Morire è Non Essere Visti
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Morire è Non Essere Visti

Entra con una certa sicurezza d’animo che va a perdersi nell’incontro- scontro con la portiera che, con aria fasullamente materna e voce di bambina anziana, le indica con il ditino che l’ufficio che sta cercando si trova all’ultimo piano.
Sale le scale arpionandosi con le dita della mano destra al passamano di ottone fieramente lucidato.
Umile lega travestita da metallo prezioso.
Il palazzo è suddiviso in quattro piani, sfornito d’ascensore. Uno di quei vecchi edifici che vengono dati per scontati come se, da sempre, fossero stati nel posto che occupano.
L’intonaco bianco è rovinato in più punti e  le sue crepe gocciolano bianco farinoso sui gradini di pietra scura.
Continua a salire diretta all’ultimo piano come le è stato saggiamente indicato, riflettendo che fondamentalmente tutto quello che ha in sé carattere burocratico può esentarsi dalla ricerca sfrenata di un estetica accattivante; doveva a limitarsi a funzionare. Questo, e niente più.
Arrivata alla terza rampa di scale la sbarra di ottone si trasforma in una ghisa ritorta in fantasie floreali.
La porta a vetri smerigliati le si presenta poco distante appena approda sull’agognato quarto piano.
Percorre il corridoio stretto e non troppo lungo che la separa da essa seguendo il disegno del pavimento a scacchiera. Allunga le dita davanti a sé poggiandole sulla maniglia.
-Vorrei…
Sussurra impercettibile mentre spinge la porta.
Una stanza quadrata, dalle pareti di un bianco che fa male, l’accoglie. Gli occhi della signorina che troneggia dietro la scrivania si posano momentaneamente su di lei per poi tornare a dividersi in uno strabismo professionale.
-Aveva bisogno…?
Lei si avvicina rompendo il silenzio ingombrante.
-Ho un appuntamento..
Le prime sillabe le sono uscite sotto di un tono, tossisce nascondendosi le labbra dietro le dita.
La segretaria le chiede il nome  e, solo dopo essere entrata in possesso della sua identità, si mette a  lavoro battendo sulla tastiera.
Nell’attesa di sapere quale destino l’attenda si guarda intorno posando lo sguardo sui quadri malamente attaccati alle pareti. Quadri da ufficio. Immagini che sarebbe stata in grado di trovare senza troppe difficoltà in qualunque sala d’aspetto. Anche se questi erano peggiori di tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento.
Posandosi proprio di fronte ad una di quelle cornici, con il riflesso dei suoi occhi assorbito dal vetro non spolverato, si ferma un attimo a riflettere. Consapevole di non riuscire a sopportare che tutto ciò rappresenti
Il suo ultimo richiamo all’arte.
Sente la paura, quella paura che si rifiuta di affrontare poiché la sua decisione era stata già presa .
Viene riportata alla realtà dalla voce della signorina dallo sguardo discordante.
-Porta otto, in fondo al corridoio, se gentilmente prende il numerino prima di entrare perché oggi c’è un po’ di confusione..
Annuisce avviandosi verso il corridoio alla sua sinistra. Si sofferma staccando il foglio di carta con su il suo numero di riconoscimento. Unica sua rivendicazione di esistenza.
Le bruciano gli occhi mentre percorre la sua strada, accompagnata dal silenzio imposto dalla moquette blu che assorbe qualunque suono.
La stanza in cui arriva è grande più delle sue aspettative; in un certo senso  quasi accogliente grazie, forse, alle grandi finestre da cui entra il sole finalmente uscito dal letargo invernale.
Dodici persone e due bambini che ad una stima approssimativa le paiono intorno ai cinque, forse sei anni. Piccoli, troppo.
Attraversa la sala introducendosi in essa con un “buongiorno” di circostanza, diretta verso una delle finestre, curiosa di vedere su che cosa si affaccia, desiderosa di guardare dall’alto di quel quarto piano la vita che continua mentre la sua sta per finire.
Una pianta, posta strategicamente nell’angolo più assolato, la saluta al suo arrivo con il suo vaso ricoperto di foglie decedute nella terra scura.
Avvicina il naso al vetro freddo, lasciando che il suo respiro lo appanni leggermente, poi decide di sedersi approfittando di una delle poche sedie libere nella stanza.
Osserva i presenti cogliendo brandelli di discussioni avviate prima del suo arrivo. Nell’angolo di fronte a lei l’uomo piange sommessamente, mentre la donna seduta accanto a lui che tiene in braccio uno dei due bambini lo rassicura mentre l’altro figlio gioca, distratto, su una sedia vicina perso nei suoi mondi di fantasia.
