Nella vita di uno scrittore i momenti che più mi affascinano sono quelli che intercorrono tra l’uscita di un romanzo e la pubblicazione di quello successivo. Una fase che può coincidere con un periodo di preparazione e di studio, o di “inattività” – come direbbe Tondelli – volta a recuperare i propri pezzi dopo averli disseminati in brandelli nello scontro con la narrazione precedente. Quando ci si avvicina a uno scrittore in queste fasi intermedie, lontano dai riflettori della ribalta di un nuovo romanzo, è proprio allora che è possibile scorgerne i tratti più autentici e peculiari. Le storie peccano troppo spesso di protagonismo nei confronti del proprio autore, che si trova a parlare di sé in relazione a quello che ha scritto, al quando, al dove, al come. Allora mi sono domandata cosa resta di un autore quando esce di casa senza le sue storie. Se le lascia mai veramente. Se porta avanti con esse una relazione monogama e gelosa o paritaria e serena. Me lo sono domandata e poi ho deciso di fare una prova: costruire un ritratto a parole di uno scrittore catturato nel suo “frammento di inattività”, il limbo tra un libro e un altro. È così che ho conosciuto Rosella Postorino.
Potrei dire ri-conosciuto, ma data la premessa appena fatta non sarebbe corretto. La prima volta che ci siamo incrociate è stata a Caserta, nel 2007, e in verità ho incontrato il suo romanzo. La stanza di sopra (Neri Pozza) in quell’occasione particolare veniva presentato insieme agli altri finalisti della dozzina dello Strega. Nella foto di gruppo all’ingresso del Belvedere di San Leucio ricordo una ragazza piccina stretta tra Ammaniti – che avrebbe vinto qualche mese dopo – Milena Agus, Valeria Parrella, Francesco Piccolo e altri avventurieri letterari che avevano preso parte all’evento nello scenario metafisico, elegante e muto, di quella fabbrica di seta del settecento.
Era l’esordio. L’esordio con un romanzo vero e proprio. E questo mi fa pensare che ho mentito. In realtà la prima volta che ho incontrato Rosella Postorino è stato alla Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli sottoforma di funzione linguistica bidimensionale stampata all’interno di un libro, un altro. Si trattava dell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004), il suo nome sotto il titolo del racconto: In una capsula.
Nel commentare quell’esordio, la storia della scrittrice e quella della ragazza si fondono e si confondono, si causano a vicenda nel contatto con lo scenario della Capitale.
«Vivevo già a Roma quando ho pubblicato il mio primo racconto. Roma è stata il mio passaggio all’età adulta. Dal guscio protettivo dell’università di Siena alla violenza della grande città. Per “violenza” intendo l’aggressività della gente nei bar o alla posta, che se non vivi a Roma non riesci nemmeno a immaginarla, lo scenario della miseria che per la prima volta vedevo dormire in massa alla stazione Termini, di fronte a occhi troppo abituati per notarla, l’odore organico delle stazioni stesse, la tirannia degli orari di lavoro, la gente stipata in metro senza spiragli per respirare, i manifesti con la faccia di Mussolini e le scritte fasciste che riempivano i muri di piazza Bologna. Il mio appartamento si affacciava sulla tangenziale e questa era per me una violenza visiva, uditiva, olfattiva intollerabile. Avevo sempre scritto, ma è stato in quel contesto che ho deciso che avrei provato a pubblicare. Volevo cercare un altrove a quella vita che non mi piaceva. Ma tutto successe per caso. Amavo molto In tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci, lo avevo regalato a un sacco di persone. A quei tempi lei aveva un sito internet dove c’era il suo indirizzo e-mail. Le mandai alcuni racconti. Lei li lesse, inaspettatamente. Mi rispose: I tuoi racconti mi hanno colpito come una mano che si appoggia all’improvviso su una spalla. Mesi dopo, mi disse che aveva fatto leggere In una capsula a Severino Cesari e Paolo Repetti di Einaudi Stile Libero e che loro volevano pubblicarlo in un’antologia. Sono partita da lì. Devo correggermi, quindi: non è successo per caso, ma grazie a un’altra una scrittrice, alla sua generosità».
