Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Rarestorie
14 Dicembre 2013

Troppo sensibile

?
La luce rossa del semaforo mi sta scavando la faccia.
Le scaglie delle guance si depositano a flussi ordinati sui tappetini del taxi.
Formicolano piano sui vetri le gocce di pioggia con rumore dirompente e gusto di zucchero; infradiciano la consistenza del taxi, fatto di carta: lo sento ammassarsi sui binari del tram dell’incrocio quando strilla il verde.
La pelle che la luce rossa mi ha staccato dalla faccia ora mi si sta attaccando alle scarpe marroni scamosciate, diventando una cosa sola: ora sono beige, non si intonano più ai pantaloni.

Quando sono uscito, alle sette e mezza, non pioveva, ma la foschia mi bagnava i vestiti e i capelli. La pelle delle mani, mentre camminavo per la metro, diventava sempre più umida e verde.
Il salnitro si stava radunando sul fondo delle tasche, insieme alle unghie cadute. Camminando udivo il rumore metallico delle mie ginocchia, a quell’ora sono sempre bulloni. Alcuni bambini si giravano sentendo il clangore. Mi hanno stritolato per bene con lo sguardo, incrinandomi una costola. Ho cercato di finire il percorso quanto prima possibile.
Arrivato davanti ai tornelli della metro ho messo la mano in tasca, ma le dita non afferravano nulla. La pelle delle mani era diventata verdognola e viscida, senza consistenza, quasi senza ossa come un’alga. Avrei dovuto tenere le mani in tasca per tenerle calde. Così molli erano inservibili.
Sono rimasto un po’ così, con le mani al caldo, sperando che non rimanessero alghe. Ma intanto il tempo passava e il colloquio era alle nove e non avevo tempo da perdere. Però non potevo arrivare là con le mani d’alga. Ho iniziato a saltellare per scaldarmi prima.
I vigilanti mi osservavano, tracciando con gli occhi delle linee grigie tratteggiate tutte intorno a me; cercavo di non calpestarle muovendomi, ma loro continuavano a restringerle sempre più attorno ai miei piedi, perciò alla fine mi sono deciso a tirare fuori le mani e a oltrepassare i tornelli.
L’odore della metro è di carbone e umidità.
Lo vedo distintamente quando respiro nella galleria.
È un fumo di piccole spine di monossido di carbonio; sono, a ben guardarle, frecce, come di mercurio.
La nube si muove da una galleria all’altra, forse guidata dai binari, arriva e va verso le budella nere della rete ferrotramviaria, assume con le luci della banchina riflessi petroleosi, entra nelle bocche e nei nasi, ne esce con una tonalità lilla.
Le mani stanno tornando alla normalità. Cominciavo a temere di doverle tenere nelle tasche per tutta la durata del colloquio: sarebbe stata la fine. I vacui imbecilli che fanno i colloqui badano molto a queste cazzate, e io ho molto bisogno di questo lavoro. Sono stato raccomandato e non posso far fare brutta figura alla persona che mi ha raccomandato.
 
Il vagone del tram ha luci di salgemma.
Mi chiedo se riuscirò a sedermi. Ma non ci tengo nemmeno troppo: il sonno, il freddo e la
concavità dei sedili mi inglobano e mi premono sugli omeri. Esco sempre dalla metro con due lividi sugli omeri. La mia ragazza mi chiedeva sempre come me li facevo quei lividi e io non sapevo mai come rispondere. Lei aveva una pelle molto chiara, che potevo guardare direttamente solo se non esposta al sole, altrimenti mi accecava per alcuni secondi.
Il suo ricordo era in un passato molto diverso, tanto diverso da sembrarmi lontanissimo, lontano al punto da passare quasi per un ricordo suo e non mio.
Non c’è da sedersi. Resto in piedi. Qualcuno, alla nuova fermata, mi urta.
 
È una signora grassa, con un lungo soprabito leopardato; i capelli neri piastrati e lucidi percolano sul soprabito con goccioloni, un paio mi cadono a un centimetro dalle scarpe, fortunatamente evitandole; si appiglia poco lontano da me, senza chiedermi scusa per la spallata che mi ha fatto urtare la tempia al sudicio tubo rosso.
Speravo che non si vedesse troppo il cranio ammaccato, altrimenti avrei dovuto tenere il cappello in testa durante il colloquio. Chissà che cosa avrebbero pensato gli esaminatori… “Ecco, ha il cappello!”.
 
Sono arrivato in orario dove dovevo arrivare. La persona che mi ha ricevuto è anche quella con cui ho parlato, che mi ha fatto le domande. Sembrava non sapere nulla della raccomandazione.
Ho cominciato a sudare e, a sorpresa, ho notato che il sudore si portava giù con sé nel colletto della camicia i capelli. Intere ciocche hanno preso la via dello scarico. Ma non potevo far nulla: ormai il colloquio era all’inizio e non potevo uscire dalla stanza per andare in cerca di rimedi. Eroinchiodato per le cosce da grossi spilli alla sedia.
Ho sopportato per tutto il tempo del colloquio i capelli pungermi la schiena nella camicia, mentre per l’esaminatore tutto sembrava scorrere normalmente.
 
Tornato in strada mi sentivo così esausto che per andare a casa ho fermato un taxi.
La mano che ho alzato ha riflettuto il suo biancore di carta. Ma ero troppo stanco per preoccuparmene. Quando sono stressato, le mani mi diventano lucide al punto da potermici specchiare. L’aria cupa di smog era filtrata perfino nell’abitacolo. È tutta di perline scure, un po’ diversa da quella della metro.
Odio il taxi: ogni volta che le macchine si affiancano sento le parti molli di braccia e gambe sprimacciarsi, fino a stringersi come in una morsa. Ma avevo preferito il dolore alla fatica di orientarmi nel traffico pedonale alla volta della metro.

Vorrei essere a letto, a casa mia, tranquillo, e invece sono ancora in taxi, diretto al medico, nello smog, pieno di dolori, con le guance escoriate dal semaforo e le scarpe non intonate al pantalone.
 
?
Prima di allora non avevo mai dimenticato un braccio su un taxi.
Sono gli effetti dello stress, non è facile rimanere senza lavoro alla mia età, e più sto a casa più mi annoio e mi deprimo, e mangio, e ingrasso, e mi deprimo. Questa cosa del braccio, la cui mano, per altro, stringeva il manico della mia ventiquattrore, ora non so come finirà. Forse dovrei cercare di ricordarmi il nome del tassista. Oppure chiamare il centralino della sua cooperativa. Ma cosa dico alla centralinista? “Buongiorno, ho dimenticato il mio braccio sul vostro taxi”?

