Uno strano feticismo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Uno strano feticismo

Ogni anno cercavano di trascinarla al festone in maschera dell’Accademia di Moda. Stavolta c’erano riuscite. Tema: i Fratelli Grimm.
Era già Quaresima inoltrata e incontrando lungo il Campo Marzio gli sguardi contrariati di vecchie turiste cattoliche armate di impermeabili, foulard e rosari, Emma li interpretò come un chiaro segno di catastrofe imminente. Infatti avevano dimenticato i biglietti a casa. E costavano quindici euro l’uno.
Maschere indecifrabili e vagamente mignottesche erano raggruppate in capannelli ciangottanti davanti al teatro affittato per l’occasione, sfoggiando parrucche, mantelli e sigarette. Emma sperò che il motivo per cui tutte quelle persone rimanevano con le spalle curve e strette sotto il freddo umido insistente fosse il tabagismo, e non la scarsa attrattiva della festa.
L’attesa rivelò purtroppo che nessuno sgomitava per rientrare.
Tra i gruppi si notava la vivacità di un ragazzetto magrolino; indossava un elegante completo gessato che lungo la spina dorsale si trasformava in un voluminoso abitino bianco di pizzo con accessori ton sur ton. Fine metafora di un conflitto insuperato.
Da una porta a vetri sbucò Claudia. Le aveva invitate lei. Era l’unica del gruppo a frequentare l’Accademia e aveva passato diverse notti insonni a cucire il suo vestito per la sfilata; si beccava pure un voto. Aveva scelto Cenerentola allo scoccare della mezzanotte, metà stracciona e metà principessa (un’altra scissione verticale): da un lato della gonna pendevano spighe e paglia, dall’altra, un drappo di chiffon si appuntava in cima al fianco, si scioglieva in volute cangianti e proseguiva in una cascata di rose di stoffa, per morire nel laghetto luccicante dello strascico. Acconciatura e trucco assecondavano la schizofrenia del personaggio.
Nonostante il suo impegno,  la sfilata era stata vinta da un’altra Cenerentola. Perché è la figlia di.
-Quindi, come entriamo senza biglietti? – chiese Veronica.
-Solo-voi-comunque-che-spastiche-cazzo.
Da un breve scambio tra Claudia e la ragazza della cassa emerse che bastava un semplice “sì-sì le conosco” e pur non essendo neanche in lista le ragazze entrarono tutte e sette d’amblè.
Valeria fu subito inghiottita dalla folla per andare incontro al suo ragazzo, che insieme agli amici aveva studiato una maschera coordinata: Giacomo il cacciatore, Gabriele il lupo, Simone la nonna e Raffaele, un rugbista di un metro e novanta con la barba bionda, era vestito da Cappuccetto Rosso. Emma avrebbe preferito non salutarli.
-Ciao Raffo, come stai? Senti, devo chiederti scusa, l’altra volta-
-Ma che scusa, figurati. Tu come stai?
-Meglio, grazie. Sei la Cappuccetto Rosso più bella della festa.
-Eh lo so. E tu da che sei vestita? Biancaneve?
-In realtà sarei la regina cattiva.
-Troppo bella per essere la regina cattiva.
Da ovunque arrivasse lo sguardo di Flaminia, Emma se lo sentiva premere sulla bocca dello stomaco. Valeria distrasse tutti:
– Non sapete come stava Emma sabato scorso: dopo essere sparita per due ore infrattandosi su per le scale di un condominio con Gabriele, è svenuta su un divanetto al limite del coma etilico e Raffo l’ha messa in spalla come uno zainetto e l’ha caricata con disinvoltura tipo sacco di patate fino in cima a una rampa di scale lunghiiissima. A un certo punto hai pure dato una capocciata tremenda! Poi ti sei vomitata addosso e sbiascicavi fanuuulo afangulo tuttt! Aeeeia, AAeeia aa iia boossaaa. Che tra l’altro la borsa era rimasta in macchina. Anda ia esssti stroonsi, a fancuulo eesti stonsii…E ogni tanto sveniva.
-Quanto te piace a te raccontà le performance imbarazzanti degli altri?
Stasera Emma non avrebbe bevuto. Non troppissimo, ecco.
La straziante epopea che prevedeva il passaggio al guardaroba, la conta delle compagne perdute lungo la strada e la fila al bancone dell’open bar sormontato da inquietanti manichini di carta pesta durò circa mezz’ora. Nel tortuoso cammino Emma s’imbatté in facce più deformate dall’alcool che dal trucco: rampolli elettrizzati col mascara, giovani altezzose seminude, porcellini cocainomani con cravatta e quantità smodate di Cappuccetto Rosso versione sexy.  Più tardi, dalla balconata, ne avrebbero contate ventisei. Ce n’erano tre solo nel loro gruppo, se si conta il rugbista.
Tra l’ingresso e il bancone del bar si rimaneva facilmente invischiati in un magma umano fluente, umidiccio e autopropulsivo che – prima di sfociare nella sala accanto depositando le persone come le alghe una risacca – impediva di vedersi le scarpe e costringeva gli occhi ad una carrellata di sguardi ostili, pettegoli, arrapati, finti entusiasti o semplicemente persi nei touchscreen.
Quando finalmente fu rivomitata dalla folla Emma si accorse che discoteca si trovava nel teatro vero e proprio. La sala rotonda, abbracciata tutt’intorno da un piano rialzato, era sormontata da balconate che si sviluppavano a semicerchio fino ai lati del palco. Il perimetro era decorato da numerosi divanetti coppia-pomiciante-muniti e al centro del palco e su un paio di pareti laterali venivano proiettati a loop i movimenti scattosi e annoiati di modelli unisex che cambiavano posa avvolti in abbondanti stoffe optical. Veri poser.
La sala era piena di gente per lo più ferma, perché il drum and base trattenuto e ripetitivo  trasudava un certo disprezzo per gli astanti e non riusciva a farsi ballare nonostante l’openbar di vino.
Il dj era un bel ragazzo dalla faccia pulita; Emma cercò di attirare la sua attenzione con il sorriso più sincero del suo repertorio. Lui scostò la cuffia dall’orecchio destro e si chinò verso la pista.
-Lo so che è brutto da dire, però siamo gente semplice, vienici incontro, facci ballare.
Si era offeso, ma sorrise per il modo in cui era stata formulata la richiesta. Che poi era lo scopo di Emma.
-Tipo?
-Non lo so fai tu. Qualcosa di più ballabile.
Emma osservava attentamente la reazione del ragazzo, che senza interrompere il ritmico oscillare della testa teneva lo sguardo sulla sua consolle e accennava un sorriso di maldissimulata superiorità, quando vide spuntare una faccia conosciuta.