Nel dramma lei, la madre, conserva qualcosa di sereno negli occhi arrossati di pianto trattenuto.
L’accettazione è la cosa più dura perché come viene spesso ripetuto sono coloro che restano a soffrire maggiormente, e lei lo sa bene: è per quella sofferenza che non riesce e che non vuole abbandonare e per  quel dolore da quale non vuole uscire che si è recata lì.
Due signore sedute accanto a lei parlano dei nipoti e del loro rimpianto per non avere il tempo sufficiente per vederli crescere.
Tanti si raccontano la loro storia, si confidano.
Allunga le dita verso il tavolo afferrando un opuscolo che riporta a grossi caratteri eleganti il nome dell’ufficio e i servizi offerti.
Legge in silenzio, scoprendo che da qualche tempo è possibile anche effettuare operazioni a domicilio con personale autorizzato. Basta chiamare e farsi mettere in lista, loro vengono a casa e si occupano di te.
Un’idea interessante, sarebbe piaciuto anche a lei. Li avrebbe aspettati a casa, seduta sul divano e su di esso sarebbe morta.  Ma ormai era lì e non poteva certo tornare indietro anche perché l’appuntamento era a lunga scadenza e c’era il rischio che ci volessero mesi per prenderne un altro e non voleva avere di nuovo tutto quel tempo per pensare, aveva già sistemato tutto quello che doveva.
L’uomo e la donna con il bambino in braccio piangono di nuovo mentre lei continua a ripetergli che avranno modo di rincontrarsi.  
Cerca di concentrarsi sul cartoncino che si rigira tra le dita mentre gli occhi le si arrossano facendole confondere le lettere.
L’ufficio inoltre mette a disposizione anche la possibilità di segnarsi fin dalla nascita sui Registri, rilasciando insieme al certificato di venuta al mondo quello con la data di dipartita. Tutto dipende da quale filosofia scegli di seguire. La percentuale di coloro che vogliono avere un destino già segnato si innalza sopra a coloro che vogliono mantenere una parvenza di libertà.
-Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede.
Mormora mentre le tornano in mente le parole di Woody Allen, sorride dentro di sé chiedendosi come sia possibile che negli ultimi istanti della sua vita le vengano in mente pensieri tanto frivoli, che sia un segno? Il segnale d’avviso che la informa di essere in prossimità del sentirsi pronti?
Si ricorda la macchina del caffè che fa compagnia alla segretaria strabica. Trovati nella borsa gli spiccioli che le servono per andare alla ricerca del sapore di caffeina  espulso nel surrogato, si alza sfilando di nuovo davanti le facce dei presenti.
Ripercorre il corridoio ritornando al punto d’arrivo. Sorride alla donna che, con protervia, uno per volta posa gli occhi su di lei, poi silenziosa si avvicina alla macchina del caffè. Il rumore dei soldi che la sfamano riempie l’aria. Eccede nello zucchero, a lei che piace quasi amaro, pensando che quella sarebbe stata una delle ultime volte in cui si sarebbe divertita a raccoglierlo come una bambina sul fondo del bicchiere.
Attendendo che il suo ordine fosse pronto rimane a contemplarsi nell’immagine distorta che la superficie lustra di plastica le restituisce.
In generale si era sempre piaciuta, come ogni altra donna avrebbe voluto modificarsi, annullarsi nella ricerca del suo concetto di perfezione, ma si era sempre piaciuta.
Si sposta una ciocca di capelli cadutale sugli occhi assumendo e di conseguenza facendo assumere al suo riflesso liquido, un che di statuario e di elegante.
Il ‘bip’ della macchina la riporta alla realtà, nella quale riapproda con un certo imbarazzo chiedendosi se la segretaria ha notato i suoi gesti che di solito dovrebbero rimanere nella promessa di complice silenzio tra il diretto interessato e lo specchio del bagno.
Beve il caffè tentando di stabilire un dialogo con la segretaria, se questo è ciò che ha disposizione.
Ha bisogno di parlare con qualcuno che possa risponderle.
Cammina per la stanza fermandosi davanti ad uno dei quadretti tristi precedentemente notati, una fotografia in bianco e in nero che riporta la didascalia : veduta della città.
-Sa che posto è?
Chiede rompendo il silenzio e il ritmo della tastiera sulla quale la donna continua a battere le sue dita dalle unghie lodevolmente curate.
-No. Non sono di queste parti.
Il ticchettio riprende il suo flusso facendole capire che non è il caso di mettersi a chiacchiera.
