Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Rarestorie
15 Dicembre 2013

Uno strano feticismo

Ogni anno cercavano di trascinarla al festone in maschera dell’Accademia di Moda. Stavolta c’erano riuscite. Tema: i Fratelli Grimm.
Era già Quaresima inoltrata e incontrando lungo il Campo Marzio gli sguardi contrariati di vecchie turiste cattoliche armate di impermeabili, foulard e rosari, Emma li interpretò come un chiaro segno di catastrofe imminente. Infatti avevano dimenticato i biglietti a casa. E costavano quindici euro l’uno.
Maschere indecifrabili e vagamente mignottesche erano raggruppate in capannelli ciangottanti davanti al teatro affittato per l’occasione, sfoggiando parrucche, mantelli e sigarette. Emma sperò che il motivo per cui tutte quelle persone rimanevano con le spalle curve e strette sotto il freddo umido insistente fosse il tabagismo, e non la scarsa attrattiva della festa.
L’attesa rivelò purtroppo che nessuno sgomitava per rientrare.
Tra i gruppi si notava la vivacità di un ragazzetto magrolino; indossava un elegante completo gessato che lungo la spina dorsale si trasformava in un voluminoso abitino bianco di pizzo con accessori ton sur ton. Fine metafora di un conflitto insuperato.
Da una porta a vetri sbucò Claudia. Le aveva invitate lei. Era l’unica del gruppo a frequentare l’Accademia e aveva passato diverse notti insonni a cucire il suo vestito per la sfilata; si beccava pure un voto. Aveva scelto Cenerentola allo scoccare della mezzanotte, metà stracciona e metà principessa (un’altra scissione verticale): da un lato della gonna pendevano spighe e paglia, dall’altra, un drappo di chiffon si appuntava in cima al fianco, si scioglieva in volute cangianti e proseguiva in una cascata di rose di stoffa, per morire nel laghetto luccicante dello strascico. Acconciatura e trucco assecondavano la schizofrenia del personaggio.
Nonostante il suo impegno,  la sfilata era stata vinta da un’altra Cenerentola. Perché è la figlia di.
-Quindi, come entriamo senza biglietti? – chiese Veronica.
-Solo-voi-comunque-che-spastiche-cazzo.
Da un breve scambio tra Claudia e la ragazza della cassa emerse che bastava un semplice “sì-sì le conosco” e pur non essendo neanche in lista le ragazze entrarono tutte e sette d’amblè.
Valeria fu subito inghiottita dalla folla per andare incontro al suo ragazzo, che insieme agli amici aveva studiato una maschera coordinata: Giacomo il cacciatore, Gabriele il lupo, Simone la nonna e Raffaele, un rugbista di un metro e novanta con la barba bionda, era vestito da Cappuccetto Rosso. Emma avrebbe preferito non salutarli.
-Ciao Raffo, come stai? Senti, devo chiederti scusa, l’altra volta-
-Ma che scusa, figurati. Tu come stai?
-Meglio, grazie. Sei la Cappuccetto Rosso più bella della festa.
-Eh lo so. E tu da che sei vestita? Biancaneve?
-In realtà sarei la regina cattiva.
-Troppo bella per essere la regina cattiva.
Da ovunque arrivasse lo sguardo di Flaminia, Emma se lo sentiva premere sulla bocca dello stomaco. Valeria distrasse tutti:
– Non sapete come stava Emma sabato scorso: dopo essere sparita per due ore infrattandosi su per le scale di un condominio con Gabriele, è svenuta su un divanetto al limite del coma etilico e Raffo l’ha messa in spalla come uno zainetto e l’ha caricata con disinvoltura tipo sacco di patate fino in cima a una rampa di scale lunghiiissima. A un certo punto hai pure dato una capocciata tremenda! Poi ti sei vomitata addosso e sbiascicavi fanuuulo afangulo tuttt! Aeeeia, AAeeia aa iia boossaaa. Che tra l’altro la borsa era rimasta in macchina. Anda ia esssti stroonsi, a fancuulo eesti stonsii…E ogni tanto sveniva.
-Quanto te piace a te raccontà le performance imbarazzanti degli altri?
Stasera Emma non avrebbe bevuto. Non troppissimo, ecco.
La straziante epopea che prevedeva il passaggio al guardaroba, la conta delle compagne perdute lungo la strada e la fila al bancone dell’open bar sormontato da inquietanti manichini di carta pesta durò circa mezz’ora. Nel tortuoso cammino Emma s’imbatté in facce più deformate dall’alcool che dal trucco: rampolli elettrizzati col mascara, giovani altezzose seminude, porcellini cocainomani con cravatta e quantità smodate di Cappuccetto Rosso versione sexy.  Più tardi, dalla balconata, ne avrebbero contate ventisei. Ce n’erano tre solo nel loro gruppo, se si conta il rugbista.
Tra l’ingresso e il bancone del bar si rimaneva facilmente invischiati in un magma umano fluente, umidiccio e autopropulsivo che – prima di sfociare nella sala accanto depositando le persone come le alghe una risacca – impediva di vedersi le scarpe e costringeva gli occhi ad una carrellata di sguardi ostili, pettegoli, arrapati, finti entusiasti o semplicemente persi nei touchscreen.
Quando finalmente fu rivomitata dalla folla Emma si accorse che discoteca si trovava nel teatro vero e proprio. La sala rotonda, abbracciata tutt’intorno da un piano rialzato, era sormontata da balconate che si sviluppavano a semicerchio fino ai lati del palco. Il perimetro era decorato da numerosi divanetti coppia-pomiciante-muniti e al centro del palco e su un paio di pareti laterali venivano proiettati a loop i movimenti scattosi e annoiati di modelli unisex che cambiavano posa avvolti in abbondanti stoffe optical. Veri poser.
La sala era piena di gente per lo più ferma, perché il drum and base trattenuto e ripetitivo  trasudava un certo disprezzo per gli astanti e non riusciva a farsi ballare nonostante l’openbar di vino.
Il dj era un bel ragazzo dalla faccia pulita; Emma cercò di attirare la sua attenzione con il sorriso più sincero del suo repertorio. Lui scostò la cuffia dall’orecchio destro e si chinò verso la pista.
-Lo so che è brutto da dire, però siamo gente semplice, vienici incontro, facci ballare.
Si era offeso, ma sorrise per il modo in cui era stata formulata la richiesta. Che poi era lo scopo di Emma.
-Tipo?
-Non lo so fai tu. Qualcosa di più ballabile.
Emma osservava attentamente la reazione del ragazzo, che senza interrompere il ritmico oscillare della testa teneva lo sguardo sulla sua consolle e accennava un sorriso di maldissimulata superiorità, quando vide spuntare una faccia conosciuta.
Si fissarono per qualche secondo con l’aria interrogativa del ma dove cazzo t’ho già visto, poi Emma si ricordò per prima e salutò. Lui rimase con la mano sospesa ad indicarla, la testa inclinata, gli occhi socchiusi, senza distendere le linee verticali tra le sopracciglia.
Che fosse miope?
Entrambi circumnavigarono la consolle e s’incontrarono a metà delle scale che collegavano i due livelli del teatro-discoteca.
-Ci siamo visti all’università, può essere? – urlava lei sopra la musica.
-Ah, sì. Quelle due o tre volte che ci ho messo piede. Ma tu avevi i capelli lunghi.
I capelli cortissimi disegnavano una piccola parentesi obliqua sulla fronte chiara sormontata da un diadema giocattolo; brillocchi di plastica trasparente grigio-argentata erano incollati su una base di cartoncino di forma piramidale un po’ storta, ancorata ad un cerchietto. L’insieme, paradossalmente, aveva un che di principesco.
-Sì. Avevo i capelli lunghi. E tu eri amico di Emiliano, Matteo…
-Sì-sì esatto.
-Io comunque sono Emma – e contestualmente allungava la mano per ripresentarsi, non ricordandosi il nome e sicura che lui non ricordasse affatto il suo.
-Riccardo.
-Riccardo. Di cognome?
-Bernardelli.
-Berna! Ecco come ti chiamavano.
-Berna, sì – e dopo tre secondi di stallo – Senti ma che hai detto al dj?
-Che nessuno stava ballando, se poteva cambiare musica.
-Ma no, non si fa! E poi che vuol dire?
-Ho cercato di dirglielo in modo carino, però è vero che nessuno sta ballando –  un gesto ampio della mano mostra la sala piena di persone parlottanti;  pochissimi si sforzano di muovere i piedi.
-Senti, ammesso che -. Aspetta vediamo: t’interessa la musica, no? Leggi, ascolti, scarichi, compri i cd, magari i vinili?
Emma annuisce.
-Ecco, allora – continua lui – ammettendo che per te fare musica in questo modo – e indica la consolle e le tavolette piene di manopole, leve e punti luminosi che il suo amico accarezza con amore – mettiamo che sia arte: allora tu andresti da Picasso a dirgli come dipingere un quadro?
-Non so se questa è arte, però Picasso il quadro se lo dipingeva nello studio per cazzi suoi, poi se te lo volevi comprare: bene. Altrimenti pace. Qui sei pagato comunque e ti devi confrontare per forza con un pubblico. È diverso.
-Ok, è vero. – Riccardo cerca le parole tra i fumi di sigaretta e quelli dell’alcool mentre il dj opta per un pezzo così commerciale che è quasi offensivo. Il simultaneo arricciamento di naso fronte e labbra di Emma e Riccardo conferma l’esistenza dei neuroni specchio.
-Ecco sono sicuro che ora i tuoi amici stanno ballando. Dove sono, fammi vedere.
-Veramente non li vedo più.
Quando lei si girò verso la pista, Riccardo vide la nuca sottile, le spalle bianche e dritte lasciate scoperte dal corpetto di velluto e dai lunghi guanti, neri e lucidi come lavagna bagnata. A voler essere sinceri, Riccardo non notava tutto questo: era più una sensazione d’insieme data dai ferormoni sparsi nell’aria.
-Quello che voglio dire – ricomincia Emma – è che secondo me non piace nemmeno a lui. É come se dovesse adattarsi.
-Esatto. Ovvio che non gli piace. Ma quello che vuole suonare lui è peggio, fidati. Se vogliamo, l’errore è di chi ha chiamato lui per una festa di gente che chiaramente non-.
-Forse sì, forse l’errore è di chi l’ha chiamato. Però da come lo dici tu sembra che sia colpa loro che non vogliono la musica giusta. Allora dimmi: che musica dovrebbero ascoltare? Che musica dovrei ascoltare, sentiamo.
-Ma no! Io non sono nessuno. Non esiste.
-Allora facciamo che è un consiglio, poi se voglio lo seguo, sennò no.
-Ma non è questo il punto, io non voglio insegnare niente a nessuno.
-E dài!
-Va bene, allora – ci pensa – cerca qualcosa di Ryoji Ikeda. Un artista del suono, giapponese, che lavora su frequenze al limite della percezione umana.
-Immagino che sia molto ballabile. Cercherò di ricordare il nome. Ma adesso? Qui?
-Non lo so, non lo so. Però se loro. Io non giudico nessuno, però se. Il punto è che è solo una questione di pigrizia. La gente si legge Fabio Volo, no?
-Questo è davvero un esempio abusato.
-Lo so, ma è vero!
-Puoi usare Baricco, se vuoi.
-Ok, allora Baricco, è uguale. Vuol dire comunque che la gente è pigra, si annoia pur di non cercare nuovi stimoli. Se solo si sforzasse.
Guarda tutta la sala tranne lei, poi la punta, si blocca, alza appena il mento:
-Conosci David Foster Wallace?
-Lo amo.
-Che hai letto? – porta indietro la testa, in segno di sfida, sospettoso.
-“Una cosa divertente che non farò mai più” e  qualche racconto da “La ragazza con i capelli strani”.
-Ok, va bene. Però c’è soltanto una cosa che devi assolutamente leggere di Wallace. Perché per esempio “Considera l’aragosta” puoi anche non leggerlo, davvero. Quello che devi per forza assolutamente, assolutamente leggere-.
Emma alza le mani parallele, a una ventina di centimetri di distanza l’una dall’altra, a tener sospeso un grosso volume inesistente.
-Esatto. “Infinite Jest”. Non puoi non leggere “Infinite Jest” se ti piace Wallace. Te lo dico, vorrai mollarlo a pagina dieci, a pagina cinquanta, poi di nuovo a pagina cento: fino alla fine tu vorrai mollare quel libro. Ma forse non lo farai. Anche solo per orgoglio.
Un amico si avvicina sornione e gli allunga un bigliettino quadrato per la consumazione dei superalcolici, indicando Emma con un breve scatto della testa. Riccardo lo guarda imbarazzato e mette in tasca il cartoncino. Emma ride.
-Pensano che ci stia provando. Comunque il punto è che magari ci metti tre mesi.
-Che manco “Delitto e Castigo”.
-Esatto.
-Perché vorresti dirmi che ti sei letto Dostoevskij.
-Eh be’.
-Io ho letto tutto. Tutto tranne i Karamazov. Mollati a metà.
-I Karamazov al liceo.
-Non l’avrei mai detto, Berna. Mi stupisci.
-Lo so, lo so, io sono un coatto, sono il primo a dirlo. Andavo male a scuola, all’università ho fatto il meno possibile, però due cose mi piacciono: leggere e ascoltare musica. Per esempio quanto ti fa rodere il culo che quando vai a scuola ti fanno leggere le sorelle Bronte o i Buddenbrook e poi pensi che leggere è una pezza e non ci provi mai più? E ti fa incazzare perché –
Di nuovo cerca le parole da qualche parte alle spalle di Emma, che interviene urlando accanto al suo orecchio:
-Perché gli insegnanti hanno il potere di fomentarti e quasi tutti lo sprecano.
-Esatto! Tu a un ragazzino di tredici anni gli devi mettere in mano Tolkien, non Jane Austen. Quello va bene per le pischelle! Ma non ci vuole un genio a capirlo. Io sono un ignorante ma sono sicuro che come professore riuscirei almeno a farli appassionare. “Moby Dick” per esempio, è metà romanzo e metà enciclopedia: ti spiega nel dettaglio com’è costruita ogni singola cosa al mondo. Non lo puoi leggere a quindici anni! Ti rompi i coglioni, è chiaro!
-“Moby Dick” mai letto, però ho riletto da poco “Il Barone Rampante”.
-Quella è una delle poche cose che ti fanno leggere a scuola che te la fa prendere a bene.
-Sai che mi ha stupito? Che se ne fotte della consecutio temporum. Calvino! Va dal passato al presente e di nuovo al passato nella stessa pagina. Da lui non te lo aspetti. Ero sconvolta.
-Infatti mi era piaciuto anche da piccolo. Però quelli che mi hanno sconvolto sono altri, che ne so: Asimov, l’hai mai letto?
-No! Ho la “Trilogia della…”– ora è lei che cerca la parola.
-“La Fondazione”?
-Eh, sì, è sul comodino da un mese, perché sto scrivendo una sceneggiatura mezzo-fantascientifica, in realtà più fantasy che fantascientifica, ma non l’ho ancora aperto.
-Ah sì? – lo sguardo si ferma per un istante, di nuovo accigliato, non si concede di soffermarsi – E non hai letto Asimov.
-Hai ragione, l’ho comprato apposta: lo farò. E’ una di quelle cose che prima o poi leggo, come il “Don Chisciotte”. Poi l’anno scorso l’ho letto.
-Io no, quello no. Però tu leggiti Asimov.
-Ok, e tu leggiti il “Don Chisciotte”. È divertentissimo.
-Lo so, lo so.
-Tu dici un po’ troppo “lo so”.
-Lo so. Volevo dire che ci vuole il tempo per il Don Chisciotte. Magari intanto leggi altre cose, anche se io non lo faccio quasi mai.
-Io sì.
-Io no. L’ho fatto solo per “Infinite Jest”. Ora dopo un anno sto ricominciando a leggerlo da capo e…è quello, credo, il premio per averlo letto. All’inizio non capisci un cazzo, o almeno io che sono stupido non c’avevo capito un cazzo.
-Qualche settimana fa ho letto le prime pagine a casa di un amico, è illeggibile!
-Il punto è proprio questo, che solo se ti sforzi vai avanti. In qualche modo il libro parla di questo: arrendersi al mainstream, alla pigrizia, agli stimoli passivi, all’omologazione del gusto culturale. Non so spiegarlo bene, non so davvero di che parla il libro.  Però ricordati di leggerlo con due segnalibri, uno per il testo e uno per le note. Le note valgono più del libro. Che poi in realtà non importa di che parla, non è tanto quello che dice nel libro, è più quello che viene fuori dal libro, ma davvero non so come spiegarlo.
-È come in “Una cosa divertente che non farò mai più”: lui descrive quello che lo circonda, le sue giornate, la nave, i passeggeri, ma non giudica mai quelle persone. Sei tu che lo fai al posto suo.
-Esatto.
-È questo il genio di Wallace.
-Esatto.
-Che poi non c’è…snobismo, non c’è…
-Protervia.
-Protervia! Bravo. Esatto.
Il contatto visivo-sinaptico tra i due è interrotto da un ragazzo e una ragazza che si avvicinano guardandoli con aria interrogativa. Ci vuole un po’ perché Emma e Riccardo capiscano che sono amici comuni.
-E questi sarebbero i tuoi amici che non ballavano?
-Questi sono i miei amici che non ballavano.
Beatrice persiste ancora qualche secondo in un’espressione allibita:
-Ma voi due vi conoscete? Emma dove cazzo stavi? Sei sparita da due ore! – si avvicina al suo orecchio – Ma che fai? Questo è amico di quella merda di Alessandro, tipo il suo migliore amico, io lo odio! Lo odio! Vabbè, però se vuoi pàccatelo.
E si scioglie in una risata veloce, di pancia, come quella di un bambino.
-Cosa? No e comunque no, stiamo parlando di…di letteratura.
-Se-se vabbè. Andiamo fuori a fumare, vieni!
-Ora arrivo.
-Arriviamo – aggiunge Riccardo.
La coppia di amici si allontana barcollando e ridendo, sbandando, e lui ne approfitta, le afferra una chiappa e la sprimaccia a palmo aperto attraverso il vestitino da Cappuccetto Rosso, e lei lo spinge via, fa l’offesa e lo allontana, ma intanto ride più forte, lui la riacchiappa e sono già usciti.
-Comunque non ti volevo attaccare una mina, sono i miei sproloqui da ubriaco. È che Wallace. Poi io sto in fissa con i suicidi, però davvero Wallace, lui è. É che lui è al di là dei generi.
Ti capisco, anch’io m’infervoro su qualunque cosa da ubriaca. Poi mi piacciono gli sproloqui letterari e Wallace pure, parecchio. Mi fa impazzire la sua passione per la sintassi, le descrizioni, i dettagli assurdi, i periodi infiniti; per le parole. Il sono una feticista delle parole strane: i termini specialistici, i linguaggi tecnici, mi fanno impazzire. Quando trovo una parola nuova, particolare, che non conosco, godo troppo.
Riccardo inclina la testa risfoderando l’espressione corrucciata, ma stavolta sporge leggermente le labbra, per mascherare un sorriso, e la lascia continuare.
-Mentre leggevo “Una cosa divertente che non farò mai più” sono dovuta andare a cercare un paio di parole che non conoscevo. Tipo mesmerico, che stava nella scena finale dell’ipnotista. Hai presente tutto quel discorso nelle ultime pagine del libro, sul fatto che la suggestionabilità in quel caso è un pregio? Sull’ipnosi collettiva che è micro-cosmicamente emblematica di tutta la crociera? Ecco, in quel punto usa un’altra parola stupenda, qualcosa tipo icastico…No, forse no. Era. Oddio non mi viene. Era. Ecco: era qualcosa per indicare il culmine, l’apice di tutto…
Emma si tortura il labbro di sotto con incisivi, canino e premolare dell’arcata superiore destra.
-Climactico? – prova Riccardo.
Lo sguardo di Emma, finora perso sul pavimento alla ricerca della parola perduta, si solleva di scatto; gli occhi spalancati, le sopracciglia inarcate.
-Che hai detto?
-Cli-mac-tico.
Emma socchiude lentamente le palpebre, affonda i denti nel labbro, mentre un brivido le risale le vertebre una dopo l’altra.
Tre battiti di cassa – bum, bum, bum – e già si avviluppano in un bacio rapinoso, avido, insaziabile. Pantagruelico, l’avrebbe definito lei in seguito.
L’orribile remix di “Sweet Dreams (are made of this)” che inonda il teatro di gargarismi distorti e cupi singhiozzi, adesso, non lo sentono neanche.
Finalmente tutti ballano.
 