Per fortuna il tassista è tornato indietro per la restituzione. Io ero già in imbarazzo (cosa si può pensare di uno che arriva a dimenticarsi il proprio braccio se non che, come minimo, è un idiota?), ma lui è stato di esemplare delicatezza: mi ha porto solo la ventiquattrore, come se non ci fosse il braccio attaccato e con un sorriso cortese ha detto “La sua borsa!”. Gli ho sorriso anche io, stirando alle orecchie le labbra, ma ho smesso subito, appena ho sentito la cucitura delle labbra stridere. Se mi fosse partito un punto mi sarei ritrovato a parlare come Bossi per un bel po’.
Ma non posso pensare che sia sempre così: ogni volta che impatto con la realtà il mio corpo si screzia. È come un manichino da crash-test.
Anche quando ho dato la mano all’esaminatore ho sentito le ossa dentro creparsi un poco, tipo crackers.

Il medico mi dà il barattolino di plastica e mi dice di andarlo a riempire. Accedo alla stanza da bagno. È microscopica.
Ho respirato molta aria sudicia da quando mi sono alzato. La mia urina ruscella annerita, turbata da una specie di tumore semitrasparente di pietruzze microscopiche. Ora, tutta nel barattolino, ha una nuance strana, come una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. E luce fu.
Sono tornato dal medico e speravo che fosse lui a prendere il discorso: “Lo sa che è la prima urina fluorescente che vedo?”. Invece niente, non ha dato la minima occhiata, ha solo detto “Lo poggi sul tavolo”.
 
?
Mi immergo nelle lenzuola.
Mi stupisco sempre della facilità con cui corpo e letto vadano uno nelle braccia dell’altro, specialmente quando la paragono alla difficoltà con cui accade il contrario, quando la mattina devo svestirmi dal letto e faccio tanta fatica.
Non rifaccio mai il letto; così, a fine giornata, posso semplicemente immergermi di nuovo dentro di lui, con le coperte che conservano memoria del mio corpo. I letti rifatti e di bucato fresco, per quanto gradevoli, non reggono il confronto. Ci passa la stessa differenza che passa fra un abbraccio e una stretta di mano.
Mi immergo nelle lenzuola, e pian piano, sento che tutte le ferite, abrasioni, ammaccature, fratture, si rimarginano. Tutte le umiliazioni, delusioni, offese, scortesie, fallimenti si asciugano lasciando una crosticina patinata che poco a poco si polverizza.

Ho scoperto di essere io solo a sentire il mondo in questo modo quando una volta, verso gli undici anni, entrai a scuola e mi sembrò che l’atrio si dilatasse. Domandai a un altro bambino se anche a lui fosse sembrato così. Lui, con aria candida e quasi un po’ spaventato dal mio spavento, mi disse di no e si allontanò. Da allora mi capitò di chiederlo sempre più spesso.
 
“Non c’è bisogno, so occuparmene da sola di mio figlio” era la frase con cui mamma stroncava papà, che avrebbe voluto farmi visitare da qualcuno per capire che mi succedeva.
Lei capiva, o sembrava capire, come aiutarmi. In molte occasioni non ho avuto che lei. La sua voce tranquilla, le sue parole affettuose.
Quando m’innamoravo e poi finiva, quando perdevo una partita della vita, quando c’erano rose che mi sbocciavano fra le dita o i peli potevano diventare aculei con cui ferirmi, molti sarebbero impazziti, ma fortunatamente non mi ha mai lasciato solo nei momenti di assurdità.
Anche quando sarebbe stato ragionevole il contrario, come quando morì papà e io ero a letto, impossibilitato a muovermi dalla sensazione di perdere gli arti a causa di una fortissima onda centrifuga che avvertivo ogni volta che cercavo di alzarmi. Lei mi stava vicino e ripeteva “Amore, non è colpa tua: sei solo troppo sensibile”.

A poco a poco le lenzuola insufflano radici di cotone nella mia pelle, giù giù fino ai tendini, e diventano propaggini del mio movimento.
Ritorno in quei giorni con mamma, che mi teneva abbracciato nella coperta, e a quella sensazione d’oceano, dove ero parte di un tutto pacificato, dove i dolori non portavano mai una pena.
Non vorrei più aprire gli occhi.
 Mamma, anche se ormai l’odore tuo comincia ad abbandonare gli armadi, c’è ancora l’orma delle tue carezze impressa sui miei muscoli. E tanto basta.
Ma domani ho un altro colloquio. Mancano sedici ore. E sono ancora troppo sensibile.

14 Dicembre 2013

Le mutazioni del tempo

Un Occhione, apparentemente senza meta, trotterellava lungo la banchina. Mi sembrava strano, perché l’Occhione ormai è un uccello raro, e il porto non è un luogo dove aspettarsi di incontrare un animale riservato come lui.
Distratto da quello che avveniva oltre il vetro, mi ero quasi scordato di non essere lì da solo. Scattai sull’attenti, quando il Capitano alzò finalmente gli occhi dallo schermo del vecchio computer e mi parlò, senza riconoscermi, col solito tono strascicato e rauco già alle otto del mattino.
– Che relitto vuole recuperare?
– Il Generale Annibale.
L’altro si alzò per scavalcare letteralmente la scrivania e mi raggiunse dietro la tenda scostata. Era un uomo che impressionava per la stazza, più grande della media, ma che l’età stava arricciando su sé stesso. Dai suoi due metri d’altezza, intaccati di poco dalla postura aggravata, mi calò sulla spalla una pesante, ampia, e calda mano aperta. Insospettito, irrigidii d’istinto la muscolatura. D’altronde sono un nativo forcinese.
– Salvatore! Era parecchio che non ti facevi vivo. Avevo iniziato a scordarmelo, quel nome.
– A me continua a rimbombare in testa, invece.
– Capisco. – In quello scambio di battute il Capitano recuperò la sua natura, mi sembrò di notare con la coda dell’occhio che serrasse le mascelle. Ritirò la mano e se la ficcò in tasca.
L’Occhione intanto alternava passetti rapidi a piegamenti in avanti, simili ad inchini. Altre ridicole corsette si interrompevano di colpo a coda dritta. Sembrava un arbitro di calcio. Commentammo tra noi che forse stesse mimando un rituale di corteggiamento. Solo che, per quanto ci sforzassimo, non riuscivamo a scorgere l’uccello femmina.  Fissare tanto a lungo quella scena in piena luce affaticò la vista a entrambi. Voltammo le spalle alla finestra e andammo a sederci ai lati opposti della scrivania. Concluse le formalità, uscimmo in fila indiana all’aria aperta.
 