Si fissarono per qualche secondo con l’aria interrogativa del ma dove cazzo t’ho già visto, poi Emma si ricordò per prima e salutò. Lui rimase con la mano sospesa ad indicarla, la testa inclinata, gli occhi socchiusi, senza distendere le linee verticali tra le sopracciglia.
Che fosse miope?
Entrambi circumnavigarono la consolle e s’incontrarono a metà delle scale che collegavano i due livelli del teatro-discoteca.
-Ci siamo visti all’università, può essere? – urlava lei sopra la musica.
-Ah, sì. Quelle due o tre volte che ci ho messo piede. Ma tu avevi i capelli lunghi.
I capelli cortissimi disegnavano una piccola parentesi obliqua sulla fronte chiara sormontata da un diadema giocattolo; brillocchi di plastica trasparente grigio-argentata erano incollati su una base di cartoncino di forma piramidale un po’ storta, ancorata ad un cerchietto. L’insieme, paradossalmente, aveva un che di principesco.
-Sì. Avevo i capelli lunghi. E tu eri amico di Emiliano, Matteo…
-Sì-sì esatto.
-Io comunque sono Emma – e contestualmente allungava la mano per ripresentarsi, non ricordandosi il nome e sicura che lui non ricordasse affatto il suo.
-Riccardo.
-Riccardo. Di cognome?
-Bernardelli.
-Berna! Ecco come ti chiamavano.
-Berna, sì – e dopo tre secondi di stallo – Senti ma che hai detto al dj?
-Che nessuno stava ballando, se poteva cambiare musica.
-Ma no, non si fa! E poi che vuol dire?
-Ho cercato di dirglielo in modo carino, però è vero che nessuno sta ballando –  un gesto ampio della mano mostra la sala piena di persone parlottanti;  pochissimi si sforzano di muovere i piedi.
-Senti, ammesso che -. Aspetta vediamo: t’interessa la musica, no? Leggi, ascolti, scarichi, compri i cd, magari i vinili?
Emma annuisce.
-Ecco, allora – continua lui – ammettendo che per te fare musica in questo modo – e indica la consolle e le tavolette piene di manopole, leve e punti luminosi che il suo amico accarezza con amore – mettiamo che sia arte: allora tu andresti da Picasso a dirgli come dipingere un quadro?
-Non so se questa è arte, però Picasso il quadro se lo dipingeva nello studio per cazzi suoi, poi se te lo volevi comprare: bene. Altrimenti pace. Qui sei pagato comunque e ti devi confrontare per forza con un pubblico. È diverso.
-Ok, è vero. – Riccardo cerca le parole tra i fumi di sigaretta e quelli dell’alcool mentre il dj opta per un pezzo così commerciale che è quasi offensivo. Il simultaneo arricciamento di naso fronte e labbra di Emma e Riccardo conferma l’esistenza dei neuroni specchio.
-Ecco sono sicuro che ora i tuoi amici stanno ballando. Dove sono, fammi vedere.
-Veramente non li vedo più.
Quando lei si girò verso la pista, Riccardo vide la nuca sottile, le spalle bianche e dritte lasciate scoperte dal corpetto di velluto e dai lunghi guanti, neri e lucidi come lavagna bagnata. A voler essere sinceri, Riccardo non notava tutto questo: era più una sensazione d’insieme data dai ferormoni sparsi nell’aria.
-Quello che voglio dire – ricomincia Emma – è che secondo me non piace nemmeno a lui. É come se dovesse adattarsi.
-Esatto. Ovvio che non gli piace. Ma quello che vuole suonare lui è peggio, fidati. Se vogliamo, l’errore è di chi ha chiamato lui per una festa di gente che chiaramente non-.
-Forse sì, forse l’errore è di chi l’ha chiamato. Però da come lo dici tu sembra che sia colpa loro che non vogliono la musica giusta. Allora dimmi: che musica dovrebbero ascoltare? Che musica dovrei ascoltare, sentiamo.
-Ma no! Io non sono nessuno. Non esiste.
-Allora facciamo che è un consiglio, poi se voglio lo seguo, sennò no.
-Ma non è questo il punto, io non voglio insegnare niente a nessuno.
-E dài!
-Va bene, allora – ci pensa – cerca qualcosa di Ryoji Ikeda. Un artista del suono, giapponese, che lavora su frequenze al limite della percezione umana.
-Immagino che sia molto ballabile. Cercherò di ricordare il nome. Ma adesso? Qui?
-Non lo so, non lo so. Però se loro. Io non giudico nessuno, però se. Il punto è che è solo una questione di pigrizia. La gente si legge Fabio Volo, no?
-Questo è davvero un esempio abusato.
-Lo so, ma è vero!
-Puoi usare Baricco, se vuoi.
-Ok, allora Baricco, è uguale. Vuol dire comunque che la gente è pigra, si annoia pur di non cercare nuovi stimoli. Se solo si sforzasse.
Guarda tutta la sala tranne lei, poi la punta, si blocca, alza appena il mento:
-Conosci David Foster Wallace?
-Lo amo.
-Che hai letto? – porta indietro la testa, in segno di sfida, sospettoso.
-“Una cosa divertente che non farò mai più” e  qualche racconto da “La ragazza con i capelli strani”.
-Ok, va bene. Però c’è soltanto una cosa che devi assolutamente leggere di Wallace. Perché per esempio “Considera l’aragosta” puoi anche non leggerlo, davvero. Quello che devi per forza assolutamente, assolutamente leggere-.
Emma alza le mani parallele, a una ventina di centimetri di distanza l’una dall’altra, a tener sospeso un grosso volume inesistente.
-Esatto. “Infinite Jest”. Non puoi non leggere “Infinite Jest” se ti piace Wallace. Te lo dico, vorrai mollarlo a pagina dieci, a pagina cinquanta, poi di nuovo a pagina cento: fino alla fine tu vorrai mollare quel libro. Ma forse non lo farai. Anche solo per orgoglio.
Un amico si avvicina sornione e gli allunga un bigliettino quadrato per la consumazione dei superalcolici, indicando Emma con un breve scatto della testa. Riccardo lo guarda imbarazzato e mette in tasca il cartoncino. Emma ride.
-Pensano che ci stia provando. Comunque il punto è che magari ci metti tre mesi.
-Che manco “Delitto e Castigo”.
-Esatto.
-Perché vorresti dirmi che ti sei letto Dostoevskij.
-Eh be’.
-Io ho letto tutto. Tutto tranne i Karamazov. Mollati a metà.
-I Karamazov al liceo.
-Non l’avrei mai detto, Berna. Mi stupisci.
-Lo so, lo so, io sono un coatto, sono il primo a dirlo. Andavo male a scuola, all’università ho fatto il meno possibile, però due cose mi piacciono: leggere e ascoltare musica. Per esempio quanto ti fa rodere il culo che quando vai a scuola ti fanno leggere le sorelle Bronte o i Buddenbrook e poi pensi che leggere è una pezza e non ci provi mai più? E ti fa incazzare perché –
Di nuovo cerca le parole da qualche parte alle spalle di Emma, che interviene urlando accanto al suo orecchio:
-Perché gli insegnanti hanno il potere di fomentarti e quasi tutti lo sprecano.