Allungandosi dall’altra parte del letto per raggiungere con la punta della sigaretta il comodino, Emma si accorse che il piattino di metallo della Coca-Cola Company stava proprio in cima ai 6,3 cm del volume celeste in cui Fandango confeziona Infinite Jest. Emma soffiò grigio verso il soffitto e sorrise, spiando con la coda dell’occhio Riccardo che sonnecchiava accanto a lei, con un braccio piegato tra collo e cuscino.
-Hai presente il discorso che facevamo prima?
-Mmh.
-Il mainstream. La cultura di massa.
-Mmh.
-Tutte le cose che mi hai detto su Wallace.
-Mmh.
-Che supera i generi? “Infinite Jest”? Le note che valgono più del libro?  
-Mm-h.
-Hai presente Moccia?
-Moccia? – riuscì a mugugnare lui, schiudendo appena un occhio.
-Moccia. Quello di “Tre metri sopra il cielo”.
-Be’?
-Be’ c’è un film che ha scritto e diretto che si chiama “Amore 14”. É l’acmè del trash involontario, il mainstream per eccellenza.
-Me lo sono perso – rispose ironico, tenendo gli occhi chiusi.
-Dovresti vederlo. A un certo punto il fratello della protagonista lascia medicina per seguire il suo sogno e va a fare lo scrittore-cameriere-correttore di bozze che vive sul Tevere.
-Quindi?
-Quindi, c’è una scena in cui lo scrittore-cameriere-correttore di bozze parla di “Infinite Jest” a una tizia. – Un’altra lenta nuvola grigia, un grande sorriso – Dice esattamente le stesse cose che hai detto tu.
Emma attese fiduciosa.
E Riccardo aprì gli occhi.

