Senza titolo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
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Dude Mag
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Senza titolo

Flash.
Sono stanco di questo mondo di apparenze.
Maiali che sembrano grassi.
Famiglie che sembrano felici
Dammi liberazione. Da quello che sembra generosità.
Da quello che sembra amore.
 
(Chuck Palaniuck)
 
A cinque anni volevo ridere come te.
A sei anni volevo contare come te.
A sette anni volevo colorare come te.
A otto anni volevo parlare come te.
A nove anni volevo scrivere come te.
 
Un rosso strano sulle pareti, che tendeva al mattone ma non si avvicinava a quello delle piastrelle
in cotto del pavimento. Un nero di alcol e bicchieri di plastica che puzzavano di vino Tavernello, in
cui qualcuno aveva spento le sigarette.
Loro ne avevano bevuti sei a testa, giocando con i tappi di sughero a chi ne infilava di più nel vaso
della pianta grassa all’angolo, dove qualcuno prima o poi avrebbe vomitato.
Un passatempo cretino. Sbagliavano entrambi apposta per poter bere, in una gara che aveva il
profumo goliardico dei bastoncini di liquerizia comprati al tabaccaio e del sudore dentro le polo;
macchiate di olio delle patatine fritte dello zozzone di Ponte Flaminio.
Poi solo risate e i corpi attaccati alla finestra per non morire di caldo, senza ventilatori puntati in
faccia. La musica dal salotto entrava attutita. Improvvisavano mosse insensate e appositamente
sconclusionate per poterle decorare con altre risa e sopperire all’imbarazzo di essere ubriachi
lerci in una cucina dalle pareti rosse ma non mattone, a ballare, da soli.
La strada strideva, qualche sirena in lontananza, le luci romane e i ricordi delle urla per le scale
quando salendo nella palazzina avevano suonato tutti i campanelli, tanto per rompere un po’ il
cazzo ai condomini.
Alla fine s’erano ritrovati vicini. Trascinati dal’odore rancido del vino e il trambusto del ridere
simultaneo.
Nei pensieri che erano volati via seguendo iperboli alcoliche difficili da tracciare. Sopra di loro,
fuori dalla finestra, calde e vellutate, oppure silenziose e impalpabili.
Colorate, pronte a essere nere o rosse. O forse entrambe.
 
A dieci anni volevo piacere come te.
A undici anni volevo essere lodato come te.
A dodici anni volevo vestirmi come te.
A tredici anni volevo te.
 
Lì avrei dovuto capire che qualcosa non tornava.
 
Quella forse è erba. Quello forse è fango. Quella forse è merda di cane.
Sposta i capelli gocciolanti. Gli irrigatori partono esattamente alle tre di notte. Il prato verdeggiante
riprende fiato dopo una giornata afosa di metà Luglio.
L’umidità entra e sprimaccia i polmoni, mischiata al vapore dei respiri, la condensa degli alberi,
l’odore di bagnato, gocce di saliva.
La stoffa è una poltiglia sporca di terra e gelida per il sudore.
In basso, come fantasmi e ricordi sbiaditi, le luci della festa, stroboscopiche e colorate, lampeggianti
senza suono.
Rotola il corpo tra le cicche spente di qualche Chesterfield Blu; struscia le anche tra le impronte
invisibili di vermi e coleotteri; sbatte le ciglia incollate, e si pulisce le labbra gonfiate dai denti.
Sono affondati e tornati più volte, hanno stretto il sangue, mentre il caldo ha fatto bollire le sinapsi.
Capelli biondi, forse. Boccoli disegnati con un ferro caldo, forse. Pelle chiara e punteggiata da
parecchi nei sul collo, forse. Gambe lunghe ma sedere poco sodo, forse. Caviglie ossute e stinchi da
pallavolista, forse. Tacchi senza punta, forse.
I jeans di entrambi bloccano i movimenti incollati alla pelle, sempre troppo stretti, sempre troppo
rigidi; ormai da buttare.
Lei ogni tanto parla. Chiede il suo nome, chiede qualche bacio, chiede informazioni sul
preservativo.
Le labbra sono ruvide piene di grumi, e lasciano tracce fiacche sulla maglietta arrotolata e bianca
che lui a un certo punto si leva, sperando di ritrovarla in un secondo momento.
E l’erba tutto sommato, è gelida. Viscida e urticante.
Schiamazzi e voci; chi passa di lì fischia e urla nella loro direzione, qualcuno si ferma persino a
sbirciare, altri seguono il loro esempio, un po’ più in là.
Le afferra il busto e le gambe. Mutande a pallini perfettamente rotondi, neri su sfondo bianco,
qualche pizzo e qualche cucitura colorata.
Affonda il viso alla cieca, lei sussulta con le unghie conficcate a terra. Produce qualche suono, poi
sta zitta e respira forte, gli tocca i capelli. Lui alza la mano e le fa capire di evitare contatti superflui.
Si concentra con tutte le forze e ricorda di averla presa per mano tra la gente, con un bicchiere di
vodka liscia e una fettina di limone tra i denti. Poi hanno ballato, anzi si sono scontrati in maniera
poco armonica, lui le ha infilato una mano nelle tasche dei jeans, ha toccato subito tra le gambe,
senza troppi complimenti, frizionando la stoffa, sulle cuciture rigide.
È bastato poco, qualche bacio con i denti sulle clavicole, uno o due frasi di circostanza,
complimenti non davvero sentiti -ti sta bene questo vestitino rosso. Ah, no, cazzo, hai addosso i
pantaloni, pardon!- l’ha confusa con un’altra, l’ha pensata mora e poi rossa; alta e poi bassa; magra
e poi grassa.
Ha guardato il suo sedere muoversi a contatto con la patta dei jeans, anche lei pronta a scendere e
salire, senza seguire il tempo della musica techno in sottofondo.
E ora c’è il giardino di una villetta da riccastri che però fanno economia sugli alcolici scadenti e
girano polvere che chissà chi ha tagliato. Si morde ancora le labbra ed esce lo schifo dell’immagine
distorta che preme sulle tempie.
Il profilattico lo deve mettere al buio, solo una luce bassa, spunta dal viottolo lastricato che porta
alla piscina. La plastica arriva fino alla base, sigilla la pelle, e smorza.
Vorrebbe rimanere lì con la mente, su quella ragazza pescata nella ressa, la meno brutta, chissà.
Ma sprazzi di ricordi e dettagli sbagliati fanno capolino, mentre si sistema, tira con le unghie il
palloncino sgonfio e sente che sta per perdere peso.
Cristo! Non ancora, dai. Non ancora!
Lei attende e nota la difficoltà, con metà corpo nudo, schiacciato nell’erba.
 