-E’ la vecchia caserma della polizia, fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra.
La voce non è quella segretaria, ma tanto meglio. Si volta verso colui che ha parlato. Un signore intorno ai cinquanta anni.
Lo saluta cordiale sorridendogli. Lui le si avvicina ricambiando il saluto per poi raggiungere la macchina del caffè.
-Che numero è lei?
-Tredici, e lei?
-Sette, ci vorrà ancora un po’
Le risponde mentre, controllando l’orologio, si assicura dello scorrere del tempo.
-Già
Lo osserva mentre leggermente piegato, con la mano destra apre lo sportello di plastica per afferrare tra con le dita della sinistra il bicchiere fumante.
-Fumi?
La domanda la coglie impreparata. E’ sempre stata contraria o almeno, se non contraria, non è mai stata affascinata dalle sigarette.  Ultima inaspettata esperienza.
-Si
-Andiamo a prendere un po’ d’aria.
Lei lo segue facendosi guidare su un piccolo terrazzo che si affacciava su un chiostro. Non sembrava che fosse di dominio pubblico ma più una chicca che l’uomo aveva riservato per sé stesso e, in questo caso, per lei.
-Prima lavoravo qua
Le dice tirando fuori di tasca un il pacchetto di sigarette. Gliene affida una e le mette la fiamma davanti agli occhi perché lei possa accenderla. Non sapendo bene che cosa fare tenta di fare la disinvolta, lui nota la sua difficoltà e sorride intenerito senza però dire niente.
-Lavoravo nell’archivio..
-Davvero e poi?
– Quando mi è arrivata la lettera ho deciso di licenziarmi e di sputtanarmi quel poco che mi restava. La cosa più dolorosa è stata trovare una sistemazione al mio gatto, unico vero compagno di vita fedele, ma dopo essermi assicurato che avrebbe vissuto felice ciò che gli restava nella casa della mia vicina, mi sono rasserenato…
-Lettera?
Lui si mette a spiegarle
-Si, loro ti danno il tempo. Ti inviano per posta circa un mese o due una lettera in cui ti spiegano il perché morirai. Ti consigliano nomi di bravi terapisti che possono aiutarti nell’accettarlo e ti informano del loro servizio assistenza per i clienti. Questo se non sei già iscritto ai Registri e quindi se non sei già autonomamente consapevole di quando sarà la tua fine.
Continua a parlare  mentre il fumo esce lentamente dalle sue labbra.
-Puoi morire di malattia, di vecchiaia, per un incidente eccetera, nella lettera viene segnato a quale gruppo appartieni. Se per un motivo qualunque non puoi presentarti nell’ufficio ci pensano loro: se sei in ospedale per esempio o impossibilitato per un motivo o un altro… In realtà dipende tutto dalla persona. C’è chi nella data prestabilita arriva qua e c’è chi nella parvenza di avere libertà di scelta vive quel suo ultimo giorno fino all’ultimo minuto. Ma tu sei una suicida giusto?
Non sa spiegare come l’uomo sia arrivato a quella considerazione ma si limita ad annuire.
-Non preoccuparti lo so per esperienza, dopo un po’ di tempo che fai un lavoro sai riconoscere determinate cose.  Nei suicidi, come nel tuo caso, la cosa è differente. Decidendo di andare via prima del tempo prestabilito dovete contattare voi l’ufficio e farvi dare un appuntamento. La soprattassa che hai dovuto pagare per accedere a questo servizio non è sempre esistita. E’ entrata in vigore quando la direzione si è accorta che il numero di coloro che anticipavano la propria dipartita era nettamente superiore di quelli che attendevano che cadesse l’ultimo granello di sabbia. La maggior parte dei suicidi proviene da coloro che fin dalla nascita sono segnati ai Registri. Inizialmente sono entusiasti di questa scelta, credono di vivere con meno preoccupazioni, ma poi non riescono a sopportare la tensione di centellinare la propria esistenza.
Ora sorride mentre respira a fondo l’ultimo tiro in prossimità del filtro.
-Perché sei qui?
Gli chiede imprecando silenziosamente contro sé stessa per una domanda posta con tanta mancanza di delicatezza. Cerca di rimediare scusandosi ma lui le risponde  con quella che sembra una sincera serenità d’animo
-Cancro ai polmoni, se ce ne fosse stata possibilità sarei guarito ma quando andai a chiedere se potevo fare qualcosa mi dissero che così era e non ci si poteva fare altro… Ma non fraintendermi sono tutti molto gentili qua.
Finisce di fumare anche lei, lasciando che lo scarto della sigaretta conclusa cada al di à del balcone.
-E tu? Sei giovane…
Le dice lui mentre appoggiandosi alla ringhiera guarda il quadrato di cielo recluso tra i quattro palazzi.