-Esatto! Tu a un ragazzino di tredici anni gli devi mettere in mano Tolkien, non Jane Austen. Quello va bene per le pischelle! Ma non ci vuole un genio a capirlo. Io sono un ignorante ma sono sicuro che come professore riuscirei almeno a farli appassionare. “Moby Dick” per esempio, è metà romanzo e metà enciclopedia: ti spiega nel dettaglio com’è costruita ogni singola cosa al mondo. Non lo puoi leggere a quindici anni! Ti rompi i coglioni, è chiaro!
-“Moby Dick” mai letto, però ho riletto da poco “Il Barone Rampante”.
-Quella è una delle poche cose che ti fanno leggere a scuola che te la fa prendere a bene.
-Sai che mi ha stupito? Che se ne fotte della consecutio temporum. Calvino! Va dal passato al presente e di nuovo al passato nella stessa pagina. Da lui non te lo aspetti. Ero sconvolta.
-Infatti mi era piaciuto anche da piccolo. Però quelli che mi hanno sconvolto sono altri, che ne so: Asimov, l’hai mai letto?
-No! Ho la “Trilogia della…”– ora è lei che cerca la parola.
-“La Fondazione”?
-Eh, sì, è sul comodino da un mese, perché sto scrivendo una sceneggiatura mezzo-fantascientifica, in realtà più fantasy che fantascientifica, ma non l’ho ancora aperto.
-Ah sì? – lo sguardo si ferma per un istante, di nuovo accigliato, non si concede di soffermarsi – E non hai letto Asimov.
-Hai ragione, l’ho comprato apposta: lo farò. E’ una di quelle cose che prima o poi leggo, come il “Don Chisciotte”. Poi l’anno scorso l’ho letto.
-Io no, quello no. Però tu leggiti Asimov.
-Ok, e tu leggiti il “Don Chisciotte”. È divertentissimo.
-Lo so, lo so.
-Tu dici un po’ troppo “lo so”.
-Lo so. Volevo dire che ci vuole il tempo per il Don Chisciotte. Magari intanto leggi altre cose, anche se io non lo faccio quasi mai.
-Io sì.
-Io no. L’ho fatto solo per “Infinite Jest”. Ora dopo un anno sto ricominciando a leggerlo da capo e…è quello, credo, il premio per averlo letto. All’inizio non capisci un cazzo, o almeno io che sono stupido non c’avevo capito un cazzo.
-Qualche settimana fa ho letto le prime pagine a casa di un amico, è illeggibile!
-Il punto è proprio questo, che solo se ti sforzi vai avanti. In qualche modo il libro parla di questo: arrendersi al mainstream, alla pigrizia, agli stimoli passivi, all’omologazione del gusto culturale. Non so spiegarlo bene, non so davvero di che parla il libro.  Però ricordati di leggerlo con due segnalibri, uno per il testo e uno per le note. Le note valgono più del libro. Che poi in realtà non importa di che parla, non è tanto quello che dice nel libro, è più quello che viene fuori dal libro, ma davvero non so come spiegarlo.
-È come in “Una cosa divertente che non farò mai più”: lui descrive quello che lo circonda, le sue giornate, la nave, i passeggeri, ma non giudica mai quelle persone. Sei tu che lo fai al posto suo.
-Esatto.
-È questo il genio di Wallace.
-Esatto.
-Che poi non c’è…snobismo, non c’è…
-Protervia.
-Protervia! Bravo. Esatto.
Il contatto visivo-sinaptico tra i due è interrotto da un ragazzo e una ragazza che si avvicinano guardandoli con aria interrogativa. Ci vuole un po’ perché Emma e Riccardo capiscano che sono amici comuni.
-E questi sarebbero i tuoi amici che non ballavano?
-Questi sono i miei amici che non ballavano.
Beatrice persiste ancora qualche secondo in un’espressione allibita:
-Ma voi due vi conoscete? Emma dove cazzo stavi? Sei sparita da due ore! – si avvicina al suo orecchio – Ma che fai? Questo è amico di quella merda di Alessandro, tipo il suo migliore amico, io lo odio! Lo odio! Vabbè, però se vuoi pàccatelo.
E si scioglie in una risata veloce, di pancia, come quella di un bambino.
-Cosa? No e comunque no, stiamo parlando di…di letteratura.
-Se-se vabbè. Andiamo fuori a fumare, vieni!
-Ora arrivo.
-Arriviamo – aggiunge Riccardo.
La coppia di amici si allontana barcollando e ridendo, sbandando, e lui ne approfitta, le afferra una chiappa e la sprimaccia a palmo aperto attraverso il vestitino da Cappuccetto Rosso, e lei lo spinge via, fa l’offesa e lo allontana, ma intanto ride più forte, lui la riacchiappa e sono già usciti.
-Comunque non ti volevo attaccare una mina, sono i miei sproloqui da ubriaco. È che Wallace. Poi io sto in fissa con i suicidi, però davvero Wallace, lui è. É che lui è al di là dei generi.
Ti capisco, anch’io m’infervoro su qualunque cosa da ubriaca. Poi mi piacciono gli sproloqui letterari e Wallace pure, parecchio. Mi fa impazzire la sua passione per la sintassi, le descrizioni, i dettagli assurdi, i periodi infiniti; per le parole. Il sono una feticista delle parole strane: i termini specialistici, i linguaggi tecnici, mi fanno impazzire. Quando trovo una parola nuova, particolare, che non conosco, godo troppo.
Riccardo inclina la testa risfoderando l’espressione corrucciata, ma stavolta sporge leggermente le labbra, per mascherare un sorriso, e la lascia continuare.
-Mentre leggevo “Una cosa divertente che non farò mai più” sono dovuta andare a cercare un paio di parole che non conoscevo. Tipo mesmerico, che stava nella scena finale dell’ipnotista. Hai presente tutto quel discorso nelle ultime pagine del libro, sul fatto che la suggestionabilità in quel caso è un pregio? Sull’ipnosi collettiva che è micro-cosmicamente emblematica di tutta la crociera? Ecco, in quel punto usa un’altra parola stupenda, qualcosa tipo icastico…No, forse no. Era. Oddio non mi viene. Era. Ecco: era qualcosa per indicare il culmine, l’apice di tutto…
Emma si tortura il labbro di sotto con incisivi, canino e premolare dell’arcata superiore destra.
-Climactico? – prova Riccardo.
Lo sguardo di Emma, finora perso sul pavimento alla ricerca della parola perduta, si solleva di scatto; gli occhi spalancati, le sopracciglia inarcate.
-Che hai detto?
-Cli-mac-tico.
Emma socchiude lentamente le palpebre, affonda i denti nel labbro, mentre un brivido le risale le vertebre una dopo l’altra.
Tre battiti di cassa – bum, bum, bum – e già si avviluppano in un bacio rapinoso, avido, insaziabile. Pantagruelico, l’avrebbe definito lei in seguito.
L’orribile remix di “Sweet Dreams (are made of this)” che inonda il teatro di gargarismi distorti e cupi singhiozzi, adesso, non lo sentono neanche.
Finalmente tutti ballano.
 