Lo strumento della scrittura, la padronanza consapevole della narrativa come percorso creativo e identitario, è una conquista a cui si accede – come in tutte le favole che si rispettino – dopo una serie di ostacoli apparentemente insormontabili. A partire dal primo: un presagio funesto che sarebbe diventato indicatore fondamentale nella linea degli eventi storici. Undici settembre duemilauno. L’attacco alle torri e anche, per qualcuno, il primo giorno di lavoro.
«Si trattava dell’istituto di ricerca di una società di consulenza. Eravamo in undici, confinati in un’unica stanza, la stanza degli stagisti» – ricorda Rosella. – «L’ingresso ufficiale negli anni Zero, coi laureandi sottopagati che mandavano avanti la struttura. Quando però arrivavano i partner europei con i quali collaboravamo su progetti internazionali, dovevamo presentarci come analist o junior consultant, i nostri responsabili ci obbligavano a mentire. Il primo giorno di stage, l’11 settembre 2001, capii che lavorare significava soprattutto dover condividere otto ore quotidiane con persone che non avevi scelto: era una forma di prigionia. Di fronte alla famosissima scena dell’attacco alle Torri Gemelle apparsa sui nostri computer, uno degli stagisti – il saputello – sentenziò: “Ma è un fotomontaggio, come fate a credere che sia vero?” Io abitavo a piazza Bologna, dividevo l’appartamento con delle matricole. La sera, tornata a casa, sconvolta, volevo guardare i notiziari e gli approfondimenti sull’evento che avremmo poi considerato lo spartiacque tra due epoche (allora non lo sapevamo, o lo avevamo capito?), ma le mie coinquiline presidiavano la televisione per vedere Amici di Maria De Filippi (a quei tempi ancora Saranno Famosi ndr), perché c’era in sfida Leonardo, un giovane ballerino con i capelli come aghi di un istrice. Leonardo era il loro idolo e nient’altro contava».
Mollato l’odiato posto di lavoro, anzi di stage, cominciano i primi passi nell’editoria attraverso un corso pubblicizzato su un volantino. Attraverso quell’esperienza, appena laureata, Rosella comincerà a lavorare presso la casa editrice Castelvecchi, poi la Newton Compton e infine Einaudi Stile Libero. Tredici anni passati nella Capitale sono per la scrittrice il tempo massimo fin’ora trascorso tra tutti luoghi che ha mai chiamato casa. «Io mi sento di appartenere a Roma, adesso. Posso dirti di appartenerle».
Ma quando si parla di casa allora, di contro, si pensa anche alla distanza, al senso di estraneità.
«Il tema delle radici è molto complesso, per me» – mi spiega – «Sono nata in Calabria e sono cresciuta in Liguria. Trasferirsi dal Sud al Nord dell’Italia a nove anni può spingerti a rinnegare le tue origini per sentirti accettato, per non sentirti diverso. Ad esempio, per assomigliare ai miei compagni di scuola, io iniziai a fare gli errori grammaticali (dovuti a regionalismi) che facevano loro. Sbagliavo con la consapevolezza di sbagliare, solo per il desiderio di sentirmi uguale. È stata la lingua, il mio modo di integrarmi. Poi andai a studiare a Siena, e i miei compagni di corso erano quasi tutti del Sud. Attraverso di loro ho fatto i conti con le mie origini meridionali. Ero abituata a usare la parola “terrone”, soprattutto per indicare me stessa, in modo scherzoso ma in sostanza acquiescente, lo stesso meccanismo degli errori grammaticali. I miei compagni di corso non lo accettavano, anzi smascherarono il meccanismo davanti ai miei stessi occhi. Poi sono venuta a Roma, ed è stato molto difficile, all’inizio, adattarmi».