-Mi manca…. Non sono sufficientemente forte credo, non lo sono mai stata.. credevo di esserlo ma in realtà era merito suo…non sono in grado…
La voce le si rompe nel tentativo di ingoiare il pianto.
-Se questo fosse un film, io sarei più giovane e avrei un fazzoletto da darti..
Sorride paterno osservandola mentre piccola si ricompone.
-Mi sa che ci siamo
Aggiunge sospirando, con la rassegnazione negli occhi.
-Ti accompagno
Rientrano insieme dal balcone. E’ la segretaria ad avvertire l’uomo che il “sei” è appena entrato.
Sarà questione di minuiti.
-Mi ha fatto piacere incontrarti
-Anche a me…
Rientrano nella sala d’attesa, lui allunga il pacchetto di sigarette  con le ultime due restanti insieme all’accendino.
-Buon viaggio
-Anche a te..
La porta dello studio viene aperta e l’uomo, il numero sette, viene convocato.
Lei lo abbraccia; abbraccia quello sconosciuto che potrebbe essere suo padre, abbraccia quell’ultima persona che ha avuto il piacere di conoscere.
Ultimo contatto umano per entrambi.
-Ciao
Ultime parole che le vengono rivolte prima che lo veda sparire dentro lo studio.
Sola di nuovo. Impreparata. Non riesce a respirare in quella stanza dove tutti parlano, dove bambino e madre sono spariti lasciando quel padre da solo a disperarsi nell’abbraccio del figlio sopravvissuto non ancora in grado di capire. Dove le donne si raccontano dei nipoti, dove la pianta si alimenta di quel sole malato che non scalda e delle sue stesse foglie cadute.
Esce di nuovo dalla sala correndo verso il bagno nel quale entra e gettandosi in ginocchio vomita caffè e tabacco aspirato.
Respira riprendendo fiato mentre la lacrime le rigano il viso sfacendole il trucco.
Perché si era truccata quella mattina? Si chiede quando risorgendo si pone davanti allo specchio studiando le strisce grigiastre che le segnano il viso.
Si stropiccia le guance con il palmo della mano portandosi via le cicatrici apparenti. Davanti allo specchio decide di accendersi un’altra sigaretta e di osservarsi anche in quella veste.
Sorride imbarazzata all’immagine che le viene restituita mentre inesperta si porta la sigaretta alle labbra che non riescono a trovare una posizione dignitosa.  La finisce tossendo, piegata con la bocca nascosta  tra le mani.
Si guarda di nuovo, odiando quell’espressione di bambina che ha sul viso, che continua a mantenere in quello che rappresenta un momento fondamentale della sua vita che presto terminerà.
Si avvicina allo specchio creando con il suo respiro un alone all’altezza del suo viso nel quale va a disegnare con le dita una stilizzatissima faccia sorridente e lì immobile con il volto all’interno dei contorni resta a fissarsi in quella nuova espressione di felicità esasperata fin tanto che anche essa non si dissolve.
Tra poco sarà il suo turno.
Vuole andare a liberarsi dai liquidi. Non sapendo come la sua morte avverrà di sicuro non vuole arrivare lì e sentirsi inadeguata a causa degli stimoli naturali di ogni essere umano.
Esce dal bagno, diretta di nuovo nella sala d’aspetto.
Ora sono presenti solo due persone. Le due signore sono sparite così come l’uomo con il bambino che dovrà ancora attendere  prima di rincontrare la moglie e l’altro figlio più piccolo. Dovrà vivere in funzione di quel bambino rimasto a meno che…
Le sue riflessioni si interrompono quando qualcun altro sparisce dalla sala.
Solo una persona davanti a lei.
E’ pronta? E anche se non lo fosse ci sarebbero alternative? Ormai ha deciso, l’importante è che sia indolore, inoltre ha speso tutti i suoi risparmi per essere lì in quel momento.
Respira a fondo sentendo la paura impossessarsi di lei mentre si impone di non pensare a ciò che lascia ma solo a quello che troverà.
L’ultima persona entra, la prossima  sarà lei.
E se non lo trovasse? Se non riuscisse a rincontrarlo a ricongiungersi? Chi le dava la certezza che davvero dall’altra parte qualcuna la stesse aspettando. Provare per credere, sempre se riuscivi a trovare la forza per credere e il coraggio per provare.
-Numero tredici
-Si!
Quella risposta le esce quasi gridata. Si alza dalla sedia prendendo in braccio le sue cose, con in tasca l’ultima sigaretta che le era stata regalata, con la sua borsa piena di ricordi che non aveva voluto abbandonare con le sue cose che ancora appartenevano a quella lei ancora in vita.
-Prego mi segua.
Annuisce ed entra chiudendosi la porta alle spalle.