Le natiche del sedere sono macchiate dagli steli appiccicosi e giallognoli. Ha l’alito impastato e il
reggiseno semi sganciato, pronto a sedurlo con un dettaglio femminile che a lui in fin dei conti non
interessa.
– Tutto bene? – si azzarda a chiedere. Sfacciata, con un ghigno sulle labbra.
Le lancia un’occhiata d’odio. Puro, profondo, sprezzante -odio- dissenso.
 
– Mi stai fissando.
– Non è vero guardavo dalla tua parte, è diverso.
– Sei strano, stasera.
– Sto bene, come sempre.
– Allora perché non la smetti di passarmi addosso i raggi x?
– Da quando è vietato guardarti?
– Da quando sei il mio migliore amico e non un frocio del cazzo.
– Passami il vino.
– C’è una biondina laggiù che non ti stacca gli occhi di dosso.
– Sì, magari. Nel prato coi lampioni spenti…
– Bella idea.
– Ti dà fastidio?
– Perché dovrebbe, te l’ho consigliata io.
– Hai fatto una faccia schifata…
– Stavo pensando che dopo ti dovrò raccogliere sporco d’erba fino alle orecchie.
– Divertiti, io me la cavo pure da solo.
– Buona fortuna…
 
Buona fortuna, un cazzo. Pezzo di merda!
Immagini putride, labbra smorte, visi pallidi, braccia tirate, muscoli nudi, pelle infreddolita.
Lui continua a spingere, muovendo le mani fino al seno, che è rifatto, schifosamente grande,
immobile, rigido. Succhia e preme, lecca.
Plastica sottocutanea che gli fa salire un conato di vomito. Protesi pallide che nuotano nella
soluzione salina, sotto le sue labbra -l’orrore di una bambola gonfiabile ma che respira- a contatto
con diecimila euro di mastoplastica additiva.
La pancia è liscia, i fianchi non si riescono a prendere con le mani.
Poi arriva comunque il calore fradicio dell’orgasmo, quel punto x che fa crollare la pressione,
impallidire le guance, e stiracchiare le gambe. Non è totale appagamento, ma solo un istante
artefatto di un’iperbole che sta già discendendo, verso la base, verso l’assenza.
Picchi e vette inafferrabili, che poi diventano noia, silenzio e spaesamento.
Lei raccoglie i vestiti, infila le mutande e cerca un posto dove darsi un contegno. Arranca tra le
aiuole di tulipani, con le scarpe dal tacco rotto in mano. Cinquecento euro da gettare nel cesso, con
una confezione di Tranquilit e un paio di antidolorifici a fargli compagnia.
Lui rimane sdraiato a braccia aperte, i pantaloni ancora abbassati, le mutande accartocciate, il
preservativo incollato alle dita della mano, la pancia gelata dalla notte.
Vomita, voltando solo il volto verso sinistra a un passo dalla propria pelle. Escono solo succhi
gastrici e luppolo ammuffito. Scrolla le labbra, sistema i jeans, si pulisce con un brandello di
maglietta che recupera dal prato.
– Tirati su, ti porto a casa.
Un’ombra. Un fastidio artigliato a fatica tra i denti. Un impulso omicida che può solo trasformarsi
nei borbottii di un ventenne senza prospettive.
Gli allunga la mano, nel vuoto, nel silenzio di una festa finita.
Ha la certezza che sia rimasto appoggiato alla porta finestra a guardarlo. Il perché non serve dirlo.
– Mi stai fissando – gli ricorda, immerso nell’erba rasata dal giardiniere due giorni prima.
 
– Da quando è vietato guardarti? – chiede lui restando in piedi, quella mano che lo invita a seguirlo
ancora protesa, le parti del dialogo invertite, in un gioco muto che conoscono solo loro due.
Alza gli occhi arrossati, sfrega le mani sporche sui jeans ancora più sporchi, ride e stringe quella
mano.
 
Sei uno schizzo di colore. Io direi il rosso, ma forse è troppo inflazionato.
Magari il nero renderebbe meglio l’idea. O un insieme di mille schizzi.
Di aranciata, di benzina, di vino, di detersivo, di olio, di pioggia.
Un grammo di tanti sputi, impastati insieme, fangosi e densi.
Come l’uovo montato a zabaione che tua nonna ci faceva prima delle partite di calcetto.
Come l’acqua del lago nelle gite della domenica a Vico.
Come l’aria nebbiosa nei ritorni dal campeggio, le canne da pesca rotte e le esche tutte perse.
Come l’aerosol che mia madre imbottiva di mentolo e fiori di ciclamino.
Come il sangue che ti colò dal naso quando la mia pallonata ti colpì per sbaglio.
Uno schizzo rosso, sulla tua maglietta nera. Quasi non si vedeva.
 