Allungandosi dall’altra parte del letto per raggiungere con la punta della sigaretta il comodino, Emma si accorse che il piattino di metallo della Coca-Cola Company stava proprio in cima ai 6,3 cm del volume celeste in cui Fandango confeziona Infinite Jest. Emma soffiò grigio verso il soffitto e sorrise, spiando con la coda dell’occhio Riccardo che sonnecchiava accanto a lei, con un braccio piegato tra collo e cuscino.
-Hai presente il discorso che facevamo prima?
-Mmh.
-Il mainstream. La cultura di massa.
-Mmh.
-Tutte le cose che mi hai detto su Wallace.
-Mmh.
-Che supera i generi? “Infinite Jest”? Le note che valgono più del libro?  
-Mm-h.
-Hai presente Moccia?
-Moccia? – riuscì a mugugnare lui, schiudendo appena un occhio.
-Moccia. Quello di “Tre metri sopra il cielo”.
-Be’?
-Be’ c’è un film che ha scritto e diretto che si chiama “Amore 14”. É l’acmè del trash involontario, il mainstream per eccellenza.
-Me lo sono perso – rispose ironico, tenendo gli occhi chiusi.
-Dovresti vederlo. A un certo punto il fratello della protagonista lascia medicina per seguire il suo sogno e va a fare lo scrittore-cameriere-correttore di bozze che vive sul Tevere.
-Quindi?
-Quindi, c’è una scena in cui lo scrittore-cameriere-correttore di bozze parla di “Infinite Jest” a una tizia. – Un’altra lenta nuvola grigia, un grande sorriso – Dice esattamente le stesse cose che hai detto tu.
Emma attese fiduciosa.
E Riccardo aprì gli occhi.