15 Dicembre 2013

La canzone di Berryblue

La notte in cui Berryblue venne al mondo, per la prima volta dopo anni di silenzio e oppressione, le acque chete del Mississippi ringhiarono, scuotendo il sonno degli abitanti della città di Natchez. Il mattino seguente all’inondazione, alcuni schiavi della piantagione di cotone del Signor Turner, in fila per l’angusto sentiero che presto li avrebbe condotti all’anticamera dell’inferno quotidiano, rinvennero accanto a un cespuglio di mirtilli selvatici, un fagottino più nero del carbone.
«Hey Joe, fermati perdio! Finirai per staccarmi la caviglia se continui a strattonarmi così! Guarda là, lo vedi anche tu?» indicò incuriosito il buon vecchio Ed con la mano ridotta a una poltiglia di cicatrici e i piedi cosparsi di ferite millenarie.
«Cazzo, sì che lo vedo Ed! A meno che non abbia ancora in circolo la sbornia di ieri sera, direi che quel coso lì ha tutta l’aria di essere un altro piccolo bastardo!» rise Joe con i polmoni intasati di catarro.
Fu così che il coso nero varcò la soglia dei viventi, senza sapere bene chi fosse né chi lo avesse abbandonato sotto quel groviglio profumato di mirtilli. E proprio per questo motivo, quando Edward quella sera lo portò a casa, sua moglie Rosie lo battezzò soddisfatta Berryblue.
Il piccolo Berryblue crebbe senza mai opporsi ai rimproveri del vecchio Ed, rivelatosi un buon padre, malgrado le massicce bevute serali e i peccatucci dai quali non era immune. Dal canto suo, Rosie aveva sempre desiderato un bambino da coccolare, ma la maternità non era mai sopraggiunta a donarle un po’ di felicità e Ed, attribuendo la colpa al malocchio di qualche invidioso, aveva finito per considerare quel piccoletto una sorta di benedizione.
Pur essendo un bambino ubbidiente, Berryblue era diverso dagli altri coetanei. Silenzioso e poco incline a tessere rapporti umani, sembrava quasi che il fiume lo avesse partorito con il cielo in tempesta. Infatti, quel blue imprigionato dentro il suo nome, ricordava a molti l’atmosfera oscura che avvolgeva la collina di Natchez, colpita dai balli pittoreschi dei temporali estivi. E da quel promontorio incantato, Berry (così era solita chiamarlo la Signora Rosie, accarezzandogli la testolina accoccolata sul grembo), sembrava non voler scendere mai. Che cosa ci trovasse di speciale, nessuno lo sapeva, ma per lui non vi era nulla di più dolce e confortante del salire fin lassù ad osservare il lento scorrere delle acque del fiume.
Si sentiva solo, il piccolo Berry. Senza una reale identità, sputato fuori da un utero che lo aveva ripudiato, adottato da una famiglia di poveri schiavi che, pur amandolo a modo loro, brancolavano in una vita che non si erano scelti. Voleva essere come quel fiume, immenso, in movimento, mai parcheggiato ad aspettare che le cose cambiassero da sé; in viaggio, alla ricerca di avventure, di terre nuove da esplorare, di radici robuste da mettere.
C’era nato, così, il piccolo Berry, con quegli occhi tristi in cui ci potevi cascare dentro, se ti sporgevi troppo, senza sapere da che parte saresti naufragato. C’era nato, solo, e non perché lo avesse desiderato. Che ne poteva sapere lui di come andava il mondo e di quali leggi lo governavano? Che ne poteva sapere del perché le parole gli marcivano in gola ogni volta che si avvicinava a qualcuno? Non era timido, il piccolo Berry, ma aveva la costante sensazione di essere piombato lì per un pessimo scherzo del destino, di non appartenere a nessuna etnia e a nessun luogo. E allora, le emozioni gli si aggrovigliavano nel cuore e ogni volta che tentava di esternarle, gli altri bambini lo schernivano, trattandolo come uno storpio.
All’età di undici anni, Berryblue iniziò a lavorare per conto del Signor Turner, pur essendo ancora gracile di corporatura. Il Signor Turner, a differenza dei padroni bianchi della zona, non era poi così malvagio e se lo sapevi accontentare come voleva lui, potevi anche sperare di fare carriera, diventare per esempio controllore della piantagione. A Berry, di tenere il fucile in spalla e di puntarlo contro gli schiavi, non era mai piaciuto, ma il suo carattere docile e sottomesso, distante da quello protervo degli altri ragazzini, lo fece entrare nelle grazie del Signor Turner, impedendogli di sottrarsi a quella ripugnante mansione.
Fu così che Berryblue si conquistò la sua fiducia, ma di certo, questo servì solo a isolarlo maggiormente: ora, chiunque aveva un motivo in più per detestarlo.
Tuttavia, a turbare quella routine quotidiana, accadde un fatto alquanto inconsueto. Una mattina delle tante, inondata da un’alba rovente, Berry notò un uccello dal piumaggio bianco planare fin quasi a sfiorargli il capo, come se volesse mostrargli qualcosa.
Uccelli così, a Natchez non se ne erano mai visti, e ciò che lo incuriosì particolarmente, fu che la maestosa creatura reggeva nel becco due succosi mirtilli. Se ne accorse, quando gli fu vicina abbastanza da sentirla addirittura respirare. Più che un respiro però, l’uccello ciangottava un messaggio dalle parole incomprensibili.
Dapprima, Berryblue si convinse di soffrire di allucinazioni, poi qualcosa lo spinse a seguire quella creatura, come ipnotizzato.
Camminò per qualche chilometro, svoltò a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra, dietro la fattoria della famiglia Bruik. Continuò per il sentiero battuto, fino a quando, circa sei metri più in là, soffocò un grido di stupore: la guida alata era entrata volteggiando dentro la chiesa battista di Rose Hill, all’incrocio tra Madison Street e Martin Luther King Jr. Street. Impiegò qualche istante per riprendersi dallo stato di trance in cui era sprofondato, mentre contemplava la facciata spoglia della chiesa che si erigeva davanti a lui.
Edward e Rosie erano credenti e spesso li aveva sentiti pregare e ringraziare il buon Dio per la loro umile esistenza, ma a differenza degli altri genitori, non avevano mai imposto nessun credo al piccolo Berryblue, lasciandolo libero di seguire le proprie inclinazioni. Berry, dal canto suo, conosceva la storia di Gesù e del diavolo, ma non aveva mai osato avvicinarsi a una chiesa, per quell’inspiegabile timore reverenziale che si avverte quando si fiuta un mistero.
«Figlio mio», lo rassicurava la dolce Rosie prima di addormentarsi, «Dio è grande e misericordioso, non avere paura. Parteciperai alle funzioni della domenica quando sentirai il suo richiamo dentro di te, fino ad allora potrai pregarlo anche qui, nella tua stanza».
Quel pomeriggio però, aleggiava nell’aria un profumo diverso. Berry questo lo percepiva in ogni sua molecola, ma non riusciva a identificarne la causa. Sospinse lentamente il portone della chiesa, quando una folata di vento improvvisa, lo risucchiò all’interno. Guardandosi attorno un poco smarrito, notò che l’uccello dal candore abbagliante era scomparso nel nulla. D’istinto alzò gli occhi, i suoi passi divennero pesanti, avvertì una puntura al petto e lo vide, triste e dolorante, inchiodato alla croce di legno, solo, nella tenue luce di quel pomeriggio: Gesù.
Fu allora che le ginocchia gli cedettero contro la sua volontà e un pianto profondo e inarrestabile lo pervase, risuonando come un’eco lontana in ogni fibra di quelle pareti. Berry esaminò il corpo martoriato e ne sentì il dolore, inconsolabile ed estenuante. Sfiorò le piaghe con le dita: Gesù era lì, immobile, sofferente, ma soprattutto, abbandonato.
Quella parola “abbandonato” spaventava Berryblue più di qualunque altro flagello. Conosceva bene la solitudine, sua compagna fedele sin dalle primissime ore di vita; conosceva il desiderio ardente di voler comunicare e di non riuscire a farlo; il bisogno umano d’incontrare qualcuno simile a lui, che sentisse come lui, che gli spiegasse perché fosse venuto al mondo così, senza amore.
In fondo, le persone non erano cattive – gli rammentava spesso Ed – ma avevano cose più urgenti da sbrigare, che ascoltare un ragazzino. Quello che il caro Ed non aveva mai avuto il coraggio di confessargli però, era quanto tutto ciò lo ritenesse ingiusto.
Ora, Berryblue fissava Gesù con insistenza, in cerca di risposte; rivedeva in lui, il volto del suo stesso tormento.
«Non sei stanco di essere solo?» gli domandò singhiozzando, esprimendosi per la prima volta senza timore alcuno. «Non sei arrabbiato con quelli che ti hanno crocifisso? Rosie dice che così ci hai salvati tutti, perché? Da cosa? Il diavolo non si può sconfiggere, non vedi quello che succede agli schiavi? A cosa è servito? Ti hanno lasciato qui, senza curarsi di te», ma mentre continuava ad assillarlo con una rabbia che non credeva gli sarebbe mai potuta appartenere, gli sfuggì: «Mi sento come te Gesù! Ma tu sei fortunato, perché io sono qui ora, non so neanche bene il perché e se almeno tu volessi essere mio amico, per me… ecco, sarebbe bellissimo. Potrei aiutarti a scendere da quella croce, medicarti, parlare con te».
Ci fu silenzio. Un silenzio insolito per quell’ora del giorno. Un silenzio gravido di elettricità. Le foglie cessarono di ondeggiare sospinte dal vento, il cielo s’incupì quasi partecipasse al pianto, il fiume s’increspò, perfino gli schiavi al di là della collina udirono un indecifrabile lamento. Berryblue era animato da una forza che non aveva mai percepito prima di allora, come un boato di parole incontenibili che si arrampicavano attraverso i suoi capillari e imploravano di tracimare.
Poi, accadde l’imprevedibile: Gesù pianse.
Caddero una dopo l’altra, lacrime nere dalle dimensioni pantagrueliche e dall’odore putrescente. Inzupparono il legno della croce e inondarono il pavimento dell’umile chiesa, travolgendo a poco a poco, sedie e canti: Gesù spalancò gli occhi, si strappò i chiodi dal palmo delle mani e dai piedi, soffocò un grido di dolore e, a brandelli, scese dalla croce. Berry respirava appena, incapace di muoversi, qualcosa lo ancorava al terreno, qualcosa d’incandescente.
«Lo sai tu chi sono io, Berry?» e quando pronunciò il suo nome con voce tonante, il Mississippi infuriò.
«Sei un uomo, tu. Un uomo solo, come me» sussurrò Berryblue con un filo di voce.
Gesù gli tese le mani e lo abbracciò. Mai nessuno gli aveva risposto con una tale sincerità, trattandolo alla pari. E provò una punta d’invidia per quel ragazzino che nonostante tutto continuava, instancabile, a rovistare nei grandi perché. Gesù lo sapeva di cos’erano capaci gli uomini, di come godevano nel crocifiggersi l’un l’altro. Lo aveva compreso il giorno in cui non avevano esitato a massacrarlo, inventandosi storie sul suo conto, sull’esistenza di un Dio padre, sui presunti miracoli che egli stesso, sostenevano, avesse compiuto. Ma quell’uomo conosceva la verità (forse), quella menzogna infame che era stato costretto a raccontare per secoli, pur di sopravvivere alla follia umana. E Berry era il prescelto.
«Vorrei che mi aiutassi Berryblue, vorrei che fossimo amici. Dicono che non ci sia niente di più bello al mondo del poter vedere lo splendore o di poter ascoltare la musica soave della natura, attraverso gli occhi e le orecchie di un buon amico. Lo faresti per me?» supplicò Gesù.
«È questo che vorresti davvero?» domandò stupefatto Berry.
«Sì, vorrei vedere solo per un istante attraverso te. Non te ne accorgerai neppure» mentì Gesù.
«Oh! Se bastasse ciò per alleviarti un po’ le pene, te lo concederei più che volentieri. Ma tu, rimarresti poi mio amico?»
«Certo Berry! E per dimostrarti tutta la mia gratitudine, c’è qualcosa che potrei fare io per te?»
«Gli amici non hanno bisogno di sdebitarsi Gesù, ma in verità, qualcosa ci sarebbe: vorrei che gli altri mi ascoltassero, che udissero il suono della mia anima. Vorrei che questa solitudine opprimente se ne andasse via!»
Non fece in tempo a terminare i suoi pensieri, che la voce si spezzò. Quel Cristo che era apparso fino a qualche istante prima, afflitto e in cerca di consolazione, si fece improvvisamente scuro. La pelle candida si macchiò di nero, si crepò in centinaia di minuscole fessure, si udì lo schianto di ossa frantumate e Gesù, come un fascio di energia impalpabile, s’infilò nella bocca di Berry e sparì.
Berryblue non poteva sapere della magia che operava nel mondo. Il suo corpicino iniziò a espandersi ritmicamente, come se dentro di lui si fosse annidata una sanguisuga gigante. Sentì il pulsare frenetico di un muscolo più grande, un cuore diverso che schiacciava il suo e prendeva possesso dei tessuti organici. Poi, qualcosa lo colpì alle orecchie, come un veleno mortale che si ramificava dall’interno. Si portò le mani alla testa, ma l’udito schizzò via prima ancora che riuscisse a gridare. Si voltò terrorizzato verso la croce, ma non c’era più nessun Gesù a tendergli la mano.
Forse il Cristo di cui gli avevano sempre raccontato non era mai esistito davvero, forse quell’uomo era una creatura infernale, forse le cose non erano come apparivano. Mentre una strana consapevolezza instillava il dubbio, una fitta lancinante lo disarmò: Berry non vedeva più.
Urlò, si strappò i capelli, ruzzolò a terra: quell’essere lo aveva ingannato. Che fosse il diavolo? Il Mississippi era sempre stato una landa densa di sparizioni, riti e leggende. Qualunque cosa fosse, comprese che si era servito di lui, della sua ingenuità.
I giorni che seguirono quell’episodio, rimasero impressi in maniera indelebile nella memoria storica di Natchez. Alcune donne, recandosi in chiesa la domenica seguente, ritrovarono Berryblue disteso a terra, privo di conoscenza. Lo stato in cui era ridotto il corpo fece uscire di senno Rosie e il vecchio Ed: piagato e sporco di mirtilli. Nessuno riusciva a capire che cosa fosse accaduto e dove fosse finito il Cristo in croce.
La notizia corse rapida per le campagne, si colorì di bocca in bocca di supposizioni e non ci volle molto perché si pensasse che il ragazzino fosse posseduto dal male. Ma Berryblue, in quella lenta agonia, privato della vista e dell’udito e incapace di raccontare cosa era successo, si avvicinava sempre più alla verità. E quando infine, si decisero a portarlo dallo sciamano di Natchez, non oppose resistenza, lasciando che il suo destino si compisse.
Nessuno era mai riuscito a vedere lo sciamano negli occhi. Di lui poco si sapeva. Dimorava lì, sulla riva del fiume, in quella sorta di rifugio impastato di rami e foglie secche, in cui nessuno osava mai addentrarsi più di tanto. Era lì da sempre, da prima che la terra fosse plasmata e avesse l’aspetto attuale, così almeno tramandavano le leggende dei Nativi d’America. Di generazione in generazione, il suo nome aveva riempito l’etere di stupore e meraviglia; si credeva che nulla avesse a che fare col demonio, dal momento che a lui si rivolgevano gli antichi spiriti della natura. Lo sciamano era l’unico in grado di tatuare l’anima delle persone, anziché la carne, restituendole eterno vigore.
La sera in cui Berryblue, quasi delirante, fu portato dallo sciamano per essere guarito – da cosa e come, non era ben chiaro a nessuno – dalla chiesa battista di Rose Hill si levò un lamento. Alcuni erano affascinati dal dono dello sciamano; altri lo consideravano una sorta di tradimento nei confronti della loro fede in Cristo; Ed e Rosie invece, erano disposti a tutto: volevano indietro quel piccino che aveva regalato loro un barlume di speranza.
Berryblue, adagiato sopra a una tavola di legno, fu lasciato davanti all’ingresso del rifugio: così voleva la tradizione. Quando lo sciamano uscì, ricoperto di stracci e vestiti logori fin sul capo, Berry sentì nuovamente quell’inspiegabile forza a scuotergli l’anima. Si accorse di non riuscire a camminare, una febbre alta lo imprigionò. Capì allora di essere stato trasportato all’interno e di essere rimasto solo con lui.
«Chi sei?» ringhiò debole, ma non poteva udire nulla.
Ci fu un istante di silenzio. Poi, una voce ancestrale parve sussurrargli da dentro lo stomaco.
«Berry, il piccolo Berryblue» rispose calma la voce.
Il ragazzino tremò. Allungò la mano nel buio davanti a sé, svelando la morbidezza di un piumaggio soffice. Non poteva vederlo, ma la sensazione tattile era inconfondibile: qualunque cosa fosse, aveva più l’aspetto di un grosso uccello anziché di un essere umano. Continuò a tastarlo, riconobbe i segni dei chiodi nelle mani piumate e un becco che stringeva con forza due mirtilli selvatici.
«Gesù!» esclamò Berry. «Eri tu l’uccello bianco! Sei tu lo sciamano! Che cosa mi hai fatto?», ma non c’era paura né tensione, solo il desiderio di comprendere ciò che la mente umana nascondeva.
«Mi dispiace Berry per averti fatto del male. Sono addolorato, ma tu eri l’unico che avrebbe potuto aiutarmi» e mentre parlava, Berry riusciva a distinguere dettagliatamente ogni singola parola. Le sentiva dentro di sé e non tramite il canale uditivo.
«Avevi detto che eri mio amico, ti prego, aiutami…» lo implorava.
«Mi crederesti se ti dicessi che il demonio non è mai esistito?». Berry ascoltava in religioso silenzio, senza fiatare. «Non c’è nessun Dio, ragazzo mio. Tutto il male che fluisce in questa terra è frutto degli uomini. Mi hanno crocifisso, ma io non conosco il motivo, non ricordo nulla. Non so chi sono, non so chi mi ha voluto così. Ho vagato per secoli in cerca di una risposta, idolatrato in alcune circostanze, detestato in altre. Avevo sete di verità, mi sentivo solo. Quando sei nato tu, mi accorsi che i nostri destini erano intrecciati. Comprendevi la mia sofferenza, perché anche tu respiravi gli stessi tormenti. Ho cercato di capire il perché, ma non ci sono riuscito Berry, allora ti ho derubato dei tuoi occhi e delle tue orecchie… volevo vedere e sentire come te, attraverso te».
«E che cosa hai visto? Che cosa hai udito?» chiese con insistenza Berryblue.
«Nulla, solo una gran solitudine e la volontà di sgretolarla. Noi due siamo più simili di quello che pensi: non sappiamo chi ci ha generato, né perché ci sentiamo inadeguati al mondo e agli altri. È per questo dono che abbiamo di percepire l’essenza in tutte le sue piccole sfaccettature, d’interrogarci. Ma ti avevo promesso che ti sarei stato amico e voglio mantenere quello che mi avevi chiesto, rimediare al dolore che ti ho causato. Non sarai più solo Berryblue, mi prenderò la tua anima e la inciderò, così tutti ascolteranno il suono del tuo cuore».
Accadde. E Berry intuì. Era sempre stato un ragazzino sensibile, dotato di empatia e acuta intelligenza. Non fu il diavolo a rubare l’anima al piccolo Berryblue ma Gesù. Gli squarciò il petto, una fiamma azzurra divampò bruciando la sua carne. Non sentì alcuno strazio e quando Gesù raccolse l’anima tra le mani, Berry si librò leggero nell’aria. Scomparve dalla terra così come era venuto al mondo: in un battito d’ali. Le sue emozioni si tramutarono in note, una canzone dolce e malinconica, che consolò per molti anni le notti insonni degli schiavi e si alimentò delle loro sensazioni, continuando a vivere dentro ogni battito.
Berry aveva compreso che Dio e Mefistofele erano frutto di fervide fantasie; che Gesù era un uomo solo, in cerca di una verità inaccessibile, che aveva sperato di trovare in lui. Come Berry aveva il dono di tuffarsi dentro le cose, Gesù aveva il dono di tatuare le anime. Tuttavia, il suo era un dono egoista, perché con quella canzone, pur non avendo scoperto la chiave del cosmo, Gesù aveva comunque trovato un antidoto alla sua tristezza.
La magia e i misteri sono sempre esistiti, ma nessuno riesce ad afferrarne la reale sostanza. E come i sogni, sbocciano, ci sfuggono, sfioriscono, mutano sembianze.
L’unica verità è che, semplicemente, non è mai esistita una verità; la bellezza come la sofferenza non affonda radici nel raziocinio. Entrambe appartengono ai segreti inconfessabili degli spiriti della natura.
A noi esseri umani restano le leggende e le storie che, facendoci sentire gocce di un’immensità inafferrabile ma condivisa, disintegrano la nostra solitudine.
A volte, a lenire le ferite profonde dell’intimità, restano anche le canzoni, come quella di Berryblue: il ragazzino piovuto dal fiume, che inventò il primo blues.