Entra con una certa sicurezza d’animo che va a perdersi nell’incontro- scontro con la portiera che, con aria fasullamente materna e voce di bambina anziana, le indica con il ditino che l’ufficio che sta cercando si trova all’ultimo piano.

Sale le scale arpionandosi con le dita della mano destra al passamano di ottone fieramente lucidato.

Umile lega travestita da metallo prezioso.

Il palazzo è suddiviso in quattro piani, sfornito d’ascensore. Uno di quei vecchi edifici che vengono dati per scontati come se, da sempre, fossero stati nel posto che occupano.

L’intonaco bianco è rovinato in più punti e  le sue crepe gocciolano bianco farinoso sui gradini di pietra scura.

Continua a salire diretta all’ultimo piano come le è stato saggiamente indicato, riflettendo che fondamentalmente tutto quello che ha in sé carattere burocratico può esentarsi dalla ricerca sfrenata di un estetica accattivante; doveva a limitarsi a funzionare. Questo, e niente più.

Arrivata alla terza rampa di scale la sbarra di ottone si trasforma in una ghisa ritorta in fantasie floreali.

La porta a vetri smerigliati le si presenta poco distante appena approda sull’agognato quarto piano.

Percorre il corridoio stretto e non troppo lungo che la separa da essa seguendo il disegno del pavimento a scacchiera. Allunga le dita davanti a sé poggiandole sulla maniglia.

-Vorrei…

Sussurra impercettibile mentre spinge la porta.

Una stanza quadrata, dalle pareti di un bianco che fa male, l’accoglie. Gli occhi della signorina che troneggia dietro la scrivania si posano momentaneamente su di lei per poi tornare a dividersi in uno strabismo professionale.

-Aveva bisogno…?

Lei si avvicina rompendo il silenzio ingombrante.

-Ho un appuntamento..

Le prime sillabe le sono uscite sotto di un tono, tossisce nascondendosi le labbra dietro le dita.

La segretaria le chiede il nome  e, solo dopo essere entrata in possesso della sua identità, si mette a  lavoro battendo sulla tastiera.

Nell’attesa di sapere quale destino l’attenda si guarda intorno posando lo sguardo sui quadri malamente attaccati alle pareti. Quadri da ufficio. Immagini che sarebbe stata in grado di trovare senza troppe difficoltà in qualunque sala d’aspetto. Anche se questi erano peggiori di tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento.

Posandosi proprio di fronte ad una di quelle cornici, con il riflesso dei suoi occhi assorbito dal vetro non spolverato, si ferma un attimo a riflettere. Consapevole di non riuscire a sopportare che tutto ciò rappresenti

Il suo ultimo richiamo all’arte.

Sente la paura, quella paura che si rifiuta di affrontare poiché la sua decisione era stata già presa .

Viene riportata alla realtà dalla voce della signorina dallo sguardo discordante.

-Porta otto, in fondo al corridoio, se gentilmente prende il numerino prima di entrare perché oggi c’è un po’ di confusione..

Annuisce avviandosi verso il corridoio alla sua sinistra. Si sofferma staccando il foglio di carta con su il suo numero di riconoscimento. Unica sua rivendicazione di esistenza.

Le bruciano gli occhi mentre percorre la sua strada, accompagnata dal silenzio imposto dalla moquette blu che assorbe qualunque suono.

La stanza in cui arriva è grande più delle sue aspettative; in un certo senso  quasi accogliente grazie, forse, alle grandi finestre da cui entra il sole finalmente uscito dal letargo invernale.

Dodici persone e due bambini che ad una stima approssimativa le paiono intorno ai cinque, forse sei anni. Piccoli, troppo.

Attraversa la sala introducendosi in essa con un “buongiorno” di circostanza, diretta verso una delle finestre, curiosa di vedere su che cosa si affaccia, desiderosa di guardare dall’alto di quel quarto piano la vita che continua mentre la sua sta per finire.

Una pianta, posta strategicamente nell’angolo più assolato, la saluta al suo arrivo con il suo vaso ricoperto di foglie decedute nella terra scura.

Avvicina il naso al vetro freddo, lasciando che il suo respiro lo appanni leggermente, poi decide di sedersi approfittando di una delle poche sedie libere nella stanza.

Osserva i presenti cogliendo brandelli di discussioni avviate prima del suo arrivo. Nell’angolo di fronte a lei l’uomo piange sommessamente, mentre la donna seduta accanto a lui che tiene in braccio uno dei due bambini lo rassicura mentre l’altro figlio gioca, distratto, su una sedia vicina perso nei suoi mondi di fantasia.