Ogni anno cercavano di trascinarla al festone in maschera dell’Accademia di Moda. Stavolta c’erano riuscite. Tema: i Fratelli Grimm.

Era già Quaresima inoltrata e incontrando lungo il Campo Marzio gli sguardi contrariati di vecchie turiste cattoliche armate di impermeabili, foulard e rosari, Emma li interpretò come un chiaro segno di catastrofe imminente. Infatti avevano dimenticato i biglietti a casa. E costavano quindici euro l’uno.

Maschere indecifrabili e vagamente mignottesche erano raggruppate in capannelli ciangottanti davanti al teatro affittato per l’occasione, sfoggiando parrucche, mantelli e sigarette. Emma sperò che il motivo per cui tutte quelle persone rimanevano con le spalle curve e strette sotto il freddo umido insistente fosse il tabagismo, e non la scarsa attrattiva della festa.

L’attesa rivelò purtroppo che nessuno sgomitava per rientrare.

Tra i gruppi si notava la vivacità di un ragazzetto magrolino; indossava un elegante completo gessato che lungo la spina dorsale si trasformava in un voluminoso abitino bianco di pizzo con accessori ton sur ton. Fine metafora di un conflitto insuperato.

Da una porta a vetri sbucò Claudia. Le aveva invitate lei. Era l’unica del gruppo a frequentare l’Accademia e aveva passato diverse notti insonni a cucire il suo vestito per la sfilata; si beccava pure un voto. Aveva scelto Cenerentola allo scoccare della mezzanotte, metà stracciona e metà principessa (un’altra scissione verticale): da un lato della gonna pendevano spighe e paglia, dall’altra, un drappo di chiffon si appuntava in cima al fianco, si scioglieva in volute cangianti e proseguiva in una cascata di rose di stoffa, per morire nel laghetto luccicante dello strascico. Acconciatura e trucco assecondavano la schizofrenia del personaggio.

Nonostante il suo impegno,  la sfilata era stata vinta da un’altra Cenerentola. Perché è la figlia di.

-Quindi, come entriamo senza biglietti? – chiese Veronica.

-Solo-voi-comunque-che-spastiche-cazzo.

Da un breve scambio tra Claudia e la ragazza della cassa emerse che bastava un semplice “sì-sì le conosco” e pur non essendo neanche in lista le ragazze entrarono tutte e sette d’amblè.

Valeria fu subito inghiottita dalla folla per andare incontro al suo ragazzo, che insieme agli amici aveva studiato una maschera coordinata: Giacomo il cacciatore, Gabriele il lupo, Simone la nonna e Raffaele, un rugbista di un metro e novanta con la barba bionda, era vestito da Cappuccetto Rosso. Emma avrebbe preferito non salutarli.

-Ciao Raffo, come stai? Senti, devo chiederti scusa, l’altra volta-

-Ma che scusa, figurati. Tu come stai?

-Meglio, grazie. Sei la Cappuccetto Rosso più bella della festa.

-Eh lo so. E tu da che sei vestita? Biancaneve?

-In realtà sarei la regina cattiva.

-Troppo bella per essere la regina cattiva.

Da ovunque arrivasse lo sguardo di Flaminia, Emma se lo sentiva premere sulla bocca dello stomaco. Valeria distrasse tutti:

– Non sapete come stava Emma sabato scorso: dopo essere sparita per due ore infrattandosi su per le scale di un condominio con Gabriele, è svenuta su un divanetto al limite del coma etilico e Raffo l’ha messa in spalla come uno zainetto e l’ha caricata con disinvoltura tipo sacco di patate fino in cima a una rampa di scale lunghiiissima. A un certo punto hai pure dato una capocciata tremenda! Poi ti sei vomitata addosso e sbiascicavi fanuuulo afangulo tuttt! Aeeeia, AAeeia aa iia boossaaa. Che tra l’altro la borsa era rimasta in macchina. Anda ia esssti stroonsi, a fancuulo eesti stonsiiE ogni tanto sveniva.

-Quanto te piace a te raccontà le performance imbarazzanti degli altri?

Stasera Emma non avrebbe bevuto. Non troppissimo, ecco.

La straziante epopea che prevedeva il passaggio al guardaroba, la conta delle compagne perdute lungo la strada e la fila al bancone dell’open bar sormontato da inquietanti manichini di carta pesta durò circa mezz’ora. Nel tortuoso cammino Emma s’imbatté in facce più deformate dall’alcool che dal trucco: rampolli elettrizzati col mascara, giovani altezzose seminude, porcellini cocainomani con cravatta e quantità smodate di Cappuccetto Rosso versione sexy.  Più tardi, dalla balconata, ne avrebbero contate ventisei. Ce n’erano tre solo nel loro gruppo, se si conta il rugbista.

Tra l’ingresso e il bancone del bar si rimaneva facilmente invischiati in un magma umano fluente, umidiccio e autopropulsivo che – prima di sfociare nella sala accanto depositando le persone come le alghe una risacca – impediva di vedersi le scarpe e costringeva gli occhi ad una carrellata di sguardi ostili, pettegoli, arrapati, finti entusiasti o semplicemente persi nei touchscreen.

Quando finalmente fu rivomitata dalla folla Emma si accorse che discoteca si trovava nel teatro vero e proprio. La sala rotonda, abbracciata tutt’intorno da un piano rialzato, era sormontata da balconate che si sviluppavano a semicerchio fino ai lati del palco. Il perimetro era decorato da numerosi divanetti coppia-pomiciante-muniti e al centro del palco e su un paio di pareti laterali venivano proiettati a loop i movimenti scattosi e annoiati di modelli unisex che cambiavano posa avvolti in abbondanti stoffe optical. Veri poser.