15 Dicembre 2013

Massacri moderni

Erano circa le cinque del pomeriggio.
Un’ora indecente e piatta, sporca d’apatia, dove già, in estate, il sole da lievi segni appena percettibili d’indebolimento, mantenendo comunque la sua indecisione e, di conseguenza, continuando a rendere afoso l’ambiente, mentre in inverno sono già quasi giunte le tenebre.
Un’ora in cui qualunque azione fai è senza eccezioni quella sbagliata, per intenderci.
Ero seduto sulle sedie della banchina della metro. In attesa. Ci tengo a precisare che ero leggermente curvo, avviluppato su me stesso, con i gomiti appoggiati sulle mie gambe. A scanso d’equivoci, c’è chi negherebbe anche che in quel momento io fossi veramente seduto. Comunque, non voglio pensarci neanche troppo: non mi venga in mente di pensare in quale spazio sia il tutto effettivamente poggiato. Non voglio saperlo. Troppo sospeso, troppo aleatorio!
Comunque, ero in questa posizione, con una distanza canonica di una sedia dal mio vicino.
Ah, la sedia canonica. Di solito, in questi casi, la gente si siede con una sedia di distanza dall’altra persona. Lo saprete tutti e l’avrete fatto tutti almeno una volta. A volte si posa, in quella terra nessuno, la giacca, a volte la borsa, ma non ci si posa mai “un altro”, se ci sono altre sedie libere. Sapete… Per “non disturbare”.
Per non mettere a disagio nessuno. Come se un non-contatto abbia mai ucciso nessuno, Persecuzioni presunte dalla propria presunzione e dal proprio egocentrismo. Insomma, tutti inseguono tutti (mentre il realtà tutti inseguono tutto. Scusate, non ho resistito!)
Insomma, sì, ridicolo! Ma non ho troppa voglia di litigare, quindi mi adeguo a questo canone. La mia barba bianca già ispira poca amicizia, anche se corta…
Comunque, per non perdere il filo del discorso… Sì! Ecco. Insomma, riflettevo su questo canone. Fino a quando, finalmente, arriva la terza metro. Questa la prendo, dai, decido. Ho aspettato che si alzasse il mio vicino, in un’improvvisata competizione di: “Chi fa alzare l’altro per primo”. Mi rassegno, salgo.
Dio, l’eternità di tre fermate. Tre fermate possono durare in eterno, ribadisco. È ammirevole guardare il flusso di vite umane così distaccate da sé, da noi. Un uomo, vi garantisco, sfoglia l’angolo osé di un quotidiano, degustando con la retina seni nudi e ampie, armoniose forme. Lo si vede dagli occhi. Una signora rimprovera, sorridendo, il proprio pargolo. Un filo di luce filtra dai finestrini (stavo per scrivere flirta… una relazione clandestina tra luce e finestrini. Perché no?) nell’unico, breve tratto all’aperto del viaggio e va a colpire con precisione millimetrica l’unico broker, tra i quattro riuniti insieme e seduti in fila, a non portare gli occhiali da sole. La luce, intanto, se la ride. Questi quattro sfoggiano con maestria e apatia le loro valigette costate più delle azioni da loro possedute. Dai loro portafogli di pelle pregiatissimi esce una banconota da 20 €, destinata a consumarsi con un solo pasto.
Tutti in schiera. Stessa cravatta, stessa giacca, stessa valigetta.
Spero di non seguire mai un corso d’economia.
Un barbone, sorridendo, decantava ai quattro venti il senso più puro della vita. Sublime, penso, se non fosse che le gote rosse, l’eccessiva ilarità e il potente fetore lasciassero intendere che fosse ubriaco. E non poco! Gli sarebbe caduta la faccia, a forza di sorridere! Era meraviglioso. Ispirava una sorta d’amara tenerezza, mista a un retrogusto di rassegnazione.
La gente, infatti, ben si curava di lasciare una, due, tre, quattro sedie di distanza da esso. Anche vagoni. E il senso della vita fu, così, perso nell’aere.
Io, personalmente, non so che farmene.
Dietro al sostegno principale in ferro per le persone in piedi, una fanciulla bionda allungava silenziosamente le mani. Un ignaro ragazzo con un paio di enormi cuffie in testa lasciò lo zaino a terra, sperando senza rendersene conto che qualcuno, compassionevole, lo liberasse da quel fardello (non c’è altra spiegazione).
Ed ella lo fece. Non capacitandosi del perché un ragazzo abbia lasciato così distrattamente la borsa, lo accontentò senza fare troppe storie.
Senza creare rumore, fuggì via allo scrosciare dell’apertura delle porte.
Un gesto sconsiderato, illegale e incivile, ma non si può lasciare mica la borsa in quel modo. Eh, pure lui! E poi lei era molto carina, aveva movenze da cerbiatto e un elegante tailleur. Nessuno avrebbe sospettato di lei. Io, poi, non avevo voglia di litigare e crearle troppi problemi. Poi, ripeto, il ragazzo è stato fin troppo ingenuo.
In tutto questo, ero solo alla prima fermata. Esasperato, scesi. Il mio viaggio non aveva uno scopo, era uno di quelli mirati solo a perdere un po’ di tempo. Solevo passare così le giornate, aspettando la mia splendida, sorridente moglie.
Mi diressi verso la banchina che portava alla direzione opposta della linea. Mi ci vollero sette passi di pura delusione: speravo di camminare un po’ di più. V’era un elegante trio di sedie, affilato come un tridente, ma posto come oasi nel deserto per i pendolari un po’ troppo stanchi che non avevano ancora portato a termine il loro errare. In questa santissima trinità v’erano il figlio, o meglio, la figlia, e lo spirito santo, o meglio, il corpo del reato: la bionda cerbiatta sedeva, rilassata, e accanto a sé lo zaino in bella vista. Nero. Nerissimo. Sfoggiava, protervo, il suo uniforme colore e le sue perfette forme e dimensioni, quasi a voler rappresentare la perfezione d’un corpo di reato. L’antonomasia del tesoro anelato.
Ciò che non quadrava in tutto questo era l’effettiva posizione. La ragazza stava nel mezzo, lasciando la borsa su una delle due sedie agli estremi. Esattamente, alla sua destra.
Questo andava contro ogni logica! Insomma… Non rispettava… Il canone!
Perché? Perché? Già l’amavo. Nonostante fosse un po’ più giovane di me, già immaginavo la mia vita con lei. La mattina, a colazione, poi il pranzo, litigare per chi deve portare fuori il cane nonostante sia un’attività amata da entrambi, per il semplice sapore del conflitto, tornare dal lavoro, avvicinarsi al divano e unirci in modi indecenti e immorali. Immaginare i suoi biondi capelli sparsi intorno a quel suo viso. Per tutti i giorni.
Mi siedo accanto a lei. Non riesco a contenermi. Lei appena mi vede, si agita un momento: teme che io l’abbia vista! Mi ha notato! Mi ha visto in treno! Quindi… Si ricorda di me! Le gioie della vita. Eravamo già destinati a una vita insieme.
-Scusa.- le chiedo, -perché non ti sei seduta a lato?-
Lei storce il naso. Non tanto per la domanda in sé, quanto perché si aspettava un argomento, probabilmente, diverso. Decisi di non darle il tempo di essere perplessa.
-Sì, insomma, il canone della sedia di distanza.-
Lei annuiva, sempre con lo sguardo perplesso, ma seguiva.  -Sì, certo.- rispondeva, sincera. Dio, la amavo!
-Quindi.- Pausa. -Perché sei in mezzo?-
A tale domanda, la ragazza sorrise.  Sì, era amore. Con fare quasi apprensivo, con quel dolcissimo fare che si rivolge in genere a quelli che alle cose ci arrivano tardi, rispose:
-Ma è rispettato. Lo zaino è a una sedia distanza da te. E io sono in mezzo.-
Rimasi io, stavolta, perplesso da tale risposta. Non era questo il canone che m’aspettavo. Insomma, m’aspettavo una persona, sapete. Eppure più guardavo i suoi occhi più mi rendevo conto che era assolutamente a conoscenza del canone. Anzi, forse ne sapeva più di me. Non poteva essere in errore. Rimasi due secondi ad arrovellarmi il cervello su questa tragedia moderna.  La radio, in metro, passava Smooth di Carlos Santana, i suoi ritmi latineggianti non facevano altro che conferire alla situazione maggiore assurdo imbarazzo. L’attesa rimandava vagamente ai film di Sofia Coppola. La chitarra continuava a suonare e io, intanto, rimuginavo. E in fondo a tutto questo v’era una soluzione talmente irreale da risultare, poi, tristemente vera. E, di conseguenza, desolante.
“Ma sì.” pensai. “In fondo, non può /
La ragazza si alzò, causandomi l’ennesima amnesia. O meglio, la ragazza venne sollevata dalla sedia. Fu un gesto troppo meccanico per essere spontaneo, intenzionale. Fu come se la crudele mano dell’abitudine avesse premuto un tasto di un chissà quale telecomando e avesse azionato un fatale comando dentro di lei. Si alzò senza rendersene conto, perdendosi altri preziosi attimi della sua vita… Per inconsapevole pigrizia. Ma non potevo mica fargliene una colpa: come dice il celebre motto, “l’abitudine ne fa più della spada”. O più o meno…
Mi alzo di scatto. Lei sorride, non dice niente e, come silenziosamente è uscita dalla mia metro, silenziosamente uscì dalla mia vita entrando in un altro treno.
Ero rimasto nuovamente solo.
Abbassai lo sguardo. Chissà dove stava andando, ora. Forse dal suo ragazzo, pronti a condividere chissà quale tesoro trovato in quel dispotico zaino. Forse troverà un lavoro. Forse sarà arrestata dopo una denuncia. Probabilmente, un uomo nerboruto la seguirà fino al primo angolo buio della strada. Ma lei la immagino scaltra, fuggirà silenziosamente dalle sue forti braccia.
E tu non sarai presente.
Il silenzio. Quell’alone intorno a lei non era altro che silenzio, fin troppo vivo, di cui è fatto il suo stesso sangue.
 
E nello stesso silenzio lei è fuggita
O sei fuggito tu?
-Ha intenzione di stare qui ancora per molto?-
Ausiliario della metropolitana. Già. Quanto ho intenzione di restare?
-Vorrei.- Ma non ho voglia di litigare: salgo sulla metro seguente.

15 Dicembre 2013

Sora nostra morte corporale

Avete mai visto la morte? L’avete mai vista da vicino? Avete mai avuto la sensazione che
indisturbata vi fosse passata accanto? Ho idea che se quella signora si conoscesse bene, avrebbe
paura di se stessa, ma purtroppo, lei, si ignora.
 
Io l’ho vista la morte. Ne ho viste varie facce. L’ho sentita così vicina da pregare, come un
condannato che ha i fucili puntati contro. Poi l’ho osservata, mentre di colpo strappava l’anima ad
un uomo che avevo appena conosciuto, ed infine l’ho implorata, quando lentamente si portava via
una persona a me cara.
 
Bene, ogni volta che l’ho incontrata, ogni maledetta volta, la signora che tanto temiamo, ha lasciato
in me qualcosa di buono, certo anche il dolore nel ricordo, ma nello stesso tempo, la “beffarda”,
ha esaltato in me la percezione e il valore delle cose. Il valore delle persone care ad esempio: che
non ti mancano mai così tanto, quanto nel momento in cui non ci sono più; il valore del tempo:
che inesorabile passa e sempre più velocemente lo fa per quelli che non lo apprezzano; ed infine il
valore della vita e del suo affascinante mistero.
 
L’ho odiata la morte… quel giorno che l’ho vista rubare l’aria dalla bocca di mia nonna.
Lentamente se la portava via… lentamente… ogni suo respiro era sempre più affannato, più
affaticato, con quel ritmo, spezzato da una pausa sempre più lunga.
 
Era lei, sono sicuro, stava lì, seria, tranquilla, faceva il suo lavoro, con freddezza. Mica se ne
preoccupava lei di mia nonna, faceva il suo lavoro, come fan tante persone che nella quotidianità,
nella routine del proprio mestiere, non pensano nemmeno a quello che fanno.
 
L’ho osservata da vicino, la morte, quella volta che in crociera sul Reno in Germania, guardavo
un vecchio che come me stava sulla prua del battello a godersi lo spettacolo. Eravamo seduti sulla
stessa panchina, posta proprio sulla punta estrema della prua. Sono sicuro che l’armatore di quel
battello l’aveva messa lì per lui quella panchina, tanto era bello godersi da quel punto il risalire del
fiume.
 
Godevamo insieme del vento e del sole sul viso e negli occhi avevamo lo scorrere di uno spettacolo
stupendo. Le sue mani erano aggrappate al mancorrente che era posto lungo il bordo del battello
e tenendosi contrastava l’ondeggiare della barca. Io, le mie, le avevo adagiate sulla panchina,
portandone una dietro la schiena di Dory che era seduta alla mia destra.
 
Era lì, incantato, il vecchio, con quello sguardo sognante e impassibile, sembrava nemmeno battere
ciglio. Io lo avevo notato anche prima, perché quando sentendolo parlare mi accorsi che era tedesco,
mi trovai a chiedermi, come facevo quasi sempre: “chissà come ha vissuto l’epoca nazista? Chi era?
Che faceva?” era più forte di me. Magari quell’uomo nel suo passato era stato uno dei più spietati
soldati delle S.S., o magari era stato l’addetto delle così dette “docce”. Non ne avevo il diritto, lo
so, ma non sono mai riuscito ad immaginare nemmeno lontanamente come si può vivere col peso di
milioni di anime sulle spalle. Certo, lei, la morte lo sa bene, anzi a pensarci meglio, forse lo ignora
totalmente.
 
Insomma era lì quel vecchio, vicino a me, quando all’improvviso vedo le sue mani allentare la presa
e lentamente il suo corpo ondeggiare sempre più pericolosamente verso sinistra. Non compresi da
subito cosa stesse succedendo, quel viaggio era così bello, così magico.
 
Poi di colpo, l’urlo di una donna seduta affianco al vecchio spezzò l’incanto. Non so cosa gridò, ma
immagino qualcosa tipo: “Papà!”.
 
Cosa successe a quel vecchio non lo seppi mai, forse il caldo, il peso degli anni. Dory era così
spaventata che si alzò di scatto e scappò via, era terrorizzata. Io vedendo il povero vecchio già
assistito dalla figlia e da altri parenti, d’istinto, mi preoccupai per Dory e la seguii.
 
La morte! Se ne frega la morte del Reno, del vento, del sole. Era lì. Pure lei si teneva al mancorrente
e aspettava solo quei pochi secondi che mancavano al momento giusto. Fredda e puntuale! Ne un
secondo di più ne un secondo di meno.
 