Lo guardo di sottecchi in macchina. Musica a tutto volume alle quattro di notte, strade senza sole e
aria che infesta l’abitacolo. Siamo troppo stanchi per guidare e i sedili sono coperti di terra che io
mi sono portato dietro, dopo la mitica scopata con miss liposuzione.
Lui guida. Mani strette sul volante, sacchetto del vomito pronto da passarmi.
Me l’ha indicata lui la ragazza, me l’ha messa lui la pasticca nel bicchiere di birra. Ma ora è
incazzato. Non come un fastidioso insetto che vola ronzando sulla punta del padiglione auricolare;
no, lui plana a tutta birra e mi punge, ripetutamente, con insistenza, lui punge e fa male.
Evito di fissarlo, perché fa troppo amichetto dalle dubbie pretese.
Quindi niente ammiccamenti, o mani vicino alle gambe, o frasi ambigue.
Alle quattro di notte è meglio tacere, e notare le luci delle macchine sfrecciare nel lunotto
posteriore. Anche loro sono schizzi, flash, sputi di realtà. E noi siamo solo due coglioni, troppo
pezzenti per prendersi per mano, ma troppo sentimentali per mandarsi affanculo.
Ha l’aria stanca e canticchia la canzone alla radio con mezza bocca chiusa, come se volesse urlare
ma si limitasse ad addentare sillabe a casaccio, in un inglese che non conosce -ti hanno sempre dato
quattro persino al liceo- e in una grammatica che barcolla sotto gli influssi della festa.
– Mentre ero con lei stavo pensando a te – lo dico con calma, senza nervosismo, palesando qualcosa
di noto. Lui in fin dei conti mi stava guardando mentre lo facevo, se ne sarà accorto.
Blocca la macchina, in un benzinaio Agip, e tira il freno a mano come se fosse il caricatore di un
fucile a pompa. Non dice nulla, mi dà semplicemente un pugno, con le nocche ben disposte, lo
ficca senza indugi sul mio sopracciglio sinistro, lo apre e fa grondare sangue sulle guance, sulla sua
mano, sulla mia maglietta, sui preziosi sedili della BMW.
Poi inveisce, apre lo sportello e sputa per terra; dà un calcio a un secchio pieno di sapone e acqua
scura. Apro la bocca varie volte, ma non dico nulla, tampono la ferita e mi piego per il dolore del
mal di testa. Il suo cazzotto mi ha preso anche una tempia, e fa un male del cazzo.
Non sento più cosa dice, si è allontanato verso la costruzione fatiscente che dovrebbe fungere da bar
e tabacchi. Sangue, erba e ancora l’odore sulle dita.
La mia immagine nello specchietto del viaggiatore mi racconta una delle storie più tristi della mia
vita.
– Ti ho fatto male?
Spunta al mio finestrino, picchietta sulla superficie di vetro, come se non potesse fare il giro e
rientrare in macchina. Quasi mi spaventa e lo fisso attonito -mi hai fatto male sì, Cristo!- altro
sangue che si sparpaglia ovunque e lo slow motion del suo pugno bello impresso sulla retina
dell’occhio. Non ha neanche contato fino a tre, mi ha solo colpito. Maledetto-bastardo-infame.
 
