Ho un mucchio di storie strane, sul serio. Così tante da fare concorrenza spietata a Forrest Gump, con la differenza che lui ci ha fatto un mucchio di soldi, mentre io… diciamo che abbiamo preso strade diverse. Nel mio archivio di storie strane ci sono svariate cartelle: pirati, sporche storie di collassi nei backstage, anche sporchi pirati che collassano nei backstage e tante altre combinazioni e variazioni sul tema. Una di queste varianti riguarda i fantasmi. Ora, c’è da dire che io ho una paura fottuta di tutto ciò da cui non posso difendermi con un semplice calcio nelle palle. Ho fatto le elementari dalle suore e per quanto la cosa mi abbia reso totalmente atea, ancora per sicurezza cerco di non stuzzicare le ire di nessuno di trasparente e superiore (escluso donne anoressiche in carriera). Ho paura della magia nera, delle bambine possedute che camminano al contrario per le scale (loro non hanno le palle in effetti, se ci fate caso) e degli spiriti in generale. C’è chi dice che non sei stato adolescente se non hai mai fatto una seduta spiritica, io probabilmente per protocollare la mia adolescenza mi sono somministrata un ascolto intensivo della discografia degli Offspring, ma niente sedute spiritiche, proprio no. Solo una volta ci sono arrivata vicino, e qui inizia la storia rara.
Un giorno di marzo un mio amico, che di lavoro organizza concerti e importa musicisti semisconosciuti che piacciono solo a me e altre cinque persone, mi dice: «Sai che torna Sonny a Roma? Mi ha chiesto di lasciargli un day off nella Capitale perché l’ultima volta avrebbe tanto voluto fare un giro, ma è dovuto ripartire. Ha chiesto se tu sei disposta a portarlo un po’ in giro per vecchie librerie».
Flashback.
Sonny è di San Francisco, è un carpentiere che un giorno si è messo a fare della musica folk e gli è uscita fuori una bella musica folk. Ha messo su una band che si chiama Sonny and the Sunsets e l’etichetta li ha mandati tutti in Europa perché erano stati bravi. L’avevo conosciuto così, Sonny, intervistandolo in occasione della sua prima volta a Roma. Al bancone del locale avevamo parlato soprattutto di libri, di Jack Kerouac in particolare e di quanto è sottovalutato uno dei suoi ultimi lavori, quel libriccino infinitesimale pubblicato in Oscar Mondadori con il titolo Satori a Parigi e una splendida immagine di Wim Wenders in copertina.
Fine Flashback.
«Certo che posso portarlo in giro!» ho risposto. Adoro questo genere di cose, portare in giro gente a Roma. Mi è capitato anche con Bethany dei Best Coast, ma questa è un’altra storia e non lo so se ve la posso raccontare tutta. Torniamo a noi. Il giorno dopo il concerto Sonny e il suo roadie, Mark, mi aspettano alla fermata Cavour alle cinque del pomeriggio; la mattina hanno visitato i Musei Vaticani e io ho appositamente finto di dover donare il sangue. Quando li incontro sono lì spaesati, cincischiano tra loro come boy scout senza missione. Sono in tre. Il terzo è il cugino di Mark mi spiegano: si chiama Stefano, è italiano ed è lui che li ospita. Passeggiamo e giriamo un po’ di librerie tra via degli Zingari e via del Boschetto; io, che non conosco discrezione alcuna, comincio a tempestare Stefano di domande. È un tipo taciturno, polo scura di Fred Perry, capelli grigi, jeans e mocassini. A prima vista Mark, il roadie, è il tipico cugino strano che viene dall’America. «Di che ti occupi Stefano?» «Io faccio il c£$%£/%$(&%(ante» «Cosa?» Credevo di non aver capito bene, ma a quanto pare: «Sì, faccio il cartomante. Mi occupo di cartomanzia, magia nera, contatti con l’aldilà». In tasca porto sempre un corno napoletano d’argento ed è proprio dopo questa confessione che lo tocco. «Fantastico!» Fingo entusiasmo così che lui possa sentirsi a suo agio, ma come al solito vado troppo oltre: «Il mio grande sogno è scrivere un libro di interviste con scrittori morti, facendomi aiutare da un medium». «Beh, credo di poterti aiutare, cara. Ho studiato magia nera a San Francisco per una decina d’anni, poi sono tornato in Italia». Tira fuori dalla tasca il suo bigliettino da visita: è discreto e professionale, accanto al nome c’è disegnato un crisantemo e sotto c’è scritto «cartomante, medium, contatti con aldilà». Gli confesso che la cosa mi piacerebbe molto, ma se non l’ho fatto prima è perché sono sono una che se la fa sotto. «Guarda» spiega lui alla fine di via del Boschetto, mentre Sonny e Mark guardano una vecchia edizione di Edgar Allan Poe in una vetrina, «Posso capire la tua preoccupazione. Se hai paura di lasciarti possedere dallo spirito, se non vuoi che lo spirito parli attraverso il tuo corpo, possiamo lasciare che parli attraverso il mio, anche se potrei apparirti un po’ ridicolo, dovendo simulare una voce da donna, o terrificante, se la voce è particolarmente profonda». Sonny e Mark escono dal negozio, Stefano guarda l’orologio: quasi le sette. «Magda avrà bisogno di una mano» dice, «Allora, ti aspettiamo per cena?» E a quel punto il desiderio di cacciarmi in un favoloso aneddoto da raccontare ai nipoti è più forte della mia superstizione napoletana. «Ok! ma non posso fare tardi» aggiungo. Così ci separiamo e alle nove in punto sono sotto un elegante edificio a San Giovanni. A ogni passo sento chiavi che girano nelle serrature, ogni singolo piano fino al terzo. Ambientazione perfetta. Busso con la mano destra mentre la sinistra tiene stretto in tasca il corno napoletano che mi ha regalato mio padre quando mi sono trasferita a Roma. Così, per consegnarmi al mondo. Busso alla porta e mi apre una nana.