L’immagine di quel vecchio è rimasta per sempre nei miei ricordi. Spesso, sdrammatizzando, mi
son detto che forse non era poi tanto male morire in quel modo, certo era meglio di tanti altri molto
più bruschi e dolorosi. Ma quello che più mi lasciò il segno di quella toccante esperienza, fu senza
dubbio il lato inaspettato della cosa. La signora ignora cosa facciamo nella vita o a che punto della
vita ci troviamo, se ci sono cose in sospeso, se non è il momento giusto, non gliene importa niente.
Lei arriva, prende e via.
 
La prima volta che la incontrai, la signora, è stato in uno dei luoghi che lei più frequenta. Anzi sono
sicuro che per quel luogo lei, ha pure il cartellino. Segna l’ora d’entrata e d’uscita.
 
Tutto successe quando diversi anni fa dovetti subire una piccola operazione chirurgica e fui
ricoverato in un ospedale. Avevo poco più di vent’anni. Ero già stato operato e tutto era andato per
il meglio, di lì a qualche giorno sarei stato dimesso. Certo ero ancora a letto, ma giusto per il tempo
necessario al rimarginarsi dei punti di sutura.
 
Era sera e probabilmente guardavo qualcosa in tv, quando da fuori il corridoio, si sentì il rumore
inconfondibile di una barella che si avvicinava alla mia stanza. Un’ora inusuale per un ricovero,
pensai, e immaginai dovesse trattarsi di un’emergenza.
 
Entrò un infermiere che tolse i fermi all’anta fissa della porta e la aprì dando modo all’altro suo
collega di spingere la barella all’interno della stanza. In effetti vicino a me c’era un posto vuoto,
non avevo dubbi quindi che da lì a poco avrei avuto un compagno di stanza.
 
Si trattava di un vecchio. Il poveretto aveva appena avuto un incidente con la macchina, si vedeva
che era molto scosso, ma pur cercando ferite, tagli o segni evidenti dell’impatto, non vidi niente.
Gli infermieri, alzando la voce, probabilmente perché sapevano che il vecchio ci sentiva poco, gli
spiegarono che lo avrebbero tenuto in osservazione e che in pochi minuti sarebbero arrivati i suoi
parenti.
 
Era ancora vestito con i suoi panni, trasandati, forse sporchi di lavoro di campagna, ma
probabilmente aveva freddo perché dopo aver sprimacciato il suo cuscino, si era ficcato con tutta
la testa sotto le lenzuola. Non ci parlai subito, ho sempre avuto difficoltà nell’approcciare con le
persone. Lo osservavo, e mi faceva tenerezza, perché in quello sguardo si vedeva la paura. Non so,
ma quel ficcarsi sotto le lenzuola, mi dava come l’idea che si stesse nascondendo o proteggendo.
Come un bambino, che sotto la sua piccola capanna di lenzuola crea il suo mondo, dove nessuno
può entrare.
 
Pochi istanti e arrivò un’infermiera, grossa, con due braccia forti di quelle che fanno paura. E
non smentì il suo aspetto quando con un atteggiamento protervo ed a voce alta, e non perché il
vecchio sentisse poco, ma alta di suo, insomma senza il timore di essere ascoltata dagli altri degenti
e alla faccia della riservatezza, chiese al vecchio: “ti devo cambiare. Mi hanno detto che te la sei
fatta sotto.” Il vecchio ancora sgomento, grugnì qualcosa con lo stesso tono alto e come a dire
“cosa?” . Lei, l’infermiera, per farsi capire bene, quasi scandendo le parole, aggiunse “ti sei pisciato
addosso!” il vecchio allora imbarazzato, abbassò il volume della sua voce e ciangottando gli rispose
“ah… si… ecco…”. Fu terribile, nessun rispetto, nessun minimo sentimento. Ero atterrito.
 
Quando l’infermiera finì il suo lavoro con altrettanti modi poco gentili, che non sto qui a
descrivere per non sembrare esagerato, mi sentii di dover fare qualcosa. Non ce la facevo a vederlo
 
così, inerme, solo. Quindi feci quello che di solito fan tutte le persone che hanno difficoltà ad
approcciare. Esordii timoroso con una frase scontata. “Ha avuto un incidente?” e lui subito, ma
lentamente “Si… ma… non ricordo niente… stavo andando a comprare il vino…” pian piano nel
suo racconto vago e nelle mie domande scontate, lo vidi cambiare atteggiamento.
 
Non lo so, ma forse in me trovò quella voce amica che dall’incidente fino a quel letto, non era
riuscito purtroppo a trovare.
 
Il tempo passava, e nei discorsi più disparati avevamo ormai preso confidenza, ma nessun parente si
era ancora fatto vedere. Era tardi e i nostri argomenti s’erano esauriti. Emilio, così si chiamava, era
tornato sotto la sua capanna di lenzuola ed io ero sdraiato su di un fianco, voltato dalla sua parte.
 
Quello che più mi intristiva di quel vecchio era il fatto che si trovasse solo. Dopo circa tre ore era
ancora là e nessuno dei parenti era venuto a prenderlo o a trovarlo. Era solo.
 
Poi d’un tratto quel che vidi mi tolse il fiato. La capanna di lenzuola del vecchio iniziò a tremare,
sempre di più, finché anche il letto tremava e faceva rumore ed io impaurito iniziai a gridare aiuto.
Fortunatamente la sala degli infermieri di turno era difronte la mia stanza e in pochi secondi ne
arrivarono due. Ero pietrificato. Emilio era supino sul letto, fissava il soffitto e vibrava muto in un
tremito pauroso. Non appena gli infermieri arrivati di corsa si avvicinarono al letto, quel tremito
cessò di colpo e sentii uno dei due urlare un lungo “noooo!”.
 
Qualche istante dopo arrivò un altro infermiere che vedendomi mi prese per il braccio e quasi
di forza mi portò fuori. L’ultima immagine che ricordo, è quella di uno dei due infermieri che
energicamente provava a rianimare Emilio, e lo sguardo di lui, vuoto, a fissare il soffitto.
 
Fuori, nel corridoio, rimasi immobile in un angolo, sconcertato. Non credevo a quello che era
successo, era irreale. Era la prima volta che mi trovavo così vicino alla signora e che la vedevo agire
indisturbata e senza nemmeno un briciolo di pietà per quel pover’uomo.
 
Un embolo, dissero in seguito. Non era tanto per l’embolo e la morte inaspettata che piansi tutta
la notte, ma era per la solitudine di quell’uomo, era per la solitudine che lo aveva ucciso ancor più
dell’embolo, era per il fatto che per tutta la notte non arrivò nessun parente, era per il fatto che la
mattina seguente arrivò un uomo a ritirare i pochi oggetti di Emilio, e non era poi tanto affranto.
Quell’uomo, era suo figlio.
 
Spesso quando si definiscono le cose opposte, tipo il bianco e il nero, o il bello e il brutto, tendiamo
a contrapporre la vita alla morte. Ma non è giusto. La morte non è solo la fine della vita. La morte
è parte della vita stessa. Forse la nascita si può definire l’opposto della morte. Ma la vita, la
comprende la morte, ne è imprescindibile.
 
Non pensate che io creda di conoscere bene la signora. La temo e la rispetto per quanto le è dovuto.
Ma è solo grazie a quegli incontri stampati nella mia memoria, se oggi amo così follemente e con
passione questa meravigliosa vita.