Domanda di merda a cui non rispondo piegando le ginocchia contro il cruscotto e tenendomi la testa
tra le mani per farlo sentire in colpa, mi lamento a bassa voce del grande dolore che mi ha procurato
e lui sta lì, attaccato al finestrino come se fosse un venditore di fazzoletti.
Bestemmia ancora, o forse prega, il confine per lui è molto labile.
Torna in macchina vicino a me e preme le mani sulla maglietta con cui sto controllando il flusso
della ferita. I suoi ricci biondi sono simili a quelli fatti col ferro della siliconata. Natura vs artificio.
Evito di guardarlo e fisso il tappetino poggia piedi, coperto di peli del suo cane e di aghi di pino
portati dietro dalla festa. Non ha spento il motore quindi abbiamo ancora i Muse sparati nelle
orecchie, e le casse pompano sulle mie meningi.
Il sangue a un certo punto si ferma, mentre lui non sa se andare all’ospedale, prendermi a calci o
ridere. Ogni tanto balbetta qualche scusa ma aggiunge: – Colpa tua, cazzo! Dici troppe stronzate!
Ha ragione, è colpa mia. Quasi tutte le serate, da almeno quattro mesi finiscono così, da quando
quella volta, alla festa nella cucina più stranamente rossa che io ricordi di aver mai visitato, con la
puzza di catrame più infetta che io abbia mai inalato, io ho cercato di baciarlo.
Dal nulla e senza un motivo. Pam! Volevo baciarlo. Ridevo e lanciavo quei tappi di sughero e
faceva un caldo torrido, mi sudavano gli occhi, e pam! Volevo baciarlo.
Mi disprezza, ancora lo fa, anche se non vuole farmi morire dissanguato per colpa di un suo
pugno ben assestato. Magari potrei essere come un quadro di Pollock, tanti schizzi rossi, su una
tela bianca. Cinque anni di Accademia delle Belle Arti a vorticare nel cesso per colpa di rimandi
pittorici banali e alticci.
– Secondo te di che colore dovrei essere? – parla la stanchezza per me.
Mi prende per pazzo e dà un altro pugno al cruscotto dicendo che ormai deliro, che dovrebbe
portarmi alla neuro e che sono un finocchio ritardato.
– Però quella me la sono scopata da Dio – gli ricordo per difendermi e lui rimette in moto
minacciando di lasciarmi steso in una cunetta della Salaria.
– Ti faccio fuori e la facciamo finita con queste cazzate! – urla con troppa enfasi e calpesta
l’acceleratore in preda a qualche raptus incontrollato; una diarrea verbale ed emotiva che lo travolge
e mi fa sorridere. Si è persino perso, ora siamo chissà dove a fare chissà cosa tra le vie secondarie
dei palazzi di una zona di Roma ignota. Panni stesi alle finestre, tapparelle abbassate da cui filtrano
le luci di tv comodamente posizionate al centro dei salotti, e vasi stracolmi di piantine raggrinzite.
Guida in circolo, senza ritrovare la via, io provo a soffocare le risa e a indicargli quella che per me
è la più probabile -le strade grandi portano sempre sul Raccordo, lo sanno pure i sassi- ma lui mi
insulta e fa saettare gli occhi grigi sulla strada dicendomi di tacere e che è perfettamente in grado
di riportarmi a casa. Niente ospedali, niente punti di sutura sulla ferita, niente erba da lavare in una
fontanella.
– Dai, rispondi alla mia domanda – lo incito quando vedo che ormai sta crollando dalla stanchezza
ed è troppo disperato per picchiarmi ancora.
– Quale domanda? – si innervosisce e probabilmente pensa alle tette gonfiate della mia amichetta.
Materiale sintetico altamente costoso.
– Il colore a me più adatto…
– Il rosso. No, forse il nero.
– Il rosso come i mattoni e il nero come la cenere?
– Il rosso come vai affanculo e il nero come crepa! – grida e torna a far aumentare la velocità.
In questa disquisizione cromatica forse lui non sta trovando il senso metaforico della faccenda.
Gli chiedo di fermarsi perché non mi sento bene, devo vomitare ancora.
Mento perché sto benissimo, ma ormai credo che passeremo la notte in macchina quindi tanto vale
farlo in un parchetto scalcinato di un quartiere x di Roma.
Siamo fermi, ma io non vomito, sto immobile finché non mi piego su di lui, verso il basso.
– Cosa cazzo fai? – dice esasperato, ma neanche grida.
– Smettila di fare lo stronzo – rispondo così, e armeggio con la placca in ferro della cintura.
 
Prova a fermarmi tirandomi i capelli, scalcia coi piedi facendo barcollare il sedile, grugnisce per
tentare di auto convincersi che non sto per infilare una mano nei suoi pantaloni.
Poi, dopo una lotta fisica e mentale di almeno dieci minuti buoni, alza le mani in segno di resa e
butta la testa contro il sedile, all’indietro, fissando il tettuccio della macchina.
Ho catarro acido e marijuana stampate sul palato e brividi di freddo da finestrini aperti lungo tutta
la spina dorsale. Lui risponde stringendo gli occhi chiusi, allargando leggermente le gambe sul
sedile. Si abbassa da solo le mutande fino alle cosce tenute ferme dal volante. Il freno a mano mi sta
piantato nello sterno, l’equilibrio è precario e devo reggermi al sedile con le unghie per non crollare
su di lui. Non so se gli piace, se piange, se ride, se respira o se sta soffocando.
Consapevole che probabilmente sto facendo solo un gran casino e che presto mi strozzerò con la
saliva e gli vomiterò tra le gambe.
Però non succede, faccio tutto come se dovesse colpirci un meteorite scagliato sulla Terra da una
flotta di alieni incazzati neri. Pulviscoli di noi trasformati in detriti e io che incollato a lui mentre lo
sento trattenere almeno una ventina di sospiri.
Non regge, non resiste più. Accompagna di più il mio movimento con i polpastrelli ficcati nel mio
cranio, lo fa senza grazia, come lo farei io. Ed è uno sdoppiamento che per qualche ragione mi
elettrizza l’epidermide, più del solito, fino al midollo. Sotto, e poi a destra, accanto a una vena,
nascosti in un rene, i suoi respiri affannati arrivano ovunque, riempiono l’automobile di suo padre.
Le orecchie mi fischiano nel mix scomposto che riecheggia in frammenti passati e presenti.
Qualcuno sembra aver azionato un frullatore e la corrente elettrica pulsa decolorando la nostra
pelle. Vortica la repressione che è diventata istinto: bocca e pelle; tagli e schizzi; gemiti e
vibrazioni. Mi dà un colpetto alla fine, una gentilezza che forse alle ragazzine che si passa al sabato
sera non ha mai rivolto.
Ma in fondo noi due siamo amici, siamo i migliori, siamo i più intimi, i più stretti, i più affezionati.
Lui certe gentilezze me le deve, è un patto sociale, quando si dice: ehi sei tu, proprio tu,
quell’amico, l’unico, raro, proprio tu.
Un colore alzato su una tela libera, lancia spruzzi a casaccio, cola, particelle di sensualità.
Sento il rosso e il nero. Sento che il nostro è un quadro senza titolo.
– Sei uno stronzo, troppo… stronzo – mi passa una mano sul viso e sorride. Il volto paonazzo, anche
per la vergogna. Appoggio le mie labbra alle sue, un lampo.
Sembra scricchiolare. Morbido, ma teso. Bocca su bocca.
La liberazione da quello che è amore.
Flash

Flash.