La sala era piena di gente per lo più ferma, perché il drum and base trattenuto e ripetitivo  trasudava un certo disprezzo per gli astanti e non riusciva a farsi ballare nonostante l’openbar di vino.

Il dj era un bel ragazzo dalla faccia pulita; Emma cercò di attirare la sua attenzione con il sorriso più sincero del suo repertorio. Lui scostò la cuffia dall’orecchio destro e si chinò verso la pista.

-Lo so che è brutto da dire, però siamo gente semplice, vienici incontro, facci ballare.

Si era offeso, ma sorrise per il modo in cui era stata formulata la richiesta. Che poi era lo scopo di Emma.

-Tipo?

-Non lo so fai tu. Qualcosa di più ballabile.

Emma osservava attentamente la reazione del ragazzo, che senza interrompere il ritmico oscillare della testa teneva lo sguardo sulla sua consolle e accennava un sorriso di maldissimulata superiorità, quando vide spuntare una faccia conosciuta.

Si fissarono per qualche secondo con l’aria interrogativa del ma dove cazzo t’ho già visto, poi Emma si ricordò per prima e salutò. Lui rimase con la mano sospesa ad indicarla, la testa inclinata, gli occhi socchiusi, senza distendere le linee verticali tra le sopracciglia.

Che fosse miope?

Entrambi circumnavigarono la consolle e s’incontrarono a metà delle scale che collegavano i due livelli del teatro-discoteca.

-Ci siamo visti all’università, può essere? – urlava lei sopra la musica.

-Ah, sì. Quelle due o tre volte che ci ho messo piede. Ma tu avevi i capelli lunghi.

I capelli cortissimi disegnavano una piccola parentesi obliqua sulla fronte chiara sormontata da un diadema giocattolo; brillocchi di plastica trasparente grigio-argentata erano incollati su una base di cartoncino di forma piramidale un po’ storta, ancorata ad un cerchietto. L’insieme, paradossalmente, aveva un che di principesco.

-Sì. Avevo i capelli lunghi. E tu eri amico di Emiliano, Matteo…

-Sì-sì esatto.

-Io comunque sono Emma – e contestualmente allungava la mano per ripresentarsi, non ricordandosi il nome e sicura che lui non ricordasse affatto il suo.

-Riccardo.

-Riccardo. Di cognome?

-Bernardelli.

-Berna! Ecco come ti chiamavano.

-Berna, sì – e dopo tre secondi di stallo – Senti ma che hai detto al dj?

-Che nessuno stava ballando, se poteva cambiare musica.

-Ma no, non si fa! E poi che vuol dire?

-Ho cercato di dirglielo in modo carino, però è vero che nessuno sta ballando –  un gesto ampio della mano mostra la sala piena di persone parlottanti;  pochissimi si sforzano di muovere i piedi.

-Senti, ammesso che -. Aspetta vediamo: t’interessa la musica, no? Leggi, ascolti, scarichi, compri i cd, magari i vinili?

Emma annuisce.

-Ecco, allora – continua lui – ammettendo che per te fare musica in questo modo – e indica la consolle e le tavolette piene di manopole, leve e punti luminosi che il suo amico accarezza con amore – mettiamo che sia arte: allora tu andresti da Picasso a dirgli come dipingere un quadro?

-Non so se questa è arte, però Picasso il quadro se lo dipingeva nello studio per cazzi suoi, poi se te lo volevi comprare: bene. Altrimenti pace. Qui sei pagato comunque e ti devi confrontare per forza con un pubblico. È diverso.

-Ok, è vero. – Riccardo cerca le parole tra i fumi di sigaretta e quelli dell’alcool mentre il dj opta per un pezzo così commerciale che è quasi offensivo. Il simultaneo arricciamento di naso fronte e labbra di Emma e Riccardo conferma l’esistenza dei neuroni specchio.

-Ecco sono sicuro che ora i tuoi amici stanno ballando. Dove sono, fammi vedere.

-Veramente non li vedo più.

Quando lei si girò verso la pista, Riccardo vide la nuca sottile, le spalle bianche e dritte lasciate scoperte dal corpetto di velluto e dai lunghi guanti, neri e lucidi come lavagna bagnata. A voler essere sinceri, Riccardo non notava tutto questo: era più una sensazione d’insieme data dai ferormoni sparsi nell’aria.

-Quello che voglio dire – ricomincia Emma – è che secondo me non piace nemmeno a lui. É come se dovesse adattarsi.

-Esatto. Ovvio che non gli piace. Ma quello che vuole suonare lui è peggio, fidati. Se vogliamo, l’errore è di chi ha chiamato lui per una festa di gente che chiaramente non-.

-Forse sì, forse l’errore è di chi l’ha chiamato. Però da come lo dici tu sembra che sia colpa loro che non vogliono la musica giusta. Allora dimmi: che musica dovrebbero ascoltare? Che musica dovrei ascoltare, sentiamo.

-Ma no! Io non sono nessuno. Non esiste.

-Allora facciamo che è un consiglio, poi se voglio lo seguo, sennò no.

-Ma non è questo il punto, io non voglio insegnare niente a nessuno.

-E dài!

-Va bene, allora – ci pensa – cerca qualcosa di Ryoji Ikeda. Un artista del suono, giapponese, che lavora su frequenze al limite della percezione umana.

-Immagino che sia molto ballabile. Cercherò di ricordare il nome. Ma adesso? Qui?

-Non lo so, non lo so. Però se loro. Io non giudico nessuno, però se. Il punto è che è solo una questione di pigrizia. La gente si legge Fabio Volo, no?

-Questo è davvero un esempio abusato.

-Lo so, ma è vero!