15 Dicembre 2013

Morire è Non Essere Visti

Entra con una certa sicurezza d’animo che va a perdersi nell’incontro- scontro con la portiera che, con aria fasullamente materna e voce di bambina anziana, le indica con il ditino che l’ufficio che sta cercando si trova all’ultimo piano.
Sale le scale arpionandosi con le dita della mano destra al passamano di ottone fieramente lucidato.
Umile lega travestita da metallo prezioso.
Il palazzo è suddiviso in quattro piani, sfornito d’ascensore. Uno di quei vecchi edifici che vengono dati per scontati come se, da sempre, fossero stati nel posto che occupano.
L’intonaco bianco è rovinato in più punti e  le sue crepe gocciolano bianco farinoso sui gradini di pietra scura.
Continua a salire diretta all’ultimo piano come le è stato saggiamente indicato, riflettendo che fondamentalmente tutto quello che ha in sé carattere burocratico può esentarsi dalla ricerca sfrenata di un estetica accattivante; doveva a limitarsi a funzionare. Questo, e niente più.
Arrivata alla terza rampa di scale la sbarra di ottone si trasforma in una ghisa ritorta in fantasie floreali.
La porta a vetri smerigliati le si presenta poco distante appena approda sull’agognato quarto piano.
Percorre il corridoio stretto e non troppo lungo che la separa da essa seguendo il disegno del pavimento a scacchiera. Allunga le dita davanti a sé poggiandole sulla maniglia.
-Vorrei…
Sussurra impercettibile mentre spinge la porta.
Una stanza quadrata, dalle pareti di un bianco che fa male, l’accoglie. Gli occhi della signorina che troneggia dietro la scrivania si posano momentaneamente su di lei per poi tornare a dividersi in uno strabismo professionale.
-Aveva bisogno…?
Lei si avvicina rompendo il silenzio ingombrante.
-Ho un appuntamento..
Le prime sillabe le sono uscite sotto di un tono, tossisce nascondendosi le labbra dietro le dita.
La segretaria le chiede il nome  e, solo dopo essere entrata in possesso della sua identità, si mette a  lavoro battendo sulla tastiera.
Nell’attesa di sapere quale destino l’attenda si guarda intorno posando lo sguardo sui quadri malamente attaccati alle pareti. Quadri da ufficio. Immagini che sarebbe stata in grado di trovare senza troppe difficoltà in qualunque sala d’aspetto. Anche se questi erano peggiori di tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento.
Posandosi proprio di fronte ad una di quelle cornici, con il riflesso dei suoi occhi assorbito dal vetro non spolverato, si ferma un attimo a riflettere. Consapevole di non riuscire a sopportare che tutto ciò rappresenti
Il suo ultimo richiamo all’arte.
Sente la paura, quella paura che si rifiuta di affrontare poiché la sua decisione era stata già presa .
Viene riportata alla realtà dalla voce della signorina dallo sguardo discordante.
-Porta otto, in fondo al corridoio, se gentilmente prende il numerino prima di entrare perché oggi c’è un po’ di confusione..
Annuisce avviandosi verso il corridoio alla sua sinistra. Si sofferma staccando il foglio di carta con su il suo numero di riconoscimento. Unica sua rivendicazione di esistenza.
Le bruciano gli occhi mentre percorre la sua strada, accompagnata dal silenzio imposto dalla moquette blu che assorbe qualunque suono.
La stanza in cui arriva è grande più delle sue aspettative; in un certo senso  quasi accogliente grazie, forse, alle grandi finestre da cui entra il sole finalmente uscito dal letargo invernale.
Dodici persone e due bambini che ad una stima approssimativa le paiono intorno ai cinque, forse sei anni. Piccoli, troppo.
Attraversa la sala introducendosi in essa con un “buongiorno” di circostanza, diretta verso una delle finestre, curiosa di vedere su che cosa si affaccia, desiderosa di guardare dall’alto di quel quarto piano la vita che continua mentre la sua sta per finire.
Una pianta, posta strategicamente nell’angolo più assolato, la saluta al suo arrivo con il suo vaso ricoperto di foglie decedute nella terra scura.
Avvicina il naso al vetro freddo, lasciando che il suo respiro lo appanni leggermente, poi decide di sedersi approfittando di una delle poche sedie libere nella stanza.
Osserva i presenti cogliendo brandelli di discussioni avviate prima del suo arrivo. Nell’angolo di fronte a lei l’uomo piange sommessamente, mentre la donna seduta accanto a lui che tiene in braccio uno dei due bambini lo rassicura mentre l’altro figlio gioca, distratto, su una sedia vicina perso nei suoi mondi di fantasia.
Nel dramma lei, la madre, conserva qualcosa di sereno negli occhi arrossati di pianto trattenuto.
L’accettazione è la cosa più dura perché come viene spesso ripetuto sono coloro che restano a soffrire maggiormente, e lei lo sa bene: è per quella sofferenza che non riesce e che non vuole abbandonare e per  quel dolore da quale non vuole uscire che si è recata lì.
Due signore sedute accanto a lei parlano dei nipoti e del loro rimpianto per non avere il tempo sufficiente per vederli crescere.
Tanti si raccontano la loro storia, si confidano.
Allunga le dita verso il tavolo afferrando un opuscolo che riporta a grossi caratteri eleganti il nome dell’ufficio e i servizi offerti.
Legge in silenzio, scoprendo che da qualche tempo è possibile anche effettuare operazioni a domicilio con personale autorizzato. Basta chiamare e farsi mettere in lista, loro vengono a casa e si occupano di te.
Un’idea interessante, sarebbe piaciuto anche a lei. Li avrebbe aspettati a casa, seduta sul divano e su di esso sarebbe morta.  Ma ormai era lì e non poteva certo tornare indietro anche perché l’appuntamento era a lunga scadenza e c’era il rischio che ci volessero mesi per prenderne un altro e non voleva avere di nuovo tutto quel tempo per pensare, aveva già sistemato tutto quello che doveva.
L’uomo e la donna con il bambino in braccio piangono di nuovo mentre lei continua a ripetergli che avranno modo di rincontrarsi.  
Cerca di concentrarsi sul cartoncino che si rigira tra le dita mentre gli occhi le si arrossano facendole confondere le lettere.
L’ufficio inoltre mette a disposizione anche la possibilità di segnarsi fin dalla nascita sui Registri, rilasciando insieme al certificato di venuta al mondo quello con la data di dipartita. Tutto dipende da quale filosofia scegli di seguire. La percentuale di coloro che vogliono avere un destino già segnato si innalza sopra a coloro che vogliono mantenere una parvenza di libertà.
-Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede.
Mormora mentre le tornano in mente le parole di Woody Allen, sorride dentro di sé chiedendosi come sia possibile che negli ultimi istanti della sua vita le vengano in mente pensieri tanto frivoli, che sia un segno? Il segnale d’avviso che la informa di essere in prossimità del sentirsi pronti?
Si ricorda la macchina del caffè che fa compagnia alla segretaria strabica. Trovati nella borsa gli spiccioli che le servono per andare alla ricerca del sapore di caffeina  espulso nel surrogato, si alza sfilando di nuovo davanti le facce dei presenti.
Ripercorre il corridoio ritornando al punto d’arrivo. Sorride alla donna che, con protervia, uno per volta posa gli occhi su di lei, poi silenziosa si avvicina alla macchina del caffè. Il rumore dei soldi che la sfamano riempie l’aria. Eccede nello zucchero, a lei che piace quasi amaro, pensando che quella sarebbe stata una delle ultime volte in cui si sarebbe divertita a raccoglierlo come una bambina sul fondo del bicchiere.
Attendendo che il suo ordine fosse pronto rimane a contemplarsi nell’immagine distorta che la superficie lustra di plastica le restituisce.
In generale si era sempre piaciuta, come ogni altra donna avrebbe voluto modificarsi, annullarsi nella ricerca del suo concetto di perfezione, ma si era sempre piaciuta.
Si sposta una ciocca di capelli cadutale sugli occhi assumendo e di conseguenza facendo assumere al suo riflesso liquido, un che di statuario e di elegante.
Il ‘bip’ della macchina la riporta alla realtà, nella quale riapproda con un certo imbarazzo chiedendosi se la segretaria ha notato i suoi gesti che di solito dovrebbero rimanere nella promessa di complice silenzio tra il diretto interessato e lo specchio del bagno.
Beve il caffè tentando di stabilire un dialogo con la segretaria, se questo è ciò che ha disposizione.
Ha bisogno di parlare con qualcuno che possa risponderle.
Cammina per la stanza fermandosi davanti ad uno dei quadretti tristi precedentemente notati, una fotografia in bianco e in nero che riporta la didascalia : veduta della città.
-Sa che posto è?
Chiede rompendo il silenzio e il ritmo della tastiera sulla quale la donna continua a battere le sue dita dalle unghie lodevolmente curate.
-No. Non sono di queste parti.
Il ticchettio riprende il suo flusso facendole capire che non è il caso di mettersi a chiacchiera.
-E’ la vecchia caserma della polizia, fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra.
La voce non è quella segretaria, ma tanto meglio. Si volta verso colui che ha parlato. Un signore intorno ai cinquanta anni.
Lo saluta cordiale sorridendogli. Lui le si avvicina ricambiando il saluto per poi raggiungere la macchina del caffè.
-Che numero è lei?
-Tredici, e lei?
-Sette, ci vorrà ancora un po’
Le risponde mentre, controllando l’orologio, si assicura dello scorrere del tempo.
-Già
Lo osserva mentre leggermente piegato, con la mano destra apre lo sportello di plastica per afferrare tra con le dita della sinistra il bicchiere fumante.
-Fumi?
La domanda la coglie impreparata. E’ sempre stata contraria o almeno, se non contraria, non è mai stata affascinata dalle sigarette.  Ultima inaspettata esperienza.
-Si
-Andiamo a prendere un po’ d’aria.
Lei lo segue facendosi guidare su un piccolo terrazzo che si affacciava su un chiostro. Non sembrava che fosse di dominio pubblico ma più una chicca che l’uomo aveva riservato per sé stesso e, in questo caso, per lei.
-Prima lavoravo qua
Le dice tirando fuori di tasca un il pacchetto di sigarette. Gliene affida una e le mette la fiamma davanti agli occhi perché lei possa accenderla. Non sapendo bene che cosa fare tenta di fare la disinvolta, lui nota la sua difficoltà e sorride intenerito senza però dire niente.
-Lavoravo nell’archivio..
-Davvero e poi?
– Quando mi è arrivata la lettera ho deciso di licenziarmi e di sputtanarmi quel poco che mi restava. La cosa più dolorosa è stata trovare una sistemazione al mio gatto, unico vero compagno di vita fedele, ma dopo essermi assicurato che avrebbe vissuto felice ciò che gli restava nella casa della mia vicina, mi sono rasserenato…
-Lettera?
Lui si mette a spiegarle
-Si, loro ti danno il tempo. Ti inviano per posta circa un mese o due una lettera in cui ti spiegano il perché morirai. Ti consigliano nomi di bravi terapisti che possono aiutarti nell’accettarlo e ti informano del loro servizio assistenza per i clienti. Questo se non sei già iscritto ai Registri e quindi se non sei già autonomamente consapevole di quando sarà la tua fine.
Continua a parlare  mentre il fumo esce lentamente dalle sue labbra.
-Puoi morire di malattia, di vecchiaia, per un incidente eccetera, nella lettera viene segnato a quale gruppo appartieni. Se per un motivo qualunque non puoi presentarti nell’ufficio ci pensano loro: se sei in ospedale per esempio o impossibilitato per un motivo o un altro… In realtà dipende tutto dalla persona. C’è chi nella data prestabilita arriva qua e c’è chi nella parvenza di avere libertà di scelta vive quel suo ultimo giorno fino all’ultimo minuto. Ma tu sei una suicida giusto?
Non sa spiegare come l’uomo sia arrivato a quella considerazione ma si limita ad annuire.
-Non preoccuparti lo so per esperienza, dopo un po’ di tempo che fai un lavoro sai riconoscere determinate cose.  Nei suicidi, come nel tuo caso, la cosa è differente. Decidendo di andare via prima del tempo prestabilito dovete contattare voi l’ufficio e farvi dare un appuntamento. La soprattassa che hai dovuto pagare per accedere a questo servizio non è sempre esistita. E’ entrata in vigore quando la direzione si è accorta che il numero di coloro che anticipavano la propria dipartita era nettamente superiore di quelli che attendevano che cadesse l’ultimo granello di sabbia. La maggior parte dei suicidi proviene da coloro che fin dalla nascita sono segnati ai Registri. Inizialmente sono entusiasti di questa scelta, credono di vivere con meno preoccupazioni, ma poi non riescono a sopportare la tensione di centellinare la propria esistenza.
Ora sorride mentre respira a fondo l’ultimo tiro in prossimità del filtro.
-Perché sei qui?
Gli chiede imprecando silenziosamente contro sé stessa per una domanda posta con tanta mancanza di delicatezza. Cerca di rimediare scusandosi ma lui le risponde  con quella che sembra una sincera serenità d’animo
-Cancro ai polmoni, se ce ne fosse stata possibilità sarei guarito ma quando andai a chiedere se potevo fare qualcosa mi dissero che così era e non ci si poteva fare altro… Ma non fraintendermi sono tutti molto gentili qua.
Finisce di fumare anche lei, lasciando che lo scarto della sigaretta conclusa cada al di à del balcone.
-E tu? Sei giovane…
Le dice lui mentre appoggiandosi alla ringhiera guarda il quadrato di cielo recluso tra i quattro palazzi.
-Mi manca…. Non sono sufficientemente forte credo, non lo sono mai stata.. credevo di esserlo ma in realtà era merito suo…non sono in grado…
La voce le si rompe nel tentativo di ingoiare il pianto.
-Se questo fosse un film, io sarei più giovane e avrei un fazzoletto da darti..
Sorride paterno osservandola mentre piccola si ricompone.
-Mi sa che ci siamo
Aggiunge sospirando, con la rassegnazione negli occhi.
-Ti accompagno
Rientrano insieme dal balcone. E’ la segretaria ad avvertire l’uomo che il “sei” è appena entrato.
Sarà questione di minuiti.
-Mi ha fatto piacere incontrarti
-Anche a me…
Rientrano nella sala d’attesa, lui allunga il pacchetto di sigarette  con le ultime due restanti insieme all’accendino.
-Buon viaggio
-Anche a te..
La porta dello studio viene aperta e l’uomo, il numero sette, viene convocato.
Lei lo abbraccia; abbraccia quello sconosciuto che potrebbe essere suo padre, abbraccia quell’ultima persona che ha avuto il piacere di conoscere.
Ultimo contatto umano per entrambi.
-Ciao
Ultime parole che le vengono rivolte prima che lo veda sparire dentro lo studio.
Sola di nuovo. Impreparata. Non riesce a respirare in quella stanza dove tutti parlano, dove bambino e madre sono spariti lasciando quel padre da solo a disperarsi nell’abbraccio del figlio sopravvissuto non ancora in grado di capire. Dove le donne si raccontano dei nipoti, dove la pianta si alimenta di quel sole malato che non scalda e delle sue stesse foglie cadute.
Esce di nuovo dalla sala correndo verso il bagno nel quale entra e gettandosi in ginocchio vomita caffè e tabacco aspirato.
Respira riprendendo fiato mentre la lacrime le rigano il viso sfacendole il trucco.
Perché si era truccata quella mattina? Si chiede quando risorgendo si pone davanti allo specchio studiando le strisce grigiastre che le segnano il viso.
Si stropiccia le guance con il palmo della mano portandosi via le cicatrici apparenti. Davanti allo specchio decide di accendersi un’altra sigaretta e di osservarsi anche in quella veste.
Sorride imbarazzata all’immagine che le viene restituita mentre inesperta si porta la sigaretta alle labbra che non riescono a trovare una posizione dignitosa.  La finisce tossendo, piegata con la bocca nascosta  tra le mani.
Si guarda di nuovo, odiando quell’espressione di bambina che ha sul viso, che continua a mantenere in quello che rappresenta un momento fondamentale della sua vita che presto terminerà.
Si avvicina allo specchio creando con il suo respiro un alone all’altezza del suo viso nel quale va a disegnare con le dita una stilizzatissima faccia sorridente e lì immobile con il volto all’interno dei contorni resta a fissarsi in quella nuova espressione di felicità esasperata fin tanto che anche essa non si dissolve.
Tra poco sarà il suo turno.
Vuole andare a liberarsi dai liquidi. Non sapendo come la sua morte avverrà di sicuro non vuole arrivare lì e sentirsi inadeguata a causa degli stimoli naturali di ogni essere umano.
Esce dal bagno, diretta di nuovo nella sala d’aspetto.
Ora sono presenti solo due persone. Le due signore sono sparite così come l’uomo con il bambino che dovrà ancora attendere  prima di rincontrare la moglie e l’altro figlio più piccolo. Dovrà vivere in funzione di quel bambino rimasto a meno che…
Le sue riflessioni si interrompono quando qualcun altro sparisce dalla sala.
Solo una persona davanti a lei.
E’ pronta? E anche se non lo fosse ci sarebbero alternative? Ormai ha deciso, l’importante è che sia indolore, inoltre ha speso tutti i suoi risparmi per essere lì in quel momento.
Respira a fondo sentendo la paura impossessarsi di lei mentre si impone di non pensare a ciò che lascia ma solo a quello che troverà.
L’ultima persona entra, la prossima  sarà lei.
E se non lo trovasse? Se non riuscisse a rincontrarlo a ricongiungersi? Chi le dava la certezza che davvero dall’altra parte qualcuna la stesse aspettando. Provare per credere, sempre se riuscivi a trovare la forza per credere e il coraggio per provare.
-Numero tredici
-Si!
Quella risposta le esce quasi gridata. Si alza dalla sedia prendendo in braccio le sue cose, con in tasca l’ultima sigaretta che le era stata regalata, con la sua borsa piena di ricordi che non aveva voluto abbandonare con le sue cose che ancora appartenevano a quella lei ancora in vita.
-Prego mi segua.
Annuisce ed entra chiudendosi la porta alle spalle.