Per quanto uno possa avere un fisico imponente, come per esempio il Capitano, passare l’esistenza a Forcina finisce per schiacciarlo a terra. È come guardare un paesaggio sempre dal basso, standosene infossati nel terreno polveroso. Attorno, le cime delle montagne sono così appuntite che sembrano sbucate dal centro della terra solo da poche ore. Come dire, fresche di nottata.
Massi che sporgono pericolanti, o appoggiati l’uno all’altro, se ne stanno in mezzo a tronchi divelti che agitano in alto pugni di radici ritorte, tutte irte di spine. I fusti giallo verdognoli che restano ancora in piedi, allungandosi, si vanno ripiegando su sé stessi, fino a staccare del tutto dal suolo la pianta.
Così raggiunge la fine dei suoi giorni ogni organismo vivente di Forcina. Quando non lo rapisce il fiume.
Nessun biologo ha mai potuto spiegare il mistero di quella vegetazione, dove in certi punti è tanto buio da rendere impossibile farsi strada. E dietro a ogni ostacolo, o diretto in picchiata verso di noi da un lembo appena visibile di cielo, si teme di vedere incombere un animale enorme, in grado di ucciderci non prima di averci torturati in modo orrendo.
Questa la prospettiva dell’insetto strisciante nella terra, che nasce, cresce e non osa confidare in nulla mentre aspetta di morire. La stessa prospettiva di ogni abitante di Forcina, la cittadina più sparpagliata che ci sia. I cui confini sono talmente inafferrabili che la topografia ufficiale ha rinunciato a definirli. Sulle mappe si legge “Forcina”, ma neanche la zoomata più spinta rintraccia l’apparenza di un centro abitato.
Un pugno di costruzioni che si appoggiano ai confini estremi di tre periferie urbane, estese ormai all’inverosimile, ma incapaci di staccarsi dalle città che le hanno generate. Piccole aggregazioni di abitanti, non sempre si può parlare di famiglie, che spesso non hanno in comune neanche la parlata, ma che si ostinano a voler essere chiamati forcinesi e a condividere la sola proprietà che può geograficamente unirli, le ramificazioni del Tempo. Il fiume.
Il corso d’acqua sbuca in mezzo ai monti circostanti, e per chilometri e chilometri si sfibra nervosamente in molti rami, che tornano a inabissarsi non appena il terreno cessa le sue asperità, e si tramuta in un innocuo paesaggio collinare.
Se a Forcina qualcuno domandasse Com’è il tempo? La risposta non potrebbe che essere ambigua e interpretabile. I forcinesi, per loro natura sono molto diffidenti. Quando non possono capirlo da soli, perché malati o ciechi, o per via di qualunque altro impedimento, si fanno una propria idea arbitraria del tempo (atmosferico, storico o liquido), e se la tengono per sé. Nessuno che li conosca bene rivolgerà mai loro quella domanda. Se lo facesse, quella sarebbe la prima e ultima volta, di sicuro.
Tutta la zona è decisamente impervia, e le anse del fiume, anche dove sarebbe abbastanza ampio da renderlo navigabile, formano così di frequente angoli acuti e salti di diversi metri, che nessuna barca è mai riuscita a solcarlo senza ricavarne danni o venire semplicemente distrutta. Eppure, il porto di Forcina è pieno di battelli.
 
– E così, ti sei deciso a riprovarci.
– Mhm. Non sono tanto entusiasta, lo faccio solo per lei.
– Per lei? Dici, per Amerinda?
– Beh, sì. Oggi non mi sbatte più a pedate in sala motori, e soprattutto non ha più cosiddetti “amici” da caricare a bordo all’ultimo minuto, e allora…
– Sal, …
– No, capisco la tua preoccupazione, ma credimi, va tutto bene.
Lo sguardo del Capitano mi pesava addosso mentre mi allontanavo.
– Non è più pericolosa, ormai. – Gli dissi senza voltarmi.
– Lo credo bene. – Fece una pausa. – Sal, attento a non sfidare troppo il tempo.
Voleva trattenermi in qualche modo. Sapeva che avrei dovuto chiedergli di specificare, ma non lo feci. Non replicai, neanche gli chiesi nulla della sua vita, dopo tanto. Mi diressi velocemente verso il molo.
 
A volte mi sveglio nel cuore della notte col suono di quell’esplosione nelle orecchie. Eravamo alla prima, dura, svolta del Tempo, subito dopo che Alberto fu, per così dire, invitato a scendere da Amerinda. Io non lo so che fosse successo tra di loro, ma a me quel tizio non era piaciuto da subito. Sembrava un tossico, e poi si stava arrotolando già da giovane. Una pianta marcia, ecco cosa sembrava. Meglio che si tenesse lontano da mia sorella.
Uscii in coperta sventagliando la torcia accesa, avevo sentito Ame gridare in modo disumano. Volevo cantargliene quattro: navigavamo sotto un forte temporale, era il loro turno al timone e quei due non dimostravano di avere il minimo senso di responsabilità.
Il fascio di luce faceva sembrare la discesa della pioggia torrenziale una sequenza di fermo immagine:
Ecco a voi il Gruppo Uno di gocce mentre si getta al suolo, potete apprezzare la densità della loro distribuzione per metro cubo e la caratura degli elementi che lo compongono.
Il Gruppo due, giù a poppa, ha un taglio più diagonale, le gocce sono tese e ogivali, e presentano le caratteristiche sacche inferiori, ingrossate per l’azione deformatrice del vento unita a quella della forza di gravità.
Notate invece come il Gruppo Tre riprenda la struttura dell’Uno, e contenga al suo interno una forma anomala abbagliante. Si tratta sicuramente di due occhi.
Le orbite di Alberto, giallastre e striate di rosso, sprizzavano fuori una violenza che mi gelò il sangue, giuro, quando comparvero nel buio proprio davanti a me. Ci separava solo un lembo d’acqua, che si fece lenzuolo e poi distesa aperta, e quindi un susseguirsi di gorghi piroettanti, man mano che ci allontanavamo di nuovo dalla riva.
 