Sono stanco di questo mondo di apparenze.

Maiali che sembrano grassi.

Famiglie che sembrano felici

Dammi liberazione. Da quello che sembra generosità.

Da quello che sembra amore.

 

(Chuck Palaniuck)

 

A cinque anni volevo ridere come te.

A sei anni volevo contare come te.

A sette anni volevo colorare come te.

A otto anni volevo parlare come te.

A nove anni volevo scrivere come te.

 

Un rosso strano sulle pareti, che tendeva al mattone ma non si avvicinava a quello delle piastrelle

in cotto del pavimento. Un nero di alcol e bicchieri di plastica che puzzavano di vino Tavernello, in

cui qualcuno aveva spento le sigarette.

Loro ne avevano bevuti sei a testa, giocando con i tappi di sughero a chi ne infilava di più nel vaso

della pianta grassa all’angolo, dove qualcuno prima o poi avrebbe vomitato.

Un passatempo cretino. Sbagliavano entrambi apposta per poter bere, in una gara che aveva il

profumo goliardico dei bastoncini di liquerizia comprati al tabaccaio e del sudore dentro le polo;

macchiate di olio delle patatine fritte dello zozzone di Ponte Flaminio.

Poi solo risate e i corpi attaccati alla finestra per non morire di caldo, senza ventilatori puntati in

faccia. La musica dal salotto entrava attutita. Improvvisavano mosse insensate e appositamente

sconclusionate per poterle decorare con altre risa e sopperire all’imbarazzo di essere ubriachi

lerci in una cucina dalle pareti rosse ma non mattone, a ballare, da soli.

La strada strideva, qualche sirena in lontananza, le luci romane e i ricordi delle urla per le scale

quando salendo nella palazzina avevano suonato tutti i campanelli, tanto per rompere un po’ il

cazzo ai condomini.

Alla fine s’erano ritrovati vicini. Trascinati dal’odore rancido del vino e il trambusto del ridere

simultaneo.

Nei pensieri che erano volati via seguendo iperboli alcoliche difficili da tracciare. Sopra di loro,

fuori dalla finestra, calde e vellutate, oppure silenziose e impalpabili.

Colorate, pronte a essere nere o rosse. O forse entrambe.

 

A dieci anni volevo piacere come te.

A undici anni volevo essere lodato come te.

A dodici anni volevo vestirmi come te.

A tredici anni volevo te.

 

Lì avrei dovuto capire che qualcosa non tornava.

 

Quella forse è erba. Quello forse è fango. Quella forse è merda di cane.

Sposta i capelli gocciolanti. Gli irrigatori partono esattamente alle tre di notte. Il prato verdeggiante

riprende fiato dopo una giornata afosa di metà Luglio.

L’umidità entra e sprimaccia i polmoni, mischiata al vapore dei respiri, la condensa degli alberi,

l’odore di bagnato, gocce di saliva.

La stoffa è una poltiglia sporca di terra e gelida per il sudore.

In basso, come fantasmi e ricordi sbiaditi, le luci della festa, stroboscopiche e colorate, lampeggianti

senza suono.

Rotola il corpo tra le cicche spente di qualche Chesterfield Blu; struscia le anche tra le impronte

invisibili di vermi e coleotteri; sbatte le ciglia incollate, e si pulisce le labbra gonfiate dai denti.

Sono affondati e tornati più volte, hanno stretto il sangue, mentre il caldo ha fatto bollire le sinapsi.

Capelli biondi, forse. Boccoli disegnati con un ferro caldo, forse. Pelle chiara e punteggiata da

parecchi nei sul collo, forse. Gambe lunghe ma sedere poco sodo, forse. Caviglie ossute e stinchi da

pallavolista, forse. Tacchi senza punta, forse.

I jeans di entrambi bloccano i movimenti incollati alla pelle, sempre troppo stretti, sempre troppo

rigidi; ormai da buttare.

Lei ogni tanto parla. Chiede il suo nome, chiede qualche bacio, chiede informazioni sul

preservativo.

Le labbra sono ruvide piene di grumi, e lasciano tracce fiacche sulla maglietta arrotolata e bianca

che lui a un certo punto si leva, sperando di ritrovarla in un secondo momento.

E l’erba tutto sommato, è gelida. Viscida e urticante.

Schiamazzi e voci; chi passa di lì fischia e urla nella loro direzione, qualcuno si ferma persino a

sbirciare, altri seguono il loro esempio, un po’ più in là.

Le afferra il busto e le gambe. Mutande a pallini perfettamente rotondi, neri su sfondo bianco,

qualche pizzo e qualche cucitura colorata.

Affonda il viso alla cieca, lei sussulta con le unghie conficcate a terra. Produce qualche suono, poi

sta zitta e respira forte, gli tocca i capelli. Lui alza la mano e le fa capire di evitare contatti superflui.

Si concentra con tutte le forze e ricorda di averla presa per mano tra la gente, con un bicchiere di

vodka liscia e una fettina di limone tra i denti. Poi hanno ballato, anzi si sono scontrati in maniera

poco armonica, lui le ha infilato una mano nelle tasche dei jeans, ha toccato subito tra le gambe,

senza troppi complimenti, frizionando la stoffa, sulle cuciture rigide.

È bastato poco, qualche bacio con i denti sulle clavicole, uno o due frasi di circostanza,

complimenti non davvero sentiti -ti sta bene questo vestitino rosso. Ah, no, cazzo, hai addosso i

pantaloni, pardon!- l’ha confusa con un’altra, l’ha pensata mora e poi rossa; alta e poi bassa; magra

e poi grassa.