14 Dicembre 2013

Metabasi

Le luci erano nette e i palazzi rustici proiettavano ombre decise sulla strada.
Si muoveva fra la folla, i colori delle maglie si mischiavano nelle sue iridi, scansava gli insulti di chi inavvertitamente urtava con un semplice gesto della mano e uno sguardo di commiserazione.
Il cappotto spazzava la pavimentazione del centro storico di quella città, che poteva essere una qualunque ma una qualunque non era: era un guazzabuglio di persone unite che avevano case, vestiti, automobili, lavatrici, amicizie.
Si sentì strozzare da un piede e perse l’equilibrio. Roteò il mondo attorno a lui e cadde a capo riverso, ponendo in anteprima le mani. Inequivocabilmente si sbucciarono e persero alcune gocce di sangue su quella pietra lavorata e lisa.
Eccolo rialzarsi e sedersi; i ginocchi contro al petto, saldati dalle mani.
Forse per sdrammatizzare, forse per riflettere, forse solo per concedersi un momento di pausa, iniziò a guardare i cielo, erano giorni che si proponeva di farlo.
Era primavera.
Gli eventi si susseguivano violenti, non c’era modo di respirare e sicuramente quell’ambiente non era il migliore in cui vivere; non era il peggiore, probabilmente altre realtà, due metri in quella direzione, erano stantie e puzzavano, ma sicuramente nell’altra direzione vi sarebbero stati odori gradevoli e persone socievoli, non quelle facce grigie che si affaccendavano di fronte a lui.
Una presa di tabacco nella sua mano destra, un filtro in bocca e iniziò a girare una sigaretta.
La portò alla bocca e tirò per accendere. Il fumo riempì la sua bocca e poi si dilatò nell’aria disegnando una nuvola indefinita.
Passavano così le stagioni? Era forse il domani quello che si presentava, o l’ennesimo oggi? da vivere momento per momento, cogliendo ciò che veniva, difendendosi dai malcontenti della gente e dal tempo tiranno e dalle foto di cuccioli che assillavano il mondo telematico.
Non erano pensieri per lui questi; lui aveva quei sorrisi,  quei pianti, quelle storie che le persone devono obbligatoriamente raccontare, i caratteri e le paure e gli interessi che rubava via via alle sue amate temporanee.
Osservò passare davanti a lui una bicicletta. La nube di nicotina e catrame si dissolse seguendo la scia di quel profumo troppo intenso e troppo acre per non essere di disturbo. Sopra cavalcava una ragazza distinta e armonica, capelli corvini trascinati dal vento in riccioli perfetti.
Si fermò per guardarlo e poi seguirlo reclinare il capo verso i suoi pensieri. Andò avanti e poi girò ad un incrocio, cambiando mondo, scegliendo l’ombra, che non si spostava nonostante il trascorrere dei minuti, poi trasformati in ore dall’attesa dell’uomo che ancora stava lì a pensare.
Spense la sigaretta e la perse nelle fughe fra le bozze. La cercò a lungo con lo sguardo, ma non la distinse dalle altre già presenti, piegate su loro stesse, fradicie e sporche di rossetto, imperlate di cera di processione e chiuse fra steli d’erba.
Quelle persone sedute al tavolo discutevano. Le loro parole fatte di lettere unite fra di loro, senza suono e musicalità. Parlavano delle tenebre incestuose che si susseguivano sopra delle vite che non erano loro, protette da pellicce di visone, marroni e tremende, bruciate dall’invidia che loro stesse provavano. Ogni gesto dell’altissimo signore sembrava, stando a loro, cadere sui loro colli già gravati da spade di Damocle appese ad un soffitto di cristallo. Alzavano lo sguardo ed invocavano i cerchi celesti che smettessero di ruotare e fermassero l’ingranaggio messo in moto, ridando loro la giovinezza perduta. Ordinarono un caffè, si alzarono. Se ne andarono dopo aver rubato il giornale.
Tirò fuori dalle tasche alcuni fogli e lesse quelle lettere che gli erano state inviate tempo fa, quando ancora leggeva e sapeva di tante cose.
Passava allora un uomo trascinando con se un cane al guinzaglio. Incideva, mangiandosi il selciato con maestosi passi aulici e decisi e la sua andatura pareva inarrestabile.
Il sorriso con protervia ed eleganza attirava gli sguardi; negli occhi il baluginio del giorno e altre cose inscrivibili dentro una cementificazione di verde e arancio. Parlava al nulla e riferiva a questo di quelle storie che capitano solo a quelli come lui, con lo smalto amaro sulle unghie e i denti nuovi. Il cane, nella sua posizione di inferiorità, preferiva restarsene nel suo anonimo beige e nella sua gabbia di rami e prospettive piuttosto che seguirlo;  fagocitava gli escrementi trovati per caso, sdegnando le passanti.
Si alzò lentamente, appoggiandosi sulle ginocchia e poi sulle nocche ossute; il sollevamento richiese al suo corpo uno sforzo elevato nel pompare il sangue e la sua testa fu per un attimo leggera e le immagini persero il loro lume.
Un passo seguendo l’altro iniziò a destreggiarsi fra le persone, cogliendo lo sguardo di quell’altri che come lui ambulavano. I palazzi si susseguivano alti, chiudendo al sole ogni possibilità di penetrare in quelle vie oscure che di volta in volta assumevano odori diversi spaziando dall’urina al sapone attraverso i soffritti delle massaie e i panni stesi su un filo fra facciata e facciata di quelle alte torri.
Sulla destra prese un vicolo  che lo portò ad una fila di porte colorate. Non quella blu, non quella gialla, non quella verde e neppure quella marrone. Fu quella rossa che lo fermò. Suonò il campanello con un gesto repentino del dito e aspettò mangiandosi la pelle attorno al pollice gonfio del suo lavoro. Senza dover neppure attendere il citofono spontaneamente la porta si aprì e una signora dal vestito blu fiorito in viola uscì portando con se un sacco ripieno di immondizia. Si inserì nello spiraglio e si lasciò alle spalle la città, mentre questa ancora lo digeriva.
Il muro senza intonaco gravitava attorno a lui salendo le scale e la polvere di quei mattoni si attaccava ai vestiti; fregandosene la mandò via battendoci il palmo della mano tre volte.
Bussò alla porta dell’appartamento, ma non trovò nessuna risposta dall’altro lato e non sentì i passi strascicati del muoversi in pantofole e vestaglia. Prese le chiavi dalla tasca e, dopo aver trovato quella corretta, la infilò nella serratura e ruotò appena mezza volta; spinse ed entrò.
Sulla soglia si trovava la cucina e oltre un corridoio buio che portava alle camere. Una tappezzeria mimetizzava le tracce che il fumo lascia alle pareti. L’odore dei piatti da lavare e della spazzatura da buttare riempiva l’aria con un olezzi che inconsapevolmente sapevano di fine e di marcio.
Andò nella cucina. Prese da quel mobile un bicchiere e si servi dalla credenza di varie bottiglie già iniziate da tempo. Vide il bicchiere colmarsi di liquido denso e trasparente dalle onde morbide e ascoltò il suo gorgogliare e mescersi: un suono montano di ruscello sassoso.
Ne bevve un po’ e poi lo posò.
E il bicchiere si distrusse contro il pavimento. Il rumore di milioni di frammenti che rifletterono la luce della lampada in alto e ricaddero a terra. Quel capolavoro involontario accompagnò lo scuotersi delle fondamenta dell’edificio che si propagò lungo i muri portanti ad ogni elemento di arredo. Il tempo si fermò. In quello istante tutto scivolò nel nulla per rotolare.
Rotolò anche lui, fini per terra e poi fuori dalla finestra e poi in strada, con la folla, anch’essa rotolante  a suo modo: gambe storte, passi incrociati, braccia in aria, bocche aperte, suoni striduli per le vie.
Si raddrizzò piuttosto rapidamente appendendosi ad un lampione. La scossa l’aveva spento e l’aveva lasciato contorto, quasi in uno stato di costernazione, quasi a voler segnalare la rovina che era uscita dagli appartamenti.
Apparve in strada la ragazza del pomeriggio, trafelata, i capelli neri ricci attorcigliati fra loro e il trucco cadente che si era mischiato alle lacrime sul suo volto. Muoveva la testa mentre cercava di vedere se la gente, in tutto quel trambusto, la stesse notando, commiserandola, o se invece stesse passando inosservata. Così era successo durante tutta la noiosa serata che aveva trascorso a casa di qualche conoscente fino a quando il boato non l’aveva spinta fuori di forza per controllare se i suoi beni fossero ancora tutti integri e al loro posto.
Lui la guardò, poi lo sguardo venne ricambiato e allora chinò il capo, evitando i suoi occhi, evitando di fermarsi sulla sua triste acconciatura e di sottolineare in qualche modo tutta la miseria e lo squallore che, in contrasto con il pomeriggio, lo stavano pervadendo.
La giovane venne notata da quel drappello di vecchietti che commentavano acidi, dallo scranno di un tombino, l’evento del terremoto lamentando le ingenti perdite in denaro, raccontando come quel tal parente avesse subito molti più danni e come, durante la guerra, queste cose fossero nel menù della giornata e nessuno si sconvolgesse se una bomba buttava giù un palazzo, ma sempre perché loro erano giovani e forti e avevano le ossa dure e i nervi saldi. Le loro donne piangevano sulle sedie, dondolavano ritmiche e emettevano suoni gravi e monotoni, impaurite fino al midollo, invecchiate improvvisamente senza quelle pellicce che tanto le facevano sentire sicure dietro il lusso e l’opulenza.
Il ragazzo iniziò a passeggiare. Guardò con un sorriso il gruppo di anziani e passò oltre, guidato dalla curiosità di vedere cosa stesse facendo la gente in quel momento, come l’uomo affrontasse il panico.
E vedeva le persone affaccendarsi: le madri dietro i figli piangenti, con i loro peluche in mano; le coppie abbracciate a consolarsi; i ladri entrati nelle case ed usciti con le tasche gonfie. Alcuni caritatevoli andavano a parlare con le famiglie, con la gente, prestavano i soccorsi e offrivano thè dentro bicchieri di plastica. Anche lui se ne prese uno.
Osservò con gli occhi carichi di tenerezza un cane tirare fuori il proprio padrone. Questo aveva delle tracce di vomito sulla camicia blu e aveva le palpebre socchiuse che lasciavano intravedere il bianco degli occhi riversi da qualche sogno paranoico. Muovendosi all’indietro,  l’animale lo trascinava per il braccio, tenendo la coda alta a segnalare la sua presenza a qualche buonanima che l’aiutasse; mentre i guaiti attiravano l’attenzione,  l’asfalto si opponeva e i muscoli delle zampe erano tesi proponendosi alla rottura.
E il terremoto distrusse ogni cosa, non lasciò scampo  quella sera. Mentre la luna iniziava a scomparire e la volta celeste si illuminava,  la gente assiepata sulla strada guardava ciò che rimaneva della propria casa e dei propri affetti. Ogni cosa determinata, ogni certezza, ogni investimento, era crollato e non c’era più niente dentro quei corpi, che, già privi di ogni individualità, rimanevano anche senza la struttura di idee e pensieri che permettevano al giovane di vederli a lui così estranei.
Lui dal canto suo continuava a camminare verso l’alba
e presto scomparve con il canto mattutino degli uccelli.

14 Dicembre 2013

Senza titolo

Flash.
Sono stanco di questo mondo di apparenze.
Maiali che sembrano grassi.
Famiglie che sembrano felici
Dammi liberazione. Da quello che sembra generosità.
Da quello che sembra amore.
 
(Chuck Palaniuck)
 
A cinque anni volevo ridere come te.
A sei anni volevo contare come te.
A sette anni volevo colorare come te.
A otto anni volevo parlare come te.
A nove anni volevo scrivere come te.
 
Un rosso strano sulle pareti, che tendeva al mattone ma non si avvicinava a quello delle piastrelle
in cotto del pavimento. Un nero di alcol e bicchieri di plastica che puzzavano di vino Tavernello, in
cui qualcuno aveva spento le sigarette.
Loro ne avevano bevuti sei a testa, giocando con i tappi di sughero a chi ne infilava di più nel vaso
della pianta grassa all’angolo, dove qualcuno prima o poi avrebbe vomitato.
Un passatempo cretino. Sbagliavano entrambi apposta per poter bere, in una gara che aveva il
profumo goliardico dei bastoncini di liquerizia comprati al tabaccaio e del sudore dentro le polo;
macchiate di olio delle patatine fritte dello zozzone di Ponte Flaminio.
Poi solo risate e i corpi attaccati alla finestra per non morire di caldo, senza ventilatori puntati in
faccia. La musica dal salotto entrava attutita. Improvvisavano mosse insensate e appositamente
sconclusionate per poterle decorare con altre risa e sopperire all’imbarazzo di essere ubriachi
lerci in una cucina dalle pareti rosse ma non mattone, a ballare, da soli.
La strada strideva, qualche sirena in lontananza, le luci romane e i ricordi delle urla per le scale
quando salendo nella palazzina avevano suonato tutti i campanelli, tanto per rompere un po’ il
cazzo ai condomini.
Alla fine s’erano ritrovati vicini. Trascinati dal’odore rancido del vino e il trambusto del ridere
simultaneo.
Nei pensieri che erano volati via seguendo iperboli alcoliche difficili da tracciare. Sopra di loro,
fuori dalla finestra, calde e vellutate, oppure silenziose e impalpabili.
Colorate, pronte a essere nere o rosse. O forse entrambe.
 
A dieci anni volevo piacere come te.
A undici anni volevo essere lodato come te.
A dodici anni volevo vestirmi come te.
A tredici anni volevo te.
 
Lì avrei dovuto capire che qualcosa non tornava.
 
Quella forse è erba. Quello forse è fango. Quella forse è merda di cane.
Sposta i capelli gocciolanti. Gli irrigatori partono esattamente alle tre di notte. Il prato verdeggiante
riprende fiato dopo una giornata afosa di metà Luglio.
L’umidità entra e sprimaccia i polmoni, mischiata al vapore dei respiri, la condensa degli alberi,
l’odore di bagnato, gocce di saliva.
La stoffa è una poltiglia sporca di terra e gelida per il sudore.
In basso, come fantasmi e ricordi sbiaditi, le luci della festa, stroboscopiche e colorate, lampeggianti
senza suono.
Rotola il corpo tra le cicche spente di qualche Chesterfield Blu; struscia le anche tra le impronte
invisibili di vermi e coleotteri; sbatte le ciglia incollate, e si pulisce le labbra gonfiate dai denti.
Sono affondati e tornati più volte, hanno stretto il sangue, mentre il caldo ha fatto bollire le sinapsi.
Capelli biondi, forse. Boccoli disegnati con un ferro caldo, forse. Pelle chiara e punteggiata da
parecchi nei sul collo, forse. Gambe lunghe ma sedere poco sodo, forse. Caviglie ossute e stinchi da
pallavolista, forse. Tacchi senza punta, forse.
I jeans di entrambi bloccano i movimenti incollati alla pelle, sempre troppo stretti, sempre troppo
rigidi; ormai da buttare.
Lei ogni tanto parla. Chiede il suo nome, chiede qualche bacio, chiede informazioni sul
preservativo.
Le labbra sono ruvide piene di grumi, e lasciano tracce fiacche sulla maglietta arrotolata e bianca
che lui a un certo punto si leva, sperando di ritrovarla in un secondo momento.
E l’erba tutto sommato, è gelida. Viscida e urticante.
Schiamazzi e voci; chi passa di lì fischia e urla nella loro direzione, qualcuno si ferma persino a
sbirciare, altri seguono il loro esempio, un po’ più in là.
Le afferra il busto e le gambe. Mutande a pallini perfettamente rotondi, neri su sfondo bianco,
qualche pizzo e qualche cucitura colorata.
Affonda il viso alla cieca, lei sussulta con le unghie conficcate a terra. Produce qualche suono, poi
sta zitta e respira forte, gli tocca i capelli. Lui alza la mano e le fa capire di evitare contatti superflui.
Si concentra con tutte le forze e ricorda di averla presa per mano tra la gente, con un bicchiere di
vodka liscia e una fettina di limone tra i denti. Poi hanno ballato, anzi si sono scontrati in maniera
poco armonica, lui le ha infilato una mano nelle tasche dei jeans, ha toccato subito tra le gambe,
senza troppi complimenti, frizionando la stoffa, sulle cuciture rigide.
È bastato poco, qualche bacio con i denti sulle clavicole, uno o due frasi di circostanza,
complimenti non davvero sentiti -ti sta bene questo vestitino rosso. Ah, no, cazzo, hai addosso i
pantaloni, pardon!- l’ha confusa con un’altra, l’ha pensata mora e poi rossa; alta e poi bassa; magra
e poi grassa.
Ha guardato il suo sedere muoversi a contatto con la patta dei jeans, anche lei pronta a scendere e
salire, senza seguire il tempo della musica techno in sottofondo.
E ora c’è il giardino di una villetta da riccastri che però fanno economia sugli alcolici scadenti e
girano polvere che chissà chi ha tagliato. Si morde ancora le labbra ed esce lo schifo dell’immagine
distorta che preme sulle tempie.
Il profilattico lo deve mettere al buio, solo una luce bassa, spunta dal viottolo lastricato che porta
alla piscina. La plastica arriva fino alla base, sigilla la pelle, e smorza.
Vorrebbe rimanere lì con la mente, su quella ragazza pescata nella ressa, la meno brutta, chissà.
Ma sprazzi di ricordi e dettagli sbagliati fanno capolino, mentre si sistema, tira con le unghie il
palloncino sgonfio e sente che sta per perdere peso.
Cristo! Non ancora, dai. Non ancora!
Lei attende e nota la difficoltà, con metà corpo nudo, schiacciato nell’erba.
 
Le natiche del sedere sono macchiate dagli steli appiccicosi e giallognoli. Ha l’alito impastato e il
reggiseno semi sganciato, pronto a sedurlo con un dettaglio femminile che a lui in fin dei conti non
interessa.
– Tutto bene? – si azzarda a chiedere. Sfacciata, con un ghigno sulle labbra.
Le lancia un’occhiata d’odio. Puro, profondo, sprezzante -odio- dissenso.
 