Ame era la mia gemella, fummo adottati che avevamo già sei anni. Forcinese doc, senza alcun dubbio, era totalmente fuori di testa. Nostro padre, quello vero, aveva preferito darci via, e ritirarsi in fondo a una curva del Tempo, dalla quale, nascosto tra le foglie degli alberi fluviali senza nome, poteva restarsene in attesa di vedere nostra madre, poco più che bambina, uscire dalla casa lì di fronte, dove era una specie di sguattera tuttofare.
Senza l’impiccio di noi marmocchi intorno, riusciva a fingere di non averla ancora conosciuta, desiderare di toccarla immaginando di non poterle fare male. L’irruenza del fiume, piazzato di traverso tra di loro, gli impediva di combinare altri pasticci. Noi eravamo già stati due pasticci belli grossi.
Ogni tanto li andavamo a trovare a turno, lui e lei. Ma nulla ci convinse mai a desiderare di vivergli ancora accanto.
Crescemmo come una coppia di scapestrati, finché Ame non si trovò accessoriata di un corpo femminile assai ben messo.
E, mentre io mi ritiravo un passo indietro, alla ricerca di paradisi meno pericolosamente attraenti, attorno a lei si scatenò l’inferno, di cui Alberto costituì l’ultimo girone, in senso stretto.
 
Quando la torcia smise di illuminarlo, alle nostre spalle deflagrò un boato spaventoso. Ame mi saltò in braccio con lo sguardo allucinato. Io l’afferrai più stretta che potei, senza sapere davvero cosa fare.
La barca, che già pendeva pericolosamente su un fianco, si andò a incagliare su uno scoglio che nessuno aveva evitato, non essendoci nessuno a timonarla da un bel pezzo. Stava prendeva fuoco dall’interno. Bruciava tutto. Dallo scheletro nerastro svettavano controluce fiamme altissime, le cui volute si confondevano con le fronde arrossate del tetto vegetale.
– Ame, che caspita! Mi spieghi…?
Non feci in tempo a finire quella frase. Me la vidi portare via da una metà del battello in fiamme, spezzatosi in due appena sotto i nostri piedi.
Ci sbracciammo gridando forte da un bordo all’altro della spaccatura, finché mani sbucate da chissà dove mi tirarono bruscamente in basso. Per la sorpresa, non feci in tempo a opporre alcuna resistenza.
Due uomini che avevano seguito la scena dalla riva, due senzatetto, si erano legati delle funi in vita, fissandole a un tronco, e si erano gettati in acqua, senza pensarci troppo.
Con l’Autorizzazione Al Recupero ben stretta in mano raggiunsi Ame al molo. Il cielo era percorso da irregolari nuvoloni neri. In terra e sulle cose nessun’ombra. Non ce n’era alcun bisogno, ma lei indossava lo stesso occhiali da sole, scurissimi ed enormi.
– Bella giornata, vero?
– Non me li tolgo, Sal. Il vento mi irrita gli occhi.
Era in forma. Ci abbracciammo, felici dei ritrovarci. Ame aveva trovato un altro battello, l’ennesimo, col quale tentare di andare a riprenderci il relitto.
Lei ogni volta mi chiedeva, e io finivo sempre per acconsentire, di raggiungere l’ansa dove ci fu il primo naufragio. Da allora la mia testa non aveva smesso un attimo di rimuginare su cosa di tanto importante fosse colato a picco con il Generale Annibale.
Mi prometteva a intervalli più o meno regolari, a patto che l’accompagnassi, di rispondere alla domanda che quel lontano giorno era rimasta appesa nell’aria fetida di tizzoni bagnati, di avventure interrotte e tragedie annunciate.
Fino a quel giorno tutti i tentativi erano andati a vuoto. Il Capitano, o faceva finta di non riconoscermi, oppure, scemo com’era, era convinto della sua manfrina. In fondo era un pezzo di pane, ma di me e di mia sorella, e non era l’unico, non aveva mai capito nulla.
 
Sembrava, povera Ame, che questo sarebbe stato l’ultimo tentativo. La barca che aveva noleggiato, o che si era fatta prestare in qualche modo -non volli saperlo- era tanto malmessa da somigliare a quelle chiatte che trasportano la pubblicità del Circo e avvenimenti simili.
In realtà a Forcina un circo non c’era mai arrivato. Gli impresari piazzavano in porto queste zattere, a malapena galleggianti, quanto bastava per capire che non sarebbe stato possibile raccogliere sufficiente pubblico.
Ma insomma, l’idea che dava la barca era quella.
Salimmo, io un po’ riottoso, per ispezionarla da cima a fondo. Ame non perse l’occasione di rinfacciarmi il tempo perso in Capitaneria. Le ricordai di nuovo che stavo facendole un favore, le dissi di evitare di fare la spaccona, e che oramai eravamo grandi tutti e due. Non mi rispose, facendomi sentire un povero idiota.
Quando salpammo stava iniziando a piovere, ma la corrente pareva assecondarci, per un buon tratto se ne stette quieta a ciangottare in sottofondo.
Dalla sua postazione al timone la mia sorellina guardava avanti, fiera e decisa. Me ne sentii orgoglioso, come fosse una creazione tutta mia. Intanto mi ingegnavo a evitare che la baracca che conduceva così bene non si decomponesse troppo rapidamente.
 