Nel dramma lei, la madre, conserva qualcosa di sereno negli occhi arrossati di pianto trattenuto.

L’accettazione è la cosa più dura perché come viene spesso ripetuto sono coloro che restano a soffrire maggiormente, e lei lo sa bene: è per quella sofferenza che non riesce e che non vuole abbandonare e per  quel dolore da quale non vuole uscire che si è recata lì.

Due signore sedute accanto a lei parlano dei nipoti e del loro rimpianto per non avere il tempo sufficiente per vederli crescere.

Tanti si raccontano la loro storia, si confidano.

Allunga le dita verso il tavolo afferrando un opuscolo che riporta a grossi caratteri eleganti il nome dell’ufficio e i servizi offerti.

Legge in silenzio, scoprendo che da qualche tempo è possibile anche effettuare operazioni a domicilio con personale autorizzato. Basta chiamare e farsi mettere in lista, loro vengono a casa e si occupano di te.

Un’idea interessante, sarebbe piaciuto anche a lei. Li avrebbe aspettati a casa, seduta sul divano e su di esso sarebbe morta.  Ma ormai era lì e non poteva certo tornare indietro anche perché l’appuntamento era a lunga scadenza e c’era il rischio che ci volessero mesi per prenderne un altro e non voleva avere di nuovo tutto quel tempo per pensare, aveva già sistemato tutto quello che doveva.

L’uomo e la donna con il bambino in braccio piangono di nuovo mentre lei continua a ripetergli che avranno modo di rincontrarsi.  

Cerca di concentrarsi sul cartoncino che si rigira tra le dita mentre gli occhi le si arrossano facendole confondere le lettere.

L’ufficio inoltre mette a disposizione anche la possibilità di segnarsi fin dalla nascita sui Registri, rilasciando insieme al certificato di venuta al mondo quello con la data di dipartita. Tutto dipende da quale filosofia scegli di seguire. La percentuale di coloro che vogliono avere un destino già segnato si innalza sopra a coloro che vogliono mantenere una parvenza di libertà.

-Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede.

Mormora mentre le tornano in mente le parole di Woody Allen, sorride dentro di sé chiedendosi come sia possibile che negli ultimi istanti della sua vita le vengano in mente pensieri tanto frivoli, che sia un segno? Il segnale d’avviso che la informa di essere in prossimità del sentirsi pronti?

Si ricorda la macchina del caffè che fa compagnia alla segretaria strabica. Trovati nella borsa gli spiccioli che le servono per andare alla ricerca del sapore di caffeina  espulso nel surrogato, si alza sfilando di nuovo davanti le facce dei presenti.

Ripercorre il corridoio ritornando al punto d’arrivo. Sorride alla donna che, con protervia, uno per volta posa gli occhi su di lei, poi silenziosa si avvicina alla macchina del caffè. Il rumore dei soldi che la sfamano riempie l’aria. Eccede nello zucchero, a lei che piace quasi amaro, pensando che quella sarebbe stata una delle ultime volte in cui si sarebbe divertita a raccoglierlo come una bambina sul fondo del bicchiere.

Attendendo che il suo ordine fosse pronto rimane a contemplarsi nell’immagine distorta che la superficie lustra di plastica le restituisce.

In generale si era sempre piaciuta, come ogni altra donna avrebbe voluto modificarsi, annullarsi nella ricerca del suo concetto di perfezione, ma si era sempre piaciuta.

Si sposta una ciocca di capelli cadutale sugli occhi assumendo e di conseguenza facendo assumere al suo riflesso liquido, un che di statuario e di elegante.

Il ‘bip’ della macchina la riporta alla realtà, nella quale riapproda con un certo imbarazzo chiedendosi se la segretaria ha notato i suoi gesti che di solito dovrebbero rimanere nella promessa di complice silenzio tra il diretto interessato e lo specchio del bagno.

Beve il caffè tentando di stabilire un dialogo con la segretaria, se questo è ciò che ha disposizione.

Ha bisogno di parlare con qualcuno che possa risponderle.

Cammina per la stanza fermandosi davanti ad uno dei quadretti tristi precedentemente notati, una fotografia in bianco e in nero che riporta la didascalia : veduta della città.

-Sa che posto è?

Chiede rompendo il silenzio e il ritmo della tastiera sulla quale la donna continua a battere le sue dita dalle unghie lodevolmente curate.

-No. Non sono di queste parti.

Il ticchettio riprende il suo flusso facendole capire che non è il caso di mettersi a chiacchiera.

-E’ la vecchia caserma della polizia, fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra.

La voce non è quella segretaria, ma tanto meglio. Si volta verso colui che ha parlato. Un signore intorno ai cinquanta anni.