-Puoi usare Baricco, se vuoi.

-Ok, allora Baricco, è uguale. Vuol dire comunque che la gente è pigra, si annoia pur di non cercare nuovi stimoli. Se solo si sforzasse.

Guarda tutta la sala tranne lei, poi la punta, si blocca, alza appena il mento:

-Conosci David Foster Wallace?

-Lo amo.

-Che hai letto? – porta indietro la testa, in segno di sfida, sospettoso.

-“Una cosa divertente che non farò mai più” e  qualche racconto da “La ragazza con i capelli strani”.

-Ok, va bene. Però c’è soltanto una cosa che devi assolutamente leggere di Wallace. Perché per esempio “Considera l’aragosta” puoi anche non leggerlo, davvero. Quello che devi per forza assolutamente, assolutamente leggere-.

Emma alza le mani parallele, a una ventina di centimetri di distanza l’una dall’altra, a tener sospeso un grosso volume inesistente.

-Esatto. “Infinite Jest”. Non puoi non leggere “Infinite Jest” se ti piace Wallace. Te lo dico, vorrai mollarlo a pagina dieci, a pagina cinquanta, poi di nuovo a pagina cento: fino alla fine tu vorrai mollare quel libro. Ma forse non lo farai. Anche solo per orgoglio.

Un amico si avvicina sornione e gli allunga un bigliettino quadrato per la consumazione dei superalcolici, indicando Emma con un breve scatto della testa. Riccardo lo guarda imbarazzato e mette in tasca il cartoncino. Emma ride.

-Pensano che ci stia provando. Comunque il punto è che magari ci metti tre mesi.

-Che manco “Delitto e Castigo”.

-Esatto.

-Perché vorresti dirmi che ti sei letto Dostoevskij.

-Eh be’.

-Io ho letto tutto. Tutto tranne i Karamazov. Mollati a metà.

-I Karamazov al liceo.

-Non l’avrei mai detto, Berna. Mi stupisci.

-Lo so, lo so, io sono un coatto, sono il primo a dirlo. Andavo male a scuola, all’università ho fatto il meno possibile, però due cose mi piacciono: leggere e ascoltare musica. Per esempio quanto ti fa rodere il culo che quando vai a scuola ti fanno leggere le sorelle Bronte o i Buddenbrook e poi pensi che leggere è una pezza e non ci provi mai più? E ti fa incazzare perché –

Di nuovo cerca le parole da qualche parte alle spalle di Emma, che interviene urlando accanto al suo orecchio:

-Perché gli insegnanti hanno il potere di fomentarti e quasi tutti lo sprecano.

-Esatto! Tu a un ragazzino di tredici anni gli devi mettere in mano Tolkien, non Jane Austen. Quello va bene per le pischelle! Ma non ci vuole un genio a capirlo. Io sono un ignorante ma sono sicuro che come professore riuscirei almeno a farli appassionare. “Moby Dick” per esempio, è metà romanzo e metà enciclopedia: ti spiega nel dettaglio com’è costruita ogni singola cosa al mondo. Non lo puoi leggere a quindici anni! Ti rompi i coglioni, è chiaro!

-“Moby Dick” mai letto, però ho riletto da poco “Il Barone Rampante”.

-Quella è una delle poche cose che ti fanno leggere a scuola che te la fa prendere a bene.

-Sai che mi ha stupito? Che se ne fotte della consecutio temporum. Calvino! Va dal passato al presente e di nuovo al passato nella stessa pagina. Da lui non te lo aspetti. Ero sconvolta.

-Infatti mi era piaciuto anche da piccolo. Però quelli che mi hanno sconvolto sono altri, che ne so: Asimov, l’hai mai letto?

-No! Ho la “Trilogia della…”– ora è lei che cerca la parola.

-“La Fondazione”?

-Eh, sì, è sul comodino da un mese, perché sto scrivendo una sceneggiatura mezzo-fantascientifica, in realtà più fantasy che fantascientifica, ma non l’ho ancora aperto.

-Ah sì? – lo sguardo si ferma per un istante, di nuovo accigliato, non si concede di soffermarsi – E non hai letto Asimov.

-Hai ragione, l’ho comprato apposta: lo farò. E’ una di quelle cose che prima o poi leggo, come il “Don Chisciotte”. Poi l’anno scorso l’ho letto.

-Io no, quello no. Però tu leggiti Asimov.

-Ok, e tu leggiti il “Don Chisciotte”. È divertentissimo.

-Lo so, lo so.

-Tu dici un po’ troppo “lo so”.

-Lo so. Volevo dire che ci vuole il tempo per il Don Chisciotte. Magari intanto leggi altre cose, anche se io non lo faccio quasi mai.

-Io sì.

-Io no. L’ho fatto solo per “Infinite Jest”. Ora dopo un anno sto ricominciando a leggerlo da capo e…è quello, credo, il premio per averlo letto. All’inizio non capisci un cazzo, o almeno io che sono stupido non c’avevo capito un cazzo.

-Qualche settimana fa ho letto le prime pagine a casa di un amico, è illeggibile!

-Il punto è proprio questo, che solo se ti sforzi vai avanti. In qualche modo il libro parla di questo: arrendersi al mainstream, alla pigrizia, agli stimoli passivi, all’omologazione del gusto culturale. Non so spiegarlo bene, non so davvero di che parla il libro.  Però ricordati di leggerlo con due segnalibri, uno per il testo e uno per le note. Le note valgono più del libro. Che poi in realtà non importa di che parla, non è tanto quello che dice nel libro, è più quello che viene fuori dal libro, ma davvero non so come spiegarlo.

-È come in “Una cosa divertente che non farò mai più”: lui descrive quello che lo circonda, le sue giornate, la nave, i passeggeri, ma non giudica mai quelle persone. Sei tu che lo fai al posto suo.