La pioggia iniziò a gareggiare in torrenzialità col fiume. Pochi minuti e avremmo raggiunto la famigerata ansa del Tempo. Non riuscivo a liberarmi della sensazione che fossimo osservati. Sbirciai le due rive, ma la visibilità era scarsa. Gli alberi formavano sopra di noi un arco scuro, attraversato dallo scroscio d’acqua persistente. Pensai di scorgere a riva sagome indistinte muoversi fra i tronchi, ma dovetti rivolgere la mia attenzione a un vortice nel quale ci eravamo impelagati.
– Siamo sul posto, è ora!
– Adesso dove vai, Ame?
La ruota del timone girava all’impazzata, le onde ci sferzavano su ogni lato, e lei, sporta dall’altro bordo, minacciava di buttarsi dalla barca, come invasata. Ero troppo distante per raggiungerla in tempo e trattenerla sulla barca in qualche modo. Ma poi fece una cosa che non mi aspettavo affatto.
Lanciò in acqua un oggetto delle dimensioni di una valigetta, e restò a dondolare il corpo piegato sul parapetto, concentrata a guardare verso il basso. Non capivo. E nemmeno sapevo decidere se precipitarmi a correggere la rotta o infilarmi a forza Ame sottobraccio e costringerla a lanciarci in due in un solo salvagente, l’unico a bordo, pregando di raggiungere la riva sani e salvi.
Di nuovo notai delle ombre che si muovevano in contrasto con tutto quel venir giù d’acqua dal cielo e il roteare della barca in balia del Tempo infuriato.
Ame cacciò un grido. In un attimo mi ritrovai accanto a lei, anch’io sospeso sul parapetto che premeva dolorosamente tra lo stomaco e le costole più basse. Mi confessò in fretta:
– Alberto era un eroinomane, e un ladro.
– L’avevo sospettato sai?
– C’è un diamante enorme là dentro. La barca l’ha affondata lui, pensando di tornare a riprenderselo con calma. Ma è andata com’è andata, e il Tempo non perdona.
Alberto era da anni in gattabuia e Dio sa se non volevo saperne di più su mia sorella con quel delinquente, ma in quel momento ci ipnotizzava il fiume impazzito. Lo vedemmo ribollire, schiumare e sollevarsi, e infine deflagrare verso l’alto.
La zattera autogonfiabile che aveva lanciato sott’acqua la mia ingegnosa Ame si era aperta proprio nel punto giusto, spingendo imperiosamente a galla il relitto che adesso traballava, obliquo, sfatto ma perfettamente riconoscibile, davanti ai nostri occhi spalancati.
Il mio stupore fu all’apice quando mi sentii afferrare con forza da due paia di mani sconosciute.
– Via! Mandali via! Via!
Furono le ultime parole che udii dalla mia sorellina. Un tuono vicinissimo mi lacerò i timpani. La chiatta si spezzò in due.
Ricordai d’un tratto tutti i momenti in cui avevamo ripercorso il Tempo, durante i quali erano andate in scena le altre repliche di quello spettacolo. Scoprii me stesso spiare un altro me stesso rattrappito e rappreso dall’angoscia, mentre guardava Ame che si sbracciava da una metà barca in fiamme alla deriva.
Stavolta però, qualcosa era diverso.
Mi accorsi che mi chiedeva a gesti di raggiungere a tutti i costi il Generale Annibale. Ora che sapevo con certezza che per lei era finita, con la parte di me che cercava in ogni modo di mantenere il controllo scalciai alla cieca, liberandomi dei miei due “salvatori”. Fui in acqua un attimo prima che la chiatta si inabissasse emettendo un ultimo, lungo sibilo di fiammifero bagnato.
Dopo che per tre volte avevo rischiato di annegare per raggiungere a nuoto la carcassa, riuscii miracolosamente a trascinarmi a riva. Giunto a quel punto non avevo più gesti da compiere, né volontà residue. Non rifiutai i soccorsi. Privo di forze e con lo sguardo opaco, feci a ritroso il viaggio lungo le rive del Tempo.

Il giorno successivo, dopo l’alba, il Capitano mi avvertì dell’inizio delle operazioni di recupero di ciò che rimaneva del natante. Mi era rimasta addosso tutta l’impazienza di Amerinda di ispezionare lo scafo maledetto.
Quando lo rividi, il relitto era ormai al sicuro nel porto di Forcina. Inzuppava la prua nell’acqua, con la poppa sorretta dal braccio di una gru.
Se ne stava lì, così vulnerabile ed esposto agli sguardi della gente, che mi costò uno sforzo tremendo non scoppiare a piangere. Ero avvilito per lui, per me, per la mia povera sorella che non avrei mai più rivisto.
Attesi che facesse sera, che i forcinesi ripiegassero su ripari più comodi di un molo umido circondato di acque limacciose. Sono un uomo robusto, e, credo, ma non potrei giurarci, di avere un’età nemmeno troppo avanzata, o avvertirei già i sintomi dell’incurvamento.
Allora balzai sulla tolda inclinata del relitto. Tenendomi aggrappato con le mani e puntellando i piedi, varcai la parte sottocoperta dello scafo. Il legno scricchiolava, ed ero circondato da uno sciabordio amichevole, che in tutt’altra occasione mi avrebbe conciliato il sonno. Ma dovevo restare all’erta. Ero lì per uno scopo ben preciso.
Dentro, però, c’era rimasto poco. Vedevo ovunque assi sfondate o divelte, attrezzature ormai inservibili, cassetti aperti e vuoti. In un gavone a poppa, trovai una specie di scatola ermetica in acciaio. Per un momento credetti di avere fatto bingo, ma rigirandola tra le mani, mi accorsi che era stata forzata. Un grosso buco le sfigurava il fondo. L’interno era sconfortantemente vuoto.

– Sai una cosa? – Mi fece Ame all’improvviso. Posava la sua testa sulla mia spalla. Era una notte tiepida, io non avevo sonno e l’avevo raggiunta sui gradini della veranda che si affaccia verso il fiume.
In quei momenti potevo contare sulla sua presenza, qualunque cosa avesse detto o fatto in precedenza, Ame era in me tanto quanto io sapevo di vivere profondamente in lei.
– Mentre me ne andavo lungo il Tempo, senza motivo, come facciamo spesso tutti, ho visto due barboni con canne e lenze in spalla. Fin qui niente di strano, mi dirai. Ma, dietro di loro, ecco tre servitori in livrea, che trasportavano cestini da pic nic, il secchio coi bigattini, uno teneva perfino in braccio un chiwawa con un fiocco rosso e dorato sulla testa.
– Che mi racconti, Ame?
– Non è finita qui! Zitta zitta, mi sono messa a seguire i servitori, dopo che avevano lasciato i barboni a pesca sul fiume. Abbiamo camminato per un po’, non era molto facile, nella vegetazione intricata, con le mie scarpe da ginnastica non riuscivo a stare al passo di quelli coi loro stivaloni. Ero rimasta indietro, e per un po’ avevo creduto di essermi perduta, ma in mezzo a una radura è apparso un cancello enorme e, dietro il cancello, in fondo a un lungo viale che attraversava un giardino ben curato, c’era una villa. Una vera villa, ti rendi conto?
– Senti, so che c’è gente che vive lungo il fiume, dei senzatetto. E d’altra parte nessuno di noi a Forcina naviga nell’oro. Ma è improbabile che tu abbia visto quello che dici di aver visto. A meno che a quei due barboni non sia capitato un colpo di fortuna. Figurati, mi stai prendendo in giro.
Lei sospirò. Per una volta venni sfiorato dal dubbio che non avesse esagerato. Mi sembrava di stare dimenticando qualcosa di importante.
 
Con le spalle contro la balaustra della verandina, tenni Ame tra le mie braccia finché non si esaurirono i discorsi. Quando aprii gli occhi, il sole filtrava nel fogliame circostante.
Ero da solo, e un piccolo e raro uccello compiva una danza senza senso proprio davanti a me.