Lo saluta cordiale sorridendogli. Lui le si avvicina ricambiando il saluto per poi raggiungere la macchina del caffè.

-Che numero è lei?

-Tredici, e lei?

-Sette, ci vorrà ancora un po’

Le risponde mentre, controllando l’orologio, si assicura dello scorrere del tempo.

-Già

Lo osserva mentre leggermente piegato, con la mano destra apre lo sportello di plastica per afferrare tra con le dita della sinistra il bicchiere fumante.

-Fumi?

La domanda la coglie impreparata. E’ sempre stata contraria o almeno, se non contraria, non è mai stata affascinata dalle sigarette.  Ultima inaspettata esperienza.

-Si

-Andiamo a prendere un po’ d’aria.

Lei lo segue facendosi guidare su un piccolo terrazzo che si affacciava su un chiostro. Non sembrava che fosse di dominio pubblico ma più una chicca che l’uomo aveva riservato per sé stesso e, in questo caso, per lei.

-Prima lavoravo qua

Le dice tirando fuori di tasca un il pacchetto di sigarette. Gliene affida una e le mette la fiamma davanti agli occhi perché lei possa accenderla. Non sapendo bene che cosa fare tenta di fare la disinvolta, lui nota la sua difficoltà e sorride intenerito senza però dire niente.

-Lavoravo nell’archivio..

-Davvero e poi?

– Quando mi è arrivata la lettera ho deciso di licenziarmi e di sputtanarmi quel poco che mi restava. La cosa più dolorosa è stata trovare una sistemazione al mio gatto, unico vero compagno di vita fedele, ma dopo essermi assicurato che avrebbe vissuto felice ciò che gli restava nella casa della mia vicina, mi sono rasserenato…

-Lettera?

Lui si mette a spiegarle

-Si, loro ti danno il tempo. Ti inviano per posta circa un mese o due una lettera in cui ti spiegano il perché morirai. Ti consigliano nomi di bravi terapisti che possono aiutarti nell’accettarlo e ti informano del loro servizio assistenza per i clienti. Questo se non sei già iscritto ai Registri e quindi se non sei già autonomamente consapevole di quando sarà la tua fine.

Continua a parlare  mentre il fumo esce lentamente dalle sue labbra.

-Puoi morire di malattia, di vecchiaia, per un incidente eccetera, nella lettera viene segnato a quale gruppo appartieni. Se per un motivo qualunque non puoi presentarti nell’ufficio ci pensano loro: se sei in ospedale per esempio o impossibilitato per un motivo o un altro… In realtà dipende tutto dalla persona. C’è chi nella data prestabilita arriva qua e c’è chi nella parvenza di avere libertà di scelta vive quel suo ultimo giorno fino all’ultimo minuto. Ma tu sei una suicida giusto?

Non sa spiegare come l’uomo sia arrivato a quella considerazione ma si limita ad annuire.

-Non preoccuparti lo so per esperienza, dopo un po’ di tempo che fai un lavoro sai riconoscere determinate cose.  Nei suicidi, come nel tuo caso, la cosa è differente. Decidendo di andare via prima del tempo prestabilito dovete contattare voi l’ufficio e farvi dare un appuntamento. La soprattassa che hai dovuto pagare per accedere a questo servizio non è sempre esistita. E’ entrata in vigore quando la direzione si è accorta che il numero di coloro che anticipavano la propria dipartita era nettamente superiore di quelli che attendevano che cadesse l’ultimo granello di sabbia. La maggior parte dei suicidi proviene da coloro che fin dalla nascita sono segnati ai Registri. Inizialmente sono entusiasti di questa scelta, credono di vivere con meno preoccupazioni, ma poi non riescono a sopportare la tensione di centellinare la propria esistenza.

Ora sorride mentre respira a fondo l’ultimo tiro in prossimità del filtro.

-Perché sei qui?

Gli chiede imprecando silenziosamente contro sé stessa per una domanda posta con tanta mancanza di delicatezza. Cerca di rimediare scusandosi ma lui le risponde  con quella che sembra una sincera serenità d’animo

-Cancro ai polmoni, se ce ne fosse stata possibilità sarei guarito ma quando andai a chiedere se potevo fare qualcosa mi dissero che così era e non ci si poteva fare altro… Ma non fraintendermi sono tutti molto gentili qua.

Finisce di fumare anche lei, lasciando che lo scarto della sigaretta conclusa cada al di à del balcone.

-E tu? Sei giovane…

Le dice lui mentre appoggiandosi alla ringhiera guarda il quadrato di cielo recluso tra i quattro palazzi.