Ha guardato il suo sedere muoversi a contatto con la patta dei jeans, anche lei pronta a scendere e

salire, senza seguire il tempo della musica techno in sottofondo.

E ora c’è il giardino di una villetta da riccastri che però fanno economia sugli alcolici scadenti e

girano polvere che chissà chi ha tagliato. Si morde ancora le labbra ed esce lo schifo dell’immagine

distorta che preme sulle tempie.

Il profilattico lo deve mettere al buio, solo una luce bassa, spunta dal viottolo lastricato che porta

alla piscina. La plastica arriva fino alla base, sigilla la pelle, e smorza.

Vorrebbe rimanere lì con la mente, su quella ragazza pescata nella ressa, la meno brutta, chissà.

Ma sprazzi di ricordi e dettagli sbagliati fanno capolino, mentre si sistema, tira con le unghie il

palloncino sgonfio e sente che sta per perdere peso.

Cristo! Non ancora, dai. Non ancora!

Lei attende e nota la difficoltà, con metà corpo nudo, schiacciato nell’erba.

 

Le natiche del sedere sono macchiate dagli steli appiccicosi e giallognoli. Ha l’alito impastato e il

reggiseno semi sganciato, pronto a sedurlo con un dettaglio femminile che a lui in fin dei conti non

interessa.

– Tutto bene? – si azzarda a chiedere. Sfacciata, con un ghigno sulle labbra.

Le lancia un’occhiata d’odio. Puro, profondo, sprezzante -odio- dissenso.

 

– Mi stai fissando.

– Non è vero guardavo dalla tua parte, è diverso.

– Sei strano, stasera.

– Sto bene, come sempre.

– Allora perché non la smetti di passarmi addosso i raggi x?

– Da quando è vietato guardarti?

– Da quando sei il mio migliore amico e non un frocio del cazzo.

– Passami il vino.

– C’è una biondina laggiù che non ti stacca gli occhi di dosso.

– Sì, magari. Nel prato coi lampioni spenti…

– Bella idea.

– Ti dà fastidio?

– Perché dovrebbe, te l’ho consigliata io.

– Hai fatto una faccia schifata…

– Stavo pensando che dopo ti dovrò raccogliere sporco d’erba fino alle orecchie.

– Divertiti, io me la cavo pure da solo.

– Buona fortuna…

 

Buona fortuna, un cazzo. Pezzo di merda!

Immagini putride, labbra smorte, visi pallidi, braccia tirate, muscoli nudi, pelle infreddolita.

Lui continua a spingere, muovendo le mani fino al seno, che è rifatto, schifosamente grande,

immobile, rigido. Succhia e preme, lecca.

Plastica sottocutanea che gli fa salire un conato di vomito. Protesi pallide che nuotano nella

soluzione salina, sotto le sue labbra -l’orrore di una bambola gonfiabile ma che respira- a contatto

con diecimila euro di mastoplastica additiva.

La pancia è liscia, i fianchi non si riescono a prendere con le mani.

Poi arriva comunque il calore fradicio dell’orgasmo, quel punto x che fa crollare la pressione,

impallidire le guance, e stiracchiare le gambe. Non è totale appagamento, ma solo un istante

artefatto di un’iperbole che sta già discendendo, verso la base, verso l’assenza.

Picchi e vette inafferrabili, che poi diventano noia, silenzio e spaesamento.

Lei raccoglie i vestiti, infila le mutande e cerca un posto dove darsi un contegno. Arranca tra le

aiuole di tulipani, con le scarpe dal tacco rotto in mano. Cinquecento euro da gettare nel cesso, con

una confezione di Tranquilit e un paio di antidolorifici a fargli compagnia.

Lui rimane sdraiato a braccia aperte, i pantaloni ancora abbassati, le mutande accartocciate, il

preservativo incollato alle dita della mano, la pancia gelata dalla notte.

Vomita, voltando solo il volto verso sinistra a un passo dalla propria pelle. Escono solo succhi

gastrici e luppolo ammuffito. Scrolla le labbra, sistema i jeans, si pulisce con un brandello di

maglietta che recupera dal prato.

– Tirati su, ti porto a casa.

Un’ombra. Un fastidio artigliato a fatica tra i denti. Un impulso omicida che può solo trasformarsi

nei borbottii di un ventenne senza prospettive.

Gli allunga la mano, nel vuoto, nel silenzio di una festa finita.

Ha la certezza che sia rimasto appoggiato alla porta finestra a guardarlo. Il perché non serve dirlo.

– Mi stai fissando – gli ricorda, immerso nell’erba rasata dal giardiniere due giorni prima.

 

– Da quando è vietato guardarti? – chiede lui restando in piedi, quella mano che lo invita a seguirlo

ancora protesa, le parti del dialogo invertite, in un gioco muto che conoscono solo loro due.

Alza gli occhi arrossati, sfrega le mani sporche sui jeans ancora più sporchi, ride e stringe quella

mano.

 

Sei uno schizzo di colore. Io direi il rosso, ma forse è troppo inflazionato.

Magari il nero renderebbe meglio l’idea. O un insieme di mille schizzi.

Di aranciata, di benzina, di vino, di detersivo, di olio, di pioggia.

Un grammo di tanti sputi, impastati insieme, fangosi e densi.

Come l’uovo montato a zabaione che tua nonna ci faceva prima delle partite di calcetto.

Come l’acqua del lago nelle gite della domenica a Vico.

Come l’aria nebbiosa nei ritorni dal campeggio, le canne da pesca rotte e le esche tutte perse.