14 Dicembre 2013

Alle otto e mezzo

Vivo con mia madre. È una brava donna, fa l’infermiera. Anzi a questo punto faceva l’infermiera. Non era male come tipo di lavoro. Sempre stanca certo, ma almeno felice. Faceva molte notti, pagano di più. Ho cominciato ad apprezzare la cosa a quattordici anni quando non ho più dovuto andare a dormire dalla vicina. Era fantastico, restavo alzato quanto volevo e mi guardavo tantissimi film horror. Verso le dieci uscivo in bicicletta e andavo al videonoleggio di VHS vicino a casa. Mi piaceva moltissimo pedalare nella notte, illuminato dai lampioni arancio e dai fari delle rare macchine. Vivevamo in campagna, facevo quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno. Io, la bici, la notte e il fido walkman con in cuffia l’ultimo album degli Offspring, Americana. Mi preparavo i popcorn burro e sale, oppure mi scaldavo una pizza surgelata e mi mettevo comodo sul divano. Il caso Venere privata, Il segno rosso della follia, La notte dei dannati e il migliore Zora la vampira. La casa totalmente buia con il gatto di mia madre, Boris, che mi saltava sulla pancia a tradimento. Andava a finire che mi addormentavo sul divano stringendo Boris fra le braccia per avere un po’ di calore umano. Sobbalzavo per ogni scricchiolio della casa svegliandomi sudato per la cena pesante. A sedici anni mia madre mi lasciò invitare gli amici a dormire. Prima le altre madri non si fidavano. Personalmente non ho mai capito il perchè, dato che crescendo sono solo peggiorato. Le mie nottate diventarano un must per pochi e selezionati eletti. Pantagrueliche cene a base di patatine fritte e würstel, seguiti da una pasta aglio e olio, che si concludevano in ordine sparso con gelato al croccantino, svariati Mars, diverse moke di caffé e ancora patatine. Il tutto innaffiato da birrette, poi da vino e poi direttamente da limoncello e sambuca.
Eravamo un gruppo di sbarbati molto uniti. Quando qualcuno stendeva meticolosamente il cellophane sul cesso nessuno rivelava al prescelto che presto o tardi si sarebbe pisciato, o peggio, cagato addosso (o anche variante molto comica, per me gravosa però, vomitato in faccia). Qualche volta, ma solo con gli amici più intimi, ci siamo guardati anche qualche porno. Per procurarceli Vincenzo rubava la tessera del videonoleggio a suo fratello Antonio di diciannove anni che faceva il servizio di leva a Catanzaro e che quindi non poteva sgamarci. Ci scoprirono ugualmente quando la madre di Vincenzo disse al commesso che il figlio era a militare. Guardavamo i classici soft porno, Gola profonda, Io zombo, tu zombi, lei zomba, Solco di pesca, Barbarella. Poi Maurizio, un tipo in classe con noi ma ripetete di due anni, si fece la ragazza e spesso la portava alle mie nottate. Ovviamente quella doveva raccontare che dormiva da amiche, e anche le amiche raccontavano che dormivano da amiche quindi in breve ognuno di noi potè toccare con mano le cose viste solo in video. Maurizio però non ci aprì solo le porte del paradiso; ci portò anche dell’erba buonissima che faceva un suo amico. Le ragazze scomparvero nella nube dei bong e dei cilum e la vicina cominciò a insospettirsi per l’insolito via vai tra amici e clienti. Fine dei festini notturni a casa mia. Mia madre, inflessibile e ferita dal mio tradimento a base di canne e ragazze, decretò il coprifuoco. Ma non durò molto anche perchè mia madre ottenne il tanto agognato trasferimento in città, più vicina a sua madre. Fine quindi anche delle mie scampagnate in bicicletta, della caccia notturna alle lucciole che da bambino era un divertimento puro e da ragazzo una scusa per portare le ragazze nel bosco, fra l’erba profumata d’estate. La città, una media città, mi fece subito cagare immensamente. La gente era stronza, le tipe se la tiravano, andare in bicicletta era una merda totale. La mia vicinanza spirituale alle canne si acuì e nella città si trovavano un sacco di altre droghe che nel posto da dove venivo aveva solo il tossico. In città finii anche il liceo e dopo un paio di anni sconclusionati all’università mi trovai, viva Iddio, un lavoro come programmatore. Semplice, noioso, ripetitivo, a tempo indeterminato. Continuavo a guardare moltissimi film, l’unica cosa che mi dava la sensazione di essere vivo. La ragazza non l’avevo, mia madre diceva che dovevo andare in palestra per buttar giù la pancetta da birra e panino. Un anno mi aveva perfino regalato l’abbonamento; l’avevo rivenduto al mio collega amante del sudore solitario. Insomma la mia vita trascorreva tranquilla, tra il lavoro con gli sfottò fra colleghi e le pause pranzo a guardare i nuovi video di Sara Tommasi, le partite di calcetto al circolino, i film del cineforum e qualche rara scopata occasionale. Fino a questa sera.
Questa sera sono tornato a casa dopo il lavoro e mia madre non c’era. All’inizio ci sono rimasto male, avevo fame, quella fame pesantissima da quasi nausea che mi assale verso le sei e mezza. Ho anche imprecato «Dove cazzo è quella stronza? Vuoi vedere che è andata a yoga dimmerda?». Sono andato davanti al frigo dove c’è la tabella di marcia di mia madre: turno del mattino, portare fiori sulla tomba di papà, serata in biblioteca ore 20. Erano le sette, dov’era finita? Chiusa dentro il cimitero? Ebbi una rapida immagine di mia madre che, vista la sua sbadataggine, non sentiva gli avvisi di chiusura, non sentiva il campanile suonare e poi spegnevano le luci e lei restava sola, nel buio della cripta con le lucine rosse dei morti a farle compagnie. Mi venne un brivido. Chiamai mia nonna. Era una versione femminile di Highlander, del tipo che al posto di mozzarsi la testa con la spada si trafiggevano gli occhi con i ferri da maglia. Aveva novantadueanni ma certe volte era più lucida di me.
«Ciao nonna, sono io»
«Oh ciao tesoro, come stai?»
«Bene nonna, grazie, senti»
«E il lavoro come va?»
«Bene nonna grazie, senti non è che»
«Ma la fidanzata non ce l’hai ancora?»
«No nonna, senti ma la mamma è per caso»
«Ma non sarai mica…come si dice, omosessuale?»
«No nonna»