– Mi stai fissando.
– Non è vero guardavo dalla tua parte, è diverso.
– Sei strano, stasera.
– Sto bene, come sempre.
– Allora perché non la smetti di passarmi addosso i raggi x?
– Da quando è vietato guardarti?
– Da quando sei il mio migliore amico e non un frocio del cazzo.
– Passami il vino.
– C’è una biondina laggiù che non ti stacca gli occhi di dosso.
– Sì, magari. Nel prato coi lampioni spenti…
– Bella idea.
– Ti dà fastidio?
– Perché dovrebbe, te l’ho consigliata io.
– Hai fatto una faccia schifata…
– Stavo pensando che dopo ti dovrò raccogliere sporco d’erba fino alle orecchie.
– Divertiti, io me la cavo pure da solo.
– Buona fortuna…
 
Buona fortuna, un cazzo. Pezzo di merda!
Immagini putride, labbra smorte, visi pallidi, braccia tirate, muscoli nudi, pelle infreddolita.
Lui continua a spingere, muovendo le mani fino al seno, che è rifatto, schifosamente grande,
immobile, rigido. Succhia e preme, lecca.
Plastica sottocutanea che gli fa salire un conato di vomito. Protesi pallide che nuotano nella
soluzione salina, sotto le sue labbra -l’orrore di una bambola gonfiabile ma che respira- a contatto
con diecimila euro di mastoplastica additiva.
La pancia è liscia, i fianchi non si riescono a prendere con le mani.
Poi arriva comunque il calore fradicio dell’orgasmo, quel punto x che fa crollare la pressione,
impallidire le guance, e stiracchiare le gambe. Non è totale appagamento, ma solo un istante
artefatto di un’iperbole che sta già discendendo, verso la base, verso l’assenza.
Picchi e vette inafferrabili, che poi diventano noia, silenzio e spaesamento.
Lei raccoglie i vestiti, infila le mutande e cerca un posto dove darsi un contegno. Arranca tra le
aiuole di tulipani, con le scarpe dal tacco rotto in mano. Cinquecento euro da gettare nel cesso, con
una confezione di Tranquilit e un paio di antidolorifici a fargli compagnia.
Lui rimane sdraiato a braccia aperte, i pantaloni ancora abbassati, le mutande accartocciate, il
preservativo incollato alle dita della mano, la pancia gelata dalla notte.
Vomita, voltando solo il volto verso sinistra a un passo dalla propria pelle. Escono solo succhi
gastrici e luppolo ammuffito. Scrolla le labbra, sistema i jeans, si pulisce con un brandello di
maglietta che recupera dal prato.
– Tirati su, ti porto a casa.
Un’ombra. Un fastidio artigliato a fatica tra i denti. Un impulso omicida che può solo trasformarsi
nei borbottii di un ventenne senza prospettive.
Gli allunga la mano, nel vuoto, nel silenzio di una festa finita.
Ha la certezza che sia rimasto appoggiato alla porta finestra a guardarlo. Il perché non serve dirlo.
– Mi stai fissando – gli ricorda, immerso nell’erba rasata dal giardiniere due giorni prima.
 
– Da quando è vietato guardarti? – chiede lui restando in piedi, quella mano che lo invita a seguirlo
ancora protesa, le parti del dialogo invertite, in un gioco muto che conoscono solo loro due.
Alza gli occhi arrossati, sfrega le mani sporche sui jeans ancora più sporchi, ride e stringe quella
mano.
 
Sei uno schizzo di colore. Io direi il rosso, ma forse è troppo inflazionato.
Magari il nero renderebbe meglio l’idea. O un insieme di mille schizzi.
Di aranciata, di benzina, di vino, di detersivo, di olio, di pioggia.
Un grammo di tanti sputi, impastati insieme, fangosi e densi.
Come l’uovo montato a zabaione che tua nonna ci faceva prima delle partite di calcetto.
Come l’acqua del lago nelle gite della domenica a Vico.
Come l’aria nebbiosa nei ritorni dal campeggio, le canne da pesca rotte e le esche tutte perse.
Come l’aerosol che mia madre imbottiva di mentolo e fiori di ciclamino.
Come il sangue che ti colò dal naso quando la mia pallonata ti colpì per sbaglio.
Uno schizzo rosso, sulla tua maglietta nera. Quasi non si vedeva.
 
Lo guardo di sottecchi in macchina. Musica a tutto volume alle quattro di notte, strade senza sole e
aria che infesta l’abitacolo. Siamo troppo stanchi per guidare e i sedili sono coperti di terra che io
mi sono portato dietro, dopo la mitica scopata con miss liposuzione.
Lui guida. Mani strette sul volante, sacchetto del vomito pronto da passarmi.
Me l’ha indicata lui la ragazza, me l’ha messa lui la pasticca nel bicchiere di birra. Ma ora è
incazzato. Non come un fastidioso insetto che vola ronzando sulla punta del padiglione auricolare;
no, lui plana a tutta birra e mi punge, ripetutamente, con insistenza, lui punge e fa male.
Evito di fissarlo, perché fa troppo amichetto dalle dubbie pretese.
Quindi niente ammiccamenti, o mani vicino alle gambe, o frasi ambigue.
Alle quattro di notte è meglio tacere, e notare le luci delle macchine sfrecciare nel lunotto
posteriore. Anche loro sono schizzi, flash, sputi di realtà. E noi siamo solo due coglioni, troppo
pezzenti per prendersi per mano, ma troppo sentimentali per mandarsi affanculo.
Ha l’aria stanca e canticchia la canzone alla radio con mezza bocca chiusa, come se volesse urlare
ma si limitasse ad addentare sillabe a casaccio, in un inglese che non conosce -ti hanno sempre dato
quattro persino al liceo- e in una grammatica che barcolla sotto gli influssi della festa.
– Mentre ero con lei stavo pensando a te – lo dico con calma, senza nervosismo, palesando qualcosa
di noto. Lui in fin dei conti mi stava guardando mentre lo facevo, se ne sarà accorto.
Blocca la macchina, in un benzinaio Agip, e tira il freno a mano come se fosse il caricatore di un
fucile a pompa. Non dice nulla, mi dà semplicemente un pugno, con le nocche ben disposte, lo
ficca senza indugi sul mio sopracciglio sinistro, lo apre e fa grondare sangue sulle guance, sulla sua
mano, sulla mia maglietta, sui preziosi sedili della BMW.
Poi inveisce, apre lo sportello e sputa per terra; dà un calcio a un secchio pieno di sapone e acqua
scura. Apro la bocca varie volte, ma non dico nulla, tampono la ferita e mi piego per il dolore del
mal di testa. Il suo cazzotto mi ha preso anche una tempia, e fa un male del cazzo.
Non sento più cosa dice, si è allontanato verso la costruzione fatiscente che dovrebbe fungere da bar
e tabacchi. Sangue, erba e ancora l’odore sulle dita.
La mia immagine nello specchietto del viaggiatore mi racconta una delle storie più tristi della mia
vita.
– Ti ho fatto male?
Spunta al mio finestrino, picchietta sulla superficie di vetro, come se non potesse fare il giro e
rientrare in macchina. Quasi mi spaventa e lo fisso attonito -mi hai fatto male sì, Cristo!- altro
sangue che si sparpaglia ovunque e lo slow motion del suo pugno bello impresso sulla retina
dell’occhio. Non ha neanche contato fino a tre, mi ha solo colpito. Maledetto-bastardo-infame.
 
Domanda di merda a cui non rispondo piegando le ginocchia contro il cruscotto e tenendomi la testa
tra le mani per farlo sentire in colpa, mi lamento a bassa voce del grande dolore che mi ha procurato
e lui sta lì, attaccato al finestrino come se fosse un venditore di fazzoletti.
Bestemmia ancora, o forse prega, il confine per lui è molto labile.
Torna in macchina vicino a me e preme le mani sulla maglietta con cui sto controllando il flusso
della ferita. I suoi ricci biondi sono simili a quelli fatti col ferro della siliconata. Natura vs artificio.
Evito di guardarlo e fisso il tappetino poggia piedi, coperto di peli del suo cane e di aghi di pino
portati dietro dalla festa. Non ha spento il motore quindi abbiamo ancora i Muse sparati nelle
orecchie, e le casse pompano sulle mie meningi.
Il sangue a un certo punto si ferma, mentre lui non sa se andare all’ospedale, prendermi a calci o
ridere. Ogni tanto balbetta qualche scusa ma aggiunge: – Colpa tua, cazzo! Dici troppe stronzate!
Ha ragione, è colpa mia. Quasi tutte le serate, da almeno quattro mesi finiscono così, da quando
quella volta, alla festa nella cucina più stranamente rossa che io ricordi di aver mai visitato, con la
puzza di catrame più infetta che io abbia mai inalato, io ho cercato di baciarlo.
Dal nulla e senza un motivo. Pam! Volevo baciarlo. Ridevo e lanciavo quei tappi di sughero e
faceva un caldo torrido, mi sudavano gli occhi, e pam! Volevo baciarlo.
Mi disprezza, ancora lo fa, anche se non vuole farmi morire dissanguato per colpa di un suo
pugno ben assestato. Magari potrei essere come un quadro di Pollock, tanti schizzi rossi, su una
tela bianca. Cinque anni di Accademia delle Belle Arti a vorticare nel cesso per colpa di rimandi
pittorici banali e alticci.
– Secondo te di che colore dovrei essere? – parla la stanchezza per me.
Mi prende per pazzo e dà un altro pugno al cruscotto dicendo che ormai deliro, che dovrebbe
portarmi alla neuro e che sono un finocchio ritardato.
– Però quella me la sono scopata da Dio – gli ricordo per difendermi e lui rimette in moto
minacciando di lasciarmi steso in una cunetta della Salaria.
– Ti faccio fuori e la facciamo finita con queste cazzate! – urla con troppa enfasi e calpesta
l’acceleratore in preda a qualche raptus incontrollato; una diarrea verbale ed emotiva che lo travolge
e mi fa sorridere. Si è persino perso, ora siamo chissà dove a fare chissà cosa tra le vie secondarie
dei palazzi di una zona di Roma ignota. Panni stesi alle finestre, tapparelle abbassate da cui filtrano
le luci di tv comodamente posizionate al centro dei salotti, e vasi stracolmi di piantine raggrinzite.
Guida in circolo, senza ritrovare la via, io provo a soffocare le risa e a indicargli quella che per me
è la più probabile -le strade grandi portano sempre sul Raccordo, lo sanno pure i sassi- ma lui mi
insulta e fa saettare gli occhi grigi sulla strada dicendomi di tacere e che è perfettamente in grado
di riportarmi a casa. Niente ospedali, niente punti di sutura sulla ferita, niente erba da lavare in una
fontanella.
– Dai, rispondi alla mia domanda – lo incito quando vedo che ormai sta crollando dalla stanchezza
ed è troppo disperato per picchiarmi ancora.
– Quale domanda? – si innervosisce e probabilmente pensa alle tette gonfiate della mia amichetta.
Materiale sintetico altamente costoso.
– Il colore a me più adatto…
– Il rosso. No, forse il nero.
– Il rosso come i mattoni e il nero come la cenere?
– Il rosso come vai affanculo e il nero come crepa! – grida e torna a far aumentare la velocità.
In questa disquisizione cromatica forse lui non sta trovando il senso metaforico della faccenda.
Gli chiedo di fermarsi perché non mi sento bene, devo vomitare ancora.
Mento perché sto benissimo, ma ormai credo che passeremo la notte in macchina quindi tanto vale
farlo in un parchetto scalcinato di un quartiere x di Roma.
Siamo fermi, ma io non vomito, sto immobile finché non mi piego su di lui, verso il basso.
– Cosa cazzo fai? – dice esasperato, ma neanche grida.
– Smettila di fare lo stronzo – rispondo così, e armeggio con la placca in ferro della cintura.
 
Prova a fermarmi tirandomi i capelli, scalcia coi piedi facendo barcollare il sedile, grugnisce per
tentare di auto convincersi che non sto per infilare una mano nei suoi pantaloni.
Poi, dopo una lotta fisica e mentale di almeno dieci minuti buoni, alza le mani in segno di resa e
butta la testa contro il sedile, all’indietro, fissando il tettuccio della macchina.
Ho catarro acido e marijuana stampate sul palato e brividi di freddo da finestrini aperti lungo tutta
la spina dorsale. Lui risponde stringendo gli occhi chiusi, allargando leggermente le gambe sul
sedile. Si abbassa da solo le mutande fino alle cosce tenute ferme dal volante. Il freno a mano mi sta
piantato nello sterno, l’equilibrio è precario e devo reggermi al sedile con le unghie per non crollare
su di lui. Non so se gli piace, se piange, se ride, se respira o se sta soffocando.
Consapevole che probabilmente sto facendo solo un gran casino e che presto mi strozzerò con la
saliva e gli vomiterò tra le gambe.
Però non succede, faccio tutto come se dovesse colpirci un meteorite scagliato sulla Terra da una
flotta di alieni incazzati neri. Pulviscoli di noi trasformati in detriti e io che incollato a lui mentre lo
sento trattenere almeno una ventina di sospiri.
Non regge, non resiste più. Accompagna di più il mio movimento con i polpastrelli ficcati nel mio
cranio, lo fa senza grazia, come lo farei io. Ed è uno sdoppiamento che per qualche ragione mi
elettrizza l’epidermide, più del solito, fino al midollo. Sotto, e poi a destra, accanto a una vena,
nascosti in un rene, i suoi respiri affannati arrivano ovunque, riempiono l’automobile di suo padre.
Le orecchie mi fischiano nel mix scomposto che riecheggia in frammenti passati e presenti.
Qualcuno sembra aver azionato un frullatore e la corrente elettrica pulsa decolorando la nostra
pelle. Vortica la repressione che è diventata istinto: bocca e pelle; tagli e schizzi; gemiti e
vibrazioni. Mi dà un colpetto alla fine, una gentilezza che forse alle ragazzine che si passa al sabato
sera non ha mai rivolto.
Ma in fondo noi due siamo amici, siamo i migliori, siamo i più intimi, i più stretti, i più affezionati.
Lui certe gentilezze me le deve, è un patto sociale, quando si dice: ehi sei tu, proprio tu,
quell’amico, l’unico, raro, proprio tu.
Un colore alzato su una tela libera, lancia spruzzi a casaccio, cola, particelle di sensualità.
Sento il rosso e il nero. Sento che il nostro è un quadro senza titolo.
– Sei uno stronzo, troppo… stronzo – mi passa una mano sul viso e sorride. Il volto paonazzo, anche
per la vergogna. Appoggio le mie labbra alle sue, un lampo.
Sembra scricchiolare. Morbido, ma teso. Bocca su bocca.
La liberazione da quello che è amore.
Flash

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