-Mi manca…. Non sono sufficientemente forte credo, non lo sono mai stata.. credevo di esserlo ma in realtà era merito suo…non sono in grado…

La voce le si rompe nel tentativo di ingoiare il pianto.

-Se questo fosse un film, io sarei più giovane e avrei un fazzoletto da darti..

Sorride paterno osservandola mentre piccola si ricompone.

-Mi sa che ci siamo

Aggiunge sospirando, con la rassegnazione negli occhi.

-Ti accompagno

Rientrano insieme dal balcone. E’ la segretaria ad avvertire l’uomo che il “sei” è appena entrato.

Sarà questione di minuiti.

-Mi ha fatto piacere incontrarti

-Anche a me…

Rientrano nella sala d’attesa, lui allunga il pacchetto di sigarette  con le ultime due restanti insieme all’accendino.

-Buon viaggio

-Anche a te..

La porta dello studio viene aperta e l’uomo, il numero sette, viene convocato.

Lei lo abbraccia; abbraccia quello sconosciuto che potrebbe essere suo padre, abbraccia quell’ultima persona che ha avuto il piacere di conoscere.

Ultimo contatto umano per entrambi.

-Ciao

Ultime parole che le vengono rivolte prima che lo veda sparire dentro lo studio.

Sola di nuovo. Impreparata. Non riesce a respirare in quella stanza dove tutti parlano, dove bambino e madre sono spariti lasciando quel padre da solo a disperarsi nell’abbraccio del figlio sopravvissuto non ancora in grado di capire. Dove le donne si raccontano dei nipoti, dove la pianta si alimenta di quel sole malato che non scalda e delle sue stesse foglie cadute.

Esce di nuovo dalla sala correndo verso il bagno nel quale entra e gettandosi in ginocchio vomita caffè e tabacco aspirato.

Respira riprendendo fiato mentre la lacrime le rigano il viso sfacendole il trucco.

Perché si era truccata quella mattina? Si chiede quando risorgendo si pone davanti allo specchio studiando le strisce grigiastre che le segnano il viso.

Si stropiccia le guance con il palmo della mano portandosi via le cicatrici apparenti. Davanti allo specchio decide di accendersi un’altra sigaretta e di osservarsi anche in quella veste.

Sorride imbarazzata all’immagine che le viene restituita mentre inesperta si porta la sigaretta alle labbra che non riescono a trovare una posizione dignitosa.  La finisce tossendo, piegata con la bocca nascosta  tra le mani.

Si guarda di nuovo, odiando quell’espressione di bambina che ha sul viso, che continua a mantenere in quello che rappresenta un momento fondamentale della sua vita che presto terminerà.

Si avvicina allo specchio creando con il suo respiro un alone all’altezza del suo viso nel quale va a disegnare con le dita una stilizzatissima faccia sorridente e lì immobile con il volto all’interno dei contorni resta a fissarsi in quella nuova espressione di felicità esasperata fin tanto che anche essa non si dissolve.

Tra poco sarà il suo turno.

Vuole andare a liberarsi dai liquidi. Non sapendo come la sua morte avverrà di sicuro non vuole arrivare lì e sentirsi inadeguata a causa degli stimoli naturali di ogni essere umano.

Esce dal bagno, diretta di nuovo nella sala d’aspetto.

Ora sono presenti solo due persone. Le due signore sono sparite così come l’uomo con il bambino che dovrà ancora attendere  prima di rincontrare la moglie e l’altro figlio più piccolo. Dovrà vivere in funzione di quel bambino rimasto a meno che…

Le sue riflessioni si interrompono quando qualcun altro sparisce dalla sala.

Solo una persona davanti a lei.

E’ pronta? E anche se non lo fosse ci sarebbero alternative? Ormai ha deciso, l’importante è che sia indolore, inoltre ha speso tutti i suoi risparmi per essere lì in quel momento.

Respira a fondo sentendo la paura impossessarsi di lei mentre si impone di non pensare a ciò che lascia ma solo a quello che troverà.

L’ultima persona entra, la prossima  sarà lei.

E se non lo trovasse? Se non riuscisse a rincontrarlo a ricongiungersi? Chi le dava la certezza che davvero dall’altra parte qualcuna la stesse aspettando. Provare per credere, sempre se riuscivi a trovare la forza per credere e il coraggio per provare.

-Numero tredici

-Si!

Quella risposta le esce quasi gridata. Si alza dalla sedia prendendo in braccio le sue cose, con in tasca l’ultima sigaretta che le era stata regalata, con la sua borsa piena di ricordi che non aveva voluto abbandonare con le sue cose che ancora appartenevano a quella lei ancora in vita.

-Prego mi segua.

Annuisce ed entra chiudendosi la porta alle spalle.

gemmasalvadori
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