«Guarda che non è un problema, a me lo puoi dire. Anche mio fratello Francesco mi sa che era omosessuale, magari è di famiglia, è ereditario»
«Nonna ma che caz- senti nonna la mamma è lì da te?»
«No perchè?»
«No niente, è che non è a casa, non fa niente nonna sarà da qualche sua amica»
«Fammi sapere quando la trovi, tua madre è sempre stata una svampita, non era adatta ad avere un figlio, non so come faccia a fare l’infermiera»
«Va bene nonna ti saluto, devo chiamare Giustina»
Giustina, l’amica storica di mia madre. Infermiera come lei, amiche dall’asilo, senza figli. Una volta mi ha toccato il cazzo e mi ha detto che avevo bisogno di una donna matura che sapesse il fatto suo. Giustina.
«Ciao Giustina, sono io»
«Ciao caro, come stai?»
Allontano il telefono di cinque centimetri buoni dall’orecchio. Giustina ha un tono di voce molto alto, non parla ciangotta.
«Bene, grazie. Senti Giustina»
«E il lavoro come va?»
«Bene, come al solito. Senti non è che per caso»
«E la fidanzata? Non ce l’hai ancora?»
«No Giustina, vado a puttane»
«Come vai a puttane?» annaspa «No, ma scusa, un bel ragazzo come te ridotto ad andare a puttane! Ma perchè non vieni a cena da me una sera eh? Mangiamo una cosina, beviamo un po’ di vino buono e poi quel che succede succede!»
«No senti Giustina ti devo chiedere una cosa importante. Non è che hai visto la mamma oggi?»
«No, non vedo tua madre da giovedì, perchè?»
«No niente, è che non è a casa e non so dove possa essere»
«L’hai chiamata sul cellulare?»
«Ehm… no»
«Ecco vedi! Sei un bambinone! Hai bisogno di una donna matura che ti guidi sul sentiero della vita!»
«Sì certo, grazie, ciao»
«Figurati, e vieni quando vuoi»
La canna post lavoro che ho fumato mi ha messo addosso ansia mista a paranoia e mi fa agire come un cretino. Non ho chiamato mia madre sul cellulare, che pirla. Adesso la chiamo e le dico pure di prendere del cinese per cena, che non ho voglia di aspettare che mi cucini qualcosa.
Il telefono suona libero un paio di volte. Non risponde. In preda a purissima ansia la richiamo. Libero e poi cade la linea. Brutto segno. Mi dico: magari sta salendo le scale di casa e non ha senso che risponda. Apro la porta. La tromba delle scale è silenziosa e in penombra. La richiamo, il telefono è spento. Magari ha finito la carica. No, non ha senso, non avrebbe attaccato. Dev’essere da qualche parte e non mi può rispondere, così ha spento direttamente il cellulare. Aspetto, prima o poi mi richiamerà.
Accendo la televisione e guardo il telegiornale. Mi viene la nausea. Spengo. Mi è passata anche la fame. Potrei farmi un’altra canna, poi mi dico che sono già nervoso, sarebbe peggio. Vado in cucina e appoggio la fronte al vetro della finestra. Sotto di me la città che imbrunisce, i fari bianchi e rossi delle macchine, i cartelloni pubblicitari sei metri per sei. Il parco spelacchiato sotto casa dove c’è un barbone che dorme sulla panchina, due marocchini che fumano e un vecchio che porta fuori il cagnolino. Squilla il telefono di casa e io mi precipito a rispondere.
«Pronto?»
«Sono Luciana, la bibliotecaria. Tua madre è a casa?»
«No, mia madre non c’è, arrivederci»
Attacco il telefono precipitosamente.
Merda non è neanche in biblioteca. Mia madre non salta i suoi impegni extralavoro, sono l’unica cosa che fa. Cerco di ricordarmi il nome di qualche sua amica, collega, conoscente. Nulla, il vuoto. Eppure mia madre mi parla mentre io sto seduto e mangio, lei mi racconta la sua giornata, quello che fa, chi incontra. Vado in camera sua. Non ci entro mai, io e lei rispettiamo con scrupolo i reciproci spazi. La stanza è semibuia, la tapparella è mezza abbassata e fuori c’è solo quella luce delle città, quel bagliore luminoso perenne che quando mi sono trasferito non mi lasciava dormire. Mi avvicino al comodino. Da parte alla abat-jour un libro di Erri De Luca, un pacchetto di fazzoletti, gli occhiali da lettura e una vecchia foto di noi due. La prendo in mano, la cornice è pesante dev’essere di argento vero. Ci siamo io e lei, un suo braccio mi circonda le spalle mentre io, che non ero abbastanza alto, le cingo la vita. Indossa uno di quei vestiti leggeri che metteva in quella vacanza, poi non gliel’ho più visto addosso. Anche se la foto è in bianco e nero mi ricordo perfettamente la punta di azzurro del vestito. Pallido quasi carta da zuccherro, con la fantasia a piccole ananas stampate grossolanamente arancio e gialle. Io ho una maglietta a righe che odiavo, rossa e bianca. Sorridiamo felici in camera. Lei radiosa con gli occhi che brillano e io con le guance tirate, imbarazzato quasi. Non ricordo chi ci fece quella foto; so che eravamo al mare in Liguria. Lo so perchè poi non ci siamo più andati insieme. Andavo solo io in vacanza, da una sua cugina che abitava in Veneto a Lignano Sabbiadoro. Che posto orrendo. La Liguria invece mi era piaciuta. Ricordo tante giornate passate in spiaggia, sotto l’ombrellone anche quando era mezzogiorno a mangiare i panini che lei aveva preparato. Poi giocavamo a carte, mi aveva insegnato Machiavelli e Scopa Quindici. Finiva sempre che ci addormentavamo per poi risvegliarci mezz’ora dopo completamente rincoglioniti, con la faccia rossa per il caldo. Ricordo che durante una di queste sieste diaboliche mi svegliai come per un rumore lontano e vidi che mia madre non era da parte a me. Mi alzai sul gomito e la vidi entrare in acqua senza il costume. Ricordo perfettamente la sua schiena scura che finiva nel sedere bianco, lambito dall’acqua cristallina. Mi ristesi subito. Non volevo che mi vedesse, che vedesse che l’avevo vista. Rimasi steso con gli occhi sigillati anche quando la sentii tornare, sfregarsi con l’asciugamano e rinfilarsi velocemente il costume. Non le dissi mai nulla. Quando poi mi svegliai lei era già al sole che fumava una sigaretta. Sorridendo mi chiese: «Gelato?»