Come l’aerosol che mia madre imbottiva di mentolo e fiori di ciclamino.

Come il sangue che ti colò dal naso quando la mia pallonata ti colpì per sbaglio.

Uno schizzo rosso, sulla tua maglietta nera. Quasi non si vedeva.

 

Lo guardo di sottecchi in macchina. Musica a tutto volume alle quattro di notte, strade senza sole e

aria che infesta l’abitacolo. Siamo troppo stanchi per guidare e i sedili sono coperti di terra che io

mi sono portato dietro, dopo la mitica scopata con miss liposuzione.

Lui guida. Mani strette sul volante, sacchetto del vomito pronto da passarmi.

Me l’ha indicata lui la ragazza, me l’ha messa lui la pasticca nel bicchiere di birra. Ma ora è

incazzato. Non come un fastidioso insetto che vola ronzando sulla punta del padiglione auricolare;

no, lui plana a tutta birra e mi punge, ripetutamente, con insistenza, lui punge e fa male.

Evito di fissarlo, perché fa troppo amichetto dalle dubbie pretese.

Quindi niente ammiccamenti, o mani vicino alle gambe, o frasi ambigue.

Alle quattro di notte è meglio tacere, e notare le luci delle macchine sfrecciare nel lunotto

posteriore. Anche loro sono schizzi, flash, sputi di realtà. E noi siamo solo due coglioni, troppo

pezzenti per prendersi per mano, ma troppo sentimentali per mandarsi affanculo.

Ha l’aria stanca e canticchia la canzone alla radio con mezza bocca chiusa, come se volesse urlare

ma si limitasse ad addentare sillabe a casaccio, in un inglese che non conosce -ti hanno sempre dato

quattro persino al liceo- e in una grammatica che barcolla sotto gli influssi della festa.

– Mentre ero con lei stavo pensando a te – lo dico con calma, senza nervosismo, palesando qualcosa

di noto. Lui in fin dei conti mi stava guardando mentre lo facevo, se ne sarà accorto.

Blocca la macchina, in un benzinaio Agip, e tira il freno a mano come se fosse il caricatore di un

fucile a pompa. Non dice nulla, mi dà semplicemente un pugno, con le nocche ben disposte, lo

ficca senza indugi sul mio sopracciglio sinistro, lo apre e fa grondare sangue sulle guance, sulla sua

mano, sulla mia maglietta, sui preziosi sedili della BMW.

Poi inveisce, apre lo sportello e sputa per terra; dà un calcio a un secchio pieno di sapone e acqua

scura. Apro la bocca varie volte, ma non dico nulla, tampono la ferita e mi piego per il dolore del

mal di testa. Il suo cazzotto mi ha preso anche una tempia, e fa un male del cazzo.

Non sento più cosa dice, si è allontanato verso la costruzione fatiscente che dovrebbe fungere da bar

e tabacchi. Sangue, erba e ancora l’odore sulle dita.

La mia immagine nello specchietto del viaggiatore mi racconta una delle storie più tristi della mia

vita.

– Ti ho fatto male?

Spunta al mio finestrino, picchietta sulla superficie di vetro, come se non potesse fare il giro e

rientrare in macchina. Quasi mi spaventa e lo fisso attonito -mi hai fatto male sì, Cristo!- altro

sangue che si sparpaglia ovunque e lo slow motion del suo pugno bello impresso sulla retina

dell’occhio. Non ha neanche contato fino a tre, mi ha solo colpito. Maledetto-bastardo-infame.

 

Domanda di merda a cui non rispondo piegando le ginocchia contro il cruscotto e tenendomi la testa

tra le mani per farlo sentire in colpa, mi lamento a bassa voce del grande dolore che mi ha procurato

e lui sta lì, attaccato al finestrino come se fosse un venditore di fazzoletti.

Bestemmia ancora, o forse prega, il confine per lui è molto labile.

Torna in macchina vicino a me e preme le mani sulla maglietta con cui sto controllando il flusso

della ferita. I suoi ricci biondi sono simili a quelli fatti col ferro della siliconata. Natura vs artificio.

Evito di guardarlo e fisso il tappetino poggia piedi, coperto di peli del suo cane e di aghi di pino

portati dietro dalla festa. Non ha spento il motore quindi abbiamo ancora i Muse sparati nelle

orecchie, e le casse pompano sulle mie meningi.

Il sangue a un certo punto si ferma, mentre lui non sa se andare all’ospedale, prendermi a calci o

ridere. Ogni tanto balbetta qualche scusa ma aggiunge: – Colpa tua, cazzo! Dici troppe stronzate!

Ha ragione, è colpa mia. Quasi tutte le serate, da almeno quattro mesi finiscono così, da quando

quella volta, alla festa nella cucina più stranamente rossa che io ricordi di aver mai visitato, con la

puzza di catrame più infetta che io abbia mai inalato, io ho cercato di baciarlo.

Dal nulla e senza un motivo. Pam! Volevo baciarlo. Ridevo e lanciavo quei tappi di sughero e

faceva un caldo torrido, mi sudavano gli occhi, e pam! Volevo baciarlo.

Mi disprezza, ancora lo fa, anche se non vuole farmi morire dissanguato per colpa di un suo

pugno ben assestato. Magari potrei essere come un quadro di Pollock, tanti schizzi rossi, su una

tela bianca. Cinque anni di Accademia delle Belle Arti a vorticare nel cesso per colpa di rimandi

pittorici banali e alticci.

– Secondo te di che colore dovrei essere? – parla la stanchezza per me.