È successo all’improvviso, un giorno, rientrando da Genova. Si mette piede alla Stazione Termini e si pensa che ecco, sono arrivata. Sono finalmente a casa.
Del resto, mi ricorda, Roma non è la città dei romani ma delle persone che ci sono arrivate. Gli scrittori che ne hanno scritto meglio sono quelli che hanno vinto un corpo a corpo con lei dopo averci combattuto.
E allora comincio a capire che separare uno scrittore dalle proprie storie sia un’operazione non solo impossibile, ma totalmente insensata.
«Trasferirmi a Roma mi ha scavato una specie di buco: scrivere era il modo di circumnavigarlo senza caderci dentro, o di caderci dentro senza morire. Tornavo dal lavoro e scendevo alla stazione Tiburtina, camminavo verso casa nell’odore di piscio e per la prima volta mi sentivo più simile ai miei genitori che ai miei compagni di università rimasti a Siena, mi sentivo un’adulta. Il mio primo romanzo è ambientato nella città dove sono cresciuta, anche se non è mai nominata, e c’è questa idea di passato edenico e insieme contaminato, colpevole, che si trova anche ne L’estate che perdemmo Dio (2009). Con il Corpo docile (2013) ho deciso che la storia doveva essere ambientata a Roma. Un atto di riconciliazione. Roma non è un personaggio del libro, ma senza questa città il libro sarebbe stato diverso».
Se la Capitale significa tutto questo per il percorso di Rosella Postorino, lei stessa per la Capitale significa molte altre cose. A partire dal lavoro di editor che la lega a Einaudi Stile Libero.
«La collana ha sempre avuto un’identità molto forte. A diciotto anni passavo ore alla libreria Mondadori di Siena davanti allo scaffale con i volumi dal dorso giallo. Ecco perché venire a lavorare proprio qui, nel 2007, mi ha fatto un po’ impressione. Stile Libero ha scoperto e lanciato autori che sono diventati nomi importanti della letteratura italiana, ha osato e sperimentato, e continua a farlo. Quando sono arrivata desideravo soprattutto che si pubblicassero più donne, e oggi possiamo affermare di averne una buona schiera. Si dicono un sacco di cose intorno alla figura dell’editor, per la maggioranza ingenue. Soprattutto, si dimentica che il lavoro editoriale è un lavoro di squadra, altrimenti non funziona».
Con un parametro fondamentale nella ricerca di ciascuno nel lavoro altrui: la necessità.
«Ci sono libri che potresti considerare mediamente ben fatti, ma che non senti necessari. La domanda che mi faccio, che ci facciamo sempre, è: questo libro è necessario? E perché?»
Ma i frammenti dello scrittore inattivo che cercavo all’inizio, si rivelano in realtà essere il mosaico di uno scrittore attivissimo. Che anzi, il paradosso è proprio questo: lo scrittore che si presenta con il suo romanzo, che vive con il suo ultimo romanzo e viene fotografato e intervistato con e per il suo ultimo romanzo, è in realtà uno scrittore piuttosto in vacanza, rispetto al periodo intercorso tra una pubblicazione e l’altra.
«Oltre a leggere tutto il giorno, e spesso anche la notte, per lavoro, leggi per scrivere i tuoi romanzi: materiale per documentarti o testi che pensi possano essere utili alla tua scrittura. L’anno scorso ho tradotto e curato Moderato Cantabile di Marguerite Duras e adesso mi sto dedicando ai Testi segreti. Per scrivere la postfazione, oltre a rileggere titoli di Duras, rileggo studi critici su di lei e ne cerco di nuovi, sono sempre entusiasta quando trovo nuovi studi su Duras. In tutto questo, però, leggere per puro piacere diventa difficile. Si rischia di farlo soprattutto in modo finalizzato. Di recente ho riscoperto una scrittrice che avevo letto per la prima volta due anni fa a Parigi, me l’aveva suggerita un libraio della libreria Gallimard. Volevo qualcosa sulla periferia francese e lui mi aveva indicato Journal du dehors di Annie Ernaux. Quest’estate ho letto il suo La place e lo considero il libro più bello dell’anno».
