Fatti di parole
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Fatti di parole

Sapete qual è la parola dell’anno?

Ogni anno, un gruppo di lessicografi e consulenti degli Oxford Dictionaries si riunisce per scegliere The Word of the Year, «to reflect the ethos, mood, or preoccupations of that particular year and to have lasting potential as a word of cultural significance». Può capitare che, a volte, la parola dell’anno nemmeno entri a far parte del dizionario. Non è come quando nel dizionario Zanichelli entrano parole come “eticista” (esperto in problemi etici) o “rottamatore” (esperto in problemi Renzi) o “pedaggiare” (sottoporre a un sistema di pedaggio).

Per capire cosa intendano quelli degli Oxford Dictionaries quando parlano di ethos, mood e preoccupazioni di quel particolare anno e di valore culturale di una parola, quella del 2013 è stata “selfie”.

Quella dell’anno che sta per concludersi, invece, è “vape”, ovvero inalare vapore, brutalmente tradotto in italiano con “svapare”. Ha battuto la concorrenza di:

  • bae, nomignolo affettuoso con cui apostrofare il/la partner;
  • budtender, commess* in un dispensario o negozio di marijuana;
  • contactless, aggettivo riferito a quella tecnologia che permette di effettuare pagamenti attraverso un device come uno smartphone;
  • indyref, referendum per l’indipendenza della Scozia (in effetti sembrerebbe una parola della Neolingua di orwelliana memoria);
  • normcore, moda che rivendica la normalità contrapposta all’essere alternativi a tutti i costi (oppure, come sostiene Jessica Bennet del New York Times, «grandpa fashion worn as a statement», che mi pare la definizione più sintetica e azzeccata);
  • slacktivism, supportare cause politiche e/o sociali comodamente seduti sulla propria sedia attraverso qualche click, detto anche attivismo pigro (state pensando ai seguaci del blog di Beppe Grillo? Alle consultazioni online del MoVimento 5 Stelle?).

“Vape” ha battuto tutti (l’unico contendente pericoloso poteva essere, forse, “normcore”) e ha conquistato lo scettro. Ora, tralasciando il fatto che a me viene in mente un famoso marchio di repellenti per insetti, il verbo “to vape” non si riferisce soltanto alle poco affascinanti sigarette elettroniche, ma anche (e soprattutto negli USA) all’inalare vapori di marijuana. La tempesta perfetta, per usare le parole della lessicografa Katherine Martin, che ha portato alla scelta di “vape” come parola dell’anno è stata creata dalla grandissima diffusione delle sigarette elettroniche (basta fare un giro in una qualsiasi città italiana per notare la proliferazione di negozi in franchising che trattano l’articolo) e dalla legalizzazione della cannabis negli Stati Uniti (in ventitrè stati a scopo terapeutico, in cinque anche a scopo ricreativo).

Nel nostro immaginario di triste Stato in cui la marijuana è trattata come una droga pesante (tanti baci a Fini&Giovanardi), il modo più diffuso per consumarla è la vecchia cara canna (parola che fa tanto Aprile di Nanni Moretti). È necessaria, quindi, la combustione del tabacco misto alla marijuana (o della marijuana e basta, puristi!) e i prodotti della combustione, si sa, non fanno per niente bene. Si può fumare anche nelle pipe o nei bong, ma c’è sempre di mezzo la combustione. I buongustai, per aggirare il problema, preferiscono usare la marijuana come ingrediente per cucinare prelibate torte o deliziosi biscottini (il THC è liposolubile, per cui basta scioglierlo nel latte o nel burro e poi siete pronti per il vostro cotto e mangiato).

Uno dei modi più salutari per il consumo di cannabis è vaporizzandola. I principi attivi vengono rilasciati ad alte temperature che il processo di vaporizzazione raggiunge senza la combustione. Uno studio del 2007 della University of California ha scoperto che i vaporizzatori forniscono la stessa quantità di principi attivi riducendo la quantità di monossido di carbonio (l’ospite indesiderato quando c’è di mezzo la combustione). Esistono diversi tipi di vaporizzatori: da quelli portatili poco più grandi di una sigaretta elettronica, a quelli da tavolo grossi quanto una macchinetta del caffè.

“To vape”, oltre a indicare un cambiamento nei modi di consumo della marijuana, è la spia di un cambiamento linguistico, almeno nel mondo anglofono, che riguarda il mondo della cannabis. Negli Stati dove è legale, è nata una vera e propria industria, ribattezzata “cannabusiness”, che la tratta come un prodotto da vendere, non come una sostanza pericolosa e illegale. Per accettare questo cambiamento radicale nella percezione della marijuana, il lessico che le gravita intorno ha subito delle modifiche sostanziali. Non più “weed”, ma “cannabis”. Non più “smoking”, ma “consuming” o “vaping”. Bisogna ripulire l’immaginario dai residui di illegalità, di spacciatori agli angoli delle strade, di felpe con il cappuccio tirato sulla testa, di passatempo per adolescenti nullafacenti. Cambiare il linguaggio per modificare la semantica concettuale, ovvero le immagini che le parole formano nella nostra testa. It’s business, cannabusiness, baby. Si sta consolidando un nuovo gergo, il cannaslang. Un’evoluzione che non sorprende i linguisti: il vecchio Benjamin Franklin (per gli amici Ben o Benji), uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, pubblicò nel 1737 The Drinkers Dictionary, una lista di più di duecento sinonimi di “drunk”. Droghe e alcolici, quindi, sono dei meravigliosi generatori di lessico.

La nuova terminologia seguita alla legalizzazione della marijuana va oltre la mera descrizione degli effetti (non li definiamo sballo perché non siamo né Lucignolo né Giovanardi), sinteticamente chiamati “green out”, ma si estende a termini specifici del “cannabusiness” (già questo neologismo merita un applauso): un’imprenditore che si lancia in questo nuovo settore del mercato sarà “ganjapreneur” (ganja+entrepreneur); Mr. Schneider, estroso cinquantacinquenne di Denver, ha aperto un “bud&breakfast” (“bud” è il fiore di marijuana), versione ganja friendly del noioso bed&breakfast; le piante, dopo la potatura, diventano “raw material”; gli stessi fiori stanno gradualmente tornando a essere chiamati con il più neutro “flowers” e non più “buds”.

Il nuovo lessico riguarda anche aspetti più sociologici: i pregiudizi nei confronti della marijuana sono “cannabigotry”, mentre gli esperti sono i “cannasseur” (figure mitologiche assimilabili ai sommelier).

La rivoluzione lessicale sta rendendo la cannabis “a little classier”, come ha detto Chandler Davis, giovane budtender di Denver. Non abbiate paura di tirare fuori una cannetta, non vi guarderanno più come un irrimediabile tossicodipendente: non negli Stati Uniti, almeno.

Sebastiano Iannizzotto
Nato nel 1989 a Catania, dopo un’adolescenza mediocre e del tutto priva di interesse sceglie un po’ a caso di dedicarsi agli studi umanistici. Abbandona il borgo natìo per emigrare in terra andalusa. Dopo un'estate da mozzo su una nave cargo battente bandiera portoghese, si trasferisce nella ridente Torino. Devoto alla chiesa del Chino Recoba e malato di Roberto Bolaño e di Julio Cortázar, usa la letteratura latinamericana per scopi poco edificanti ed è campione rionale di tiro al piattello. Scrive su Crampi Sportivi e IndieForBunnies.
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