Mi prende per pazzo e dà un altro pugno al cruscotto dicendo che ormai deliro, che dovrebbe

portarmi alla neuro e che sono un finocchio ritardato.

– Però quella me la sono scopata da Dio – gli ricordo per difendermi e lui rimette in moto

minacciando di lasciarmi steso in una cunetta della Salaria.

– Ti faccio fuori e la facciamo finita con queste cazzate! – urla con troppa enfasi e calpesta

l’acceleratore in preda a qualche raptus incontrollato; una diarrea verbale ed emotiva che lo travolge

e mi fa sorridere. Si è persino perso, ora siamo chissà dove a fare chissà cosa tra le vie secondarie

dei palazzi di una zona di Roma ignota. Panni stesi alle finestre, tapparelle abbassate da cui filtrano

le luci di tv comodamente posizionate al centro dei salotti, e vasi stracolmi di piantine raggrinzite.

Guida in circolo, senza ritrovare la via, io provo a soffocare le risa e a indicargli quella che per me

è la più probabile -le strade grandi portano sempre sul Raccordo, lo sanno pure i sassi- ma lui mi

insulta e fa saettare gli occhi grigi sulla strada dicendomi di tacere e che è perfettamente in grado

di riportarmi a casa. Niente ospedali, niente punti di sutura sulla ferita, niente erba da lavare in una

fontanella.

– Dai, rispondi alla mia domanda – lo incito quando vedo che ormai sta crollando dalla stanchezza

ed è troppo disperato per picchiarmi ancora.

– Quale domanda? – si innervosisce e probabilmente pensa alle tette gonfiate della mia amichetta.

Materiale sintetico altamente costoso.

– Il colore a me più adatto…

– Il rosso. No, forse il nero.

– Il rosso come i mattoni e il nero come la cenere?

– Il rosso come vai affanculo e il nero come crepa! – grida e torna a far aumentare la velocità.

In questa disquisizione cromatica forse lui non sta trovando il senso metaforico della faccenda.

Gli chiedo di fermarsi perché non mi sento bene, devo vomitare ancora.

Mento perché sto benissimo, ma ormai credo che passeremo la notte in macchina quindi tanto vale

farlo in un parchetto scalcinato di un quartiere x di Roma.

Siamo fermi, ma io non vomito, sto immobile finché non mi piego su di lui, verso il basso.

– Cosa cazzo fai? – dice esasperato, ma neanche grida.

– Smettila di fare lo stronzo – rispondo così, e armeggio con la placca in ferro della cintura.

 

Prova a fermarmi tirandomi i capelli, scalcia coi piedi facendo barcollare il sedile, grugnisce per

tentare di auto convincersi che non sto per infilare una mano nei suoi pantaloni.

Poi, dopo una lotta fisica e mentale di almeno dieci minuti buoni, alza le mani in segno di resa e

butta la testa contro il sedile, all’indietro, fissando il tettuccio della macchina.

Ho catarro acido e marijuana stampate sul palato e brividi di freddo da finestrini aperti lungo tutta

la spina dorsale. Lui risponde stringendo gli occhi chiusi, allargando leggermente le gambe sul

sedile. Si abbassa da solo le mutande fino alle cosce tenute ferme dal volante. Il freno a mano mi sta

piantato nello sterno, l’equilibrio è precario e devo reggermi al sedile con le unghie per non crollare

su di lui. Non so se gli piace, se piange, se ride, se respira o se sta soffocando.

Consapevole che probabilmente sto facendo solo un gran casino e che presto mi strozzerò con la

saliva e gli vomiterò tra le gambe.

Però non succede, faccio tutto come se dovesse colpirci un meteorite scagliato sulla Terra da una

flotta di alieni incazzati neri. Pulviscoli di noi trasformati in detriti e io che incollato a lui mentre lo

sento trattenere almeno una ventina di sospiri.

Non regge, non resiste più. Accompagna di più il mio movimento con i polpastrelli ficcati nel mio

cranio, lo fa senza grazia, come lo farei io. Ed è uno sdoppiamento che per qualche ragione mi

elettrizza l’epidermide, più del solito, fino al midollo. Sotto, e poi a destra, accanto a una vena,

nascosti in un rene, i suoi respiri affannati arrivano ovunque, riempiono l’automobile di suo padre.

Le orecchie mi fischiano nel mix scomposto che riecheggia in frammenti passati e presenti.

Qualcuno sembra aver azionato un frullatore e la corrente elettrica pulsa decolorando la nostra

pelle. Vortica la repressione che è diventata istinto: bocca e pelle; tagli e schizzi; gemiti e

vibrazioni. Mi dà un colpetto alla fine, una gentilezza che forse alle ragazzine che si passa al sabato

sera non ha mai rivolto.

Ma in fondo noi due siamo amici, siamo i migliori, siamo i più intimi, i più stretti, i più affezionati.

Lui certe gentilezze me le deve, è un patto sociale, quando si dice: ehi sei tu, proprio tu,

quell’amico, l’unico, raro, proprio tu.

Un colore alzato su una tela libera, lancia spruzzi a casaccio, cola, particelle di sensualità.

Sento il rosso e il nero. Sento che il nostro è un quadro senza titolo.

– Sei uno stronzo, troppo… stronzo – mi passa una mano sul viso e sorride. Il volto paonazzo, anche

per la vergogna. Appoggio le mie labbra alle sue, un lampo.

Sembra scricchiolare. Morbido, ma teso. Bocca su bocca.

La liberazione da quello che è amore.


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giuliacaminito
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