Sono seria. Sto raccontando la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Giuro.
Una nana, bionda e paffutella con il grembiule addosso. «Prego entra, benvenuta. Stefano mi ha già raccontato di te». Penso subito a quale buonanima delle mie ave gli abbia potuto spifferare qualcosa su di me. Probabilmente mia nonna gli avrà raccontato che a sette anni mangiavo le saponette del suo bagno, ma per fortuna no. File non pervenuto. La nana si chiama Magda ed è la compagna di Stefano. A tavola mi racconta come si sono conosciuti: lei lavorava al Todis come commessa, lui era un cliente. Per far colpo su di lei ha cominciato a fare strani giochi con i numeri sullo scontrino, addizioni, sottrazioni, dettagli di numerologia. Non ho ben capito se cercava di confonderla sul prezzo o conquistarla, fatto sta che sono finiti a vivere insieme. A tavola è come se non ci fossero rockstar, la mia curiosità è tutta per lo stregone, comincio a fargli domande sulla sua attività: chi sono i suoi clienti, cosa gli chiedono di fare. Stefano si presenta come il “Salvatore” dell’umanità: parla di vecchine che attraverso lui riescono a entrare in contatto con il marito deceduto, al costo di una telefonata intercontinentale, o poco di più; mi racconta di chi gli chiede i numeri da giocare al Superenalotto e relative vincite; mi racconta di uomini che si rivolgono alla magia per ottenere l’amore di una donna.
Questa cosa in particolare, Stefano la spiega per bene: si tratta di una pratica molto simile allo “stilnovismo” dantesco: la cosiddetta donna-schermo. «Il cliente viene da me e porta un oggetto prezioso appartenente alla donna che ama. Io ci lavoro con gli spiriti, nel frattempo però per tre mesi lui deve impegnarsi a corteggiare una donna per la quale non nutre il minimo interesse». «Cioè» faccio io «corteggia una povera crista solo per sentirsi gratificato, illudendola completamente e sfruttandola per il suo fine personale?». «Non è sfruttamento, è il rito, dopo tre mesi deve chiudere con questa seconda donna. Molti trovano difficile questa fase, molti le si affezionano e perdono di vista l’obiettivo principale, ma fa tutto parte del procedimento. Sono le forze negative che si oppongono al coronamento della pratica d’amore. Chiusi questi tre mesi di passaggio, la donna che il ragazzo ama ricambierà i suoi sentimenti e sarà così per sempre». A questo punto non è tanto lo scetticismo, quanto la mia parte femminista che non riesce a stare al suo posto. Comincio ad alzare la voce, dico che questo è un abuso bello e buono, che mi pare ovvio che il maschio sfigato se corteggia una povera sfigata ha più possibilità che con una superfiga. Mi pare ovvio che il maschio, ringalluzzito da questo successo facile, impari anche un po’ a fare esperienza e magari qualche tattica in più la sviluppa, da mettere in pratica con la superfiga. Tutto questo è una vergogna e per quanto mi riguarda, aggiungo, puoi giocare quanto ti pare con gli spiriti, ma con i sentimenti umani non si scherza. I commensali mi guardano allibiti. Stefano sorride e dice al cugino di lasciarmi fare, che le donne vanno assecondate. «Lo hai sentito?» grido rivolta alla nana a capotavola. Lei mi guarda impietrita: «Stefano ha ragione». «Potrei raccontartene tante» dice «ma sono legato da un giuramento. Se ti esponessi nello specifico le storie delle persone con cui lavoro probabilmente non saresti così scettica. Il fatto è che non posso… è che pure noi medium, come i medici, siamo legati ad una sorta di Giuramento di Socrate, per cui non possiamo svelare più di tanto». «Socrate?» dico io. Su certe cose come gli errori grammaticali e i riferimenti alla cultura classica sono particolarmente pignola. «Forse intendevi dire Ippocrate» «Sei un acquario?» «Sì, ma ora cosa c’entra?» «Ci avrei giurato, sei particolarmente insolente».
E questo è bastato, cari amici, a farmi sloggiare dalla villa maledetta. Cioè non è che sono andata via sul momento, ho finito di scroccare la cena e poi ho inventato poco cordialmente di dover tornare a casa subito. Accompagnandomi alla porta Stefano era serafico, i suoi continui cambi di umore erano inquietanti. «Se hai bisogno di entrare in contatto con l’aldilà, per il tuo libro, non esitare a chiamarmi. Ho solo bisogno di un gioiello che ti appartiene». «Grazie, volentieri» rispondo. E me ne vado a prendere l’autobus mentre penso «Col cazzo, caro Stefano. Col cazzo!»
Poi la notte ho dormito col corno napoletano sul comodino e la luce accesa. Non mi sono mai sentita più al sicuro.