-Esatto.

-È questo il genio di Wallace.

-Esatto.

-Che poi non c’è…snobismo, non c’è…

-Protervia.

-Protervia! Bravo. Esatto.

Il contatto visivo-sinaptico tra i due è interrotto da un ragazzo e una ragazza che si avvicinano guardandoli con aria interrogativa. Ci vuole un po’ perché Emma e Riccardo capiscano che sono amici comuni.

-E questi sarebbero i tuoi amici che non ballavano?

-Questi sono i miei amici che non ballavano.

Beatrice persiste ancora qualche secondo in un’espressione allibita:

-Ma voi due vi conoscete? Emma dove cazzo stavi? Sei sparita da due ore! – si avvicina al suo orecchio – Ma che fai? Questo è amico di quella merda di Alessandro, tipo il suo migliore amico, io lo odio! Lo odio! Vabbè, però se vuoi pàccatelo.

E si scioglie in una risata veloce, di pancia, come quella di un bambino.

-Cosa? No e comunque no, stiamo parlando di…di letteratura.

-Se-se vabbè. Andiamo fuori a fumare, vieni!

-Ora arrivo.

-Arriviamo – aggiunge Riccardo.

La coppia di amici si allontana barcollando e ridendo, sbandando, e lui ne approfitta, le afferra una chiappa e la sprimaccia a palmo aperto attraverso il vestitino da Cappuccetto Rosso, e lei lo spinge via, fa l’offesa e lo allontana, ma intanto ride più forte, lui la riacchiappa e sono già usciti.

-Comunque non ti volevo attaccare una mina, sono i miei sproloqui da ubriaco. È che Wallace. Poi io sto in fissa con i suicidi, però davvero Wallace, lui è. É che lui è al di là dei generi.

Ti capisco, anch’io m’infervoro su qualunque cosa da ubriaca. Poi mi piacciono gli sproloqui letterari e Wallace pure, parecchio. Mi fa impazzire la sua passione per la sintassi, le descrizioni, i dettagli assurdi, i periodi infiniti; per le parole. Il sono una feticista delle parole strane: i termini specialistici, i linguaggi tecnici, mi fanno impazzire. Quando trovo una parola nuova, particolare, che non conosco, godo troppo.

Riccardo inclina la testa risfoderando l’espressione corrucciata, ma stavolta sporge leggermente le labbra, per mascherare un sorriso, e la lascia continuare.

-Mentre leggevo “Una cosa divertente che non farò mai più” sono dovuta andare a cercare un paio di parole che non conoscevo. Tipo mesmerico, che stava nella scena finale dell’ipnotista. Hai presente tutto quel discorso nelle ultime pagine del libro, sul fatto che la suggestionabilità in quel caso è un pregio? Sull’ipnosi collettiva che è micro-cosmicamente emblematica di tutta la crociera? Ecco, in quel punto usa un’altra parola stupenda, qualcosa tipo icastico…No, forse no. Era. Oddio non mi viene. Era. Ecco: era qualcosa per indicare il culmine, l’apice di tutto…

Emma si tortura il labbro di sotto con incisivi, canino e premolare dell’arcata superiore destra.

-Climactico? – prova Riccardo.

Lo sguardo di Emma, finora perso sul pavimento alla ricerca della parola perduta, si solleva di scatto; gli occhi spalancati, le sopracciglia inarcate.

-Che hai detto?

-Cli-mac-tico.

Emma socchiude lentamente le palpebre, affonda i denti nel labbro, mentre un brivido le risale le vertebre una dopo l’altra.

Tre battiti di cassa – bum, bum, bum – e già si avviluppano in un bacio rapinoso, avido, insaziabile. Pantagruelico, l’avrebbe definito lei in seguito.

L’orribile remix di “Sweet Dreams (are made of this)” che inonda il teatro di gargarismi distorti e cupi singhiozzi, adesso, non lo sentono neanche.

Finalmente tutti ballano.

 

Allungandosi dall’altra parte del letto per raggiungere con la punta della sigaretta il comodino, Emma si accorse che il piattino di metallo della Coca-Cola Company stava proprio in cima ai 6,3 cm del volume celeste in cui Fandango confeziona Infinite Jest. Emma soffiò grigio verso il soffitto e sorrise, spiando con la coda dell’occhio Riccardo che sonnecchiava accanto a lei, con un braccio piegato tra collo e cuscino.

-Hai presente il discorso che facevamo prima?

-Mmh.

-Il mainstream. La cultura di massa.

-Mmh.

-Tutte le cose che mi hai detto su Wallace.

-Mmh.

-Che supera i generi? “Infinite Jest”? Le note che valgono più del libro?  

-Mm-h.

-Hai presente Moccia?

-Moccia? – riuscì a mugugnare lui, schiudendo appena un occhio.

-Moccia. Quello di “Tre metri sopra il cielo”.

-Be’?

-Be’ c’è un film che ha scritto e diretto che si chiama “Amore 14”. É l’acmè del trash involontario, il mainstream per eccellenza.

-Me lo sono perso – rispose ironico, tenendo gli occhi chiusi.

-Dovresti vederlo. A un certo punto il fratello della protagonista lascia medicina per seguire il suo sogno e va a fare lo scrittore-cameriere-correttore di bozze che vive sul Tevere.

-Quindi?

-Quindi, c’è una scena in cui lo scrittore-cameriere-correttore di bozze parla di “Infinite Jest” a una tizia. – Un’altra lenta nuvola grigia, un grande sorriso – Dice esattamente le stesse cose che hai detto tu.

Emma attese fiduciosa.

E Riccardo aprì gli occhi.

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