiare nervosamente.
Al primo squillo ero stordito perché sentivo di aver fatto una cosa che non volevo fare. Al secondo mi sentivo patetico e melenso ma non trovai l’energia per riagganciare. Al terzo realizzai che ormai il danno era fatto e sarebbe stato ancora più stupido attaccare adesso. Al quarto ero sul punto di chiudere ma tentennai ancora un po’ quando, dall’altra parte, un tono morbido e innocente mi spiazzò.
– Pronto?
No, cazzo! e adesso che le dico? E presi a ciangottare come un balbuziente.
– Ciao… niente, volevo sapere… beh, sì… com’è andato il viaggio?… insomma tutto ok, sei tornata?… non mi hai fatto sapere nulla!
E lei: – Sì, sì, tutto ok… anche se non credevo di doverti…
Ed io, tempestivo -… e infatti no, non dovevi…
E lei che incalzava – Va bene ma mi fa piacere!…
– Ah, sì???
– Certo, lo sai che mi fa piacere!
E questa battuta fuori registro ci spiazzava un bel po’. Dovetti  intervenire.
– Ok, allora niente… ci sentiamo…
– Sì, sì… ci sentiamo!
E con tono simpatico: – Magari l’anno prossimo, al 31esimo compleanno di Savio.
Lei strozza una risata ed io:
– Ah, a proposito…  la torta era strana.
– Come scusa?
– No niente, stamattina mi hai chiesto se avessi assaggiato la torta.
– Ah già? ed era buona?
– Di buona era buona ma c’era qualcosa che non convinceva… aveva un sapore strano, indecifrato, che non saprei dire…
– Cioè?
– Boh, che ne so è che alla fine non era affatto dolce… sai, secondo me tradiva le aspettative!
E lei divertita: – Le aspettative? ma dai… era solo una torta!
– Già, hai ragione era solo una torta… solo una torta!
E dopo qualche altra battuta di circostanza, che si focalizzò sulle assurde tecniche di approccio di Ivan e sulla pettinatura improponibile di Mariangela, la linea cadeva muta lasciandomi in bocca un sapore strano, indecifrato, che non saprei d

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