Rimetto a posto la foto e apro il cassetto del comodino. Comincio a frugarci: vecchie bollette, atti di proprietà della casa, vecchi stipendi, e poi più sotto affiorano i biglietti dei battesimi, dei compleanni, dei matrimoni, e poi ancora i miei disegni (io e mamma, io e Boris, io e la bici) datati e con legenda descrittiva. Trovo anche le lettere che si scriveva con Giustina, quando noi vivevamo in campagna e lei in città; le lettere tra mia madre e mio padre quando lui stava a militare. Resto seduto sul pavimento con tutti quei fogli sparsi attorno a me. Che devo fare? Che sto facendo? Boris II salta sul letto di mia madre. Boris originale è morto, ho regalato a mia madre un cucciolo qualche anno fa per il suo compleanno. Lei ha voluto chiamarlo nello stesso modo, ma si lamenta perchè questo ha il pelo un po’ più rosso di Boris e si capisce che non è sempre lui. Guardo Boris II che lento e sinuoso si inoltra sul letto, sprimacciando con le sue zampine il piumino, poi lo vedo chinarsi e annusare una lettera. Balzo sul letto a quattro zampe, Boris II se ne va miagolando malignamente. Ecco cosa stavo cercando. La apro con le mani che tremano:
«Ciao tesoro, l’altra sera ho visto in televisione un film di Petri, mi pare si chiamasse I giorni contati. Mentre seguivo la storia ho avuto voglia di mangiare del cioccolato, così mi sono alzata e ho preso il gelato. Poi mi è venuta voglia di bere qualcosa di forte, così ho preso la Vecchia Romagna. Alla fine mi sono accorta che l’unica cosa che volevo fare veramente era piangere. Quel film di merda mi ha ricordato che la mia vita è composta da un giorno che scivola in un altro, e io non posso farla rallentare. Ogni giorno che passo al lavoro, ogni giorno che trascino è un giorno che non tornerà più. Forse tu non ci vuoi pensare ma ti sbagli. Davanti a questo fatto ineluttabile e naturale, figlio mio, abbiamo solo due scelte: accettarlo e continuare, o cambiare nel tentativo illusorio e probabilmente fallimentare di raggiungere lo stato più simile alla felicità. Io non posso più accettare. Tanto varrebbe uccidermi perchè accettare di continuare a condurre questa vita che non mi rende felice è come essere morta e io non voglio essere una morta vivente, come gli zombi dei tuoi film. Quindi cambio tesoro mio. E tu per ora non ci puoi essere in questo cambiamento, mi rovineresti tutto. Per cui per farvore non mi cercare, al massimo ti scriverò io prima o poi. Un bacio, mamma»
Resto seduto sul letto. Le parole della lettera davanti a me cominciano a sfuocarsi. Le orecchie mi ronzano. Boris II mi si struscia sul un braccio, lo scaravento dall’altra parte della stanza.Mi dico: devi pensare, devi riflettere. Ok quindi, se ne è andata? Ma in che senso se ne è andata? E poi con quale cazzutissimo diritto se ne è andata? Per trovare la felicità? Ma per l’amore del cielo, è una bambina? La felicità? Ma la felicità non esiste! Che vuol dire? Ah io sono felice! Che vuol dire uno può essere felice anche per cose stupide, come mangiare il gelato e bere Vecchia Romagna, non sei felice? Prova con la cioccolata e il Braulio. Mi sto incazzando. E la mia di felicità? Secondo lei io mi sono mai preoccupato della mia feliticà? Io non potevo essere felice se non ero un bravo bambino. Che mattana è andarsene di casa a cinquantanni per cercare la felicità? Che poi scusa, in che senso io sono di ostacolo? Ma se non faccio un cazzo dalla mattina alla sera! Non le ho mai detto niente, vietato nulla, fatto storie su nulla.
Praticamente sono un vegetale, richiedo solo acqua, cibo e vestiti puliti ogni due giorni! E la storia ti prego non mi cercare! Se davvero non avesse voluto che io la cercassi non mi avrebbe lasciato questa lettera del cazzo! È ovvio questa è una purissima richiesta d’aiuto nascosta sotto forma di lettera d’addio. Della razza peggiore per giunta. Questa lettera dice: aiuto sono pazza, sto impazzendo , ho la mia crisi di mezza età, per favore vienimi a prendere. Mia madre ha l’affettività di una dodicenne, e adesso mi tocca pure cercarla. Appoggio la schiena alla testata del letto. Pensa demente, mi dico, dove può voler andare tua madre?
E poi un bagliore. Potrebbe essere andata lì, l’unico posto di cui parlava oltre la città dov’era cresciuta e la campagna. Afferro il giaccone ed esco di casa. La città è buia attorno a me e per strada non c’è nessuno, solo le auto sfrecciano lungo le tre corsie per direzione. Rialzo il bavero del giaccono, la stazione è abbastanza vicina e ci posso andare anche a piedi. Continuo a pensare a mia madre, ho un ricordo vago del suo viso che diventa sempre più doloroso man mano che ci penso. È andata a cercare la sua felicità. Mi sembra una frase assurda, non vuol dire nulla, è vuota. Questa fissazione maniacale per la felicità vaga, la realizzazione personale, il trovare se stesso. Ecco la stazione che brilla in fondo al viale, imponente e bellissima, illuminata nella gelida notte dicembrina. Arrivo sui binari, il deserto. Solo qualche latinos, un dipendete della FS con un trolley. Sul mostruoso cartellone delle partenze vedo un treno che potrebbe andare. Gironzolo sul pavimento che risuona dei miei passi finchè vedo la freccia che indica il salone d’attesa. Mi avvicino rapidamente, poi non entro. Qualcosa mi trattiene. Mi metto da parte alla porta e sporgo la testa per guardare dentro la stanza, attraverso il vetro. Ed eccola lì, con il suo cappotto marrone invecchiato con lei, le scarpe e un ridicolissimo cappellino in testa. Un uomo mi passa accanto ed entra nella sala d’attesa, lei alza la testa. Mi scanso indietro. Ho paura che se mi sporgo di nuovo mi ritroverò faccia faccia con lei. Invece no, mi sporgo di nuovo e vedo l’uomo che è entrato in sala d’aspetto che le porge un caffè, uno di quei cartoni americani. Lei gli sorride e lui da seduto le passa un braccio attorno alle spalle.
Si baciano. Arretro e me ne vado senza guardami alle spalle. Sulle scale comincio a correre. Corro finchè il fiato me lo permette, poi mi piego sulle ginocchie e piango. Mi addosso contro il muro di una casa e piango per un buon quarto d’ora. Calde lacrime salate e un cerchio alla testa prepotente. Mi asciugo gli occhi. Mi ricompongo. Mentre cammino a testa china verso casa penso che potrei accettare l’invito di Giustina.

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