A proposito di Marguerite Duras, è proprio intorno a questo personaggio – solo lei – che l’attività dello scrittore inattivo si fa certosina, artigiana nel senso fisico e appassionato che questo termine comporta. Perché quando Rosella ne parla lo fa con una dedizione che sembra passare attraverso le grazie e gli spazi vuoti di ogni singolo carattere mai battuto a macchina dall’autrice francese. Più volte ho sentito dire che uno scrittore, prima di trovare la propria voce, passa attraverso una metamorfosi che lo porta a interpretare i toni di un autore-guida che rappresenta una grande passione. Nel caso di Rosella Postorino è avvenuto qualcosa di diverso: la passione letteraria dei sedici anni non è saccheggiata, non è invasa né oggetto di pantomima, piuttosto con eleganza assume il ruolo di interlocutore, mantenendo una caratteristica fondamentale propria a ciascun interlocutore che ambisca alla perfezione del proprio ruolo: una discreta estraneità che impedisce la completa identità delle voci ma stimola al movimento, allo scambio. Il rapporto della Postorino con Marguerite Duras è quello di due amiche che discutono di letteratura e si danno voce a vicenda nell’atto biunivoco della traduzione.
«Traduco solo Marguerite Duras, quindi non mi considero una traduttrice. Leggo Duras da quando avevo sedici anni e la conosco a fondo, ho incontrato suo figlio, ho mangiato con lui, ho pure dormito nella loro casa di campagna a Neauphle, a un’ora da Parigi, quella dove lei ha scritto i suoi capolavori: per questo mi sento di tradurla. La folgorazione è avvenuta nell’adolescenza, per via della sua scrittura classica e sovversiva al tempo stesso. A ogni esame universitario superato, mi regalavo un libro nuovo di Duras tra quelli tradotti in italiano, poi ho cominciato a leggerla in francese. L’ho sempre considerata una madre letteraria, anche se ho imparato con il tempo a guardarla con la giusta distanza. Me ne sono allontanata per un certo periodo, ma nella mia vita nessun altro scrittore, nemmeno Ingeborg Bachmann, mi ha permeata così in profondità. Oggi ho con la sua opera un rapporto più adulto, in un certo senso: di ammirazione, eppure critico. Lei come persona invece mi affascina sempre tanto, in modo totalmente istintivo. Mi irrita, mi scuote, mi commuove».
Una voce, quella di Duras, che si fa presenza costante, che si impone alla giovane allieva e chiede non solo di essere tradotta, ma di essere rappresentata. Il disegno per un breve periodo ha accompagnato per la Postorino l’attività della scrittura, come lei stessa mi ha raccontato all’inizio della nostra intervista. Quello che resta adesso, ora che la scrittura ha vinto sul resto, sono ritratti a matita della scrittrice francese che compaiono costantemente nei suoi taccuini di viaggio. Un fantasma da compagnia, uno spirito guida. In un manuale di disegno da bambina avevo letto che il volto che disegniamo di istinto, a mente libera, è sempre il nostro. Qualcosa che ci appartiene naturalmente, a cui non dobbiamo pensare per riprodurlo. Lo portiamo scritto sulla carne.
Da quando l’ho letta, non fa che tornarmi alla mente una frase che ho trovato proprio nella postfazione che Rosella Postorino scrive per la traduzione di Moderato Cantabile della Duras: «Il desiderio è la spinta verso l’oltre, è una forma di ribellione, di resistenza, di emancipazione, di conoscenza, di rivelazione della verità». È la traduttrice che commenta la materia appena manipolata, ma anche la giovane scrittrice che dialoga con la sua maestra letteraria. È una ragazza su un treno, che accenna a tratti veloci il volto di una donna e sempre, tuttavia, disegna anche se stessa attraverso quel volto.
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).
